Migrazioni 2 – Parte I

Dalla finestra di casa mia si vedevano le migrazioni. E guardando le migrazioni, osservando ogni anno, due volte l’anno, la colonia trascorrere nel rettangolo della finestra, sentivo finalmente di dar sfogo all’ansia di nuovo che l’abbraccio materno di Mem aveva sempre soffocato. Era come se mi avessero sostituito gli occhi con altri più grandi e più acuti.
Immaginavo. È una cosa preziosa, quando si vive in una torre di plastica e metallo e si fa un lavoro come il mio.
Lavoro al livello 118. Serve che aggiunga altro? Tutti conoscono il livello 118, perché tutti vorrebbero passare da qui prima o poi. Chiunque abbia un reclamo da presentare, un disguido al quale porre rimedio, un’ambizione, un desiderio, un giorno libero dal lavoro medita di andare al livello 118. Alcuni programmano le ferie al solo scopo di andare al livello 118, altri si consolano di aver perso il lavoro perché avranno finalmente l’occasione andare al livello 118.
«Mi troverai al livello 118, uno di questi giorni» dice la gente. «Se solo avessi il tempo di andare al livello 118» minaccia. Come se al livello 118 si trovasse la soluzione a ogni problema, come se le schede azzurre fossero chiavi in grado di schiudere qualsiasi porta. Quei pochi che hanno avuto la pazienza e la fortuna necessarie per ottenere la scheda azzurra sanno invece che le schede azzurre schiudono una sola porta: quella del livello 119.
Al livello 118, qualcuno ancora non lo sa? c’è la sede della S.O.R.D.O., la Sezione Operativa Ricezione Denunce e Opzioni. In realtà, al livello 118 torre 38 quadrante est c’è solo una sottosezione della Sezione Operativa Ricezione Denunce e Opzioni, la prima sottosezione. Le altre sottosezioni sono ai livelli superiori: al livello 119 c’è la seconda sottosezione, al livello 120 la terza, e così via fino alla massima sottosezione, che dovrebbe essere la trentunesima o la quarantasettesima, non è molto chiaro. Affinché una richiesta sia presa in considerazione dalla S.O.R.D.O. occorre passare attraverso tutti i gradi di udienza, fino al più alto. Un percorso ineludibile, studiato per vagliare e mettere alla prova l’intensità del desiderio o la gravità del disagio che spingono il cittadino a rivolgersi alla legge; e per far capire alla gente comune che la legge, oltre a essere una cosa seria, non ha molto a che fare con il senso comune.
Quando avevo vent’anni, molto prima di lavorare al livello 118, mi presentai anch’io al cospetto della legge. Mi sentivo molto solo. Avevo la terribile sensazione che la mia vita non avesse alcuno scopo, che sarei arrivato al mio ultimo giorno senza aver fatto altro che bighellonare. Mia madre e mio padre si domandavano sospirando: «Cosa ne sarà di Crim?». Non riuscivano a immaginare cosa mi riservasse il futuro, né mi credevano capace di combinare qualcosa di buono. Così, per non trovarsi più di fronte a quest’angosciosa incertezza, mi cacciarono di casa. Del resto cominciavo a occupare un po’ troppo spazio e a rifilar loro un po’ troppe ginocchiate, gomitate e dita negli occhi.
Finii in un cubicolo del livello 24, assieme ad altri cinque ragazzi che non sapevano cosa fare di se stessi. Trovai lavoro sottoterra, alle caldaie. Dopo due mesi di quella vita ero più morto che vivo. Mi licenziai. E siccome ora avevo un sacco di tempo libero, decisi di andare al livello 118. Non per chiedere un nuovo lavoro: a quella necessità credevo (a ragione) di poter provvedere da solo. Volevo una moglie. Una donna giovane e di bell’aspetto che dividesse un po’ di spazio con me, senza prendersela troppo per le ginocchiate, le gomitate e le dita negli occhi.
E che magari mi amasse.
