Migrazioni 7 – Parte II

Mi occorse qualche secondo per rendermi conto del significato di queste parole. E quando ci arrivai, pensai d’aver sentito male.
«In realtà la morte di Kidna ci interessa poco» disse Boris. «L’indagine sull’omicidio di un solo uomo non può che passare in secondo piano, in un momento del genere.»
«Non capisco.»
«C’è una domanda più urgente che intendiamo rivolgerti, Crim.»
Boris continuò a fissarmi per un certo tempo, poi si avvicinò di due passi. Il suo alito era cavernoso e miasmatico. I suoi occhi grigi divennero color sangue.
«Qualcuno dei residenti in quella che tu chiami prigione è riuscito in qualche modo a mettersi in contatto con l’esterno?»
«No! Come potevamo?»
«Sii sincero. Ti assicuro che non ci saranno rappresaglie. Nessuna ritorsione. Parola mia. Nel caso sia stato tu, per esempio, ci spieghi come hai fatto e poi basta, puoi andare. Non ti faremo niente, né meno una multa.»
A questo punto mi arrabbiai: «Ma è pazzesco! Ci avete confinati… ah no! temporaneamente alloggiati… in una stanza con una sola porta, una porta che si apre solo dall’esterno, e c’è un intero esercito dietro la porta, che fai una sola mossa, e ti stende con i fischietti. E poi abbiamo sempre tra i piedi quegli impiegati così gentili e solerti e con l’occhio così lungo, e registrate anche quello che diciamo, a quanto pare, e forse ci riprendete addirittura con le telecamere. Insomma: come facevamo a contattare l’esterno? Come vi salta in mente un’idea così stupida?»
Boris e Cremalki si scambiarono un’occhiata. «Insomma, non siete mai entrati in contatto con l’esterno?» disse Cremalki.
«Certo che siamo entrati in contatto con l’esterno.»
Boris strabuzzò quei suoi piccoli occhi lucenti. «Ma hai appena detto…»
«Siamo entrati in contatto con voi! Con voi! Dovreste saperlo, dato che avete ascoltato i nostri discorsi. Se volevate che la segregazione… ah no! l’alloggio temporaneo… funzionasse, dovevate rinchiudere anche voi stessi.»
Boris guardò di nuovo Cremalki. Ora l’occhio verde pulsava più adagio. Ma a quel punto ero così arrabbiato che non mi faceva più alcun effetto: «Perché mi avete trascinato qui? Se voi stessi rispondete alle domande che mi rivolgete? Se Dugal l’avete già condannato e della morte di Kidna non v’interessa? Tutto quel discorso sul bravo cittadino, io l’ho capito a cosa mira. Fa’ sì con la testa a tutto quello che diciamo e te la cavi, aiutaci a seppellire la verità e riavrai la tua vita. Ma non riuscirete a seppellire questa storia. Anche se condannate Dugal, anche se fate fuori tutti quelli che avete recluso assieme a me, non otterrete niente, perché non potete seppellire voi stessi.»
«Noi…» intervenne Cremalki, con un filo di voce, «noi dobbiamo essere sicuri.»
«Sicuri di che?»
«Che sia come ha detto Dugal» disse Boris. «Che il dilemma non sia un dilemma.»
A questo punto non avevo più dubbi. Nei tre occhi dei due agenti luccicava il terrore. E quello strano interrogatorio nasceva solo dall’esigenza di affibbiare a qualcun altro il peso della verità. Come se la responsabilità di quello che stavano per fare non fosse loro ma nostra, mia e di Dugal e di Noemi, e dovessimo pagarne anche noi le conseguenze.
Questo mi fece arrabbiare ancora di più: «Volete che sia io a dirvi cosa fare? Ebbene, non lo farò. Potete lasciarci in quella maledetta stanza per tutta la vita. Tanto in prigione ci viviamo da quando siamo nati. Cosa volete che cambi?»
Boris fece ancora un passo verso di me, e così anche Cremalki. Temetti di averli fatti arrabbiare. Immaginai nitidamente gli effetti del braccio protesico di Boris sulle mie ossa. Ma non avevano intenti bellicosi. Anzi, sembrava che il mio sfogo li avesse punti sul vivo, che fossero dispiaciuti.
«Quello che è successo tra Dugal e Kidna» disse Boris, chinando il capo, «è solo un pallido riflesso di quello che sta succedendo in città. Il panico dilaga, Crim: disordini, violenze, omicidi. Suicidi di massa. Ieri cinquantanove persone hanno sequestrato un inceneritore, giù al livello 42, l’hanno portato alla temperatura massima e si sono gettate dentro. Ormai nei sogni di tutti compare solo questo muro di gelatina che fronteggia la città e poi la sommerge. Pochi possono dare un nome a quest’immagine, solo i pochi che sanno o che hanno visto o che hanno sentito qualcosa della colonia, ma è nei sogni di tutti. Anche nei miei, anche nei sogni di Cremalki. Nessuno di noi ne parla, non ne parliamo né meno tra di noi, per paura di diffondere indirettamente il panico. Ma il panico dilaga lo stesso. E con il dilagare del panico le attività s’interrompono, il respiro della città rallenta, diventa affannoso, è quasi sul punto di fermarsi.»
