Migrazioni 2 – Parte II

Il terzo turno di lavoro della settimana successiva mi presentai al livello 119, esultante fin quasi al delirio. Nei cinque giorni che avevano preceduto l’appuntamento avevo lasciato correre un po’ troppo l’immaginazione, e ora la mia testa era piena di allucinate scempiaggini sui posti segreti e meravigliosi che la scheda azzurra stava per schiudermi: androni lastricati d’argento, amplissime sale decorate d’oro, una camera di sconvolgente vastità (anche dieci per dieci cubiti!) con un letto a baldacchino sul quale era languidamente sdraiata mia moglie. Giunto alla seconda sottosezione, mi ritrovai però in un lungo corridoio spoglio, con uno schermo grande in fondo e tanti più piccoli lungo le pareti. E scoprii con disappunto che la seconda sottosezione era identica alla prima.
Ma io avevo la scheda azzurra!
Mi rivolsi a un anziano signore seduto accanto all’ingresso che sembrava saperla lunga. «Come funziona?» domandai costernato. «Perché ecco, guarda, ho la scheda azzurra, mica dovrò mettermi di nuovo in coda!»
Lui mi fissò come si fissano i bambini quando cercano di mostrarsi più grandi di quello che sono e diventano un po’ troppo impudenti. Poi mandò un sospiro, forse per raccogliere tutta la pazienza che aveva a disposizione.
Poca, a giudicare dal tono sarcastico: «Non hai notato che la tua scheda azzurra ha un codice, qui davanti? Bene, quando su quello schermo laggiù o su questi altri più piccoli qua in alto apparirà lo stesso codice che c’è sulla tua scheda, allora dovrai andare a quella porta là in fondo ed entrare.»
Non riuscivo a crederci. Avevo suscitato tanta invidia giù al livello 118, e per cosa? Un numero di turno! Ma impiegai poco a riprendermi. Del resto avevo vent’anni: riprendermi con una scrollata di spalle dai vari colpi della sorte avversa era in pratica la mia principale occupazione.
«Be’, almeno sarà l’ultima volta che faccio la coda. Quando chiameranno il mio numero, suppongo che potrò finalmente portare il mio desiderio davanti alla legge.»
L’anziano signore mi guardò come poco prima: «Ma non sai proprio niente? Qui al livello 119 si viene solo per un motivo: ricevere una scheda gialla. La scheda gialla consente l’accesso al Livello 120. È al livello 120 che potremo esporre le nostre richieste, non certo qui. Credevi davvero di trovare la legge a un livello così basso? Occorrono molta costanza e molta pazienza per arrivare al cospetto della legge. Prendi me: sono qui da quasi tre settimane.»
Mi rassegnai ad aspettare. Sulla mia scheda compariva il numero 16330345. Solo che anche al livello 119 non c’era modo di prevedere l’ordine di chiamata. Un tipo di cinquant’anni, per esempio, arrivato due giorni dopo di me, fu convocato quasi subito e uscì dalla sottosezione della S.O.R.D.O. con la sua scheda gialla nel giro di pochi minuti. Mostrò a tutti la scheda, ostentandola come il più prezioso dei tesori. Non nego che lo invidiai. Ma ebbi anche, per la prima volta, la tentazione di cedere le armi. Se non lo feci, è solo perché temevo di apparire smidollato agli occhi del signore anziano. E poi cosa avrebbe detto KARL?
Dovetti pazientare due settimane. Fu davvero difficile. Soprattutto perché non capivo il motivo di un’attesa così lunga. Al livello 119 le persone che aspettavano di essere ricevute erano molte meno che al livello 118, le udienze duravano solo pochi minuti, e gli intervalli tra un’udienza e l’altra erano piuttosto regolari, senza nessuna interruzione. Perché allora ci voleva tanto tempo? Era una specie di scherzo? Angustiato da questi e da altri sospetti, malevolo e arrabbiato, passavo il tempo rannicchiato in un angolo, senza dire una parola, e la notte mi coricavo su una branda isolata, vicino all’ingresso della sottosezione. Delle altre persone in attesa mi interessavo pochissimo. Scambiavo qualche parola solo con il signore anziano, che non era certo un esempio di calore e simpatia.
