Leggera – Parte II

Nei giorni successivi questo prodigio non si ripeté. Anche se Viola rivide molte volte il Leggero, il suo Leggero, ogni volta lui si limitò a volarle attorno con indifferenza, interessato solo alla perfezione dei propri volteggi. Questo a Viola dispiaceva, ma non si sentiva scoraggiata. Infatti non passava giorno che non lo vedesse: per quanto freddo e lontano, era sempre lì, sotto il suo sguardo, inconfondibile nei vari stormi di Leggeri che solcavano il cielo. Rebecca diceva che non c’era niente di strano: lui e Viola amavano solo frequentare gli stessi posti. Ma Viola la pensava diversamente. Era molto raro incontrare lo stesso Leggero per più di due volte nella vita. Con tutto il cielo a disposizione, senza alcuna necessità di costruirsi un nido sulla terra, i Leggeri passavano l’esistenza vagando attorno al mondo e sembravano disdegnare i posti che avevano visitato più di una volta. Era un altro segno dell’incostanza dei loro sentimenti, della loro incapacità di stabilire un legame con la terra. Viola vedeva invece il suo Leggero tutti i giorni da molte settimane. E questo era un segno inequivocabile che non riusciva a staccarsi da lei. Rebecca scuoteva la testa, ma non sapeva controbattere.
Anche adesso, seduta accanto a Viola sulla panchina, restava in silenzio a contemplarne il desiderio. Era come se tutto l’amore di Viola si concentrasse nello sguardo e si alzasse in volo ad avvolgere il ragazzo. Anche se era assurdo, non poteva negare che ci fosse qualcosa tra quei due. Questo non la rincuorava. Non aveva idea di come sarebbe andata a finire. O meglio, un’idea l’aveva. Ecco perché aggrottava la fronte.
«Mangia, altrimenti volerai via anche tu, alla prima folata di vento» disse, vedendo il panino dell’amica ancora intatto.
Viola si adagiò contro lo schienale della panchina. Le parole di Rebecca le restituirono l’immagine di se stessa che si sollevava da terra, sorretta da una corrente ascensionale. La colse una soffice calma, mentre sognava di alzarsi fino alle nuvole e di raggiungere il suo amato in un alito di brezza. Il sogno la faceva sentire sottile. Avrebbe volteggiato assieme a lui finché non fossero apparse le prime stelle e la luna, finché l’oscurità non li avesse avvolti come una coperta.
Sospirò, rapita da questa fantasia Chiuse gli occhi per renderla più nitida. Ma i sentimenti che provava in momenti come questo, per quanto gradevoli, erano troppo tenui per toccarla in profondità. Anche se il suo amore era così intenso da lasciarla senza fiato, era come l’amore per un dipinto o un bellissimo libro, mancava di concretezza Quando Rebecca la avvertì che si faceva tardi e che dovevano rientrare in negozio, la gioia le scivolò via dal volto con la facilità e la leggerezza di un cappello rubato dal vento.
Passarono alcuni giorni. Viola lasciava avvicinare sempre meno persone. Totalmente presa dall’amore per il Leggero, nel suo mondo c’era spazio per la sola Rebecca, che tentava disperatamente di tenerla ancorata al suolo. La padrona di casa, con la quale un tempo si perdeva in lunghe chiacchierate, le rimproverava l’insolita freddezza e accoglieva con uno sguardo tra l’indignato e il supplice i rapidi baci che Viola le dava uscendo.
Negli ultimi tempi, a causa di una brutta nefrite, la salute della vedova era andata peggiorando. Si sentiva esausta fin dalle prime ore del giorno, aveva le gambe sempre più gonfie e livide, e i piedi, che le pantofole contenevano a stento, la sorreggevano solo per pochi passi. Un mattino si accorse di non avere più la forza di alzarsi dal letto. I suoi figli decisero allora di assumere un’infermiera. Occorse quasi una settimana perché Viola si accorgesse di questo cambiamento. Non trovandola sulla solita poltrona, temendo di apparire indiscreta a cercarla in camera, si era limitata a uscire senza salutarla; finché, preoccupata dalla lunga assenza, una domenica mattina si fece coraggio e bussò alla sua porta. Le aprì l’infermiera, una donna alle soglie della vecchiaia, con un freddo sorriso professionale sulla faccia e gli occhi lucidi.
