Migrazioni 1 – Parte I

Dalla finestra di casa mia si vedevano le migrazioni. «Finestra?» mi diceva la gente, quando ancora trovavo il coraggio di raccontare questa storia. «Che crimine hai commesso per avere una finestra?»
Nessun crimine. Al contrario, me la offrirono come un’opportunità di elevazione sociale. Il giorno che iniziai a lavorare in Prefettura, il capo ufficio mi disse senza mezzi termini che abitavo troppo in basso per un impiegato del mio rango, e che era il caso di trovare una nuova sistemazione. Per una fortunata coincidenza, suo cognato stava per lasciare libero uno spaziosissimo cubicolo al livello 147 della torre 38: angolo cucina, angolo letto, angolo soggiorno e addirittura una doppia intercapedine per i servizi igienici; poche centinaia di cuspidi, e sarei balzato in cima alla lista di attesa.
«Centoquarantasette!» si stupì mia moglie, quando le comunicai la notizia. «Ma come possiamo permetterci un cubicolo così in alto?»
La risposta arrivò la prima volta che lo visitammo. Al momento di entrare, notammo subito che c’era qualcosa di strano. La luce all’interno, anziché soffusa e dorata come in ogni altro posto di Mem, era bianca e quasi accecante, e si percepiva una sommessa vibrazione, o meglio un leggero scricchiolio, proveniente dal fondo dell’angolo soggiorno. Fatti due passi nel cubicolo, vedemmo la finestra. E per poco non prese un colpo a entrambi. Altro che lista di attesa! Un cubicolo con finestra, chi poteva avere anche solo il coraggio di entrarci? Figurarsi se qualcuno l’aveva richiesto! Il cognato del capo ufficio probabilmente cercava di liberarsene da anni.
«Ma perché non la murano?» disse Noemi, quando tornammo a casa.
«I muri esterni sono spessi almeno nove cubiti. Nove cubiti di acciaio rinforzato, con doppia intelaiatura in alluminio. Murare quella finestra costerebbe più che comprare una mezza dozzina di cubicoli.»
Noemi non voleva saperne. Discutemmo per quasi due giorni. Alla fine, le feci notare che non ci restava altra via per abitare in un cubicolo così grande a un livello così prestigioso. Centoquarantasette! Nessuno dei miei colleghi abitava così in alto, forse né meno il capo ufficio.
Ma non è che dei colleghi, del capo ufficio e del prestigio m’importasse molto. Pensavo solo al cielo blu incastonato nella finestra. Quando avevamo visitato il cubicolo e i miei occhi si erano riempiti di tutto quell’azzurro così strano e inquietante, mi ero preso un grosso spavento, su questo non c’è dubbio, ma mi era anche parso di vedere per la prima volta, di comprendere per la prima volta il reale significato della parola luce. Al cospetto di quell’abissale assenza di confini, le componenti fondamentali della mia anima, l’acciaio che mi ha dato asilo fin dal giorno della mia nascita, la luce artificiale che ha blandito i miei occhi fin da quando le palpebre hanno concesso loro di proiettarsi all’esterno, l’aria condizionata che gonfia i miei polmoni fin da quando ho urlato per il terrore di essere al mondo, tutte queste cose si erano tramutate in pura luce.
Era come la pioggia dopo una lunga siccità.
Né meno di quello che provava Noemi m’importava molto. Mi dispiace ammetterlo, ma non è che le prestassi molta attenzione, in quel periodo. Si abituerà, era tutto quello che riuscivo a pensare.
Le prime notti, con la terribile ferita del cielo inflitta alla parete, faticammo molto ad addormentarci. La finestra era un occhio, il paesaggio che la finestra inquadrava era uno sguardo carico di curiosità. Poche settimane, e cominciò ad andar meglio. Noemi tenne a bada il disagio fingendo che la finestra fosse una specie di orribile quadro. Io, dopo un’iniziale timidezza, presi perfino l’abitudine di guardare fuori.
«Guardare fuori di proposito?» strillavano le persone, quando arrivavo a questo punto del racconto. Non lo dicevano apertamente, ma si capiva lo stesso che mi credevano pazzo. Non c’è niente di strano, del resto. Se esiste per la gente di Mem una parola che significa più di ogni altra l’orrore dell’ignoto, questa parola è fuori. Con le sue torri abbrancate alle nuvole e infisse per leghe e leghe sottoterra, la città potrebbe paragonarsi a un immane organismo meccanico, all’interno del quale sciamano quasi sette milioni di minuscoli simbionti in forma d’uomo. Centocinquantotto torri a sezione ottagonale, suddivise in quattrocentoventiquattro livelli e inguainate da mura d’acciaio così spesse e robuste, che nessuna comunicazione è possibile tra interno ed esterno. La luce è la luce artificiale: il sole è fuori. Il cielo è un cielo di tubazioni, di lastre d’acciaio, di graticciati metallici. L’azzurro è lontano, disumano. È fuori.