Quando ormai ero arrivato al limite della sopportazione, la scheda si mise a cicalare. Nel cuore della notte, mentre ero ancora immerso in un bellissimo sogno sulla mia futura moglie, sgattaiolai via dalla branda e m’incamminai lungo il corridoio fino alla porta. La sala udienze era più piccola, spoglia e fredda della sala udienze del livello 118. L’impiegata aveva un volto gradevole, con occhi grandi e luminosi che però non mi rivolse mai. Al posto del manifesto del dentifricio, sulla parete di fondo era appeso un calendario di sette anni prima. La sedia riservata ai richiedenti era perfino più scomoda della sedia del livello 118.
Per il resto, tutto uguale.
Domande.
Risposte che l’impiegata non fece né meno finta di ascoltare.
Scheda. Stavolta gialla.
Ma ora mi sentivo molto meno euforico. Me ne andai in silenzio, cercando di non svegliare nessuno. L’impiegata mi aveva detto di presentarmi al livello 120 torre 22 sei turni di lavoro dopo.
«Ti arrendi?» mi domandò il signore anziano, quando gli passai accanto. Gli mostrai la scheda gialla. Lui la fissò per un momento, poi si voltò dall’altra parte a masticare la sua invidia.
Una volta a casa mi riscossi. Non potevo darmi per vinto ora che ero a un passo dal traguardo. E anche se avevo un terribile presentimento, alla fine decisi di proseguire sulla via della legge.
Sei turni di lavoro più tardi mi presentai al livello 120 torre 22 quadrante ovest con la scheda gialla stretta in pugno. E c’era un lungo corridoio spoglio, con uno schermo grande in fondo e tanti schermi più piccoli lungo le pareti. C’era anche un signore anziano, più grasso del signore anziano numero due ma più magro e più alto del signore anziano numero uno, con una respirazione meno rumorosa e più regolare di entrambi. Il numero tre aveva un carattere migliore dei primi due. Sfortunatamente, né meno a lui faceva difetto un’irritante propensione alla pedanteria. Sulla tua scheda gialla c’è un numero codice nome, mi spiega. Quando sullo schermo appare lo stesso numero codice nome che c’è sulla tua scheda, allora significa che è arrivato il tuo turno.
«E allora potrò finalmente presentare la mia richiesta?» domando. Ma sono guardingo.
«Certo che no, caro. Siamo appena al livello 120. Credevi davvero di poter trovare la legge su un livello così basso?»
No che non lo credevo. A causa del terribile presentimento che mi aveva assillato fin dall’uscita dalla seconda sottosezione, rendendomi piuttosto sicuro che le cose al livello 120 funzionassero esattamente come al livello 119 o come al livello 118. Mi scoppiò un tremendo mal di testa.
Stavolta l’attesa durò dieci giorni. A ricevermi fu un uomo d’aspetto malaticcio, con un terribile sfogo cutaneo sulla guancia destra e un occhio lattiginoso. Mi fece le solite domande. Risposi elencando i giocatori della mia squadra di aviopalla preferita. Numero uno: Coror. Numero due: Lopi. Numero tre: Olof. La scheda verde me la diede lo stesso. Dovevo presentarmi al livello 12 torre 7 nove turni di lavoro più tardi.
La scheda verde dev’essere ancora da qualche parte qui in casa. L’ho conservata per ricordare a me stesso di non rifare lo stesso errore. Il numero inciso sulla scheda è 16330345: forse questo dovrebbe dirmi qualcosa, ma in realtà non mi dice niente. Quando cominciai a lavorare per la S.O.R.D.O., chiamai la terza sottosezione e domandai se il numero 16330345 era stato già convocato e quando. Non ancora, mi dissero. Magari nei prossimi giorni. O la prossima settimana. Forse.
Non conobbi mia moglie Noemi grazie alla legge. La incontrai in un bar del livello 91, una bettola buia frequentata da dattilografe e da impiegati d’infimo livello. E da infermiere, per fortuna.
