Migrazioni 8

Dalla finestra di casa mia si vedeva la migrazione. L’ultima, a giudicare dalla spossante lentezza della colonia. Poi per incanto la finestra scomparve: la barriera di vetro tremolò, si fuse con il cielo e con la pianura battuta dal vento. Le pareti del cubicolo divennero cielo e terra, nuvole ed erba; il sapore del vento, il rumore dell’aria, l’odore delle nuvole dissolsero ogni frontiera. Lo sguardo si trasformò in una deriva, poi assunse una direzione, riconobbe una meta e allora si fece volo, planata. La meta erano il suolo e la vita che ribolliva nel suolo.
Il cielo bianco bruciava i miei occhi. L’aria mobile impregnava la memoria, riversandosi nei suoi mille antri e recessi, bagnando tutto di luce e di vento. Poi il suolo. Che calpestai avidamente, stupito dal solletico dell’erba sotto i piedi e dal tocco materno della terra. Mi chinai per strappare un ciuffo d’erba, ma ero terrorizzato dalla fragilità della materia vivente, dalla completa estraneità di una sostanza così tenera e preziosa a tutto quello che conoscevo, e non potei far altro che sfiorarla.
Rabbrividii, mentre la memoria riservava uno scaffale dei suoi immensi magazzini al ricordo della terra e dell’erba. Ma il ricordo non era del tutto estraneo alla memoria, né prese posto su uno scaffale che non gli fosse destinato fin dal principio. Una parte di me conosceva la terra, anche se non l’aveva mai toccata. La conosceva perché la riconosceva in se stessa.
L’orizzonte era piatto, così potei osservare con attenzione le spume azzurre che si alzano laddove la terra si unisce all’atmosfera. La respirazione mi riusciva faticosa, perché i polmoni conoscevano solo l’aria filtrata dalle pompe di Mem, non questa impura e pesante. Poi all’improvviso si fece notte. L’orizzonte si chiuse, le spume azzurre si tramutarono in un’oscura marea, i confini irraggiungibili del mondo divennero i confini della percezione. Fui colto dal panico. Cercavo affannosamente la via per tornare a Mem. Mi ero perso. Il profilo della città si era dissolto nel buio, il ronzare di uomini e macchine era stato divorato dal silenzio. Gridai finché rimasi senza fiato. Corsi nel buio, cambiando direzione ogni due passi come un insetto senza antenne. Imploravo affinché il buio che mi assediava restituisse il tocco gelido e rassicurante dell’acciaio.
Un bagliore! Corsi in quella direzione, esalando un grido silenzioso. Corsi per molto tempo. Mezz’ora. Un’ora. Due ore. Un giorno. Una settimana. Corsi finché i bronchi non esplosero, finché i polmoni non cominciarono a liquefarsi. Caddi riverso sull’erba. Ma l’erba era secca, le foglie raggrinzite. Sentii che il suolo e le creature alle quali il suolo dava nutrimento morivano, si decomponevano, si scioglievano in una melma nera. Cercai di sollevarmi dalla melma, ma la melma era vischiosa, mi aveva imprigionato.
Incominciai a sprofondare.
Mi agitavo per tener fuori la testa, ma i contorcimenti ottenevano solo di farmi sprofondare più rapidamente. Allora rimasi fermo, consapevole di non poter fare altro. Mi preparai a morire. La mia bocca, le narici, gli occhi furono invasi dalla melma. La melma fluì nei vasi sanguigni, sostituendo il sangue, fu pompata dal cuore in ogni singola cellula. Le cellule se ne nutrirono. Non morii. La mia natura mutò radicalmente. Solo la coscienza rimase integra: la coscienza era l’unica cosa che mi distingueva dall’abisso. Trascorsero ere. La melma cominciò a fremere. Erano i miei ricordi a far fremere la melma: i ricordi presero a viaggiare avanti e indietro nel tempo e percorrevano e ripercorrevano nascite e decessi e li confondevano tra loro.
Riapparve il bagliore, a pochi passi da me. Una debole luce sfrigolò nella melma. Prima una fiammella soffocata, poi un vivo focolare, infine un falò. La melma prese fuoco in una vampa accecante. Il nero divenne bianco. Il bianco si divise in tutti i colori dello spettro e si spiegò in un immenso arcobaleno che tagliò in due l’universo. Un odore nuovo mi toccò le narici, un odore pungente e carezzevole che non stentai a riconoscere.
