Migrazioni 4 – Parte II

Una notte mi svegliarono dei suoni soffocati. Noemi gemeva sommessamente, stringendo con forza il guanciale. Poi i gemiti divennero pianto, e Noemi incominciò a divincolarsi convulsamente e a mormorare frasi smozzicate.
Cercai di abbracciarla, ma lei si agitò così tanto, che dovetti svegliarla.
Aprì gli occhi a fatica. Era tutta sudata, le palpebre gonfie e pesanti. Le occorsero alcuni minuti per riconoscermi.
«Stai tranquilla» dissi, carezzandole la fronte. «È solo un incubo.»
Mi fissò senza parlare. Poi sgranò gli occhi, si alzò dal letto e andò alla finestra. Prese un lungo respiro. Aprì le tende.
Non sobbalzò. Ma strinse involontariamente le ginocchia e si portò le mani alla faccia, come per difendere gli occhi da quello che vedeva. Rimase in quella posa talmente a lungo, che iniziai a spaventarmi. Poi si allontanò dalla finestra.
Era furiosa. «Lo sapevi?» domandò, indicando la colonia.
Scesi dal letto e mi avvicinai alla finestra per guardar fuori. Alla luce delle stelle (era una notte di luna nuova), la colonia mandava i soliti indefinibili bagliori, tremolando al tocco del vento. E anche se non si trattava di un vento da nove o dieci funi, a giudicare dalle oscillazioni dei filamenti, non era né meno una brezza o un venticello. Eppure l’avanzare della colonia era quasi impercettibile. Un po’ avanzava ancora, ma poco e con scarsissima lena. Sembrava che le meduse andassero avanti solo perché non potevano fare altrimenti.
«Non sono ferme» mi difesi. «Vanno piano. Ma non sono ferme. È colpa del vento di mezzogiorno, che è troppo debole. Ma gli estrattori dicono…»
Noemi m’interruppe con uno sguardo di esasperazione: «Lascia perdere gli estrattori! Guarda! Ti piace tanto guardare, no? E allora fallo! Ora che c’è davvero bisogno che guardi, diventi cieco? Non m’importa se sono ferme o vanno piano. M’importa che non sono mai state così.» Mi afferrò per un braccio e mi trascinò alla finestra. «Perché ora è diverso? Cosa significa?»
«Non sono ferme» ripetei. «Vanno piano perché il vento di mezzogiorno è troppo debole. In questa stagione dovrebbe soffiare a nove dieci funi. Invece soffia a tre funi. Ma basterà l’inerzia a spingere la colonia oltre le Pianure.»
Noemi fece un gesto spazientito e si allontanò, come se non tollerasse più la mia vicinanza. Mosse alcuni passi verso la cucina, ma tornò subito indietro, ancora più furiosa:
«Da quanto non dormi?»
La fissai senza rispondere.
«Da quanto non dormi?» insisté.
«Che domande. Da pochi minuti. Stavo dormendo, quando ti ho sentito piangere e mi sono svegliato.»
«Bugiardo. Da quanto tempo non dormi?»
«Non capisco perché mi aggredisci.»
«Rispondi!» gridò.
«Ma non saprei…»
«Da quando è iniziata la migrazione, non è vero?»
«No, non credo. Da meno. Da due o tre giorni al massimo. Forse da una settimana.»
«Bugiardo. Sono settimane che faccio lo stesso sogno. Che tutti quelli che conosco fanno lo stesso sogno. Ho capito solo ora perché non volevo né meno pensare a una simile possibilità. Ma uno ossessionato come te dalle meduse, uno che passa tutto il giorno a fissarle a occhi spalancati non può non aver capito all”istante. Se credi ancora che quelle cose se ne andranno è perché non hai fatto il sogno che stiamo facendo tutti, e non l’hai fatto perché nelle ultime settimane non hai chiuso occhio. Non se ne andranno, Crim. E non si stanno fermando perché il vento cala, ma perché vogliono fermarsi.»