Cinque anni dopo quest’esperienza, fissai un colloquio con il capo ufficio della prima sottosezione. Non so perché risposi all’annuncio. Non si può dire che conservassi un buon ricordo della Sezione Operativa Ricezione Denunce e Opzioni. Ma volevo sposare Noemi e avevo bisogno di un lavoro. Il capo ufficio era un giovanotto con le spalle robuste, gli occhi azzurri e un gran sorriso sornione. Mi fece alcune domande e non ascoltò le mie risposte, scrupolosamente fedele alla politica della Sezione.
Mentre ero lì che parlavo a vanvera, mi convinsi, senza angustiarmene, che il colloquio stava andando male, che non mi avrebbero assunto. Ma a un tratto il capo ufficio mi strinse sbrigativamente la mano (in quel momento era al telefono con un superiore) e mi disse: «Cominci il primo turno della settimana prossima». Poi, con un sorriso di plastica: «Benvenuto alla S.O.R.D.O.».
Il primo giorno, mentre salivo in tubovia fino al livello 118, non si può dire che fossi entusiasta. Ma avevo un piano. Avevo deciso che mi sarei comportato diversamente dagli impiegati che avevo incontrato nel corso della mia disavventura. Ambivo a diventare il miglior impiegato che la S.O.R.D.O. avesse mai avuto. Ero convinto che non fosse difficile, considerata la concorrenza: bastava mostrare un minimo di interesse nei riguardi delle persone che dovevo ricevere, ascoltare con attenzione le loro storie e magari incitarli a proseguire nel difficile cammino.
Fu con un gran sorriso che accolsi il primo richiedente. E anche il secondo. E anche il terzo, il quarto e via dicendo. Ascoltavo le loro storie come avevo ascoltato le storie dei miei amici del livello 118: valutavo i problemi, prodigavo consigli e alla fine consegnavo la scheda azzurra con un gesto di incoraggiamento, tipo una pacca sul braccio o una stretta di mano. Se ne andavano felici, sicuri di farcela.
Ma poi mi capitava di incontrare qualcuno di loro fuori dall’ufficio, e allora era sempre una delusione. Quasi tutti mi confessavano di aver rinunciato all’impresa per stanchezza o per noia, mentre solo pochissimi stavano ancora aspettando. Questi ultimi ostentavano schede gialle, verdi, oro, pervinca, malva, magenta e si infervoravano a esprimere la loro incrollabile dedizione alla legge, forse sperando che mettessi una buona parola per loro. Alcuni erano arrivati fino al livello 140 o 141 e supponevano di essere ormai in vista del traguardo. Anche se non sembravano così ansiosi di raggiungerlo. Del resto, per arrivare così in alto bisogna che a uno piaccia proprio tanto stare in coda, e forse i più pazienti non chiedevano altro alla legge che qualcosa da aspettare.
Io invece non aspettavo più niente. Ascoltavo e basta. Decine, centinaia, migliaia di storie. Ognuna diversa dall’altra e tutte tragicamente uguali. La mia testa era piena di parole. Alla fine le parole divennero troppe. Non riuscivo a tenere il passo, le storie si confondevano, si aggomitolavano, se ne perdevano le fila. Così, quando qualcuno lasciava la sala, mentre teneva ancora un piede al di qua della soglia, io avevo già dimenticato cosa volesse, di cosa si lamentasse, a quale problema cercasse soluzione. Troppa umanità per un uomo solo. Dopo due mesi non ascoltavo più. E mi trasformai in una squallida sottospecie di Doris, l’ultimo adepto della misteriosa confraternita del silenzio.
Quanto a Doris, ormai la vedevo tutti i giorni al distributore del caffè. Se ne stava curva sul bicchiere di carta come se volesse proteggerlo da un’orda di predoni. Commosso dalla fragilità di quell’atteggiamento, una volta provai a scambiare qualche parola con lei. Mi guardò sorpresa. Poi incominciò a lamentarsi del terzo marito, meno maleducato del primo ma di gran lunga più pignolo e pedante del secondo, dei figli che non se ne andavano da casa o che non ci tornavano mai una volta andati via, della madre anziana che si comportava come una bambina, della scorrettezza di una certa collega del livello 123 che le aveva soffiato una posizione molto ambita, e di tante altre cose che non saprei riferire.
Anche perché, dopo i primi due minuti, avevo già smesso di ascoltarla.

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