Varcato l’ingresso della prima sottosezione, mi ritrovai in un lungo corridoio affollato. Rimasi fermo e imbambolato per un po’ di tempo, prima di capire come funzionasse. Alla fine presi una tessera di plastica dal distributore accanto all’ingresso e aspettai che il mio numero apparisse sul grande schermo in fondo al corridoio o su alcuni più piccoli tra le pareti e il soffitto. Ricordo ancora qual era il mio numero: 16330345. Sugli schermi compariva però un numero molto più basso, una cosa come 87 o 870. Be’ ci vorrà un po’ più del previsto, mi dissi con rassegnazione. Poi si sentì un lungo sibilo, e tutti gli schermi iniziarono a lampeggiare. Ma al posto del numero che mi aspettavo, 88 o 871, sugli schermi comparve una sequenza di lettere e numeri tipo WQS45Z67. Ero sconcertato. Altre due o tre convocazioni, e conclusi che numeri e codici alfanumerici si susseguivano senza alcun ordine apparente, e che non avevo nessuna possibilità di valutare a che punto della coda fossi e quanto ancora ci volesse prima della mia convocazione. Mi rivolsi a un anziano signore che sedeva su una panca lì accanto e che sembrava saperla lunga. Era grasso e rubicondo, con gli occhi pieni di scintille. Respirava rumorosamente.
«Credi di essere al supermercato?» mi rimproverò l’anziano signore, dopo aver scosso più volte la testa. «Guarda la mia tessera. Sopra c’è scritto un nome. Vedi? C’è scritto KARL. Proprio così: KARL. Non so chi sia questo KARL. Non conosco nessun KARL. Ma una cosa la so. Non serve a niente farsi troppe domande. Bisogna aspettare. Prima o poi arriverà il tuo turno.»
L’anziano signore era in attesa da sei giorni. Si sentiva piuttosto sicuro che stessero per convocarlo, ma non poteva dire quando di preciso. Del resto, ripeté con foga, mica eravamo al supermercato.
Passarono molte ore. Le luci artificiali si abbassarono, si fece notte. Alcuni impiegati della S.O.R.D.O. apparvero all’improvviso in mezzo alla folla e spinsero tutti al centro del corridoio. Quando fummo ammassati là in mezzo, gli impiegati si avvicinarono alle pareti e pigiarono alcuni pannelli luminosi. Dalle pareti emersero delle brande già fornite di coperte e guanciali. A ognuno di noi fu assegnata una branda. Eravamo quasi mille nel corridoio, ma nessuno rimase senza branda. Erano perfino comode. Entro pochi minuti dormivano tutti.
Nel frattempo gli schermi continuavano il loro lavoro. Le convocazioni non si fermarono mai, né meno a notte fonda. L’anziano signore mi spiegò che non dovevo preoccuparmi di perdere il turno, perché la mia tessera al momento giusto mi avrebbe svegliato con un cicalino. Lo ringraziai e chiusi gli occhi per sognare la mia futura moglie.
Trascorsero dieci giorni prima della mia convocazione. La maggior parte di quelli che erano entrati insieme a me o subito prima o subito dopo se n’erano già tornati a casa, per stanchezza e per non aver preso abbastanza giorni di ferie, ed erano stati rimpiazzati da altrettanti, che poi se n’erano andati a loro volta. Pochi resistevano abbastanza a lungo da essere convocati. Io resistetti solo perché non avevo niente di meglio da fare e perché stavo più comodo alla prima sottosezione che a casa mia. Ma non fu tempo sprecato. In quei dieci giorni strinsi amicizia con molte persone e ascoltai tantissime storie interessanti, divertenti e spesso commoventi.
Un giovane della mia età, per esempio, si era presentato alla S.O.R.D.O. perché voleva indietro le gambe, tranciate da una fresatrice industriale, e se proprio non era possibile riattaccare quelle con le quali era nato, per avere almeno in dotazione uno degli ultimi modelli in kyanoplastica. Si portava dietro il catalogo di una certa azienda di Kelidia, la Kyplex, e la sua scelta era ristretta a un paio dei modelli più nuovi e costosi. Nessuno ebbe il coraggio di dirgli che le forniture di manufatti in kyanoplastica si erano azzerate, da quando Kelidia era entrata in guerra con Cayuri.
Un vecchio signore piccolo e magro commosse l’intero corridoio confidando con voce tremula che voleva indietro sua moglie. All’inizio pensavamo tutti che fosse morta. Poi capimmo che se n’era andata. E anche per quale motivo, dopo un’ora di insopportabile chiacchiericcio: la povera donna si era stufata di accudire un bambino di settant’anni.
Una bambina mi disse in un orecchio che il suo desiderio era di restare dodicenne ancora per dieci o quindici anni. Il mondo degli adulti le sembrava incomparabilmente più brutto e difficile del mondo dei bambini e preferiva prepararsi con tranquillità al cambiamento. Sua madre, che si trovava nella sottosezione solo per accompagnarla, condivideva con slancio quelle ambizioni conservatrici. Io la bambina potevo anche capirla, con un po’ di sforzo, ma la madre no.
