Migrazioni 5 – Parte I

Dalla finestra di casa mia si vedevano le migrazioni. Dopo la guerra invece non si vide più niente, eccetto la strisciolina verde delle Pianure e la cupola multicolore del cielo. E la melma, almeno nei primi giorni. La melma, un immenso fiume nero che si estendeva a perdita d’occhio, da orizzonte a orizzonte, e che i trattori navigavano alla ricerca di materia prima scampata alla crematura, era il lascito della guerra, il bottino della trionfale campagna per la quale la città non ebbe né meno modo di esaltarsi o anche solo di spendere un sorriso.
La guerra durò poco. Appena qualche giorno. E nessuno ne parlò mai, dopo che si fu conclusa, non trapelò mai alcuna notizia. Ma pochi rimasero all’oscuro. Forse nessuno. Quanto alle conseguenze, be’, le ditte avevano immagazzinato così tanta materia prima durante le raccolte degli anni precedenti, che i derivati cominciarono a scarseggiare solo due o tre anni più tardi. A un certo punto, se al bar si chiedeva una spuma d’essenza o una tisana a base d’essenza in spezieria, baristi e speziali incominciarono a fare no con la testa. Pochi mesi, e le persone smisero di chiedere.
La guerra incominciò lo stesso giorno che le meduse si fermarono davanti alla città. Dopo quel terribile istante di panico non finii il mio turno, ma andai subito a casa. Anche il resto della città fece lo stesso. I capi ufficio non impedirono ai sottoposti di assentarsi perché si erano già assentati da un pezzo, i dirigenti non rimproverarono la diserzione ai capi ufficio perché erano stati i primi a dileguarsi.
I soli rimasti al lavoro erano gli agenti della Clessidra Bianca, i neri aguzzini del prefetto Cristoffersen. Nel tratto di strada dall’ufficio alla Tubovia, notai molte uniformi nere che solcavano la folla. Centinaia di capsule speciali, piene zeppe di agenti e brigadieri, schizzavano nella Tubovia in ogni direzione. La mia capsula ritardò parecchio perché almeno tre capsule speciali le passarono davanti.
Era davvero ammirevole l’efficienza della Sottosezione Zero. Trascorsi pochi minuti dalla scossa, le squadre erano già in azione, muovendosi decise ma senza clamore attraverso tutta la città. Come il sistema immunitario di un organismo, la S.O.R.D.O., rilevata l’infezione, s’era immediatamente messa in moto per aggredirla. Ma qual era l’infezione che combattevano?
Impiegai quasi mezz’ora per arrivare al mio cubicolo. Lo trovai deserto. Noemi non aveva ancora fatto in tempo a ritornare. La finestra era velata dalle tende. Stavo per scostarle, quando fui colto dal terrore. La certezza che le meduse fossero ferme in mezzo alla Piana di Mem non a causa del vento ma per scelta, forse in segno di sfida, mi paralizzò. Poi mi accorsi che un tenue bagliore palpitava tra l’orlo delle tende e il pavimento, allungando tentacoli tutto attorno alla finestra, come per esplorare il cubicolo prima dell’irruzione.
Corsi nell’angolo bagno a vomitare.
Pochi minuti dopo, rientrato in soggiorno, scoprii che la tenda era aperta. Un uomo alto e magro, con indosso un cappotto nero a falde larghe sul quale spiccava il doppio triangolo bianco, stava in piedi davanti alla finestra.
Guardava fuori.
Deliberatamente.
M’immobilizzai. Vidi che la porta d’ingresso era solo accostata. Naturalmente, la Sottosezione Zero possedeva i codici d’ingresso di tutti i cubicoli della città, ma cosa voleva la S.O.R.D.O. da me?
Come se avesse sentito la domanda che avevo rivolto a me stesso, il funzionario si girò a mezzo, scrutandomi poi in silenzio per alcuni secondi. Il suo naso era lungo e affilato; i capelli, radi e grigi, si disponevano con ordine sopra una fronte ampia, solcata da rughe poco profonde. Sembrava che qualcosa, forse una placca di metallo o kyanoplastica, coprisse la parte destra della fronte; ma non potevo esserne sicuro, perché il tipo mi rivolgeva il profilo sinistro.
Tornò a guardare fuori.
«Vista affascinante» disse, accennando alla colonia.
«Affascinante? Spaventosa, piuttosto» riuscii a pronunciare.
Il funzionario annui. «Come darti torto? Spaventa anche me che ho visto almeno quaranta migrazioni, nel corso della mia carriera. Sono stato fuori spesso, sai? Con gli estrattori. Ma anche da solo. Una volta sono arrivato fino al mare. Be’, non proprio fino al mare, ma quasi. E mi sono sentito così male, che ho impiegato un mese a riprendermi. Insomma alla vista della colonia dovrei esserci abituato Eppure ogni volta che le meduse arrivano alla Piana, non posso non trattenere il fiato. Penso a quanto è grande il mondo. E a quanto è piccola e fragile, con le sue torri d’acciaio che trafiggono il cielo, la nostra città.»
Mi feci coraggio e mi avvicinai alla finestra. Guardai la colonia. Le meduse erano davanti alla città, un muro compatto che riempiva l’orizzonte. Niente di molto diverso dal solito, in realtà, dato che era difficile percepire il movimento di quella massa sterminata. Anche quando nei giorni precedenti ne avevo misurato la lentezza, si era trattato di una sensazione, piuttosto che di una reale percezione. Eppure era inequivocabile. Non un sipario ma un muro. Un muro più alto delle nuvole che tranciava in due la Piana di Mem, da un orizzonte all’altro.
Le meduse fronteggiavano Mem. La sfidavano.