E come potrebbe essere altrimenti? Siamo nati e cresciuti in cubicoli di venti per venticinque cubiti, con sei per sei cubiti di spazio personale disponibile, abbiamo vissuto ogni momento della nostra vita a stretto, strettissimo contatto con altre sette milioni di persone. Niente di più estraneo al nostro modo di vivere che la vastità, la solitudine di fuori. Anch’io sono così. Non sono diverso solo perché ho una finestra dentro casa. Ho pensato di esserlo, a un certo punto della mia vita, o di poterlo diventare. Ma la guerra mi ha aperto gli occhi una volta per tutte.
Eppure sono considerato un originale. Anche prima che mi trasferissi nel cubicolo con la finestra, la gente non faceva che guardarmi di traverso. Tutti quanti, i miei genitori, i miei amici, il capo ufficio, i colleghi, Noemi avevano sempre qualcosa da rimproverarmi. Le accuse erano ogni volta le stesse: parlavo troppo spesso di cose morbose e fuori luogo come il vento, la pioggia o l’erba, e passavo troppo tempo con gli estrattori. Non capivano o non volevano capire che il mio interesse era astratto, metafisico: la mia immaginazione era tormentata da un’inestinguibile sete e le storie degli estrattori erano la sola bevanda che riuscisse a dissetarla.
Si agitavano tutti così tanto perché temevano che progettassi qualche pazzia, tipo uscire. Figuriamoci! Come il novantanove per cento degli abitanti di Mem, non sono mai uscito dalle mura della città, né ho mai voluto farlo. Quando ancora si poteva, prima che intervenisse la censura, mi limitavo ad ascoltare i racconti degli estrattori e delle sentinelle, i soli ai quali fosse concesso uscire dalle mura, e a fantasticare di accompagnarli. Mai andato oltre.
S’imparavano tantissime cose dai racconti degli estrattori e delle sentinelle. È grazie a uno di loro, per esempio, che sono venuto a sapere qual è l’aspetto esteriore della città. Quanti osano immaginare la sagoma di Mem stagliata contro la tersa superficie del cielo meridionale? Viviamo nelle spire di questo gigantesco organismo sintetico, brulicanti nelle sue viscere di plastica e metallo come una colonia di flora batterica nelle interiora di un gigante. Ma cosa sa un batterio dell’organismo che lo ospita? Mi sono fatto spesso questa domanda. Eppure non mi sognerei mai di andar fuori a controllare con i miei occhi, considerato che posso benissimo immaginarlo da qui. Sarebbe quantomeno scomodo, no?
Non era poi così difficile convincere gli estrattori a raccontare qualche storia. Anche se gli estrattori avevano fama di essere scontrosi e taciturni, quando domandavi loro dell’erba o del vento o del sole o delle nuvole rispondevano sempre volentieri. Credo che avessero questa pessima fama solo perché nessuno li avvicinava mai e che parlassero poco solo perché nessuno rivolgeva loro la parola.
«Una volta, quando ero piccolo, ho letto un libro» mi disse un giorno un estrattore, mentre sorseggiavamo assieme una spuma di essenza in un bar del livello 87. «Nel libro c’era una figura che rappresentava una cosa chiamata albero. Io non ho mai visto un albero, né meno fuori. Mi sono spinto fino ai confini della Prefettura, alle pendici del Bentu, alla dorsale pietrosa che segna il confine con Tripoli, ma di alberi non ne ho mai visti. Un albero è una cosa dritta, alta, con delle protuberanze in cima chiamate rami. Un cilindro nero, rosso o bianco chiamato tronco. E i rami in cima. Quando ho visto Mem, la prima volta che ho raccolto i filamenti delle meduse, ho pensato: è uguale a un albero.»
A queste parole, ho immaginato le torri di Mem, svettanti fino alle nuvole più basse, che si assommavano in un unico fusto. Poi ho pensato alle gru e alle rampe di lancio che si affacciano dalla cima delle torri in un abisso di duemila cubiti sul livello delle pianure. E in basso le tubazioni che succhiano il gas, gli idrocarburi e i metalli dalle profondità del suolo: le radici!
