Migrazioni 3 – Parte II

Nei giorni successivi il fermento crebbe. Le incombenze erano tante. Prima di tutto occorreva sistemare i trattori che raccoglievano e immagazzinavano i filamenti: macchine ben progettate e funzionali, ma anche molto delicate, bisognose di continue attenzioni. Quando si cominciava a lavorare sui lotti, tutto doveva funzionare alla perfezione, perché il tempo era poco e i filamenti da raccogliere tantissimi. Se i motori s’ingolfavano, se le spazzole non giravano alla giusta velocità, se gli uncini laceravano i filamenti invece di raccoglierli, se i tubi aspiranti s’intasavano, se l’interno dei pozzi di raccolta non era sterile, si rischiava di perdere tonnellate di prodotto e migliaia di cuspidi. Così smontare da cima a fondo ciascun trattore e vagliare la funzionalità e lo stato di usura di ogni singolo pezzo era ritenuto indispensabile. Poi si passava alla pianificazione. Siccome i filamenti evaporavano entro poche ore, occorreva scegliere con la massima cura le sezioni dei lotti da coprire per prime, così da ridurre al minimo le perdite. E allora si vedevano gli estrattori chini sulle mappe e sui rapporti della Stazione Climatica anche tre giorni di fila, tutti presi a calcolare per quante ore ogni singolo fazzoletto di terra rimanesse al sole e per quante all’ombra e a stimare i diversi tempi di lavorazione a seconda del tipo di suolo (compatto, sabbioso, roccioso o impervio), fino a quando le loro teste non si mettevano a fumare per lo sforzo.
Il resto del tempo gli estrattori lo passavano a litigare. E litigavano davvero tanto. Ogni parola dava adito a mille battibecchi. Scoppiava almeno una rissa a serata. Dove compariva una tuta da estrattore, pochi minuti e succedeva qualcosa. Una sera Dugal si presentò al bar con un occhio pesto e la mascella gonfia. Disse di aver fatto a pugni perché un collega aveva cercato di fregargli un turno favorevole. In realtà, mi raccontarono in seguito, quell’altro aveva solo chiesto a Dugal di scambiare i turni perché sua moglie doveva ricoverarsi.
Niente di strano, a dire il vero. Prima della migrazioni gli estrattori avevano sempre i nervi tesi. Solo che stavolta erano perfino più tesi del solito: ancora nessuna medusa era apparsa all’orizzonte, né si annusava la puzza della colonia. E tutte quelle risse erano solo un modo per non pensare alle implicazioni di questa novità.
Poi il ritardo divenne eccessivo, e le risse e i battibecchi, invece di aumentare, cessarono del tutto. Tra gli estrattori non si parlava più di meduse. Questo mi fece capire quanto fosse grave la faccenda. Se domandavo a qualcuno, ricevevo risposte evasive. Dugal non parlava più di lavoro, ma solo di divorzi, figli ingrati e aviopalla. Deluso, decisi di farmi vedere un po’ meno al bar.
Tornai dopo una settimana di assenza, sperando che gli estrattori avessero notizie della colonia. Entrando, notai molti musi lunghi e nessun segno di risse e litigi. Compresi che non si sapeva ancora niente. Mi avvicinai a Dugal, che mi salutò appena. Nessuno diceva mezza parola. Sulle facce si leggeva il terrore che fosse arrivata la fine di qualcosa che non si credeva potesse finire.
Uscii assieme a Dugal. Era molto tardi. Passeggiammo fino alla Tubovia, camminando silenziosi sotto le lampade regolate al minimo per simulare la notte. Quei pochi che ancora se ne andavano in giro erano diretti a casa: agli inferi dei livelli sottostanti, la maggior parte, al lucente purgatorio dei livelli superiori, gli altri. Arrivati alla Tubovia, Dugal disse: «È colpa dei venti.»
Lo fissai senza capire.
«I venti sono strani. In questo periodo dell’anno il vento di mezzogiorno dovrebbe soffiare a tutta forza, portando banchi di nuvole dal mare. La colonia arriva sempre assieme alle nuvole. Ma il vento di mezzogiorno è molto debole. Non è mai stato così.»
«Cosa c’entra il vento con la colonia?» domandai.
«È il vento che muove la colonia. Un’ipotesi recente, che però ha senso, per come la vedo io. Alcuni osservatori della Stazione Climatica si sono accorti che le migrazioni seguono l’andamento dei venti stagionali. Sono dirette a nord quando spira il vento di mezzogiorno, a sud quando soffia la tramontana.»
