Migrazioni 6 – Parte I

Dalla finestra di casa mia si vedevano le migrazioni. «Migrazioni?» mi domandano i bambini, quando provo a raccontar loro questa storia. «Cosa sono le migrazioni?» Accorrono i genitori, tappano le orecchie ai pargoli e li trascinano via. I bambini non hanno mai sentito parlare delle migrazioni, mentre gli adulti fingono di non averne mai sentito parlare.
Nessuno pronuncia più la parola medusa. Nessuno la pronunciava né meno prima della guerra, se è per questo, ma almeno c’erano gli estrattori, le sentinelle e qualche originale come me che facevano eccezione. Oggi non esistono più gli originali. Né le sentinelle. Né gli estrattori. Né alcun tipo di eccezione. Anch’io parlo sempre meno di meduse. Mi limito a stuzzicare la curiosità dei bambini e a gettare nel panico qualche genitore troppo apprensivo. Basta la parola migrazioni per scatenare un putiferio. Se mi mettessi a parlare di meduse, penso che mi rinchiuderebbero di nuovo.
Prima della guerra mancava chi fosse disposto ad ascoltare. Dopo la guerra anche chi sia disposto a raccontare.
Gli estrattori, casta un tempo molto potente, per quanto detestata, sono scomparsi. Una volta che l’ultimo filamento fu sezionato e distillato, una volta che il distillato fu tagliato e commercializzato in tutte le possibili forme commerciali, gli estrattori rimasero senza lavoro. La maggior parte finì a sgobbare ai livelli più bassi, nelle caldaie o negli altoforni; gli altri divennero ubriaconi e perdigiorno. Dugal si fece un po’ di prigione, un paio d’anni da vagabondo e poi trovò lavoro nel sottosuolo, in una miniera di zolfo. Ma non riusciva a dimenticare le pianure e l’odore del vento e dell’erba. La vita di miniera non faceva al caso suo. Morì a cinquantatré anni, forse solo di nostalgia. Gli unici a piangerlo eravamo Noemi e io. Oltre ai suoi mille creditori, che dissero addio a un sacco di cuspidi.
La morte di Dugal segnò la fine di un’epoca. La parola fuori perse ogni significato per me. Rimasi ad abitare nel cubicolo con la finestra, ma feci sostituire le tende con una lastra d’acciaio rinforzato. Noemi, che dopo la guerra era andata ad abitare lontano, in una torre sul lato opposto della città, al vedere la lastra si rabbuiò:
«Ora ti metti anche tu a seppellire?»
Non potevo darle torto. Ma avevo poca scelta. Dopo la guerra seppellire era diventato il passatempo più diffuso in città. Fu seppellita la guerra, furono seppelliti i disordini e gli orrori, fu seppellito ogni ricordo, vero o fittizio, della colonia. La maggior parte degli abitanti di Mem non aveva mai visto le meduse, così far finta che non fossero mai esistite fu piuttosto semplice. Chi non poteva accettare la menzogna fu isolato. Come Noemi, che a un tratto si ritrovò senza amici e rischiò anche di perdere il lavoro. Ma lei non ha mai sopportato le imposizioni. Nessuno si arrabbiava o minacciava di informare la Clessidra Bianca, quando lei cercava di condividere la propria esperienza: semplicemente, smettevano di ascoltarla. Anche gli estrattori, anche i nostri compagni di prigionia al tempo della guerra si rifiutavano di ascoltarla. L’unico disposto ad ascoltarla ero io, ma io ero anche l’unico dal quale non le interessava essere ascoltata.
Dopo la morte di Dugal incominciai a domandarmi se ne valesse ancora la pena. Ostinarmi a preservare il passato, intendo. Siccome seppellivano tutti, perché non farlo anch’io? Così mi sono arreso. Ho scavato una buca e mi sono rannicchiato sul fondo. E queste pagine che sto scrivendo per me stesso, assieme al capriccio di parlare della colonia ai bambini e a qualche altra stravaganza che mi concedo di quando in quando, sono più che altro modi per tirar fuori la testa dalla buca e prendere una boccata d’aria. Poi finisce sempre che ritorno giù.
Nessuno parlò mai della guerra, durante o dopo. In realtà, la parola guerra non fu mai pronunciata tra le mura di Mem. I disordini furono etichettati come teppismo o isteria di massa. Gli aguzzini delirarono di un attacco delle meduse, ma solo a noi reclusi. Chi sapeva cosa ascoltare e aveva voglia di mettersi in ascolto rintracciò degli echi, delle risonanze: appoggiando la mano a un muro esterno, si percepiva uno strano sussulto, come un faticoso batticuore. Della guerra non restava altro. Eccetto naturalmente la melma che ricoprì la Piana di Mem per alcune settimane.
Durante la segregazione mi ero ripromesso di non guardare più fuori, per nessun motivo. Ma quando mi lasciarono tornare a casa, la vista delle pesanti tende scure che schermavano la finestra mi diede una tale angoscia, che non potei trattenermi. Scostai solo un piccolo lembo. Un nastro di luce azzurra s’incuneò nel cubicolo. Noemi, che era rientrata con me, vedendo quello che stavo per fare, rimase paralizzata.
Oltre la finestra, c’era la Piana di Mem. E la melma. E i trattori. La melma variava il suolo della Piana con la sua oscura lucentezza, allungandosi in una specie di fiume che scorreva per miglia e miglia, da un orizzonte all’altro. Il fiume era tutto quello che restava della colonia. Chiusi le tende. Le riaprii solo altre due volte, nei giorni successivi. La prima volta il fiume di melma era ridotto a un rigagnolo; la seconda, si vedeva la strisciolina verde della Piana e la cupola azzurra del cielo e nient’altro. E così sarebbe stato per sempre.
Ma prima di questo, ci sono ancora due eventi che è indispensabile riportare, affinché questa storia sia compresa fino in fondo: una morte accidentale e un sogno.
Anche se finì nel peggiore dei modi, sulle prime la segregazione non era poi così male. Noi gente di Mem passiamo tutta la vita al chiuso, costretti tra pareti metalliche, spesso segregati in una stanza o in un cubicolo o in una nicchia di due per due cubiti. E gli appartamenti che abitiamo non sono certo forniti di tutte le deliziose comodità che noi trovammo in prigione. Scoprimmo presto che la stanza era solo apparentemente spoglia. Qualche ora dopo il nostro arrivo la porta della prigione si aprì, ed entrarono alcuni impiegati della S.O.R.D.O. che diedero a ciascuno di noi delle tessere rosse, uguali a quelle che consegnavo al lavoro.
