Migrazioni 4 – Parte I

Dalla finestra di casa mia si vedevano le migrazioni. La finestra è molto grande, occupa quasi per intero la parete di fondo del cubicolo, ma siccome il muro nel quale è incassata è spesso nove cubiti, si trova in fondo a questa specie di galleria, che restringe drasticamente la visuale. Guardando fuori dal soggiorno, anche avvicinandosi il più possibile alla lastra, si vede solo una strisciolina verde di prateria sotto una cupola a volte azzurra, altre volte marezzata dalle nuvole, altre volte opaca e sbiadita. Di notte si vede ancora meno: un viola vellutato, alcune stelle (le poche volte che c’è bel tempo), e di rado, ma proprio di rado, una o due notti l’anno, appena un’unghia di luna. Cosi la colonia arrivava all’improvviso, senza che niente l’annunciasse, eccetto un tenue riverbero sul ventre delle nuvole. Se si guardava la finestra al momento dell’arrivo, si vedeva questo sipario dai colori indefinibili chiudersi pian piano sul fondale della prateria, fino a nasconderlo del tutto. Luccicava ancora un po’ di cielo nella parte più alta del riquadro, quanto bastava a dare un’idea approssimativa delle dimensioni della colonia, mentre il resto delle Pianure Occidentali non c’era più, cancellato dall’inenarrabile vista.
Fu così anche l’ultima volta. Solo che il sipario si chiuse più lentamente del solito, molto più lentamente, e la cancellazione delle Pianure fu un lungo, tremulo supplizio. Era quasi sera. Noemi non era ancora rientrata dal lavoro e forse non sarebbe rientrata affatto, iniziavo a temere. Mi accorsi subito che qualcosa non andava. La colonia era oppressa da un male senza nome, da una desolante vecchiezza. Non c’era più nessuna gioia in quell’immagine, nessuna meraviglia nel rito millenario della migrazione. Ero sconfortato. E pieno di disgusto. Perché la vecchiezza che affliggeva le meduse non era solo desolante, ma anche eccessiva, deliberata, fasulla. Come se mirasse a uno scopo.
Quello che più temevo, quello che più terrorizzava gli estrattori, il presagio che aveva turbato i sogni di tutti coloro che s’interessavano in qualche modo alla vita della colonia, era realtà. Fissavo la scena a occhi sgranati, perfino più sbalordito della prima volta che avevo visto le meduse. Era innegabile, ma profondamente misterioso.
I venti, l’estate morente, l’imminenza della bonaccia equinoziale. Nessuna di queste spiegazioni aveva senso.
Chiusi le tende.
Andai al bar, che trovai molto affollato. Gli estrattori erano appena tornati dall’ispezione dei lotti e avevano certe facce lunghe. Facevano gruppo in mezzo al locale, in piedi o seduti sul bordo dei tavoli da gioco, e parlottavano a bassa voce. Solo Mort, generalmente odiato e osteggiato a causa delle sue previsioni catastrofiche, restava in disparte, seduto a un tavolo d’angolo. Non partecipava alla discussione, ma ogni tanto rispondeva agli insulti con un’alzata di spalle.
Mi avvicinai a Dugal. Era impegnato in una concitata conversazione con gli altri estrattori. Anzi, stava tenendo una specie di conferenza:
«Mi meraviglio di voi! Estrattori con vent’anni di esperienza che piagnucolano come bambini. Roba che né meno mia figlia di nove anni. Non potete credere davvero che la colonia si fermi! È impossibile! Chi parla così» gettò un’occhiata in tralice a Mort, «ignora o finge di ignorare le basi stesse di questo mestiere. C’è bisogno che ve lo spieghi? Le meduse sono gelatina. E la gelatina è acqua e aria e poco altro e si sposterebbe lo stesso anche se ci alitasse sopra mio padre, che ha lavorato alle caldaie per quarant’anni e quando respira sembra un sifone. Finisce il vento, e la colonia si ferma? Fesserie! Né meno con un migliaio di ancore tutta quella gelatina potrebbe fermarsi così di colpo. Mia figlia si metterebbe a ridere, sentendo una cosa del genere. Basta l’inerzia a spingere la colonia oltre le pendici del Bentu molto prima che la tramontana ghiacci gli ultimi germogli.»