L’essenza.
Ecco dov’ero finito: nella colonia.
Mi ero perso nella colonia! Ora sì che stavo per morire. Dugal mi aveva detto che chi finisce nella colonia muore. Non mi dispiacque morire. In realtà poteva andar peggio. Ma non morii. A un certo punto la colonia fu divisa in due da una forza simile alle scintille primordiale che innescano le stelle. Una via percorse la colonia, un corridoio del quale non si vedeva la fine.
Siccome avevo di nuovo le gambe, corsi verso il fondo del corridoio, tra pareti di gelatina alte due volte Mem. Correvo perché avevo fretta di incontrare la creatura che mi aspettava alla fine del corridoio. Corsi per anni, per decenni, per secoli. I secoli divennero millenni e i millenni ere, e ancora non avevo raggiunto il fondo del corridoio. Ma eccolo, alla fine. Una parete più alta di qualsiasi parete, un mondo più vasto di qualsiasi altro mondo. Avvolto nel buio come in un manto regale, mi aspettava, impaziente come tutti i sovrani.
Ero al cospetto del signore delle meduse, la cupola al di sopra delle cupole più alte, la luna rotolante sulla terra. Il signore delle meduse era il cielo e le stelle: al suo cospetto mi sentivo un granello di polvere. Aprì i filamenti come un sipario, svelando un vuoto smisurato, nel quale danzava solo il riverbero della carne di medusa.
L’invito era chiaro. Entrai. Il suolo sotto i miei piedi era soffice e caldo. Presto mi accorsi che non era più suolo, ma aria. Volteggiavo lieto e leggero nel ventre della medusa. L’essenza colava in nastri, attorcigliandosi lungo le pareti d’arcobaleno. Salivo sempre più veloce. Un basso mormorio nacque in un abisso dimenticato e cominciò a salire, un po’ alla volta.
Chiusi gli occhi. Sorrisi: il piacere del volo! Mi addentravo sempre di più nelle oscure interiora del sovrano. Gocce di essenza pura mi piovevano addosso, una lucida veste viscosa cominciò a ripararmi e a scaldarmi. Raccolsi nelle mani qualche goccia di essenza e provai a berne un sorso. Sapevo che bere l’essenza pura significava morire. E così fu, morii, ma rinacqui prima ancora di morire e morii e rinacqui moltissime volte. In nessun modo sarei tornato quello che ero un tempo.
Il mormorio di poco prima era cresciuto. Ora era una specie di borbottio semiumano, che a tratti si tramutava in tuono, un tuono ovattato, lontano. C’era qualcosa di familiare nel tuono, un battere levare che ricordava le contrazioni di un cuore. Provai a guardare in alto, ma lassù c’era la mente del sovrano e la mente bruciava la vista.
Continuai a salire.
Ora il tuono era vicinissimo e assordante, anzi non era più un tuono ma proprio un battito, ed era la pulsazione di una vita troppo grande perché il mio corpo potesse contenerla. L’energia dell’enorme cuore che sosteneva quella vita colossale mi stava bruciando. Ancora una volta mi trovai a lambire la morte. Per sopravvivere dovetti trasformarmi nel signore delle meduse. Guardai la terra con occhi più alti delle nuvole, occhi che non erano occhi, ma solo scintille scoccate dal contatto della luce. Un orizzonte così ampio, che nessuno sguardo poteva contenerlo, rigava il mio sguardo: una così totale emancipazione dalle angustie di Mem, che niente poteva riportarmi all’origine.
Tremavo al tocco del vento, sentivo i tentacoli schioccare e annodarsi. Il vento rapiva il mio popolo. Rivissi allora tutte le migrazioni che si erano susseguite da quando il signore delle meduse si era staccato da suo padre, il grande polipo che aveva generato la colonia. E vidi per la prima volta le montagne, le foreste che coprivano le montagne, le scogliere spazzate dal mare e il mare stesso.
Conobbi per la prima volta l’ebbrezza del viaggio.