Una volta consegnate le tessere, gli impiegati ci mostrarono alcune fessure nelle pareti. Le tessere andavano infilate nelle fessure, ci spiegarono. A ogni fessura corrispondeva un servizio. Per esempio, inserendo la tessera in certe fessure della parete di fondo, si otteneva di far salire dal pavimento una latrina chimica, due paratie metalliche e una porta che chiudeva la latrina, oltre a un piccolo lavabo con tanto di sapone al mirtillo. Inserite in altre fessure sulle pareti laterali, le tessere provocavano la fuoriuscita di brande provviste di coperte e guanciali e di piccole mensole sulle quali si trovavano dei lumi da notte; un paravento con disegni calligrafici circondava ogni branda e assicurava una certa riservatezza. Inserendo le tessere nelle fessure accanto alla porta d’ingresso, comparivano infine delle mense imbandite secondo l’ora del giorno; se s’inseriva la tessera a metà pomeriggio, le mense erano piene di dolciumi e di altre leccornie, con tazze di tè fumante e bibite alla frutta. La cucina era ottima e il menù molto ricco.
Le comodità alleviavano il peso della segregazione. Anzi la mite sorveglianza della S.O.R.D.O. rincuorava la maggior parte di noi. Nessuno sembrava particolarmente ansioso di tornare a casa, e non molti se la sarebbero presa se ci avessero imprigionato a vita.
Noemi invece era fuori di sé. Dormiva pochissimo, perché gli incubi la scacciavano dal sonno anche due o tre volte per notte. Spesso appoggiava l’orecchio alle pareti e si metteva in ascolto. Non era in grado di spiegare di cosa. Non mangiava quasi niente. All’inizio l’intervento della legge l’aveva rassicurata, ma ora si trovava a un passo dal crollo nervoso. Noemi è il tipo che le dici: ferma lì, e lei si muove solo per fare il contrario.
Ma quello che la irritava maggiormente era che fossi così tranquillo. Mi esortava a unirmi alle sue proteste, voleva che le dessi man forte con gli impiegati che venivano a blandirci. Chiedeva a gran voce che le spiegassero perché ci avevano imprigionato e che esibissero una copia del provvedimento prefettizio che stabiliva la nostra reclusione; se mi fossi unito a lei, riteneva, avremmo almeno ottenuto di innervosire gli stolidi galoppini di Cristoffersen. Ma non ero dell’umore giusto. Finiva che Noemi se la prendeva con me e mi rinfacciava di piegarmi vigliaccamente all’autorità.
Cosa potevo replicare? Non è che ritenessi giusta la prigionia, ma ero certo che non sarebbe durata a lungo. La figura alata che avevo visto in quella specie di allucinazione mi tornava sempre più spessp alla mente, e questo bastava ad assicurarmi che tutto stava per finire. Tanto valeva collaborare, no?
In realtà sembravo tranquillo, ma non lo ero per niente. In ogni ganglio del mio sistema nervoso sentivo avvampare una specie di fiamma. E avevo la sotterranea certezza che tutto stesse crollando. La reclusione non aveva spezzato il legame con il resto della città, né aveva attenuato le scosse d’assestamento che erano seguite alla scossa iniziale. Percepivo una spaventosa tempesta infuriare tutto attorno, e la consapevolezza di avere un comodo riparo non bastava a rinfrancarmi.
Il tempo lo passavamo a preoccuparci e a litigare. Dugal, Noemi e io discutevamo tutto il tempo. All’inizio partecipavano anche gli altri, ma poi i nostri discorsi cominciarono a farsi troppo seri e complicati, e allora ci ritrovammo soli. Stavamo affinando la teoria sui motivi che spingevano le autorità a segregarci in quella stanza. I nostri aguzzini non temevano che raccontassimo a qualcuno delle meduse ferme davanti alla città: chi ci avrebbe dato retta? Solo a sentir parlare di meduse sarebbero scappati tutti via. Piuttosto, consideravano noi tutti, vale a dire tutte le persone recluse nella stanza, dei veicoli. Era attraverso di noi che le meduse attaccavano la città. Su di noi che avevamo visto le meduse o in qualche modo eravamo stati in contatto con loro (molti possessori di finestre non avevano mai guardato fuori, ma una tenda non è una parete d’acciaio spessa nove cubiti), su di noi era più facile far presa. Eravamo ferite scoperte. Solo messa in questo modo la nostra reclusione acquistava senso. Ma era una mossa disperata. Come potevano credere che quattro pareti bastassero a fermare un influsso così forte?
E c’era ancora una cosa da mettere in conto. Non eravamo solo noi le ferite scoperte. C’erano anche altri che avevano visto e che veicolavano l’attacco. Chi? I nostri stessi aguzzini, naturalmente: gli agenti che ci avevano arrestato, gli impiegati che ci accudivano, i tenebrosi Boris e Cremalki e le alte sfere della Prefettura. E lo stesso Cristoffersen, che poteva sorridere quanto voleva, ma non era in grado di cancellare quello che sapeva.
Presto anche gli aguzzini sarebbero arrivati a questa conclusione. E allora, come diceva Dugal, avrebbero capito che il dilemma non era un dilemma. Ma Noemi non accettava questo ragionamento. O meglio non era d’accordo con il comportamento che ne conseguiva. Aspettare che qualcun altro decidesse per lei era contrario alla sua natura. Aveva bisogno di impegnarsi in qualcosa. Quale occasione migliore, del resto, per farmi capire e capire lei stessa che ormai eravamo su sponde opposte e che da allora in poi lo saremmo stati per sempre?
Le sue proteste contro l’autorità erano proteste contro di me.
Quanto a Dugal, lui non sembrava impaziente di uscire. Al contrario, la prospettiva di essere liberato lo rabbuiava. Se ci liberavano, ragionava, era perché avevano preso l’unica decisione sensata. Ma questo, se in termini economici comportava il tracollo, in termini di realizzazione personale comportava addirittura di peggio. La sua collera era contenuta, esprimendosi solo in una serie quasi ininterrotta di mugugni a mezza bocca, ma sembrava sul punto di eruttare.