Annuivano tutti. Il discorso li convinceva. Si trattava di nozioni che ogni estrattore conosceva benissimo. Ma erano turbati lo stesso. Incluso Dugal. Quel mattino, alcuni estrattori avevano ricalcolato la velocità della colonia, non fidandosi dei rapporti delle sentinelle. A ragione, visto che le sentinelle avevano sbagliato i calcoli. Sovrastimando la velocità della colonia. Le meduse non andavano solo piano: stavano addirittura tirando il freno.
Più tardi, Dugal passeggiò con me fino alla Tubovia. Mi ripeté il discorso sull’inerzia. Le sue argomentazioni erano indiscutibili, la logica stava dalla sua parte. I calcoli sulla massa della colonia, per quanto approssimativi, parlavano chiaro: le meduse erano più leggere dell’aria e più sensibili al vento delle nuvole. Anche la bonaccia era in grado di soffiarle via per leghe e leghe di distanza. Sotto la sferza del vento di mezzogiorno la colonia avrebbe continuato a circumnavigare il globo all’infinito, se il vento di tramontana non fosse intervenuto a risospingerla verso sud. Si trattava di nozioni elementari, insisteva Dugal, e anche sua figlia di nove anni lo avrebbe capito.
Voleva convincere soprattutto se stesso. Io lo ascoltavo e gli davo ragione, ma non potevo dimenticare quello che avevo visto. E né meno lui. Era stato fuori con gli altri, osservando da vicino quello che io avevo solo potuto intravedere attraverso la finestra, e sapeva che la verità non si nascondeva dietro i numeri, ma in fondo agli occhi.
Prima di salutarci, mi afferrò per un braccio: «Ascoltami con attenzione, Crim» bisbigliò. «Io sono sicuro che la faccenda si risolverà: il passaggio della colonia sarà più lento del solito, l’intervallo tra questa migrazione e la prossima sarà più breve, di sicuro perderemo un sacco di materia prima e di cuspidi. Ma l’anno prossimo ci saremo dimenticati di tutta questa storia. E avremo anche recuperato le perdite.»
Le sue sopracciglia si avvicinarono. I suoi occhi si trasformarono in piccoli fori lucenti.
«Ma se non fosse così, se davvero le meduse si fermassero in mezzo alla Piana di Mem, allora dovrai fare attenzione a chi busserà alla tua porta. Perché la finestra ti metterà in pericolo.»
«Cosa vuoi dire?»
«Non voglio dire niente. Io non voglio mai dire niente. Dico e basta. Ma non c’è da preoccuparsi. Andrà bene. La migrazione sarà più lenta, perderemo un mucchio di soldi, il lavoro sarà perfino più rognoso del solito, ma ce la caveremo. Avremo i nostri due raccolti annuali e brinderemo con l’essenza nuova al principio dell’autunno.»
Era un po’ ubriaco. Mi stringeva il braccio fino a farmi male. Quando arrivò la capsula diretta al mio livello, m’infilai subito dentro, sollevato. Però mi dispiaceva per Dugal. Mentre la porta della capsula si chiudeva con un soffio, e i campi elettromagnetici sospingevano la capsula verso il tubo contrassegnato con il numero 147, gli rivolsi un sorriso di incoraggiamento, che lui si guardò bene dal restituire. Erano tre anni che Dugal non sorrideva. Se ne andò, le mani in tasca, verso le tubazioni dirette ai livelli inferiori. Le sue gambe tremavano, e doveva fare un certo sforzo per camminare dritto. Ultimamente era spesso ubriaco e non la smetteva un istante di lamentarsi e polemizzare. Forse quella storia del fai attenzione a chi bussa alla tua porta era davvero solo un delirio da ubriaco.
