Migrazioni 3 – Parte I

Dalla finestra di casa mia si vedevano le migrazioni. E le migrazioni, fin dal primo giorno che le meduse apparvero nel riquadro della finestra, divennero il polo attorno al quale gravitava la massima parte della nostra esistenza. Noemi si rese conto di aver smesso di amarmi nello stesso giorno che le migrazioni finirono per sempre. La battaglia per tener chiuse le tende aveva sepolto la sua indifferenza, istigandola a un rancore che forse scambiava per un rimasuglio d’affetto; due settimane dopo che l’ultima medusa si fu essiccata al vento di tramontana, decise di lasciarmi. Era da quando avevamo assistito alla prima migrazione e si era accorta che non provavo lo stesso orrore che provava lei, era da allora che il suo amore era svanito, mi confessò.
Alla vigilia della nostra seconda migrazione cominciò a mostrarsi nervosa. Guardava spesso la finestra, e ogni volta che il suo sguardo s’immergeva nella luce bianca dell’esterno, sobbalzava, presentendo la paura che avrebbe provato al momento di avvistare la prima medusa.
Siccome è molto orgogliosa, cercava di comportarsi come al solito. Se covava del rancore, non lo dava a vedere. Anzi mi trattava perfino meglio di prima. Non mi accusò mai di trascurarla, di dare più importanza alla colonia che a lei. Forse lo pensava, ma si guardava bene dal dirlo.
Lavò le tende, ne assicurò i ganci, controllò che non lasciassero trapelare niente. Non mi chiese di non aprirle, questo non lo fece mai, né meno in seguito, quando la battaglia s’inasprì. Ma a volte mi guardava di sottecchi, sospirando. O stava lì a manovrare le tende per un quarto d’ora, quando era certa che la vedessi. Quello che voleva era chiaro. Solo che non potevo far niente per accontentarla.
Le meduse arrivarono di notte, mentre me ne stavo in soggiorno a contemplare la luna e le stelle adagiate sul dorso frusciante della prateria. Noemi dormiva nell’angolo letto, la testa sepolta sotto un paio di cuscini. Prima ancora di vedere la colonia, qualcosa mi diede la certezza che le meduse stessero per fare la loro comparsa. Il loro bagliore d’arcobaleno si diffuse dentro di me quando ancora i miei occhi non potevano coglierlo.
Mi avvicinai alla finestra e aspettai. Ed eccole, solo pochi istanti dopo. Né meno la notte poteva ottenebrare i riflessi oltremondani della colonia migrante. Anzi sembrava dar loro ancora più potere.
Sentii un fruscio alle mie spalle. Noemi era in piedi dietro di me, gli occhi pieni d’orrore. Era sbalordita. Forse si era illusa di aver solo sognato l’altra volta. O forse non poteva credere che suo marito se ne stesse lì, immerso in quella luce abominevole, incurante della sofferenza che le infliggeva la vista della colonia. La vista della colonia… ma anche e soprattutto di me che guardavo la colonia, come se nient’altro m’importasse.
Andò così per i due anni successivi. Le migrazioni risvegliavano le nostre ossessioni e riempivano i nostri sogni. Il lavoro non mi annoiava più come prima: mentre me ne stavo ad ascoltare tutte quelle storie di banali infelicità e tormenti, pensavo alla colonia, e quello che avevo attorno impallidiva. Quando si avvicinava la fine del turno, il pensiero di tornare alla finestra bastava a ripagarmi di tutto quel tempo sprecato. Anche Noemi si riappacificò con il lavoro, ma solo perché era diventato un rifugio. Lavorava in una clinica del livello 267, un posto per anziani facoltosi che trattavano le infermiere come cameriere e si lamentavano e sbraitavano tutto il giorno. Eppure nei giorni della migrazione Noemi ci passava quasi tutta la giornata e spesso si offriva per i doppi turni o sostituiva le colleghe in ferie. Le colleghe la adoravano. Anche perché quei favori continuava a farli anche dopo che la colonia era andata via. Non era solo dalla finestra e dalle meduse che voleva stare lontana.
Ormai ci vedevamo pochissimo. Non parlavamo mai.
Quando tornava a casa, la prima cosa che faceva era correre alla finestra, che trovava immancabilmente scoperta: si avvicinava con gli occhi ben chiusi per non avere nelle pupille né meno il più minuscolo frammento dell’immagine che odiava. Poi si voltava a fissarmi. Ma non riusciva ad arrabbiarsi. Io mi sentivo in colpa. Solo che non appena si allontanava, non potevo fare a meno di tornare alla finestra e rimettermi a guardare. Noemi cenava in fretta, si coricava e si tirava le coperte sulla testa. La mattina mi trovava addormentato sulla poltrona. Riaccostava le tende e usciva senza svegliarmi.