L’estrattore che mi parlò dell’albero si chiamava Dugal. Lo avevo conosciuto in un bar dove andavo due o tre volte la settimana. Ci vado ancora in quel bar, anche se oggi è solo per ricordare, e non parlo mai con nessuno. Fin dal primo giorno che stringemmo amicizia, a Dugal cominciai a fare un sacco di domande. Come tutti gli estrattori, Dugal era un narratore frustrato. Aveva tantissime storie sbalorditive da raccontare, ma nessuno lo stava a sentire. I suoi colleghi non si lasciavano impressionare da cose che vedevano tutti i giorni o da eventi ai quali avevano assistito decine di volte, mentre gli altri o si spaventavano o si arrabbiavano o fingevano che Dugal li stesse prendendo in giro. Io invece lo ascoltavo a bocca aperta. E lui, tre o quattro sere a settimana, dissetava la mia immaginazione con storie così incredibili, che in effetti facevo una gran fatica a crederci. Anche perché erano piene di bugie.
Diventammo amici.
Lo trovavo sempre sullo stesso sgabello, un bicchiere di spuma in mano e la tuta da lavoro ancora indosso. La tuta! Bastava quella a riempirmi la testa di colori esotici. Era la tipica tuta degli estrattori, l’uniforme della Corporazione: marrone, con una sacca sulla pancia e il nome della ditta stampato sul taschino e tra le scapole. Uguale alla tuta di ogni altro tecnico, operaio, meccanico di Mem. Solo che nessuno impiegava più di mezzo secondo per distinguere un estrattore da un operaio qualsiasi. A causa dell’odore. La tuta degli estrattori odorava di paraffina, di formaldeide e di essenza pura, un caratteristico afrore rancido che faceva arricciare il naso e rivoltare lo stomaco, ma soprattutto di erba e di nuvole, di sole e di pioggia. Era l’odore di fuori che rendeva così inconfondibile e allo stesso tempo così spaventosa l’uniforme. E che isolava gli estrattori dalla gente comune.
Dugal mi parlava quasi esclusivamente di lavoro. M’insegnava come distinguere i filamenti dai quali si poteva trarre l’essenza propriamente detta dai filamenti più vecchi ed esausti, dai quali si estraeva dell’ottimo lubrificante per ingranaggi; mi elencava le procedure per ottenere l’uno o l’altro di questi prodotti; mi spiegava nel dettaglio come facevano gli estrattori ad amputare i filamenti dai quali si distillava l’essenza.
«È un lavoro rischioso. Pensa a questa immensa massa gelatinosa che occupa le Pianure Orientali da un orizzonte all’altro. Una foresta semovente che ingoia tutto quello che ne attraversa la strada. Un tempo si tagliavano le parti inferiori dei filamenti con le lame. I trattori avevano queste enormi, affilatissime lame su entrambe le fiancate. Le lame potevano essere lunghe anche quaranta cubiti. Funzionava così: si costeggiava la colonia in senso contrario a quello di migrazione, si stabilizzava il volo all’altezza di circa quaranta cubiti, ci si avvicinava il più possibile e zac si tagliava. Man mano che la colonia passava, si raccoglievano i tranci di filamento rimasti al suolo e si stoccavano per la lavorazione. Detta così è semplice. Ma c’era il rischio di finire in mezzo alla colonia, se per caso una medusa si spostava di lato a causa di un colpo di vento o la colonia deviava per superare un ostacolo. E allora eri morto. Immagina questo mare di tentacoli, un mare denso, semi solido, quasi un unico blocco di gelatina. Immagina di sprofondare in questo mare. Là in mezzo, senza punti di riferimento, senza né meno vedere il cielo o distinguere da che parte sta il cielo e da che parte la terra, ci siete solo tu e la certezza di morire. L’aria è satura di escrementi, la vista si confonde, le allucinazioni t’inseguono e ti tormentano. Se ti avvii da una parte, rischi di addentrarti nella colonia e di perderti per sempre. Se resti fermo, la colonia stessa ti spinge nei propri recessi.»