La vedova, sentendo la sua voce dal letto, la chiamò. Mentre Viola la salutava con un sorriso, le fece mille rimproveri. Si era sentita molto sola negli ultimi giorni, le era mancata la compagnia della sua giovane inquilina. Viola le diede un bacio più caloroso del solito e si sedette accanto al letto. Mentre le domandava della salute, la osservò con attenzione. Le sembrava enorme sotto le lenzuola. La camicia da notte conteneva a stento l’ampio seno, mentre le guance, un tempo piene e rotonde, erano flosce e cascanti e si confondevano in basso con le pieghe del doppio mento. Le mani giacevano inerti sulle lenzuola, con lo smalto delle unghie semi sbiadito. Era così evidentemente prigioniera del suo stesso peso, che Viola si sentì soffocare.
In quel corpo decadente era incarnato quello che la opprimeva. Doveva smettere di illudersi: come l’anziana vedova era prigioniera della vecchiaia e della malattia, lei lo era del peso dei suoi stessi sentimenti. L’amore per il giovane Leggero le apparve per quello che era: una nuova forma dell’antico desiderio di evadere. L’idea di essere corrisposta da quella creatura celeste era esile e vaga quanto l’idea del viaggio senza meta. Lo sconforto fece vacillare il suo sorriso, la rese taciturna. La vedova pensò che fosse preoccupata per la sua salute: «Non devi rattristarti, Viola. Non sono più in forze come una volta, ma è tanto tempo che ho smesso di correre nei prati. E anche di desiderarlo. E dire che da ragazzina ero esile e leggera come una ninfa. Dovevi vedermi. Correvo da un lato all’altro della città per le commissioni, e mia madre mi lodava perché ero più veloce dei miei fratelli maschi. Quando mi sono sposata, ero minuscola. Mio marito mi prendeva in braccio e mi faceva volteggiare come una bambina.»
Rise. Nei suoi occhi vagavano immagini così lontane e sbiadite, che non sapevano più né meno rattristarla: «Tu sei giovane e bella, tesoro, e non riesci a immaginare che possa accadere anche a te. Ma prima o poi si invecchia tutti, si diventa goffi e pesanti e si fa tanta fatica a muoversi. È una cosa naturale.»
Rifletté, arcuando le sopracciglia: «Anche a me piace guardare i Leggeri, come fai tu. Ci starei delle ore. Ma non possiamo essere come loro, che se ne vanno in giro tutta la vita a bighellonare. Chi sa se invecchiano, se diventano grassi e brutti, se muoiono? A volte li guardo e me lo domando, perché mi fanno invidia. Io credo di no, non si è mai sentito parlare di Leggeri vecchi o morti. Ma vuoi sapere la verità? Anche se li invidio, anche se a volte vorrei essere come loro, mi fanno paura. Tutta quella libertà, tutto quel cielo a disposizione, tutta quella vita da vivere illimitatamente, io mi sentirei smarrita. Sono meschina, lo so, una vecchia grassona che ha paura perfino di uscire da casa. Ma noi gente di terra siamo così, Viola, abbiamo un’anima troppo complicata per andarcene a svolazzare in cielo. Non siamo fatti d’aria, ma di sangue, di ossa. Siamo così pieni di ricordi, di gioie e dispiaceri, di rabbia, di odio e di amore, che non potremmo mai vincere la gravità. E anche se si potesse, chi lo vorrebbe davvero? Hai visto le facce dei Leggeri? Ha visto cosa c’è su quelle facce? Certo che l’hai visto. Non puoi non averlo visto.»
il suo sguardo si indurì: «Non c’è niente.»
Fissava Viola con aria di sfida. Poi, vedendola turbata, decise di lasciarla in pace e portò la conversazione su altri argomenti. Le domandò del negozio, degli ultimi profumi, di alcune creme costose che le avevano consigliato. Viola rispose cortesemente, cercando di stornare i pensieri che la attraversavano. Tentò di mostrarsi allegra per distrarre la vedova dalla malattia. Alla fine la vedova la invitò a pranzo.
Viola si sentiva piuttosto giù di morale. La vista e le parole della vedova non avevano attenuato, ma solo complicato il suo desiderio di raggiungere l’amato Leggero. Prima desiderava solo diventare così leggera da inseguirlo tra le nuvole, ora temeva di aver rinunciato a troppe cose per crogiolarsi in questa fantasia. Si accorgeva (come aveva detto la vedova) di aver cercato, oscuramente, di assottigliare la sua esistenza, di guadagnare l’incostanza dei Leggeri.