Boris spalancò i piccoli occhi scarlatti: «Mem sta morendo, Crim. E ne danno la colpa a noi. A noi della S.O.R.D.O., intendo. Non sappiamo bene perché, ma il vostro… trasferimento ha causato una serie di terribili conseguenze. In qualche modo si è sparsa la voce che la S.O.R.D.O. stesse complottando per rovesciare Cristoffersen, che i nostri funzionari intendessero eliminare gli oppositori. Che il trasferimento fosse un’epurazione, insomma. Nel giro di un paio d’ore è stata organizzata una protesta che poi è diventata una vera e propria sommossa. A quel punto il prefetto Cristoffersen ha deciso di andare in onda per rassicurare la cittadinanza. Ma è apparso sugli schermi circondato dalla sua guardia personale, che è un distaccamento della Sottosezione Zero, ed è sembrato che tutti quegli energumeni con la clessidra al braccio lo tenessero in ostaggio. E allora la sommossa è sfociata in rivolta. Le sottosezioni dalla prima (la tua!) alla sesta sono state prese d’assalto, molti impiegati gravemente feriti. Sei colleghi sono morti, tra i quali una della tua sottosezione, una certa Doris. Poche ore dopo un gruppo di cittadini è riuscito chi sa come a espugnare la sala controllo della Tubovia, e ottantasei capsule sono immediatamente partite alla volta del livello 388, dov’è la sede principale della Zero, con l’intento di prenderla d’assedio. Siamo stati costretti a deviare il tracciato sulle rampe esterne.»
Li scrutai con orrore, mentre immaginavo le ottantasei capsule che precipitavano tutte assieme in un abisso di oltre duemila cubiti. Fui colto dalla nausea: «Perché mi state dicendo tutto questo? Solo per angosciarmi o per qualche altro motivo? E poi perché proprio a me? Cosa c’entro io?»
Boris mi guardò stupito, forse addirittura addolorato: «Non sei forse uno di noi, Crim? Non lavori anche tu alla S.O.R.D.O.? O pensi di essere diverso solo perché hai una finestra in casa? Gli eventi che ho appena riferito ti riguardano in prima persona. Se l’altro giorno fossi andato al lavoro, oggi forse saresti in clinica… se non addirittura morto! Chiediamo la tua opinione perché sei un collega direttamente coinvolto nella vicenda. Non riusciamo a pensare a un interlocutore più qualificato.»
A questo punto divenni furioso. Niente di quello che aveva detto Boris era falso; ma mi sentivo lo stesso come se avessi appena ricevuto la peggiore offesa della mia vita.
«A cosa vi serve la mia opinione? Se siete disposti a uccidere ottantasei cittadini solo per preservare i vostri privilegi, significa che avete le idee fin troppo chiare, che sapete benissimo cosa fare. E che avete anche il coraggio di farlo. Allora fatelo!»
Boris e Cremalki si scambiarono ancora un’occhiata. Poi annuirono.
«Il dilemma non è un dilemma» disse Cremalki.
Mentre pronunciava queste parole, alcuni funzionari entrarono nella stanza, mi sollevarono quasi di peso e mi scortarono fuori. Varcato un lungo corridoio, mi ritrovai di nuovo nella prigione.
Qui avevano tutti un’aria confusa e smarrita. Sembrava che non dormissero da un mese. Un altro degli effetti del fischio cefalico. Andai alla branda e mi coricai senza dire una parola. Se Noemi intendeva domandarmi dove mi avessero portato e cosa mi avessero fatto nelle ultime ore, credo che la mia espressione la dissuase dal farlo.
Mi tirai la coperta sulla testa e per la prima volta da molte settimane mi concessi di sognare.
Mi svegliai nel cuore della notte. La stanza era immersa nel buio. Si sentiva solo il respiro dei dormienti, il fruscio delle lenzuola e alcuni gemiti soffocati. Suoni che sentivo ogni notte, mentre mi rigiravo tra le lenzuola per tenere lontano il sonno.
Ma stavolta avevo sognato.
Avevo assistito alla morte delle meduse. O meglio, ero morto con loro.
In quel momento sentii un suono sconosciuto. Ma no, lo conoscevo, era nel sogno, nel sogno che avevo appena fatto. Un sibilo sordo, straziante. E non veniva da Mem, ma da fuori. Rimasi in ascolto. Dopo un po’ il suono parve affievolirsi, come se la sua fonte si stesse consumando. Alla fine scomparve.
Cadde il silenzio. Un silenzio così completo, che non poteva aver niente di casuale.
Anche questo silenzio era nel sogno.
Sapevo cos’era appena successo. E anche tutti gli altri. Si svegliarono uno a uno. Noemi protese le mani verso l’alto, come in cerca di appiglio.
«Stavi sognando?» le domandai.
«Io… sì. Stavo sognando. Poi ho sentito… cos’è stato?»
Guardandosi attorno, nonostante il buio e i divisori, si accorse che anche gli altri erano svegli e più o meno nelle sue stesse condizioni.
Sembrava disperata. «Cosa vogliono fare?» gemette.
«L’hanno già fatto. Senti che silenzio.»
La cosa peggiore del silenzio era che suonava così artificiale.
«Cosa vogliono fare?» ripeté Noemi.
Non c’era niente da dire. Se non quello che dissi poco dopo, mentre il sonno mi riafferrava:
«Presto torneremo a casa.»

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