Leggera – Parte I

Il cielo primaverile faceva germogliare il suo desiderio. Si sentiva pervasa da una linfa nuova, che irrorava ogni angolo del suo corpo, sovvertendone l’intima composizione. Era come se tutte le porte dentro di lei fossero aperte, e tra le camere ombrose si attendesse l’arrivo di qualcuno.
Guardò in alto, cercando una figura familiare tra le nuvole. L’azzurro le riempì gli occhi, mentre un sole ancora convalescente dal lungo inverno le sfiorava il volto. E lei accolse il sole e l’azzurro con gratitudine, come se promettessero qualcosa. Poi lo vide, sospeso tra due nuvole. Le mancò il respiro. Per poco non lasciò cadere il panino che stava mangiando. C’erano centinaia di metri a separarli, ma Viola non aveva esitato un attimo a distinguerlo dagli altri Leggeri.
Rebecca tornava con le bibite. Rossa e sparuta come un papavero solitario in mezzo a un campo, aveva enormi occhi verdi e sopracciglia scure che s’inarcavano in buffe espressioni di disappunto. Conosceva Viola da quando erano piccole: avevano fatto le stesse scuole, frequentato gli stessi amici, abitato per un certo periodo nella stessa casa; si erano iscritte assieme all’università e l’avevano abbandonata quasi contemporaneamente, dopo un paio di anni. Oggi lavoravano nello stesso centro commerciale, a un piano di distanza.
Ma erano così diverse! Rebecca caricava a testa bassa con l’ostinazione dei piccoli, compensando l’esile complessione con uno spirito robusto. Viola, al contrario, se non ci fosse stata Rebecca ad ancorarla al suolo, se ne sarebbe andata alla deriva nei suoi variopinti mondi interiori. Il compito di Rebecca era richiamarla indietro quando si assentava troppo a lungo.
Ora si rese conto che c’era di nuovo bisogno del suo intervento. Inarcate le sopracciglia, si soffermò a osservare l’amica. Seguì il suo sguardo fino alle nuvole.
Sospirò. «Ti rendi conto che è assurdo, spero» disse, sedendo sulla panchina e porgendo a Viola la sua bevanda. Cercò invano i suoi occhi, poi sospirò di nuovo: «Innamorarsi di un Leggero!»
Viola non la ascoltava. Lui stava facendo una serie di evoluzioni attorno a due cirri, danzando tra l’uno e l’altro con leggiadria e destrezza, come un grande airone bruno.
Rebecca aveva ragione. Era assurdo. Ma lo amava. Anche se non gli aveva mai parlato, anche se solo una volta aveva avuto occasione di guardarlo negli occhi (quei grandi occhi neri, che mezzelune d’oro rischiaravano attorno alla pupilla), anche se lui le aveva prestato attenzione solo per pochissimo tempo, Viola non aveva dubbi. Non ricordava di esser mai stata così certa di amare qualcuno.
Era cominciato pochi mesi prima. Viola abitava in periferia, in una casa vecchia e malandata che divideva con la padrona. La padrona era un’anziana vedova che non si alzava mai dal sofà e trascorreva le giornate leggendo romanzi. La casa, di un brutto verde chimico, era circondata da un terreno incolto pieno d’erbacce e rifiuti, con una strada polverosa che lo segnava come una cicatrice. Siccome l’edificio più vicino era a oltre cinquanta metri e gli alberi orlavano solo un lato del terreno, le finestre, le porte e i balconi della vecchia casa erano costantemente dipinti dell’incostante colore del cielo. La sera, dopo una giornata di lavoro in negozio, Viola amava sedersi alla finestra della sua stanza e godersi le mille sfumature del tramonto che s’incupivano adagio in un blu profondissimo.
E le giostre dei Leggeri.