Ora però il viaggio si era interrotto. Davanti a me si trovava Mem, nera e rumorosa, con i suoi rami d’acciaio che succhiavano il sole e le radici tubolari che predavano il suolo. Attraverso la pelle gelatinosa percepii il calore e il lezzo e della città e piansi, perché la città avvelenava la pianura e il suo veleno arrivava ormai fino alle pendici dei monti, fin quasi alle scogliere del sud. Una marea oscura si allargava dalla città, divorando ogni stelo d’erba e ogni creatura alla quale l’erba dava ricetto. La marea colpiva anche la colonia, e la colonia vacillava e s’indeboliva al suo tocco ed era sempre più debole ogni volta che ritornava al cospetto di Mem. Presto, mi resi conto, il veleno avrebbe portato l’intera colonia alla morte.
Cos’altro restava da fare, se non soccombere? E lanciare un monito assordante come il collasso di un intero mondo?
Ed ecco che ora una strana creatura si lanciò in volo da una rampa della città, un uccello dal piumaggio nero si librò nel vento, puntando allo zenit. Una scia di caligine seguiva l’uccello, aggrappandosi alla sua coda e legandolo alla rampa che l’aveva partorito come un cordone ombelicale. L’uccello non mandava stridi o gorgheggi, solo un rumore di risacca. Sembrava che il suo ventre fosse pieno di liquido e che qualcosa si agitasse nel liquido.
L’uccello arrivò alle nuvole e solo allora la scia di caligine si spezzò. L’aria d’alta quota rese puro e innocente l’uccello, lo affrancò per sempre dal male che lo aveva generato. La violenza che stava per venire era a questo punto solo un atto di procreazione, quasi d’amore. Il rumore di risacca era sempre più forte. Il ventre dell’uccello incominciò a espandersi. Un vagito riecheggiò all’interno. L’utero dell’uccello si aprì. L’aria bianca e pura riempì la dolorosa cavità che la nuova vita, venendo alla luce, stava scavando.
La nuova vita, l’uovo nero vagente, non si librò nell’aria. Conobbe solo per pochi istanti la purezza del volo d’alta quota. Cadde. Il pianto divenne un sibilo e il sibilo precipitò al suolo più velocemente dell’uovo, fu respinto verso l’alto dalla terra e incontrò se stesso a mezza via. Amplificato, lacerò i rudimentali organi meccanorecettori delle meduse, sbriciolò i primitivi cervelli che dovevano elaborare i segnali ricevuti dagli organi. Il sibilo divenne assordante.
Il popolo delle meduse si aprì ad accogliere il neonato urlante. L’accoglienza della gelatina fu amorevole. I filamenti si levarono a salutare e a custodire la nuova, preziosa esistenza come mani materne.
Poi ci fu il bianco. Nient’altro. Solo il bianco. Né meno il tempo di rendersi conto dello straziante calore sprigionato dalla nuova vita. Né meno il tempo di rendersi conto del silenzio infernale, del silenzio artificiale che seguì la schiusa dell’uovo.
Stavolta morii davvero.
Morii con l’intera colonia.
E gli unici suoni che potei sentire, prima che il buio m’inghiottisse, furono lo sferragliare dei trattori sopra i rimasugli del mio corpo disfatto e i clamori dell’ultima raccolta.

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6 pensieri su “Migrazioni 8

  1. Un capitolo conclusivo pien, anzi ricco, di colpi di scena su come Crim alla fine si suicidò, insieme alla colonia delle meduse. Un crescendo finale pieno di pathos, che descrive la metamorfosi di Crim prima della sua effettiva estinzione.
    Direi un bel capitolo conclusivo

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    • Grazie! Chiudere con un resoconto onirico è un po’ rischioso, perché magari si può perdere il contatto con il lettore. Sono contento ti sia piaciuto. E ti dirò che non l’avevo pensato comu un suicidio, ma la tua interpretazione mi pare più convincente. Grazie anche per questo!

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      • Ho visto in Crim, al termine della lettura complessiva, l’Uomo che non si accontenta di quello che vede o che gli vogliono far vedere ma il curioso di conoscere e ragionare con la propria testa. Il suicidio, tra virgolette, rappresenta il suggello di non aver raggiunto il proprio obiettivo.

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