Il messaggero – Nuvole, Parte I

C’era la neve il giorno che trovammo il messaggero. Anche se mancava meno di un mese all’equinozio, la bassa valle del Rate era ricoperta da questa specie di denso belletto, che aveva il solo merito di mascherare un po’ lo sfacelo che affliggeva Kelidia e i suoi dintorni: faceva così freddo, che i nostri nasi erano blu, e così le orecchie, e le mani sembrava che appartenessero a qualcun altro. Appollaiati sulla cima di un terrapieno, al riparo di un avanzo di casamento, ce ne stavamo a tremare e a battere i denti nell’attesa di concludere un certo affare, e già iniziavamo a temere per un paio delle nostre falangi, quando Franz indicò a Raphael l’angusto viottolo che s’inerpicava fino alla base del terrapieno.
«Meno male» sospirò Raphael, stringendo gli occhi per mettere a fuoco la tozza figura che si contorceva tra le macerie. «Non credo che avrei resistito ancora a lungo.»
«Peccato che abbia portato i rinforzi» disse Franz, accennando a una seconda figura poco lontana.
«E no. Questo non era nei patti.»
«Tranquillo, Raph. La via di fuga è libera.»
«Credi che abbiano in mente qualche scherzo?»
«Sono disertori. Loro hanno sempre in mente qualche scherzo. In ogni caso, la via di fuga è libera.»
Al nostro cliente sarebbe occorso ancora un po’ per raggiungerci, così restammo in attesa. Dalla cima del terrapieno il nostro sguardo poteva spaziare sull’intera Sendero: dai blocchi residenziali, laceri e a brandelli come antichi sudari, al cratere dove un tempo c’erano le miniere, arido e nudo come le fauci di un vecchio lupo; dalla stazione ferroviaria, con l’intreccio dei binari e delle pensiline semi sepolte dai detriti e dalla neve, alla morbida curva di Colle delle Falene, quasi sulla linea dell’orizzonte. Oggi che Sendero è un mite sobborgo residenziale adorno di villette a schiera e giardini pubblici, è difficile immaginarlo, ma allora l’intera zona era in uno stato di terribile devastazione. A causa della guerra, la conca ovoidale che aveva ospitato il più ricco e importante impianto minerario della Dodecapoli si era trasformata, nell’arco di soli quattro anni, in una sorta di voragine. Sendero sembrava crollare tutta verso un centro invisibile, verso un polo di attrazione sotterraneo, come la sabbia nel foro di una clessidra, e i soli rimasugli dei casamenti, con le travi snudate che si attorcigliavano in forme vagamente tentacolari, facevano mostra di opporsi al crollo generale, ma senza dannarsi l’anima, quasi svogliati, anzi, mal tollerando il peso del cielo invernale e il bagaglio di tempeste che il cielo si tirava dietro. Effetto dei cannoni, naturalmente. Ma anche e soprattutto della nube, che aveva reso polvere quello che i cannoni si limitarono a radere al suolo.
Sendero era il nostro territorio di caccia. E in fondo non ci dispiaceva che fosse ridotta cosi male. Siccome eravamo gli unici kelidiani che ardissero varcarne la soglia, avevamo praticamente campo libero con i disertori. E i disertori, per quanto possa suonare strano, rappresentavano un’ottima fonte di guadagno: in cambio di paccottiglia che sul mercato non aveva nessun valore, erano disposti a barattare la merce più richiesta in città dopo il sesso, lo scoperchio e il nitro. Non certo roba da arricchirsi, ma almeno da viverci in modo decoroso.
Il nostro cliente era ormai a metà salita. L’altro tizio si arrampicava invece sulle travi esposte di un edificio poco lontano, con l’intenzione, era evidente, di prenderci alle spalle. Ma era un idiota. Quando Franz iniziò a tirargli addosso sassi e calcinacci, restò sorpreso come se si credesse invisibile e si fermò a mezza via, indeciso se continuare l’inutile manovra o arrendersi all’evidenza. Arrivò sulla piattaforma che avevamo scelto per l’incontro nello stesso momento che arrivava il suo compare. Mentre si avvicinava, notammo che si frugava in tasca. Tirò fuori qualcosa, forse un pezzo di metallo.
Masala, il nostro cliente, ansimava per lo sforzo. Aveva la faccia sporca di fango e nevischio e piena di graffi, e gli abiti erano ridotti a brandelli. Doveva essere caduto molte volte durante il tragitto, e molte altre anche nei giorni precedenti. Le braccia di kyanolpastica che i medici dell’esercito gli avevano impiantato subito dopo l’arruolamento si erano bloccate alla massima estensione, forse a causa di un colpo o di una caduta, e ora Masala doveva tirarsele dietro come una coppia di vomeri. Anche il più piccolo movimento gli costava un’immane fatica, e attraversare mezza Sendero per poi arrampicarsi sulla cima di un mucchio di detriti doveva averlo sfiancato.
«E questo sgorbio chi sarebbe?» disse Franz, indicando l’amico di Masala.
