Un paio di scarpe lucide – II Parte

Nostro padre entrò nel salotto, strascicando i piedi. Aveva la schiena curva e le braccia penzoloni. Nostra madre lo guardò soddisfatta. Erano due settimane che gli intimava, minacciando oscure ritorsioni, di farsi vedere debole e malaticcio. Così magari l’esercito lo riformava. Inutile spiegarle che Gasklind veniva per tutt’altro motivo, e se appena stavi in piedi, o se solo avevi tutti e due i piedi, per i drappelli eri sanissimo.
«Ti trovo in splendida forma, mastro Grossen» disse Gasklind, non appena s’accorse di nostro padre. «Mi domando cosa aspetti ad arruolarti. Un bel giovanotto come te starebbe benissimo in divisa!»
Nostro padre occhieggiò nostra madre, che lo incoraggiava facendo sì con la testa, e diede un paio di colpi di tosse. Finti, ma potevano anche essere veri. Altro che splendida forma. Curvo, macilento, piccolino, con quel ciuffo di capelli color ruggine che gli cadeva sulla fronte e che lui soffiava continuamente via, così che il suo labbro inferiore sporgeva sempre all’infuori, era un vero rottame. Gli mancavano cinque denti, era così miope che doveva portare degli spessi occhiali quadrati, e siccome aveva lavorato tutta la vita in tipografia, aveva la schiena storta, le dita perennemente macchiate d’inchiostro e l’aria un po’ da tarma, come se si fosse sempre nutrito solo di carta. Non è che facesse tanta fatica a mostrarsi debole e malaticcio: era proprio così.
«Se devo dire la verità, non mi sento tanto bene» disse. «Credo di avere di nuovo qualcosa ai polmoni. Ho sempre un groppo qui…»
Gasklind lo interruppe, seccato: «Tua moglie ti ha detto che mestiere faccio, mastro Grossen?»
Nostro padre non capiva.
«Tua moglie ti ha detto che sono un agrimensore, mastro Grossen?»
Occhiata furtiva a nostra madre. Cosa devo rispondergli?
«Credo di sì.»
«E lo sai che agrimensore non significa medico?»
«Certo.»
«E lo sai che un agrimensore si occupa di terreni e non di malattie?»
«Certo.»
«E allora perché mi dici queste cose? Perché mi parli dei polmoni e del groppo in gola? Cosa vuoi che m’importi?»
«Era solo per fare conversazione.»
«No, invece. Lo so a cosa miri. A cosa mirate tutti.»
«Eh?»
«Non appena sentite che sono nell’esercito, attaccate tutti con la lista dei malanni. Mi fa male la gamba, mi fa male il braccio, ho la schiena a pezzi, ho la tosse, il raffreddore, la febbre terzana e via dicendo. Solo per impietosirmi. Peccato che non m’impietosisca mai.»
Nostro padre aveva gli occhi sgranati. Le cose si mettevano male.
«Spero che ti renda conto del pericolo che stiamo correndo» disse Gasklind.
«In che senso?»
«Ricordi cosa abbiamo passato l’anno scorso, quando il nemico è arrivato alle porte di Kelidia?»
«Certo che ricordo.»
«Non vuoi che il nemico ritorni, vero?»
«No, per carità.»
«E allora cosa pretendi? Che gli altri sacrifichino la vita per difendere la patria, mentre tu te ne stai tranquillo a casa tua?»
«Io non pretendo niente. È solo che l’anno scorso sono stato molto male. Polmonite. Sono quasi morto.»
«E chi vuoi che ci creda?»
«Ma è vero.»
«Vero o no, una semplice polmonite non è sufficiente a dispensarti dai tuoi doveri. Lo sai cosa patiscono i nostri soldati al fronte? Lo sai quanto fa freddo lassù? E quanto sono scarse le derrate? Perfino l’acqua devono razionare, quei poveri ragazzi. E le malattie, le tempeste di neve, le battaglie, che sono sanguinosissime. Cos’è una polmonite, in confronto a sofferenze del genere?»
A questo punto intervenne nostra madre: «Non si tratta solo di questo, agrimensore. Carol, mio marito, è l’unico sostegno di questa famiglia. Se va in guerra, chi manda avanti la tipografia? E senza tipografia che fine faranno i nostri figli?»
«E che fine faranno, il giorno che Kelidia cadrà nelle mani del nemico? Cosa capiterà a te e ai tuoi figli, quando vi troverete l’esercito di Caiuri fuori dalla porta di casa?»
«Ma cosa può fare mio marito? Non è un soldato.»
«Tuo marito è un uomo di trentanove anni, giovane, vigoroso e in salute. Non è un tipo prestante, d’accordo, ma è solo perché finora ha fatto la vita comoda. Un po’ di mesi nell’esercito gli faranno bene, lo rinvigoriranno. E ti garantisco che sarà così forte e muscoloso, quando tornerà dalle montagne, che stenterai a riconoscerlo.»