Ma la cosa strana era che una cosa del genere, benché all’opposto, era successa anche a lui. All’inizio, subito dopo il loro incontro, a Viola era parso che niente fosse cambiato nel suo aspetto e nei suoi atteggiamenti: il disinteresse per le cose della terra era limpidamente significato dai suoi volteggi e dalla sua espressione vuota. In seguito c’era stato un cambiamento. Guardandolo negli occhi durante i brevi momenti in cui si avvicinava, Viola cominciò a distinguere un luccichio particolare, una profondità del tutto estranea agli altri Leggeri. Se non era un’espressione, si avvicinava molto. Ed era di tristezza. Anche il suo modo di volare sembrava diverso. Per quanto si mostrasse ancora agile e aggraziato, era meno deciso nei volteggi e non indugiava più nelle vertiginose accelerazioni acrobatiche che distinguevano il suo stile. Era assurdo, fuori da ogni logica, ma Viola aveva l’impressione che fosse diventato (esitava a pronunciare mentalmente questa parola) pesante.
Una volta accennò queste sue impressioni a Rebecca. Rebecca la fissò per un intero minuto, sessanta secondi a venti gradi sotto zero. Poi si vide chiaramente scorrere dietro i suoi occhi un unico pensiero: questa è matta!
Ma Viola non aveva dubbi. I voli del suo Leggero erano sempre più bassi: era ormai rarissimo vederlo sollevarsi al di sopra delle nuvole fino a sparire alla vista, come faceva un tempo. Spesso questa sua nuova riluttanza (o incapacità?) a volare ad alta quota lo isolava dai suoi simili, che lo guardavano da lontano senza capacitarsi della sua attrazione per la terra. Sembrava una mongolfiera trattenuta da una corda.
E la corda non poteva che essere Viola. Ma non c’era nessuna gioia in questa scoperta. Perché il ragazzo sembrava così fiacco e svogliato, così sconsolato e triste nei suoi indolenti arabeschi aerei, da mettere di malumore anche Viola. Quel suo sguardo diventato improvvisamente umano la riempiva di rimorso. Anche se non sapeva dire qual era la sua colpa.
Qualche giorno più tardi, mentre con Rebecca smontava dal lavoro, si ritrovò in un fazzoletto d’ombra. Entrambe alzarono gli occhi al sole, curiose di scoprire cosa lo schermasse. Una sagoma scura si stagliava contro il cielo primaverile a circa dieci metri d’altezza.
Un Leggero.
Ma soltanto i bambini si arrischiavano a scendere così in basso, e questo di fronte a loro non era certo un bambino. Viola lo riconobbe immediatamente, Rebecca ci arrivò un secondo più tardi. Entrambe spalancarono gli occhi per lo stupore. Se ne stava immobile non lontano da una finestra, con le braccia lungo i fianchi e la gamba sinistra leggermente piegata all’indietro.
In quel momento una donna anziana si affacciò alla stessa finestra, visibilmente sconvolta: doveva aver visto il ragazzo oltre il davanzale e aver preso un colpo per la sorpresa. Viola la capiva perché stava venendo un colpo anche a lei.
Il giovane Leggero la guardava. Anzi, la stava fissando. Ansiosamente, disperatamente, cercava il suo sguardo e una risposta, sembrava, alla propria sofferenza. Viola sentì aprirsi uno squarcio nel petto. Un vuoto abissale risucchiò la futile gioia di averlo vicino. Rebecca, corrucciata, spostò lo sguardo dall’uno all’altra, allontanandosi di un passo.
Il Leggero non disse niente. Si limitò a fissare Viola negli occhi per alcuni minuti, muovendosi solo quanto occorreva per adeguarsi alle correnti d’aria e rimanere sospeso dov’era. Ma i suoi occhi, il suo silenzio, il suo atteggiamento erano tutt’altro che muti. Le mille domande che porgevano attraversarono rapidamente i pochi metri tra lui e Viola e si schiusero dentro di lei, trafiggendola con punte acuminate.
Viola comprese allora perché lui soffrisse tanto. Il loro legame, l’amore che provava e che lui, in qualche modo, ricambiava, l’avevano appesantito, avvicinato alla terra. La gravità e la forza di quel sentimento gli impedivano di volteggiare come faceva un tempo. E questo lo consumava come una febbre.
Viola non poteva rispondere alle sue domande. Si sentiva in colpa per averlo portato a quel punto. Ma non poteva cancellare quello che provava, come evidentemente non poteva farlo lui. Senza riflettere allungò una mano verso il Leggero, con il palmo rivolto in alto. A Rebecca, che non si era persa un secondo di tutta la scena, sembrò un gesto così semplice e bello, da farle finalmente intendere la forza del sentimento che li univa. Provò invidia. E rimorso, per non aver saputo capire prima la sua amica.
