Un paio di scarpe lucide – I Parte

Siamo nati e cresciuti con la guerra. Come se la guerra fosse una specie di orribile sorella. Quando nostra madre ci mise al mondo, correva il secondo o forse il primo anno del conflitto. E la guerra era questa cosa piccola e fragile, com’eravamo anche noi, e aveva appena imparato a conoscere se stessa e a saggiare cautamente le forze, proprio come noi. Ma lei si nutriva di sangue invece che di latte e non stava tutto il giorno a strillare, ma lanciava solo un grido di tanto in tanto, un grido da donna adulta o da anziano padre o anche da bambino.
Quando arrivava la notizia della morte di qualcuno.
In seguito, man mano che diventavamo grandi e calcavamo i nostri primi passi sul sentiero della morte, la guerra diventava grande a sua volta, grande, cattiva e feroce, e riempiva il sentiero di cadaveri. I bollettini di guerra che crosciavano come una dolce pioggerella cullavano le nostre notti da poppanti, ci svegliavano dolcemente dal sogno di riabitare l’utero dal quale eravamo appena usciti, facevano da sottofondo alle nostre prime imprese nel mondo. La guerra la poppavamo con il latte, la respiravamo con l’aria, forse la sognavamo, in opposizione all’ottenebrante calore del rifugio intrauterino, anche se non sapevamo ancora darle un nome.
Quando fummo svezzati e cominciammo a gattonare e a pronunciare le nostre prime parole e ad architettare le nostre prime bugie, anche la guerra divenne più audace e famelica e iniziò a portarsi via non solo i giovani, vigorosi volontari del generale Gaard, ma anche i padri di famiglia, gli zii, i cugini e un buon numero di ragazzi un po’ troppo giovani per essere vigorosi o anche solo volontari. Le derrate cominciavano a scarseggiare, perché tanti tra contadini, braccianti e operai erano sul Bradishar, e la maggior parte delle scorte alimentari era sistematicamente requisita dall’esercito. Le truppe di Gaard stavano fronteggiando una durissima controffensiva, anzi, le stavano decisamente prendendo, e il fronte era arretrato di molte leghe, fin quasi alle pendici del Bradishar.
Avevamo circa un anno e mezzo quando l’esercito subì la sua prima disfatta. A Cufara. Le truppe sbaragliate, lo stato maggiore isolato dai reggimenti e obbligato a una frettolosa ritirata sui colli pedemontani, migliaia di soldati uccisi o imprigionati o sfiancati da una terribile marcia forzata tra le nevi perenni del Monte Fasa.
Non ricordiamo niente di quei giorni. Ma abbiamo raccolto tante storie da nostra madre, da Serena, da mastro Frings. Perfino da qualche vecchio giornale che abbiamo mandato a memoria, prima di venderne la carta. E poi sappiamo bene cosa significa veder crollare ogni certezza e ritrovarsi all’improvviso l’inferno sulla porta di casa. Non si trattava solo delle scorte alimentari sempre più scarse o della penuria dei prodotti più comuni, tipo la carta o il lucido da scarpe, ma anche e soprattutto del lento tracollo della civiltà, della perdita di tutto quello che Kelidia s’era conquistata nel corso degli ultimi ottant’anni. Perfino la kyanoplastica, il prodotto che aveva trasformato in metropoli un piccolo agglomerato di borghi fluviali, cominciava a scarseggiare.
Qualche altro anno, e arrivò la seconda disfatta, anche peggiore della prima. Solo una settimana dopo l’esercito di Caiuri marciava a tappe forzate nel basso Rate, dando fuoco ai villaggi, saccheggiando, schiavizzando, trucidando. In meno di tre mesi il nemico arrivò alle porte di Borgo Fiume e si preparava ad entrare in città.
Non avevamo né meno sei anni, ma il nostro territorio di caccia si estendeva già su tutti i Quattro Colli. Facevamo qualche furtarello, roba di poco conto, concludevamo i primi affari alla Piana dei Mercati. Con i bambini più grandi, ma anche con mastro Frings, che faceva ancora l’operaio, ma s’era messo a fucinare vanghe e rastrelli a tempo perso e ci spediva a rubare pezzi di ferro o d’acciaio nelle baracche del porto. Poi arrivarono i cannoni, e addio scorribande. I cannoni erano quelli a lunga gittata che Grigio piazzò sulle colline a nord di Sendero e poco aldilà di Colle delle Falene e che puntò contro i Quattro Colli e i sobborghi meridionali, con l’obiettivo di radere tutto al suolo.