«Ma Dugal…»
Sedette sulla poltrona e si prese la testa tra le mani. «Stai zitto, per favore.»
Passò qualche minuto. Io me ne stavo in piedi, le mani lungo i fianchi, incapace di far altro che aspettare. Noemi, le spalle curve, le ginocchia vicine, scuoteva la testa come per liberarla da una morsa.
«Cosa succederà?» disse.
«Non succederà niente. Non lasciarti suggestionare da un sogno. Se ne andranno.»
Mi guardò con gli occhi umidi. La rabbia era scomparsa. Ora era solo spaventata. «Lo pensi davvero o lo dici per tenermi buona?»
«Lo penso davvero.»
Mi avvicinai, senza osare toccarla. «Non possono farci niente, Noemi. Sono gelatina. Acqua. Anche se una di loro ci aggredisse, non farebbe altro che inzupparci e basta.»
«Ma se ne andranno?»
«Te l’assicuro. Non vogliono fermarsi. Non sono in grado di volere qualcosa. Non hanno un cervello o roba così. Si muovono solo perché le spinge il vento. Ora chiudo le tende, ti va? Torniamo a dormire. Domattina queste brutte impressioni saranno lavate via dalla luce.»
Lei fece sì con le testa e tornò a letto.
Però era vero che non dormivo dall’inizio della migrazione. Me ne resi conto solo in quel momento. Le notti in bianco erano la norma durante le migrazioni, perché non riuscivo a staccarmi dalla finestra. Ma stavolta era diverso. Se non dormivo, non era a causa dell’ossessione per la colonia.
Avevo paura.
Ero certo di trovare le risposte alle mie domande, se mi fossi messo a sognare. E già faticavo a tollerare le domande.
Trascorse qualche altro giorno. L’agitazione in città aumentava di ora in ora, come una tenebrosa marea. Senza che (quasi) nessuno ne capisse il motivo. La coscienza sovrumana che infestava i sogni dell’intera Mem, Noemi alla fine era riuscita ad attribuirla alle meduse, ma gli altri non potevano darle nome. Gli esperti della televisione s’interrogavano con enfasi sulle sorti della città, deprecandone l’improvvisa e inspiegabile decadenza morale, mentre prefetto e commissari tuonavano dall’alto dei loro seggi contro i profanatori della quiete pubblica. Ci fu anche una campagna stampa contro la corporazione degli estrattori, che gli opinionisti più in voga additavano come principale fonte dei disordini. Anche se gli estrattori se ne stavano buoni nel loro angolino e non litigavano più né meno tra di loro.
Le uniformi della Clessidra Bianca brulicavano ormai su ogni livello. Si avvertiva sempre più spesso l’eco tormentosa dei fischietti a onde cefaliche. E anche se erano miei colleghi alla S.O.R.D.O. (e quasi tutti di rango inferiore), quando incrociavo uno della Sottosezione Zero nei corridoi, con i doppi triangoli bianchi a occhieggiare sinistri sulle spalle e sulla schiena, ero colto da un brivido.
Poi successe qualcosa che cambiò tutto. Un altro momento che ricordo con molta chiarezza, come quando Mort aveva parlato per la prima volta della colonia in ritardo. Ero al lavoro. Di fronte a me sedeva questa ragazza di circa vent’anni, con il naso all’insù, lunghi capelli color miele e splendidi occhi azzurri. Molto graziosa, ma solo una dei tanti che fingevo e ancora fingo di ascoltare ogni giorno: niente sarebbe rimasto di lei, se non fosse stata con me in quel particolare momento. Ancora oggi, invece, dopo tanti anni, mi basta chiudere gli occhi per rivedere l’espressione di intenso imbarazzo che le animava il volto. Le mancava il coraggio di fare la sua richiesta. Si era impelagata in un lungo, aggrovigliato discorso che sembrava riguardare qualcosa di molto, forse troppo personale. Avevo già preparato la scheda azzurra e la tenevo sotto mano per chiudere il colloquio non appena avesse cominciato a scendere nei dettagli. Ma non dovetti interromperla. Le parole evaporarono all’improvviso dalla sua bocca, perché le parole sono aria, e l’aria era appena svanita dalla sala udienza della prima sottosezione come da ogni altra parte di Mem. L’aria se ne stava nei polmoni, risucchiata dal trasalimento collettivo più lungo e meglio sincronizzato che Mem abbia mai scelto di dimenticare.