Le prime volte, dopo che la colonia era sparita all’orizzonte, la guerra conosceva una breve tregua. Ma restava questo semplice, ineludibile motivo di conflitto, meduse o non meduse: lei non tollerava che le tende restassero aperte, io che restassero chiuse. Diventammo sempre più bravi nel gioco forzoso e un po’ triste di scansarci a vicenda.
Fortuna che c’era Dugal. La nostra amicizia era sempre più salda. Anche se non si divertiva più come una volta a parlarmi delle meduse, passava sempre volentieri le serate con me. Nel periodo della migrazione non ci vedevamo, perché lui era impegnato in mille attività, mentre io riuscivo a staccarmi dalla finestra del mio soggiorno solo per il lavoro, ma una volta che la colonia era passata, tornavo al solito bar e lo salutavo con gioia.
Là trovavo tutti i miei amici estrattori, costantemente ebbri di spuma e di vino sintetico, fin quando le loro tasche erano piene dei dividendi della raccolta. Al vedermi schiamazzavano e gareggiavano per offrirmi da bere. Senza l’entusiasmo di una volta, però. Nessuno reclamava più la mia attenzione o mi chiamava sottovoce per raccontare qualcosa che mi avrebbe fatto spalancare gli occhi. Forse perché avevo visto le meduse e questo toglieva loro il gusto di sbalordirmi. O forse perché i miei occhi non si spalancavano più.
Io però continuavo ad ascoltarli con la stessa dedizione di un tempo. Anche se ora il mio interesse era diverso, per il mestiere più che per la favola. Ero ammirato dalla loro competenza. Distratto dall’immagine mentale della colonia, non mi ero mai reso conto che ognuno di quegli uomini, anche il più zotico e sgangherato, possedeva una vasta, profonda conoscenza delle meduse e di tutto quanto era connesso alle meduse. Gli estrattori si occupavano di ogni singolo aspetto della lavorazione dei filamenti, dal tiraggio delle funi alla distillazione. E non conoscevano alla perfezione solo le abitudini della colonia, il regime dei venti dominanti nelle diverse stagioni e la conformazione di ogni palmo di terra da Mem alle montagne del Bentu, ma anche la composizione di ciascun singolo brano di filamento e il modo più efficace per conservare e preservare quel tesoro naturale. Quanto alla distillazione, si trattava di un processo complicatissimo, che partiva dalla selezione dei filamenti e dalla loro classificazione in base al prodotto che se ne poteva ricavare e si concludeva dopo varie fasi alternate di ebollizione e condensazione. I chimici del livello 36 non facevano altro che combinare l’essenza con altri prodotti per ottenere bevande, detergenti, olii cosmetici o lubrificanti: il grosso del lavoro, l’estrazione dell’essenza, spettava appunto agli estrattori, che erano allo stesso tempo operai, tecnici specializzati, naturalisti e chimici. Dalla loro competenza dipendeva la riuscita dell’intera raccolta. Per questo non smettevano mai di studiare e di aggiornarsi: era l’efficacia dei protocolli a fare la differenza tra un lauto guadagno e il collasso finanziario, senza contare che nessuna ditta, incluse le più grandi, poteva permettersi di essere più lenta e meno efficiente delle altre.
Mi piaceva tantissimo ascoltare le intricate discussioni su argomenti incomprensibili ai profani. All’inizio non capivo niente, perché era un tale proliferare di acronimi e di numeri, che sembrava la lingua di un’altra prefettura. Con il tempo però imparai a sciogliere quasi tutti gli acronimi e a interpretare i numeri. Alla terza migrazione potevo anche dire la mia. A volte mi sentivo quasi parte del gruppo e fantasticavo di unirmi alle squadre di raccolta. Ma non avrei mai voluto fare quel mestiere. Di sicuro non li invidiavo. Sentire caldo o freddo? Prendere la pioggia? Annusare l’odore dell’erba e del vento? Chi potrebbe desiderare questo genere di cose? Le meduse le avevo viste, di tutto il resto facevo benissimo a meno.
Dugal era molto invecchiato dal giorno che l’avevo conosciuto. Siccome aveva divorziato per la seconda volta, si era dovuto riadattare a vivere da solo. Era seccante, considerato che non sapeva cucinare, lavare, rammendare e così via. Senza contare che sua moglie lo chiamava anche tre volte al giorno per riempirlo d’insulti e di minacce. Ma l’aspetto peggiore riguardava sua figlia Cona. Cona ce l’aveva a morte con lui perché lo incolpava del divorzio. Una volta lo adorava, ora non voleva né meno vederlo. Si comportava esattamente come i fratelli più grandi, i figli che Dugal aveva avuto dalla prima moglie. Anche loro non volevano vederlo. Il maggiore, per esempio, si era sposato e aveva avuto una figlia, ma non aveva invitato suo padre né al matrimonio né alla festa per la nascita.