Nostro padre si mise a tossire, questa volta per davvero. La polmonite l’aveva avuta eccome. Ne era uscito per miracolo. In due settimane era invecchiato di dieci anni.
Gasklind s’accese una sigaretta. Un altro segno distintivo: le sigarette a Kelidia erano rarissime e molto costose. Passò qualche minuto, senza che nessuno aprisse bocca. Gasklind aspettava. Aveva illustrato il servizio che offriva, ora toccava ai nostri genitori farsi avanti. Dire il loro prezzo.
Nel giro di poche settimane questo degli arruolamenti forzati era diventato un ghiottissimo affare. Non solo per i salvagente. I salvagente erano quelli che guadagnavano di più, perché ci mettevano la faccia e correvano i rischi più grossi, ma anche i reclutatori avevano il loro tornaconto. Funzionava così: i reclutatori fornivano ai salvagente le liste delle reclute, i salvagente sceglievano le più appetibili, sospendevano il loro arruolamento e si presentavano a casa di ciascuna, badando a illustrare, come Gasklind a nostro padre, tutte le cose orribili che potevano capitare in guerra. Poi aspettavano. Aspettavano che le reclute offrissero qualcosa, che cercassero di corromperli con denaro o gioielli o altro. Non chiedevano, non proponevano, si limitavano ad aspettare, come ora stava facendo Gasklind. Così nessuno poteva accusarli di corruzione. Se l’offerta era all’altezza, si fingevano indignati e andavano via. Ma invece del drappello si presentava un ragazzo o magari una vecchina, che in apparenza chiedeva l’elemosina, mentre in realtà pretendeva il pagamento del servizio. Ricevuto quanto pattuito, il salvagente diceva ai reclutatori di cassare il nome della recluta dalle liste. Poi si spartiva.
Se nostro padre s’era meritato la visita di Gasklind, era a causa della tipografia, ma soprattutto perché correva voce che stampasse banconote false. E una volta era proprio così. Ma poi l’aveva beccato la polizia, e lui aveva corso il rischio di finire in galera per quindici anni. Era riuscito a cavarsela con otto mesi solo perché aveva fatto i nomi di tutti i suoi complici. Da quel giorno la sua carriera criminale era finita. Anche se in giro si bisbigliava che conservasse una matrice da cinque dinari e che facesse qualche pezzo di tanto in tanto, giusto per tenere in piedi la ditta.
A Gasklind queste voci erano bastate per tentare. Sperava di ricavarci almeno cinquecento dinari, non importa se veri o falsi. Se poi fosse riuscito a farsi dare la matrice… Il problema era che nostro padre la ditta la teneva in piedi solo perché stampava volantini propagandistici per l’esercito, e aveva dovuto licenziare tutti i compositori e i torcolieri per non farla finire a terra. Le matrici le aveva sequestrate tutte la polizia al tempo dell’arresto.
Gasklind finì di fumare la sigaretta e la gettò sul pavimento, spegnendola con il tacco. Poi, senza aggiungere altro, s’alzò. Le sue scarpe lucide scricchiolarono sul pavimento. Dovevano essere state appena risuolate.
«Spero che non sia davvero così avaro, mastro Grossen» disse, mentre varcava la porta. «Perché non ci saranno altre occasioni.»
Tre giorni dopo nostro padre fu arruolato. La polizia di Forkel arrivò all’ora di pranzo. Quattro uomini vestiti di nero, con i soliti volti accigliati e i manganelli in mano. Mia madre li fece entrare e si mise da parte. Noi eravamo accanto a lei, inebetiti dalla paura e dal dispiacere. Nostro padre era seduto sull’unica poltrona del soggiorno. Dopo la visita di Gasklind non aveva fatto altro che starsene seduto lì a rimuginare. Non fece resistenza, non disse niente. Uno del drappello lo prese per il braccio e lo tirò su. E se lo portò via, in silenzio, senza né meno dargli il tempo di salutarci o anche solo di rivolgerci un cenno.
Quella fu l’ultima volta che lo vedemmo.
Assieme a nostro padre se ne andò via anche la guerra. Definitivamente. Le esplosioni, i crolli, i disastri e tutte le cose terribili che la guerra ci aveva portato in dono ora se ne stavano rintanati sulle montagne, a patire il freddo e a falcidiare soldati che i parenti avevano già dato per morti. A Kelidia non arrivavano più né meno gli echi delle battaglie. O meglio, arrivavano, ma nessuno stava ad ascoltarli. Di tanto in tanto un carro tutto sfasciato scendeva dal fronte con un bagaglio di lettere e bollettini di guerra; ma la carta era diventata così preziosa, che il carro lo depredavano prima ancora che arrivasse a Borgo Fiume, e le risme erano abrase e rivendute alla Piana dei Mercati prima ancora che il carrista si riprendesse dalle botte.