Questo sì che lo ricordiamo bene. I primi schiocchi, lontani e felpati, le corse negli scantinati, i sibili che laceravano l’aria, i tonfi, quando il colpo finiva lontano, o i boati, quando finiva nelle vicinanze. Per fortuna l’Alto e il Basso Bardel erano meno bersagliati dei borghi esterni e di Kiriak e Kedo. Le zone più colpite erano quelle occidentali, Socara e i Sette Braghi, dove si trovavano le fabbriche e le centrali elettriche, e Lungofiume, aldilà del Rate, dove si lavorava il qedua.
Un vero cataclisma, quei cannoni. Tolsero alla città quasi tutto: un terzo della popolazione, le fabbriche, la corrente elettrica, ogni possibilità di riarmarsi, l’illusione d’essere inviolabile e perfino la volontà d’opporre resistenza allo scempio che Grigio stava per farne. Per giunta tutte quelle ore passate con addosso la certezza di morire lasciarono a noi sopravvisuti una familiarità con la morte che avrebbe segnato fatalmente ogni nostra scelta futura. Se chiudiamo gli occhi e respiriamo forte, ci ritroviamo ancora chiusi in uno di quegli scantinati adibiti a rifugio, sentiamo ancora il terrore che più delle bombe ci ispira il terrore dei nostri genitori, siamo ancora pigiati da tutti quei corpi caldi, sudati e puzzolenti che tremano e si contorcono sotto la polvere, siamo ancora angustiati da tutte quelle voci che gemono e pregano perché il prossimo colpo di cannone cada su quacun altro, non importa chi ma qualcun altro.
Paradossalmente, fu la stupidità del nostro stesso prefetto a salvarci. Non appena Grigio arrivò ai Colli Kelissi, poco a nord della città, Cogrud decise di far saltare le miniere di qedua, al fine di salvaguardare l’industria della kyanoplastica dalla temibile concorrenza caiurita. Al momento dell’implosione ci trovavamo sulla cima dell’Alto Bardel e potemmo vedere con chiarezza la colonna di polvere nera che s’alzava fino alle nuvole e poi ricadeva silenziosamente sui poggi di Sendero, ripiegandosi su se stessa e trasfromandosi in una muraglia color notte che cancellò quasi del tutto l’oltrefiume. Dopo che la nube ebbe ucciso quasi seimila persone, Cogrud ritenne che era il caso di far arretrare le truppe al di qua del Rate, diede ordine di minare tutti i ponti tranne Ponte Arco e Ponte Rosa e si preparò all’assedio. Se Grigio voleva l’otrefiume, poteva tenerselo: tanto ormai il qedua aveva rovinato tutto. Grigio, che del qedua sapeva pochissimo, disse grazie e attestò le truppe tra Sendero e Colle delle Falene e tra Lungofiume e Ponte Nero. E sancì la propria disfatta.
A Kelidia la guerra la davamo tutti per persa. E tremavamo al ricordo delle atrocità che Grigio e i suoi avevano perpetrato nell’alta valle del Rate e che presto avremmo subito anche noi. Solo che non avevamo fatto i conti con il qedua. Il qedua è strano. Nessuno può prevedere come si comporterà, dalla parte di chi sceglierà di schierarsi. Quella volta, nonostante l’evidente stupidità dei nostri governanti, scelse di stare dalla nostra parte, e le stesse polveri che avevano appena fatto fuori migliaia di kelidiani cominciarono a far fuori uno per uno i soldati di Grigio.