Poi c’erano i soldi. Con i soldi Dugal aveva un rapporto addirittura peggiore che con le mogli e con i figli. Era indebitato con tutte le finanziarie della città e pure con una banca di Tripoli che aveva dei delegati al livello 189: la spuma la beveva solo se la offriva qualcuno. Inutile dire che nove volte su dieci quel qualcuno ero io.
Nell’ultimo periodo era diventato sempre più cupo e rancoroso. Non che fosse mai stato simpatico, ma ora riusciva a contagiarmi con il suo malumore. S’infiammava per ogni bazzecola e veniva alle mani tutte le sere. L’unico con il quale non litigava ero io. Non so perché. Lui mi parlava della sua vita e del suo lavoro, e io non gli dicevo mai che stava sbagliando tutto, come faceva il resto di Mem. Magari questo significava qualcosa per lui.
«Se non hai né meno un amico che non gli hai fatto saltare i denti, allora forse qualcosa non funziona nella tua testa» mi disse una volta. Mi guardava con affetto. Ma aveva davanti quattro bicchieri vuoti di spuma e due di vino sintetico. Si ubriacava quasi tutte le sere. Con le mie cuspidi.
E ancora le cose non andavano così male come andarono in seguito.
Ricordo ancora con precisione il momento che tutto cominciò a precipitare. O meglio, il momento che mi accorsi che tutto stava già precipitando da un pezzo. Alla vigilia della mia quinta migrazione, ero al bar con Dugal e una dozzina di altri estrattori. Guardavamo un’incontro di aviopalla alla televisione. Tra gli estrattori serpeggiava la solita, scomposta frenesia che precedeva l’arrivo della colonia, acuita da una recente ridistribuzione dei lotti che aveva reso difficili i rapporti fra le ditte. Chi era stato sfavorito dalla ridistribuzione accusava le altre ditte di aver corrotto i funzionari della prefettura, chi invece si era ritrovato con lotti più grandi e migliori accusava gli altri di non voler spartire. Occhiatacce e mugugni riempivano il locale. A volte scoppiava una rissa. A dire il vero la ridistribuzione dei lotti non era una novità. Il Commissariato per le Concessioni giocava quasi tutti gli anni a questo incomprensibile gioco, che aveva spesso effetti grotteschi. Soprattutto perché sembrava dettato dal capriccio: ditte molto grandi e ben fornite di uomini e mezzi si trovavano clamorosamente sfavorite dall’assegnazione di lotti poco fruttuosi, sui quali passava solo una piccola propaggine della colonia, mentre ditte piccole e senza capitali si scoprivano concessionarie di tre o quattro lotti pianeggianti che gli estrattori non sarebbero mai riusciti a coprire per intero.
Si discuteva, si litigava, ogni tanto partiva un manrovescio.
La solita solfa.
Anche Dugal si lamentava. La raccolta non prometteva bene. Alla sua ditta il Commissario aveva assegnato tre lotti contigui, tagliati da una costa rocciosa che sollevava le funi, rendendole praticamente inutili per un terzo della lunghezza. Questo significava una resa minima. La ditta rischiava il fallimento e Dugal di perdere la stagione.
«I soldi mi servono» mi confidò. «Se i dividendi non arriverranno almeno a ventimila cuspidi, mi toccherà rivolgermi a uno strozzino.»
Gettò un’occhiata nervosa oltre le mie spalle e si zittì. Mort, uno degli estrattori più esperti, si era appena seduto accanto a me. Dugal tornò a guardare la partita, che la sua squadra, la Micoki, vinceva sedici a quattro. Mi rivolsi a Mort. Gli domandai cosa avesse. Il suo umore era perfino peggiore di quello di Dugal.
«Sono in ritardo» disse con un filo di voce.
Dugal si voltò con gli occhi di fuori e si mise a fissare Mort senza dire una parola. Doveva sapere qualcosa anche lui, ma di certo giudicava un errore parlarne.
«Non è mai successo» riprese Mort. «In trentadue anni di questo mestiere, non ho mai visto le meduse tardare tanto.»
Dugal mi spiegò brevemente: «A questo punto le sentinelle dovrebbero aver già avvistato le cupole più alte. O almeno si dovrebbe sentire l’odore della colonia nel vento. Niente puzza più della colonia, come sai.»
«È mai successo che sia saltata una migrazione?»
Ci fu un momento di silenzio. Poi Dugal si mise a ridere: «Che sciocchezza, Crim. Le migrazioni non saltano. È da secoli, anzi da millenni che le meduse passano davanti alla città due volte l’anno. Finirà il mondo prima che succeda una cosa del genere. Sono in ritardo, tutto qui.»
Dugal faceva finta di prendermi in giro, ma era seccato. Mi girai verso Mort, ma ora guardava il bancone e sembrava ancora più seccato di Dugal. Compresi di aver esagerato. Un conto era dire che le meduse erano in ritardo, un altro era saltare a conclusioni e mettersi a parlare di migrazione mancata. Nessuno era più superstizioso degli estrattori.

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