Del resto eravamo troppo impegnati a sopravvivere, per interessarci di quello spettro pauroso ma larvale che era diventata la guerra. Nostra madre era così presa dal lavoro e da noi due, che a nostro padre non pensava quasi più. All’inizio cercò di tenere in piedi la tipografia, ma poi l’esercito ritirò la commissione dei volantini, e la ditta fallì. Jana fece allora quello che ormai facevano tutti a Kelidia. Andò al Girasole e chiese di vedere la signora Blum. Voleva un prestito per comprare una risma di carta e dell’inchiostro e dare alle stampe un opuscolo scritto da lei sulla prevenzione della dissenteria nei bambini. Immaginava di venderlo bene, perché era un problema molto diffuso.
La signora Blum la ricevette nel suo ufficio, un piano sopra al locale. Noi non c’eravamo e non possiamo riportare con esattezza il discorso che fece la signora, anche perché nostra madre non era tanto brava a raccontare, e il discorso era diverso ogni volta che ripeteva la storia. Ma quello che disse la signora Blum possiamo immaginarlo facilmente. Lei aveva le sue due o tre idee fisse che considerava verità assolute e che non permetteva a nessuno di discutere, e ci girava sempre attorno.
«Ti darò da vivere» disse la signora Blum. «Ti darò tutto quello che ti serve per crescere i tuoi figli. Ti darò anche una casa nuova, se quella che hai è troppo malandata. Ma non voglio sentir parlare di opuscoli. Ora lavori per me. E sono io a dirti quello che devi o non devi fare. La tua tipografia non ha nessun valore, ma la prendo lo stesso. Così posso almeno affittare il locale »
Nostra madre si mise a piangere. S’era data tanto da fare per tenere in piedi la tipografia, che chiuderla le sembrava oltraggioso. A suo modo di vedere era come dare nostro padre per morto. Cercò ancora di convincere la signora a prestarle i soldi per la carta e l’inchiostro, ma la signora Blum destestava veder piangere le donne e la fece sbattere fuori. Il giorno dopo mastro Leder venne a casa nostra con un cesto di frutta e del pane.
«Cominci domani» disse a nostra madre. «Presentati alle cinque in punto. Se ritardi anche solo di un minuto, la sera recuperi mezz’ora. Chiaro?»
Da allora e per tutto il resto della sua vita a nostra madre toccò lavorare per la signora Blum. E lavorare per la signora Blum significava sgobbare per oltre dieci ore al giorno tutti i giorni, domenica compresa, con pochissime pause e quasi nessuna possibilità di occuparsi di qualsiasi altra cosa. Compresi noi due. Ma non è che accusiamo nostra madre d’averci trascurato. Anche noi eravamo occupati da mattina a sera e avevamo bisogno della massima libertà, per condurre i nostri affari. Jana non li conosceva nel dettaglio, ma sapeva che ci davamo da fare più di tutti gli altri ragazzi del quartiere e che spesso avevamo a che fare con persone poco rispettabili, tipo i disertori. Le dispiaceva, s’arrabbiava, ci intimava di smettere, ma non fece mai niente per ostacolarci. Perché bisognava restare a galla in qualche modo, e cos’altro puoi fare, per restare a galla, se non muovere le gambe il più possiblie e il più a lungo possibile?
Nel giro di pochi mesi anche la polizia di Forkel sparì. I drappelli mandarono al fronte tutti quelli che potevano, compresi i salvagente, e poi se ne andarono anche loro. A sorvegliare la città rimasero le miliziane della Guardia Civile, prezzolate dalla signora Blum. Le partenze per il fronte cessarono. Anzi, divenne quasi impossibile lasciare la città. Mastro Leder faceva di tutto per tenere la gente a Kelidia, minacciava, torturava, prometteva salvaguardia da pericoli che era lui stesso a procurare. Il suo scopo era intrappolare i kelidiani, così che la signora Blum potesse mangiarsi l’intera città con i prestiti a interesse. La nostra vita fu di nuovo inquadrata e regolamentata. Dopo gli sconquassi dell’assedio e l’abbandono dei sovrani, ritrovammo una guida alla quale affibbiare il fardello della nostra meschinità e un inferno al quale addossarne la colpa. La guida era la signora Blum, naturalmente, più forte e più ricca ogni giorno, sempre meno usuraia e sempre più regina. L’inferno era la guerra, la nostra orribile sorella, che era ormai diventata indispensabile, perché veniva tutto da lei, noi in fondo non avevamo colpe, ci eravamo solo adeguati, e anche se eravamo venuti a patti con il diavolo, cos’altro potevamo fare? E sembrava davvero che avesse senso, che tutto andasse così per un motivo, che stessimo davvero lottando per salvare noi stessi e per redimerci.
Finché non arrivò il messaggero.

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7 pensieri su “Un paio di scarpe lucide – II Parte

  1. Ti ringrazio moltissimo dei commenti sul mio blog. I romanzi che tu pubblichi a puntate sul tuo meriterebbero lunghe e articolate critiche (positive) che io non sono in grado di “produrre”. Mi limito così a leggere e ad apprezzare i mondi “altri” che crei – forse uno sguardo su realtà parallele, chissà…
    Baci, buona domenica!

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