Tutti aspettavamo la scheda azzurra.
Poi, un pomeriggio, mentre chiacchieravo con il signore anziano che ormai chiamavo familiarmente KARL, sentii un cicalino. Tutti alzarono immediatamente gli occhi agli schermi. Sugli schermi lampeggiava il numero 16330345. Mi alzai trafelato, assestando una gomitata al mio amico KARL, e corsi in fondo al corridoio, alla porta della sala udienze.
Un lungo respiro, una schiarita di gola ed entrai.
Oggi che trascorro al suo interno metà della giornata, la sala udienze mi appare per quello che è: una piccola stanza fredda, sporca e disadorna, nella quale lavorare è piuttosto deprimente. Non ne ho certo soggezione. Quando ci entrai per la prima volta, la sala era come ora: le pareti nude, il soffitto ingombro di tubi e di grate metalliche, il manifesto pubblicitario di una famosa marca di dentifrici a campeggiare sulla parete di fondo, unico ornamento concesso dalla severità della legge a quel ricettacolo di noie e disperazioni; eppure mi apparve  misteriosa e terribile, un’oscura via di passaggio tra l’uomo e la legge, una terra di nessuno contesa da nazioni forse non ostili ma di sicuro insofferenti. Eccome se ne avevo soggezione!
Avanzai con passo esitante verso la scrivania al centro della sala. Dietro alla scrivania stava seduta una donna molto grassa, con un ammasso di capelli rosso fuoco che si attorcigliava a cono sulla punta del cranio e una libbra di ombretto turchese sulle palpebre. Oggi so tante cose di lei: so che si chiama Doris, so che ha avuto ben tre mariti, so che abita al livello 71, so che nessuno, me compreso, riesce a tollerare la sua compagnia per più di cinque minuti. Allora di lei non sapevo niente. Solo che il suo silenzio mi faceva paura e che il suo sguardo mi faceva sentire più insignificante della sedia sulla quale stavo seduto.
Ignorando il mio saluto, l’impiegata prese un questionario elettronico da uno scomparto, avviò il programma del questionario e cominciò a leggermi le domande che comparivano sullo schermo. Nome, codice indentificativo, indirizzo, richiesta specifica. Risposi cercando di essere preciso e sintetico, senza tralasciare niente ma evitando di dilungarmi in chiacchiere. A un certo punto m’imbrogliai: quando si trattò di esprimere il senso di solitudine che imprigionava e soffocava la mia anima, la lingua si annodò, incominciai a sudare e a balbettare e alla fine tacqui. Lanciai un’occhiata mortificata a Doris. Vidi che continuava a incidere a ritmo sostenuto il questionario, come se non avessi mai smesso di parlare. Ma cosa stava trascrivendo, se io da cinque minuti non facevo che mugugnare suoni incomprensibili? Non mi stava ascoltando! Ero offeso e sbalordito. Ma prima che cominciassi a protestare, Doris prese da un altro scomparto un quadrato di plastica azzurro con gli angoli smussati, lo inserì in un elaboratore, lo incise a microonde e me lo porse.
«La scheda azzurra» disse. «Presentati al livello 119 torre 86 quadrante nord il terzo turno di lavoro della prossima settimana. Porta con te la scheda azzurra. Arrivederci.»
Boccheggiai. Ero ancora in collera per come mi aveva trattato, ma avevo la scheda azzurra! Uscii dalla sala udienze senza né meno salutare la mia futura collega (che non dovette dare molto peso alla mia maleducazione) e mostrai la scheda azzurra a tutti i miei amici del corridoio, incluso KARL.
«Congratulazioni» mi disse KARL, seccamente. Era invidioso. Ma non ci badai. Ero troppo contento di aver ricevuto la scheda azzurra per badare a qualunque cosa non fosse la scheda azzurra.

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7 pensieri su “Migrazioni 2 – Parte I

  1. Mi piace, ti fa sentire presente, all’interno del racconto, Karl, Doris, l’insicurezza e la confusione, si percepisce tutto molto bene, cosa c’è al livello 19?, andiamo avanti, nelle prime righe della seconda parte, quando spieghi della s.o.r.d.o., io capto ripetizioni ridondanti, ma prendi il mio punto di vista con le pinze, è solo una mia sensazione, la storia mi piace, quanta fatica costa ottenere una scheda azzurra? XD

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