In seguito, le ditte di estrazione cambiarono metodo, a causa delle frequenti e considerevoli perdite di uomini e di mezzi. La via delle meduse fu divisa in lotti, e ogni lotto fu assegnato a un’unica ditta di estrazione. Ogni lotto era lungo solo poche decine di cubiti, ma largo diverse leghe. Da un lato all’altro di ogni lotto, gli estrattori tendevano una fune di metallo molto tagliente: quando la colonia arrivava nella Piana di Mem (il suo percorso era sempre lo stesso), passava sulle funi e le funi recidevano la parte inferiore dei filamenti. L’altezza delle funi era regolabile: affinché ogni lotto avesse una percentuale di filamenti proporzionata alla percentuale degli altri, le funi erano tese ad altezze gradualmente crescenti a partire dal lato dal quale proveniva la colonia. La fune del primo lotto recideva la parte inferiore dei filamenti, la fune del secondo la parte immediatamente successiva e così via. Tutto quello che restava su un determinato lotto apparteneva alla ditta che aveva la concessione. Grazie a questo metodo, la resa era aumentata di cinque volte, mentre il rischio era diventato accettabile.
Le meduse non mostravano di dar peso alla metodica mutilazione che le afflisse, nell’arco di dodici generazioni, a ogni singolo passaggio attraverso la Piana di Mem. Sembrava che non se ne accorgessero né meno.
Dugal era molto fiero del suo lavoro. A me piaceva molto ascoltarlo, perché dopo l’iniziale timidezza si scaldava e diventava addirittura eloquente, e allora le sue parole disegnavano con portentoso nitore le immagini delle Pianure Orientali, del cielo, dell’erba, delle meduse. Il suo umore, solitamente torvo, migliorava man mano che la sua stessa voce gli riempiva le orecchie. Ascoltandolo mi sembrava di trovarmi fuori. I suoi racconti mi portavano a immaginare lunghe passeggiate sull’erba soffice, in cima ai poggi che ondulano dolcemente la superficie delle Pianure verso nord. Immaginavo di cacciare le meduse, di raccoglierne i filamenti recisi, di ubriacarmi con il loro spaventoso odore.
Immaginavo.
È una cosa preziosa, quando si vive in una torre di plastica e metallo e si fa un lavoro come il mio.
Al tempo di questa storia, tutti a Mem sapevano cos’erano le migrazioni. E parlare di migrazioni e meduse non era proibito come oggi. Era meglio non farlo, tutto qui. Del resto, pochissimi ci credevano. All’arrivo della colonia, il comitato prefettizio organizzava la festa dell’essenza; quando l’ultima medusa spariva all’orizzonte, c’era la sagra dell’essenza nuova. Tutti festeggiavano. Ci si ubriacava di essenza nelle sue varie forme commerciali, ci s’immergeva in uno splendido mondo liquefatto che alla fine si abbandonava malvolentieri. Ma pochi erano disposti ad ammettere che l’essenza, la sostanza più amata e diffusa di Mem, il balsamo taumaturgico che i vecchi sorbivano per ringiovanire e i bambini per crescere più in fretta, provenisse dalle meduse. Perché, come molte altre cose delle quali si preferisce ignorare l’esistenza, anche le meduse, le migrazioni, erano fuori. O forse era il contrario: se la parola fuori faceva tanta paura, era perché fuori significava soprattutto meduse.
Nemmeno io credevo fino in fondo alla favola della colonia migrante. Era troppo lontana dalla mia esperienza quotidiana tra le angustie di Mem perché potessi realmente darle credito. E prima che ci trasferissimo nel cubicolo con la finestra, Noemi non solo non ci credeva, ma come molti altri non voleva né meno sentirne parlare. Liquidava ogni discorso su quest’argomento definendolo morboso. E la parola morboso costituiva per lei come per tanti altri un limite invalicabile.
Poi abbiamo visto. E tutto è cambiato radicalmente.

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7 pensieri su “Migrazioni 1 – Parte I

  1. Hai una fantasia incredibile, complimenti, gli abitanti di Mem ti allontanerebbero subito, chiudendoti in qualche cubo d’acciaio “senza finestra”……. la seconda parte la leggerò in questi giorni. Grazie del tuo passaggio nel mio blog, e buona serata, ciao da Marco

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  2. Ho spulciato qui e là nel blog, è giusto incominciare da qua. Non ho mai letto libri di fantascienza, l’unico ricordo risale al cartone animato “Conan – il ragazzo del futuro” di quando ero bambina e poi dopo il film Avatar. Spero di appassionarmi al genere perché questo post iniziale, che scaraventa il lettore in una realtà parallela, ha tutte le carte in regola per diventare una lettura appassionante. Bravo!

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