O forse no.
Passarono alcuni giorni. La finestra si riempì della colonia. Io però non passavo le giornate a guardar fuori. Le tende erano spesso accostate. Noemi non lo sapeva perché era via tutto il giorno, ed era via tutto il giorno perché temeva di trovare le tende aperte. Quando rincasava e le scopriva chiuse, restava a bocca aperta. Ma supponeva che le chiudessi per riguardo, non che rimanessero chiuse tutto il giorno. Una sera mi venne vicino, mentre sedevo in poltrona a guardare la tv, e mi carezzò la nuca. Era da tantissimo tempo che non mi toccava. Volevo dirle la verità, che avevo smesso di guardare fuori, ma temevo che non mi credesse.
Così le lasciai credere quello che voleva.
Non sapeva né meno che la colonia andasse così piano. Non le avevo detto ancora niente perché non voleva sentir parlare di meduse, ma soprattutto perché non sapevo come dirglielo. E poi ero piuttosto sicuro che la notizia non trapelasse: gli unici che avevano qualche possibilità di diffonderla o erano emarginati dal resto della popolazione, come gli estrattori, o difendevano con strati e strati di tende e tappezzeria le proprie case dall’assalto visivo delle meduse, come la stessa Noemi e la maggioranza degli altri possessori di finestre, o erano generalmente giudicati morbosi e inavvicinabili, come me e i pochissimi altri che avevano il coraggio di guardar fuori di proposito. Se Dugal aveva ragione, se niente di terribile stava davvero per succedere, allora immaginavo che fosse meglio per Noemi rimanere all’oscuro.
Ma m’illudevo. La notizia era già trapelata. In qualche modo il nervosismo degli estrattori contagiava il resto della città, scavalcando blocchi e recinzioni sociali. O forse era il potere delle immagini che la colonia scolpiva nella mente di chi aveva la possibilità e la volontà di guardarla a oltrepassare ogni difesa, dalle spesse mura delle torri alle mura più sottili ma meno penetrabili dell’esclusione sociale. L’intera Mem era preda di una grande agitazione. Si vedevano facce lunghe a ogni angolo di corridoio, espressioni di disagio o di paura riecheggiavano in molti locali pubblici e in molti cubicoli. Quelli che si presentavano al livello 118 avevano un’aria sempre più afflitta e chiedevano sempre più spesso di dormire per il resto della loro vita, sognando cose incolori e tranquillizzanti come i lavandini in ceramica smaltata o i flessibili in rame; un paio di loro chiese addirittura di morire in modo atrocemente doloroso, pur di togliersi da dosso tutta quell’ansia.
I telegiornali riportavano un numero sempre più alto di casi di follia: mariti che si svegliavano nel cuore della notte e uccidevano moglie e figli, madri che soffocavano i neonati nella culla, infermiere che imbottivano i pazienti di essenza medicinale e poi li guardavano morire. Senza contare gli incubi, che opprimevano tutti. Te ne stavi alla Tubovia ad aspettare la tua capsula o facevi la fila al supermercato, e sentivi, immancabilmente, qualcuno che raccontava un incubo a qualcun altro. E quello che ascoltava aspettava il suo turno per raccontare un incubo quasi uguale. Nessuno se ne rendeva ancora conto, nessuno voleva rendersene conto, ma era chiaro che l’intera città stava facendo lo stesso sogno. Nel sogno c’era Mem, avvolta da un silenzio spettrale, e l’aria all’interno delle mura diventava sempre più densa e viscosa, finché non si trasformava in gelatina, e una folla di sette milioni di annegati ci galleggiava dentro. E la cosa peggiore non era la fine di Mem: era la percezione di questa smisurata, sovrumana coscienza che contemplava tutta quella morte e non ne soffriva né gioiva, ma contemplava e basta, all’infinito.

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