Mi ancorai alla sedia con le gambe, mentre le braccia stringevano forte il ripiano della scrivania. Il cuore era sprofondato in posti che non dovrebbe né meno conoscere, poi era risalito, ma troppo in alto, e mi aveva quasi strozzato. Mi sentivo come se fossi morto e poi mi avessero detto: no, guarda, c’è stato uno sbaglio, torna pure a vivere.
Un’onda d’urto di inesprimibile violenza aveva percosso la sala udienze del livello 118, e lo stesso era avvenuto nel resto della città, dalle radici fino ai rami, dalla periferia fino al centro. Tutto si fermò. Le mani chiuse si aprirono, le mani aperte si strinsero a pugno, le bocche divennero afasiche, gli occhi si rifiutarono di vedere. Sette milioni di persone (inclusi i morenti e i neonati) rimasero impalate a fissare il vuoto, scosse da un sobbalzo interiore che nessuno di noi aveva mai sperimentato. L’intera Mem ondeggiò, fremette, si dilatò come per esplodere e poi si restrinse e avvizzì, soffocando i suoi figli nelle spire di metallo.
Quando riuscii a guardarmi attorno, vidi che la ragazza strabuzzava gli occhi come se si trovasse di fronte al suo desiderio più nascosto, quello che aveva cercato invano di confidarmi. Solo che ora il desiderio si era disperso, divorato da qualcosa di più grande.
Non più importante o più vero, solo più grande.
«Cos’è successo?» mi domandò.
Non sapevo rispondere. Come facevo a spiegarlo?
«Non possiamo più illuderci» riuscii a dire. «Tutto qui.»
Paradossalmente, comprese.
Le porsi la scheda azzurra, ma scosse la testa. Andò via.
In seguito, le televisioni accertarono che il fenomeno aveva coinvolto tutti gli abitanti di Mem, nessuno escluso, e tutti nello stesso istante: non c’era alcun bisogno di accertarlo, ma le televisioni lo accertarono lo stesso. Poi si dedicarono alla stima dei danni. Alla scossa erano seguiti cosi tanti disastri e disgrazie, che i notiziari ne furono sostentati per settimane. Mentre eravamo rinchiusi, Noemi mi raccontò che nella sua clinica erano morte sette persone, a causa dell’improvvisa distrazione di medici e infermieri. Lo stesso doveva essere avvenuto nelle altre cliniche della città. Cosi come nei cantieri, nelle officine, nei laboratori. Innumerevoli esplosioni, folgorazioni, cadute, schiacciamenti, stritolamenti, soffocamenti, annegamenti causarono almeno un migliaio di feriti e diverse centinaia di morti. Ma non capitarono solo disastri: alcuni furono salvati dalle mani di un medico incapace, altri scamparono all’appuntamento con il loro assassino, altri ancora mancarono il passo che li avrebbe spinti giù da un camminamento o portati a spiattellarsi sotto una trave da cinquemila libbre.
Ogni episodio fu analizzato, sezionato, eviscerato da giornalisti, esperti, opinionisti di ogni genere; finché, dopo tanto parlare e arrovellarsi, l’intera faccenda si ridusse a due sole, insignificanti parole: isteria collettiva.
Il collegamento con le meduse nessuno osò mai proporlo, né meno dopo la guerra.
Noemi e io però sapevamo cos’era successo. E così Dugal e gli altri estrattori. Mort si rintanò nel suo cubicolo ad aspettare la Clessidra Bianca e la vendetta dei colleghi, che lo incolpavano della terribile sventura.
Le meduse erano ferme.

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