Non so cosa mi rendesse così certo. Le meduse erano cappucci gelatinosi che qualche dio squinternato aveva montato su fragili merlature d’acqua: una molle marea fluttuante priva di occhi, di nasi, di bocche e di qualunque altra parte anatomica che potesse orientare la ricerca di una direzione, di un intento. Niente giustificava la mia certezza. E niente poteva scuoterla. Rivolsi lo sguardo al padrone dei sogni, all’astro mattutino, alla cupola al di sopra delle cupole più alte: una montagna di miele e melassa, una solida nebbia viscosa. Ma ci stava sfidando, non c’era alcun dubbio.
Il suo sguardo senza occhi dichiarava guerra.
«L’intera città è sconvolta dalla forza di quest’immagine» disse il funzionario, indicando la finestra. «Solo in pochi l’hanno vista, ma ha invaso lo stesso ogni livello, ogni torre. È come nel sogno che stiamo facendo tutti da qualche notte. L’aria che diventa gelatina. Noi che sprofondiamo nel ventre della colonia. Il rischio è reale, Crim. Non si tratta solo di un terrore irrazionale. Andrà esattamente in questo modo, capisci?»
Non mi stupii che conoscesse il mio nome, ma che lo ricordasse. In fondo era un funzionario della S.O.R.D.O. come me, e prestare attenzione a dettagli come il nome delle persone non è esattamente il nostro forte. Se ricordava il mio nome, significava che la Sottosezione Zero dava parecchia importanza alla pratica che mi riguardava.
Cominciai ad aver paura.
Solo allora arrivai a domandarmi cosa volesse da me la Clessidra Bianca. Perché ci fosse un funzionario di medio rango a casa mia. Solo per parlare di sogni e di altre sciocchezze davanti a una finestra?
Ecco. La finestra. Lo stesso motivo per il quale tutte quelle capsule speciali stavano attraversando la città.
«Questa è la negazione della nostra civiltà» ricominciò il funzionario, indicando la colonia. «Muove guerra a tutto quello che siamo, a tutto quello che abbiamo edificato in secoli di lotte e sacrifici. Come saprai, la fondazione di Mem è stata lunga e travagliata: nel passare da villaggio a quartiere a metropoli, la nostra città ha conosciuto molte catastrofi e combattuto contro molti nemici. Ma non ha mai affrontato una simile minaccia. Una guerra, Crim. Ecco cosa sta succedendo. La guerra più terribile che Mem abbia mai combattuto: perché il nemico non attenta alle mura della città, che sono notoriamente inespugnabili, ma all’anima della gente, che è fragile e indifesa e difficilissima da difendere.»
Stavo per replicare qualcosa, quando sentii dei passi in corridoio. Noemi apparve sulla porta, sorpresa di trovarla solo accostata. La sorpresa divenne paura, quando vide il funzionario della Sottosezione Zero. Ma la paura si trasformò in rabbia, quando si accorse che c’ero anch’io. Non era per cercare rifugio in casa che aveva lasciato il lavoro, ma per sfogare la rabbia accumulata in oltre due anni di lotte silenziose.
«Avevi detto che non sarebbe successo niente!» disse, entrando nel cubicolo. «Che non potevano farci niente.» Si fermò a due passi da me. «Hai mentito per tenermi buona? O sei solo stupido?»
Il funzionario fece un passo di lato, mettendosi tra Noemi e la finestra, e si voltò completamente verso di noi. Una placca di kyanoplastica copriva la parte destra della sua fronte. Al posto dell’occhio scintillava un fioco lumicino verde.
Noemi s’azzittì. La sua rabbia era svaporata. La presenza del poliziotto cominciava a renderla inquieta. Lui cosa vuole? mi domandò con lo sguardo.
Ma fu il funzionario a prendere la parola: «Il potere delle meduse è dentro di noi. Il veleno della colonia ha attraversato le mura di Mem e ha intossicato le nostre anime. Ma siamo noi a dare potere al veleno. Siamo noi il terreno fertile sul quale attecchisce il seme della paura.»
Noemi mi guardò di nuovo. Sembrava intimorita dal poliziotto, ma anche rassicurata, in qualche modo. L’intervento della legge le ridava fiducia.
«L’attacco è stato formidabile» disse con enfasi il funzionario. «Le conseguenze le sconteremo per anni. Ma possiamo impedire che succeda ancora. E partire al contrattacco.»
Con la coda dell’occhio, notai alcune ombre che si muovevano tra noi e la porta. Fruscii, clangori metallici, passi frettolosi. Ma l’occhio di kyanoplastica del funzionario, luccicando a intermittenza, era come se avesse imprigionato la mia mente. Mi sentivo innaturalmente calmo. E anche Noemi. Che guardava fisso nel vuoto e sembrava sul punto di addormentarsi.
«Tutti hanno accusato il colpo» disse il funzionario. «Ma pochi ne conoscono l’origine.»
Le ombre fecero cerchio attorno a noi. La legge calava dall’alto per difenderci dall’aggressione delle meduse.
«Il piano è semplice» disse il funzionario. «Se i pochi che hanno visto non diffonderanno il veleno con le parole, allora il veleno perderà effetto. E potremo dire di aver limitato i danni.»
L’occhio di kyanoplastica smise di pulsare, mentre la luce che lo abitava diventava prima gialla poi rossa. Il rosso era così acceso, che faceva male agli occhi, come uno spillo rovente. Una selva di mani calò su di me e su Noemi. Un suono acutissimo, atrocemente doloroso, attraversò le nostre orecchie. Pochi millesimi di secondo, e l’intollerabile pungolo del fischio cefalico raggiunse i centri nervosi e diede loro un violento scossone.
Perdemmo i sensi.
Eravamo in arresto.