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9 pensieri su “Migrazioni 6 – Parte I

  1. Oh, Noemi, quanto mi somigli!… bellissimo capitolo, colmo di rivelazioni, ottimo il modo in cui hai riprodotto la rassegnazione che sembra aver relegato Crim nel ricordo. Perfetta l’introspezione a spiegare il rapporto ormai sfilacciato tra lui e la donna, troppo diversi per stare insieme, ma al contempo bellissimi per questo.
    Quanta desolazione, che senso d’impotenza… mi fa prudere le mani!
    bello.

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  2. Concordo con Blanka. Notevole lo spessore psicologico che hai usato per descrivere il senso fatalismo di Crim, la voglia di ribellione di Noemi e il disfattismo di Dugal, il tutto inserito in una narrazione coerente e piacevole. Tanti spunti, tante riflessioni sulla inutilità di certe precauzioni, sulla guerra che porta solo melma, su una vita da reclusi degli abitatori di Mem, al contrario di Crim, Noemi e Dugal che invece pur essendo segreagati continuano a ragionare da uomini liberi.
    Ottima prima parte. Aspetto la seconda.

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  3. Non c’è alcun rimando alla nostra società odierna?, io lo trovo fantastico per questo, ed è lo stesso motivo per cui amo raccontare un certo tipo di storie, quelle chiaramente fantastiche, ma assolutamente attuali e specchio di una vita che noi tutti possiamo riconoscere, proprio come, per via dello stesso processo, riusciamo ad immedesimarci in personaggi tanto “fantasiosi” quanto “reali. Quanto funzionano i tuoi passaggi, l’atmosfera, lo ripeto perché anche se già detto, non stona, il tuo mondo già esiste, e deve esserti ben chiaro, perché è grazie a questa tua chiarezza che posso vederlo anche io… Continua così.

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    • Grazie! In realtà io interpreto il fantastico come un modo di guardare alla realtà da un punto di vista diverso, che ne metta in luce alcuni aspetti. È un linguaggio con il quale si cerca di esplorare il mondo. Il tuo giudizio mi fa felice perché coglie appieno le mie intenzioni.

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