Le truppe di Caiuri si erano stabilite nel poco che restava del Blocco Dodici o nelle graziose casette sventrate di Colle delle Falene e praticamente mangiavano, bevevano, respiravano qedua, perché l’aria, le derrate, le acque dei canali e del Rate ne erano pregne. Ma non se ne accorgevano. Lo strano del qedua è proprio questo: lo vedi e non lo vedi, lo tocchi, ma sembra solo un vento leggero, lo mandi giù con l’acqua, senti un sapore strano, ma no, è solo l’acqua un po’ dura, respiri affannosamente, tossisci, ti sembra di soffocare, ma dài, ti deridono i commilitoni, c’è ancora in giro la polvere d’intonaco sollevata dai crolli, un paio di giorni e i venti la disperdono. Lo strano del qedua è anche che i venti non lo disperdono. Mai. Né meno dopo cento anni.
Il tocco della nuvola. Il morbo del minatore. La malia di Sendero. Una faccenda piuttosto penosa. I polmoni, lo stomaco e l’intestino s’incrostano di polvere, le cellule si sfarinano, si disgregano e alla fine diventano polvere. Solo che uno se ne accorge solo quando ormai è troppo tardi. Perché il qedua, finché ne ha voglia, fa esattamente le stesse cose che fanno i tessuti organici: batte come un cuore, soffia come un polmone, digerisce come uno stomaco. Ma a un certo punto si stufa, smette di fare il lavoro e defluisce. Dal naso, dalla bocca, dalle orecchie, dall’ano. E si rimane senza pezzi.
Le polveri, naturalmente, c’erano anche da questa parte del fiume. E anche il tocco della nuvola. Ma niente a che vedere con Sendero e Colle delle Falene. E poi noi kelidiani lo conoscevamo bene il qedua, e al contrario di Grigio e del suo stato maggiore erano secoli che avevamo imparato a conviverci. I caiuriti invece cosa ne sapevano?
In pochi mesi Grigio perse tre quarti delle truppe. A quel punto non poté più tenere la posizione. Continuava a cannoneggiare, ma gli artiglieri erano sempre di meno e così tutti gli altri soldati. Il Gran Maresciallo Gaard ne approfittò per sferrare un durissimo attacco che costrinse il nemico a ritirarsi oltre le colline di Sendero. Si racconta che lo stesso Grigio fu colpito dal tocco della nuvola durante la ritirata e che morì poco fuori Sendero, dopo aver espirato i suoi stessi polmoni. La guerra si rifece lontana, si rintanò sui colli pedemontani, che Grigio aveva trasformato in una terra di nessuno, e poi nel Bradishar, che una terra di nessuno lo era sempre stato.
Ma in città nessuno fece festa. Non che ci spiacesse che Grigio fosse morto e che il nemico fosse stato respinto, ma eravamo così disabituati a gioire, a sperare, che quella vittoria insperata ci colse di sorpresa. Avevamo già accettato l’idea della sconfitta, avevamo riorganizzato la nostra vita alla luce di quell’evento. Invece niente, nessun distastro, nessuna catastrofica rotta. Solo tutte quelle macerie e la spossante consapevolezza di dover fare i conti con quanto era rimasto di noi.
Nostro padre, per esempio, che non stampava quasi niente da molti mesi, doveva fare i conti con la prospettiva sempre più concreta di fallire. Nostra madre con la responsabilità di crescere due figli in una città abusata e traumatizzata e d’insegnar loro cos’è giusto e cosa sbagliato senza ricordare il significato di queste parole. Quando avevamo otto anni, la situazione era così brutta, che non sembrava poter peggiorare. Ma peggiorò. Perché il generale Gaard aveva settant’anni, non ce la faceva più a patire gli stenti della guerra e allora pensò bene di morire sull’altopiano di Kuju, mentre scendeva a valle per riprendere le forze. E cosa fece allora il saggio prefetto Cogrud? Dopo essersi rinchiuso con la famiglia e i servi nella Torre di Mezzogiorno, affidò tutto, governo della città e comando dell’esercito, a un giovane generale ambizioso, Wellam Forkel.
Poteva fare scelta peggiore? Forkel era un vero fanatico della guerra, uno che alla vittoria era disposto a sacrificare tutto. Anche la sua stessa gente. Sceso in città per l’investitura, prima di ripartire per il fronte istituì uno speciale corpo di polizia, ai membri del quale ordinò di arruolare forzatamente tutti i cittadini maschi di Kelidia tra i quindici e i settanta anni che non fossero mutilati o moribondi o morti. Poi se ne tornò alla sua guerra, disinteressandosi della città e lasciandola in balia della truce masnada che aveva messo assieme.