«Vuoi dire che la migrazione non è uno spostamento volontario?»
«E chi lo sa? Cosa ne sappiamo delle meduse in fondo? Solo che passano davanti alla città due volte l’anno e che i loro filamenti sono buoni per un sacco di cose. Non sappiamo cosa siano di preciso, da dove provengano o dove vadano. E né meno se hanno una volontà propria.»
Si appoggiò alla parete della stazione tuboviaria. Accese una sigaretta e si mise a fumare nervosamente. Io pensavo alle meduse. Al vento che sospingeva quella massa sterminata. Era difficile credere che una simile meraviglia fosse condizionata dal regime dei venti. Ma Dugal aveva ragione: era sensato. Le meduse non sembravano fatte per spostarsi volontariamente. O per esprimere una volontà in qualsiasi altra forma.
«È colpa dei venti, ne sono sicuro» disse Dugal.
Tre giorni dopo le sentinelle tornarono dalle Pianure riferendo che avevano sentito la puzza della colonia, per quanto lieve. Le meduse erano in ritardo, ma arrivavano.
Tra gli estrattori ricominciò la frenesia: i preparativi per la nuova stagione ripartirono immediatamente. Le chiacchiere a vanvera tornarono a riempire i bar.
Solo Mort non partecipava dell’agitazione generale.
«È troppo lenta» mi spiegò.
«La colonia?»
«La colonia. È troppo lenta.»
«Può rivelarsi un problema? Intendo per la raccolta.»
«Chi lo sa? Ma le meduse sono davvero troppo lente. E il vento di mezzogiorno sta calando. Presto cambierà la stagione e scemerà del tutto.»
«Cosa significa?»
Mort non rispose. Mi rivolsi a Dugal, che aveva sentito tutto. Ma lui fece una smorfia di scherno e si mise a parlare male del mediano sinistro della Micoki, che doveva essere mandato a spalare carbone nelle caldaie, secondo la sua opinione. C’era la partita anche quella sera, e mi sembra inutile aggiungere che la Micoki stava perdendo.
Mort si alzò e sparì.
Nei giorni seguenti la colonia apparve all’orizzonte. Le sentinelle tornarono a Mem affermando di aver avvistato le cupole più alte. La puzza delle meduse subissava le Pianure. Molte sentinelle erano tornate alla base in preda alle allucinazioni e due erano addirittura finite in clinica. Ma la raccolta cominciava!
Una sera, arrivato al solito bar del livello 87, trovai gli estrattori chini sui rapporti delle sentinelle. Le sentinelle tracciavano con buona approssimazione la rotta della colonia, stimavano la sua grandezza (una stima piuttosto vaga, perché le proporzioni della colonia erano impossibili da quantificare) e calcolavano la velocità con la quale avrebbe presumibilmente attraversato la Piana di Mem. Notai che erano tutti molto preoccupati. Di nuovo. Il vento di mezzogiorno, calcolavano le sentinelle, soffiava a quattro funi. La velocità della colonia era di tre funi. Mi prese un colpo. Anche se non ero un estrattore, sapevo che una velocità di tre funi era molto inferiore a quella normale.
«Di questo passo» disse Kidna, tamburellando con le dita su una mappa, «impiegheranno il doppio del tempo per attraversare le Pianure. Non tre mesi ma cinque. Forse sei.»
«Quando le ultime meduse avranno lasciato un lotto» disse un tizio di nome Gurwald, impiegato nella stessa ditta di Mort, «i filamenti delle prime saranno già quasi evaporati.»
Gli altri protestarono. Nessuno poteva concepire una simile catastrofe. La colpa era delle sentinelle, che non sapevano fare i calcoli e diffondevano il panico con le loro teorie fantasiose.
Mort ricondusse tutti alla realtà. Ci vedeva anche dell’altro in quei numeri.
«Il problema è più grave» annunciò.
Cadde anzi rovinò il silenzio.
Era rischioso uscirsene con una frase del genere davanti a un pubblico di estrattori. Se gli estrattori si convincevano che uno metteva a rischio gli affari attirando la sfortuna, finiva immancabilmente che lo pestavano. Poi facevano come se il menagramo non esistesse. E se il tipo s’ostinava a esistere, lo pestavano ancora e ancora finché non capiva. Bisognava fare molta attenzione quando si parlava con un estrattore. A un pubblico di estrattori era meglio non parlare e basta.