Era così strano e affascinante vedere delle persone di aspetto così normale andarsene in giro a svolazzare per il cielo. Alcuni Leggeri, grassi e miti, assomigliavano alle foche; altri erano piccoli e veloci come uccelli; altri ancora, eleganti come ballerini, allietavano il loro pubblico di nuvole e nembi con ininterrotte danze cilestri. E poi c’erano i bambini, allegri e schiamazzanti come passeri, che a volte scendevano fino ai tetti delle case o si avvicinavano alle finestre per guardare nei salotti della gente. Qualche volta sorridevano.
Ma gli adulti era rarissimo che si avvicinassero tanto, e quando capitava non badavano alla gente di terra, come se fossero invisibili. Qualunque cosa facessi per attirare la loro attenzione, il loro sguardo ti attraversava come se fossi di vetro. Ma era così rasserenante starli a guardare! Dopo un’intera giornata spesa ad assecondare le più assurde richieste delle clienti, a litigare con quelle più arcigne e a giustificarsi con la caporeparto per ognuno di questi litigi, Viola arrivava alla finestra assetata come se avesse attraversato un deserto. La vista dei Leggeri la dissetava. E quando più tardi Rebecca passava a prenderla, si scopriva abbastanza allegra da essere perfino di compagnia.
Scendeva le scale di corsa, sentendosi infinitamente leggera, e baciava la padrona di casa sulla guancia.
Viola sospettava che il mondo fosse troppo pesante per lei. Le relazioni che intrecciava con le altre persone le apparivano piuttosto come catene che come legami. I ragazzi con i quali usciva, se non la ferivano quando meno se lo aspettava, la lasciavano indifferente. Le sue amiche erano sempre troppo prese da se stesse per accorgersi del suo disagio. L’unica che le prestava attenzione era Rebecca, ma a volte la sua apprensione materna le toglieva l’aria.
Una volta Viola sognava di evadere in paesi lontani, di viaggiare solo per il gusto di vedere cose nuove, di puntare a caso il dito sulla mappa e dire: vado là. Ma poi aveva capito che le mancava il coraggio di farlo sul serio, e questa fantasia era lentamente sbiadita, fino a diventare un incolore desiderio di libertà. Fortuna che c’erano i Leggeri! Erano così lontani, enigmatici e indifferenti, che non poteva aspettarsi nessun male da loro; e la gioia che le davano era in fondo pallida e fredda, lesta a svanire non appena si distoglieva lo sguardo.
Viola pensava di non potersi aspettare di più.
Ma poi era capitato qualcosa di nuovo. Una sera Viola se ne stava con i gomiti sul davanzale, sorseggiando un tè caldo. Il cielo di fine inverno aveva preso con l’avvicinarsi del tramonto un colore caldo, che si allargava lentamente fino a fondersi con il viola della notte. L’aria era secca e fredda e non c’erano nuvole.
Viola si sentiva cristallina. Le sembrava che la luce crepuscolare si rifrangesse dentro di lei. Osservava un gruppetto di Leggeri gironzolare tranquillamente lungo una corrente discensionale, disegnando un ampio cerchio nel cielo. Era questo che facevano i Leggeri tutto il giorno: gironzolavano, apparentemente senza meta. Nessuno sapeva di cosa vivessero, come si nutrissero, dove prendessero gli abiti che avevano addosso, identici a quelli della gente di terra.
Non erano molto amati: alcuni ammiravano la loro grazia, ma invidiavano la perfetta libertà di cui godevano; altri detestavano la loro indifferenza e l’evidente fannullaggine. Era capitato più volte che qualcuno tentasse di tirar loro dei sassi o addirittura di far fuoco con una pistola. Fortunatamente i Leggeri non risentivano di queste aggressioni. Anzi, sembravano non accorgersene né meno. Nel corso degli anni, gli scienziati avevano cercato di catturarne qualcuno per le loro ricerche, ma nessuna rete era riuscita a imprigionarli, né alcun tipo di vischio o di trappola in generale. Per questo un gruppo di studiosi aveva avanzato l’ipotesi che i Leggeri fossero almeno parzialmente incorporei, mentre un famoso luminare, durante una conferenza che aveva suscitato grande scalpore, era arrivato ad affermare che i Leggeri non fossero altro che una bellissima, inquietante allucinazione collettiva.