Noi andavamo al porto a trovare Anneke, quando vedemmo per la prima volta un drappello della polizia speciale. Avvolti nelle uniformi nere, brutti, cattivi, spaventosi, con le facce arcigne e lo sguardo inespressivo, gli aguzzini di Forkel arrembavano gli angiporti del Basso Bardel prendendosi tutti quelli che dopo un’indagine sommaria e qualche palpeggiamento vagamente osceno giudicavano in grado d’imbracciare un generatore di flusso. Era la prima volta che avevamo tanta paura. Perché intuivamo cosa sarebbe successo di lì a poco.
La settimana dopo la polizia si prese Aros Fink, il nostro vicino, che aveva sessant’anni, e il figlio della pescivendola, che di anni ne aveva sedici e abitava nel seminterrato sotto di noi. Casa nostra l’avevano saltata. Non impiegammo molto a capire che c’era di mezzo un salvagente.
Due giorni, ed ecco che bussa alla nostra porta un tipo d’aspetto losco e dai modi frettolosi, che si presenta come Olson Gasklind, agrimensore dell’esercito. Un omone alto e corpulento, con la faccia così rincagnata, che il naso sembrava sporgere all’interno. Non portava nessuna uniforme, perché non era davvero nell’esercito, ma aveva al bavero un pezzetto bianco di stoffa che ricordava vagamente un leone: non certo l’emblema ufficiale della prefettura, ma qualcosa di molto simile, che serviva a mettere in chiaro chi era e chi gli stava alle spalle. Gasklind indossava un cappotto grigio, lungo fin quasi alle caviglie, un abito blu di buon taglio, una camicia bianca, alonata di giallo all’altezza del collo. E un paio di scarpe nere, a punta, lucidissime.
Dopo che nostra madre gli ebbe aperto, Gasklind s’accomodò in soggiorno, sulla poltrona di nostro padre. Si guardava attorno con gli occhi stretti, assegnando un prezzo a ogni singolo oggetto d’arredamento, dai quadri alle sedie al vecchio televisore a comando cefalico che la mancanza di energia elettrica aveva reso inutile. Noi ce ne stavamo in un angolino. Scrutavamo incolleriti e invidiosi le sue scarpe. Non ne avevamo mai viste di così belle.
E non avevamo mai odiato nessuno così tanto.
Non eravamo i soli. Anche se i salvagente erano meno temuti dei truci squadristi della polizia, erano di gran lunga più odiati e disprezzati. Davano speranza, questo è vero, anzi, per la maggior parte degli arruolati rappresentavano l’ultima speranza, ma di certo non la davano in regalo. La vendevano a carissimo prezzo invece.
E il nome salvagente era più che altro per fare dell’ironia.
I salvagente si presentavano come funzionari civili dell’esercito. Solo che l’esercito non aveva funzionari civili. Erano piuttosto dei burocrati di bassa lega o delle mezze tacche di borghesi, che con l’esercito non c’entravano niente, ma che vantavano dei contatti di qualsiasi tipo, dall’amicizia alla parentela alla cambiale alla pura connivenza, con i reclutatori di Forkel. I contatti erano la loro merce di scambio. Era facile riconoscere i salvagente: i loro abiti erano frusti ma rammendati con cura, i loro cappelli non erano mai troppo flosci, le loro scarpe sembravano risuolate e lucidate da poco. In una città come Kelidia, che la guerra aveva riportato indietro di ottant’anni e depredato delle fabbriche, dei laboratori artigianali, dei negozi e di tutta la conoscenza che s’era accumulata in questi posti, un abito ben rammendato, un paio di scarpe accomodate in modo da sembrare nuove o da non sembrare troppo vecchie, tanto lucido da far brillare le scarpe, be’, erano cose che pochissimi potevano permettersi. Che i salvagente le possedessero, era questo che li rendeva immediatamente riconoscibili. E che dava la misura del loro potere.

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