Mort non si fece intimorire. «A preoccuparmi non è la forza del vento. Il vero problema è che il vento non durerà abbastanza a lungo. L’estate è quasi finita, e presto arriverà la bonaccia equinoziale. I segni ci sono tutti: le nuvole che provengono da sud hanno il colore del piombo e portano piogge sempre più intense. E presto i temporali estivi diventeranno burrasche.»
«Sciocchezze» disse qualcuno nella platea.
Kump, un giovane estrattore dai modi bruschi e dal manrovescio facile, fece qualche passo verso Mort. «Che discorsi sono, Mort? Cos’è, stai cercando di attirare la sfortuna? Vuoi vederci tutti in rovina?»
Si metteva male. Il gruppo di estrattori si chiuse attorno a Mort, impedendogli la fuga. Jora, un piccoletto nervoso che rideva in continuazione puntò il dito contro Mort. «Forse Mort è diventato ricco e può anche fare a meno dei dividendi. Per questo si permette di parlare così.»
«O forse vuole ostacolare la raccolta» disse qualcun altro.
«A cosa miri, Mort? Cosa ci nascondi?»
Mort si spazientì: «Sciocchi! Cosa credete che succeda quando il vento di mezzogiorno scemerà e la colonia sarà ancora a metà del percorso? Cos’altro la spingerà attraverso le Pianure?»
L’ostilità crollò di colpo. Ora tutti fissavano Mort con evidente stupore e malcelato terrore. Nessuno aveva pensato, aveva osato pensare, a questa possibilità. Ma ora nella mente di tutti c’era l’immagine della colonia, nel momento che la bonaccia equinoziale avrebbe chiuso gli occhi all’estate morente. Ferma. Davanti alla città. Fino all’arrivo della tramontana, al principio della stagione fredda. Per oltre due mesi.
Il raccolto perduto, i dividendi sfumati: roba da poco, al confronto. La colonia ferma davanti alla città, immobile, in assedio, era la cosa peggiore che si potesse immaginare. Rabbrividimmo tutti al cospetto di quel tenebroso futuro. Anche i più coraggiosi, anche quelli che si erano spinti fino alle pendici del Bentu o si erano bagnati con la schiuma marina sugli scogli muschiati di Fagerl o avevano passato ore e ore a guardare deliberatamente fuori… tutti. Perché tutti a Mem, compresi gli estrattori, compreso me, compreso il prefetto Cristoffersen con la sua schiera di galoppini, avevano terrore delle meduse.
Tornai a casa. Noemi era a letto. Le tende erano accostate. Non andai alla finestra come al solito. Mi coricai sul letto con i vestiti ancora addosso.
Ascoltai il respiro di Noemi per qualche minuto. Poi la scrollai. Lei si svegliò subito, perché il suo sonno era molto leggero. Mi guardò con la fronte corrucciata. In realtà non sapevo perché l’avevo svegliata. Durante il tragitto in Tubovia avevo pensato a lei tutto il tempo, sola nel cubicolo silenzioso. Avevo immaginato la finestra che spargeva in casa i colori della colonia. La colonia era ferma davanti alla città, le membra evanescenti sospese sopra la prateria. E guardava, guardava dentro il nostro cubicolo attraverso la finestra, e nel cubicolo c’era Noemi, sola e terrorizzata, annientata da quello sguardo che nessuna tenda poteva schermare.
Decisi di prepararla a quello che stava per succedere: «Forse ci saranno delle novità, alla prossima migrazione.»
Noemi mi fissò: «Crim, non puoi svegliarmi nel cuore della notte per parlarmi di meduse.»
«No, aspetta. Il vento di mezzogiorno…»
«Non m’interessa. Buona notte.»
Mandai un sospiro. Poi mi alzai dal letto e incominciai a spogliarmi.

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7 pensieri su “Migrazioni 3 – Parte II

  1. Crim. Cercavo un nome e l’ho trovato.
    Le meduse che influenzano l’umore di tutti. Nervosismo elettrico, parole non dette, insofferenza. Queste le sensazioni a pelle di questo post. Scrivi bene, asciuttissimo, ma ancora devo fare miei i tuoi linguaggi, anche se poi suscitare impressioni è per me più importante, e ci riesci benissimo. Sono ancora un po’ frastornata dalla trama così lontana da me, MA NON MOLLO EH…!

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