Nell’istante che Viola si protese verso il suo amato, sembrò che il tempo si fermasse. Ripensandoci più tardi, a Viola sembrò di essersi trovata in una fotografia. Le era parso che le automobili interrompessero il loro rombo, che i volti, i corpi della gente si congelassero in atti di sorpresa e di stupore, che le nuvole sopra la città si ribellassero ai venti e scegliessero di non muoversi finché tutto fosse finito. Fu un lungo momento d’apnea. Ma fu solo un momento. Poi il tempo riprese il suo corso, le cose e la gente ricominciarono a muoversi, a consumarsi. Il giovane Leggero non aveva risposto al richiamo di Viola. Non aveva neppure accennato a farlo. Era rimasto immobile, nello stesso atteggiamento, come vittima di un sortilegio.
Poi improvvisamente se n’era volato via.
«Perdonami» mormorò Viola, guardandolo sollevarsi al di sopra dei tetti.
Nei giorni seguenti, la vedova si aggravò. I suoi reni, confidò a Viola, avevano quasi smesso di funzionare. Il medico temeva che potesse avere un blocco da un momento all’altro. Una sera, tornando dal lavoro, Viola trovò l’ambulanza sotto casa. Due lettighieri portavano l’anziana donna in barella, circondati da una folla di figli, nipoti e altri parenti. Vedendo arrivare Viola, la vedova abbozzò un sorriso e rivolse per un attimo lo sguardo al cielo, tornando subito dopo a cercare i suoi occhi. Nel suo sguardo non c’erano tristezza e sofferenza, ma una specie di languore sonnolento, come se fosse troppo stanca per provare qualcosa di più intenso. Sentendo lo schiamazzo che emanava dalla torma dei suoi discendenti, Viola pensò che anche a lei sarebbe venuta voglia di chiudere gli occhi e addormentarsi.
Da quel momento Viola ebbe la casa tutta per sé. Ogni tanto passava il figlio della vedova con la moglie, per prendere della biancheria pulita. Entrambi scambiavano poche parole con lei, sempre in tono velatamente ostile. L’affetto che dimostrava per l’anziana donna metteva Viola in cattiva luce. Temevano che alla lettura del testamento potesse saltar fuori qualche sorpresa. Una volta la nuora della vedova le disse che il marito aveva già spedito la lettera di preavviso per lo sfratto. Viola non se ne meravigliò. Le sarebbe dispiaciuto lasciare la comoda solitudine di quel vecchio rudere, ma si poteva trovare di meglio. Ora che abitava da sola, il silenzio che impregnava la casa si era fatto denso, quasi corporeo. L’eco dei passi nel corridoio le ricordava la malattia della sua amica e quello che aveva detto dei Leggeri. Le sembrava di sentir riecheggiare le sue parole, come ricordi nella mente di un uomo solo.
La vista dei Leggeri non le era più di conforto come una volta. L’ansia per il Leggero non le permetteva di apprezzare le evoluzioni dei suoi simili. Anzi, le velava di malinconia. Quando c’era anche lui (e c’era quasi sempre), il rimorso peggiorava il suo umore già fosco. Aveva nostalgia della leggerezza del suo amato. La sua evidente sofferenza la scacciava dalla finestra. Prese perfino l’abitudine di tenere chiuse le imposte.
Eppure, non era questo che voleva? Non aveva desiderato che il legame tra loro diventasse così forte da infrangere le barriere che li separavano, la distanza che per forza di cose li teneva lontani? Aveva desiderato diventare così leggera da volare via assieme al giovane che amava, ma alla fine era stato lui a diventare così pesante da legarsi a lei. E anche se il loro amore poteva esistere solo a questa condizione, era lo stesso molto crudele. Nessuno dei due poteva essere felice in questo modo.
Ma come uscirne?
Trascorsero all’incirca due settimane. Un mattino, mentre era al negozio, Viola si sentì chiamare dalla capo reparto. Le disse seccata che al telefono chiedevano di lei. Al direttore non piace che le ragazze passino la giornata al telefono, diceva lo sguardo della capo reparto, vedi di fare in fretta. Viola non le badò. Non aveva bisogno di rispondere per sapere di cosa si trattasse. Non riceveva mai telefonate al lavoro. Alzò la cornetta e sentì una voce maschile, il figlio della vedova. Con voce rotta le disse che sua madre era morta nella notte. Il funerale era previsto per il giorno dopo. Viola gli porse le condoglianze in poche parole e riattaccò.