A Viola tutto questo non importava: le piaceva starli a guardare e basta.
Ora, per esempio, ecco che una coppia si stacca del resto del gruppo e si esibisce in un voluttuoso passo a due. Sono un uomo e una donna, così sicuri e precisi in ogni minimo scatto dei muscoli, nel più impercettibile cambio di tempo, da far rabbrividire Viola di letizia. Viola li vede volteggiare l’uno attorno all’altra, poi tendersi le mani e scivolare come in un valzer; infine, con un vertiginoso giro della morte, dividersi e discendere alle cime degli alberi con due curve perfettamente simmetriche.
È una delle cose più belle che Viola abbia mai visto, una danza che sarebbe sembrata di corteggiamento, se non si fosse conclusa con una separazione tanto recisa, che aveva escluso repentinamente ogni intimità tra i due ballerini.
Dopo che si furono divisi, i due Leggeri tornarono a occuparsi dei propri volteggi, ignorandosi a vicenda. A Viola dispiaceva un po’ quest’incostanza dei Leggeri. Erano bellissimi insieme, ma quando si separavano, nei loro occhi non si vedeva traccia di rimpianto o sofferenza. In realtà, a eccezione di qualche fugace sorriso, nessuna emozione sembrava mai turbare i loro volti. Era come se la leggerezza che permetteva loro di volare fosse non solo del corpo, ma anche dell’anima, così che non potevano tollerare, come troppo greve, qualunque sentimento duraturo.
Il Leggero che Viola aveva guardato danzare era arrivato, nell’arco del suo ultimo volteggio, a pochi metri dalla sua finestra. Viola lo fissò intensamente, attratta dalla sua grazia celeste. La prima cosa che la colpì fu l’armonia delle sue forme, la perfezione del profilo stagliato in controluce sullo sfondo del cielo abbagliante. E il suo volto, che fin dal primo istante fu scolpito nella parte più tenera e segreta della sua memoria. Era un volto come il cielo primaverile, un insieme perfettamente armonico di linee pure, dal quale gli occhi lucidi e neri mandavano barlumi argentati a forma di mezzaluna. La bocca era leggermente socchiusa, come per un respiro prolungato, mentre i capelli chiari e sottili rabbrividivano a causa degli spostamenti d’aria.
Ma non fu solo questo che rese indimenticabile quel momento. Fu lo sguardo che lui le rivolse quando le arrivò vicino, il luccichio delle pupille che manifestava senza dubbio che l’aveva vista, che si era accorto di lei. Fu il vincolo che Viola sentì allacciarsi immediatamente tra le loro esistenze.
Il Leggero fu sul punto di fermarsi e di avvicinarsi alla finestra. Viola era sicura perché la curva che tracciava nel vento si fece titubante. La sua fronte parve corrucciarsi, le dita si chiusero a pugno.
Fu solo per un attimo. La curva del Leggero riacquistò immediatamente la consueta sicurezza e quel volto d’aria tornò a rivolgersi ai compagni di volo che lo attendevano più in alto. Viola si sentì svuotare da un’angoscia senza nome e si trovò quasi sul punto di richiamarlo. Ma era una follia. Il Leggero, raggiunti gli altri, si avviò verso settentrione, sparendo alla vista mentre il sole si adagiava dietro le montagne.

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12 pensieri su “Leggera – Parte I

  1. Leggero come un aquilone. 🙂
    Il racconto (non è affatto un supplizio!) è scorrevole, ben articolato e mi ha lasciata con la stessa voglia di Viola, per saperne di più temo, però, che dovrò aspettare il secondo capitolo. Posso solo sperare Giovanni che non vorrai farci attendere troppo … ‘nnaggia la curiosità! 🙂
    Bravo! Un caro saluto
    Affy

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