Annunci

14 pensieri su “Migrazioni 5 – Parte I

  1. Diffondere il veleno con le parole, quanto mi piace. Le meduse, quanto mi piacciono. Quanto mi piace il senso di smarrimento e la paura che traspaiono rispetto alla grandezza del mondo e alla “prova” di migrazione, al volo, al superamento della paura stessa, qualcosa che spinge e preme, il desiderio di scoperta, che incontra e si scontra con l’ignoto e il raccontato di quel che non è ancora esperienza personale… Non mi piace “il brigadiere”, non mi piace la parola, o forse non riesco a vederlo con tutto il resto, mi sembra come appiccicato lì, in un posto che non è il suo, mentre tutto il resto lo vedo e lo vedo chiaramente… buona scrittura Giovanni.
    p.s. ma Noemi esiste? XD

    Liked by 1 persona

    • Grazie davvero! A dire il vero non è che vada pazzo per quel brigadiere, sarà perché fa tanto carabiniere, ma avevo organizzato la Zero in plotoni e brigate e il grado di brigadiere mi sembrava adatto… otto anni fa. Oggi non più, ma non mi viene in mente di meglio. Forse funzIonario. Quanto a Noemi, penso di essere io, mentre Crim somiglia più a mia moglie, che non ha nessun timore a guardare fuori… di proposito. Sono lusingato che tu abbia prestato così tanta attenzione al mio racconto. Buona scittura anche a te.

      Mi piace

      • Figurati Giovanni, è un piacere, chiaramente non sono un tecnico e nemmeno un critico, esprimo solo un mio parere, e accetto ben volentieri le tue osservazioni, continuo a seguire le tue appassionate vicende e confermo che per me ci hai preso in pieno, l’atmosfera delle tue migrazioni mi piace molto… buona scrittura.

        Liked by 1 persona

      • Guarda, i tecnici sanno dirti di solito quanto è vendibile quello che scrivi e poco altro. Invece la tua osservazione era giusta e condivisibile… e poi trovo affascinante il modo in cui manipoli e rivesti di nuovi significati parole comuni e prezioso dunque il tuo giudizio. Rinnovo il grazie

        Mi piace

  2. siamo in arresto, siamo in guerra… ed ora tutto perde un senso, o ne acquisisce di nuovi.
    Noemi spaventata che irrompe, per ora il personaggio che preferisco, la più umana, quella che alza la voce, che non si limita a subire l’influenza della migrazione. Gli uomini fanno a botte (lo dicevi qualche capitolo fa) ma lei la tensione l’ha avvertita immediatamente se non in anticipo. Sensitiva e sensibile… Vediamo gli sviluppi!

    Liked by 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...