Mentre tornava al bancone, le venne in mente la vedova come l’aveva vista qualche giorno prima, quando era andata a trovarla in ospedale. La camera era in penombra, il letto della vedova era nell’angolo più lontano, accanto a una finestra schermata dalle veneziane. Nella mezza luce l’anziana donna era sembrata a Viola assurdamente esile. Il volto era piccolo e triangolare, le guance pendule e segnate da solchi scuri. La vedova aveva sorriso, l’aveva riconosciuta, ma non aveva detto niente. Sembrava aver riconquistato la leggerezza di un tempo. Quel corpo così implacabilmente ancorato alla terra sembrava ora così lieve da potersi levare in volo.
E l’espressione del volto, ferma e immutevole, non era forse la stessa dei Leggeri? Ma a quante cose bisognava rinunciare per arrivare a questo punto? si era domandata Viola.
Attese la fine del suo turno. Lavorò per oltre un‘ora con la mente altrove, senza ascoltare nessuno. A ogni tentativo di contatto da parte di colleghi e clienti opponeva un mutismo ostinato, un volto privo d’espressione. Uscendo dal negozio, si accorse di avere la nausea. Sedette sulla prima panchina libera e si prese il volto tra le mani, segnandosi le guance con le dita.
Non le veniva da piangere. Temeva di essere diventata troppo leggera per accogliere il dolore che era giusto provare. A quante cose aveva dovuto rinunciare, per diventare quello che era oggi, per annodare un vincolo che aveva l’unico effetto di provocare l’infelicità di colui che amava? Quanta parte della sua umanità aveva dovuto cedere?
Un colpo di vento le fece cadere i capelli sul volto. Si rannicchiò, accostando le falde della giacca e cercando di non farsi sollevare la gonna. Guardò i solchi dell’asfalto comporre misteriosi disegni attorno ai suoi piedi, alcune formiche portare dei pezzetti bianchi di chi sa cosa verso un formicaio invisibile. A una nuova folata di vento alzò la faccia a riceverne la sferzata sulle guance. Quel tocco gelido smosse le sue ciglia, fece fremere la punta del suo naso.
Chiuse gli occhi. Percepì una sola, esile lacrima scivolare giù lungo lo zigomo, attraversare la guancia, restare poi sospesa lungo la linea della mascella per un secondo, prima di cadere nel vuoto.
Non toccò il suolo. Fu raccolta da una mano che subito si strinse a pugno per custodirla. Scoprendosi qualcuno accanto, Viola sobbalzò. Era così vicino, che Viola si domandò come mai non si fosse accorta prima della sua presenza. Una volta riusciva a percepirla anche a centinaia di metri di distanza.
Il suo Leggero. Ma non sembrava più un Leggero. Anche se fluttuava a pochi centimetri da terra, non era diverso da qualunque altro ragazzo che abitasse la terra. I suoi abiti erano gonfi di brezza, i capelli ancora memori delle correnti d’alta quota fremevano sdegnosi al tocco dei venticelli primaverili. L’espressione del suo volto era triste e solenne, gli occhi neri si rivolgevano a Viola con severità, sommergendola di domande.
Viola tese la mano verso di lui. Le dita sfiorarono la pelle del suo volto, che era uguale alla pelle di ogni altro essere umano, ma allo stesso tempo impalpabile, ariosa. Il Leggero fissò la mano di Viola. Per un attimo sembrò sul punto di volare via come al solito. Se fosse accaduto, Viola, si sarebbe svuotata come un palloncino bucato e avrebbe raggiunto il fuggitivo tra le nuvole.
Ma non accadde. Il Leggero alzò la mano. Con la punta delle dita sfiorò uno a uno i polpastrelli di Viola, saggiò il calore del palmo, intrecciò le dita alle dita di Viola.
Mentre i suoi piedi toccavano il suolo, forse per la prima volta da quando era al mondo, si girò a guardare il cielo e gli altri Leggeri che volteggiavano tra le nuvole. Un’ombra di nostalgia velò il suo sguardo.
Poi si rivolse a Viola.

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8 pensieri su “Leggera – Parte II

  1. Amore e morte due aspetti della vita che talvolta si ingtrecciano. Un pezzo velato da leggera malinconia sovrastata dall’amore di Viola per il suo Leggero e dall’affetto che prova per la vedova.
    Una scrittura elegante fluida accompagna la lettura che affascina per le analisi psicologiche dei personaggi, ben descritti e caratterizzati.
    Questa seconda parte in certi passaggi è poesia, come il dialogo della vedova con Viola o l’incontro sul finire del pezzo.
    Aspetto curioso di leggere cosa ha da proporre il Leggero.

    O.T. un piccolo refuso ‘perte’ anziché ‘parte’.

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