«Harro e io siamo in affari» riuscì a pronunciare Masala, dopo un paio di tentativi falliti. «Mi guarda le spalle finché non mi rimetto in sesto.»
Valutammo l’intruso con una lunga occhiata diffidente. Era il tipo di disertore che le bande né meno lasciavano avvicinare ai loro covi, se non per ammazzarlo e rubare la kyanoplastica degli innesti. Scabro e ossuto, tutto angoli e linee spezzate, si muoveva in modo strano, come una specie d’insetto, e si guardava attorno con la bocca spalancata, oscuramente sgomento di trovarsi dov’era. Sembrava innocuo. Anche perché la scelta di un peso morto come Masala per socio dava la misura della sua stupidità. Ma non bisognava fidarsi: l’emisfero superiore del suo cranio, dalla punta del naso in su, era ricoperto, o meglio sostituito, da una calotta di kyanoplastica, con due ottiche sporgenti all’altezza delle orbite. Occhi telescopici. Un innesto molto comune nei reparti speciali, che permetteva di vedere al buio come in pieno giorno e di ingrandire i dettagli fino a quattordici volte. Se Harro si muoveva in modo così strano, era solo perché le ottiche falsavano leggermente la visuale, alterando i rapporti di distanza; ma non certo la mira, che doveva essere molto precisa.
Franz scosse la testa in segno di biasimo. «Non eravamo d’accordo che venivi da solo?» disse a Masala.
«Voi però siete in due.»
«E cosa c’entra? Siamo gemelli. Non lo sai che i gemelli vanno sempre in coppia?»
«E poi siamo piccoli. Due di noi valgono uno di voi.»
«Per me siete in due lo stesso.»
«Eravamo in due anche l’altra volta. E mica ti sei portato dietro nessuno.»
«Cosa hai in mente, di’ la verità.»
«Non è che stai cercando di fregarci?»
«Io non cerco di fregare nessuno. Voglio solo la mia merce.»
«E noi la merce l’abbiamo. I fratelli Grossen onorano sempre i patti.»
«Il problema è un altro: tu hai qualcosa di interessante da scambiare con la merce?»
«O tu e il tuo amico volete prenderla e basta?»
Masala ci guardava in tralice, con il respiro ancora pesante. Fece qualche passo verso Raphael, che custodiva il sacco con la merce. Ma non poteva arrivare al sacco prima che riuscissimo a scappare, perché avevamo sistemato una spessa barriera di calcinacci in mezzo alla piattaforma e una diga di punte di ferro e pezzi di vetro tutto attorno alla nostra postazione.
«Se fai un altro passo» minacciò Raphael, «siamo a Kelidia prima ancora che riesca a battere le palpebre due volte.»
«E ti garantisco che non ci rivedrai finché campi» soggiunse Franz. «Due o tre giorni al massimo, suppongo.»
«Qualcosa da scambiare ce l’ho» disse Masala, assumendo un’aria truce.
«Sentiamo.»
«E no. Fatemi prima vedere la merce.»
Mentre discutevamo, l’altro disertore si era avvicinato alla barriera di calcinacci, facendosi scudo delle spalle artificiali di Masala. Scambiandoci uno sguardo, concordammo che era il caso di tener d’occhio soprattutto lui. Anche se non ci sapeva fare, era pericoloso lo stesso. Al contrario di Masala gli bastava un salto per oltrepassare la barriera di calcinacci e la diga di spuntoni.
Eravamo tesi, ma non avevamo paura. Per quanto i disertori fossero pessimi clienti, avevano un disperato bisogno della nostra kyanoplastica, e né meno i più stupidi tra loro, né meno due balordi del calibro di Harro e Masala, avrebbero rischiato di rimanere all’asciutto, visto che ne andava della loro sopravvivenza. Dopo il crollo delle miniere, nell’oltrefiume non si trovava più né meno un granello di kyanoplastica, come se la polvere di qedua evocata dal sottosuolo avesse divorato, oltre alle seimila persone che si trovavano a tiro, ogni traccia del suo derivato. Solo oltrepassando i ponti si poteva recuperarne in quantità. Ma a nessun disertore, se non ai membri delle bande più potenti, era permesso avvicinarsi ai ponti di Kelidia, pena l’immediata esecuzione, e allora Masala o comprava la kyanoplastica da noi, o rimaneva senza.
A un cenno di Franz, Raphael sciolse i lacci della sacca e tirò fuori l’oggetto che intendevamo barattare con Masala.
«Ma dove l’avete rimediata quella roba?» protestò Masala, piegando la bocca in una smorfia di delusione. «È merce di seconda scelta. Cosa volete che faccia con merce di seconda scelta?»
«Hai qualche problema di vista per caso?» disse Raphael. «Non riconosci né meno un pezzo Kyplex, quando lo vedi? Altro che seconda scelta. Un pezzo del genere farebbe gola anche ai Fazzoletti Bianchi.»
Masala si rivolse a Harro. «Tu cosa ne pensi?».
Harro non rispose niente, limitandosi a far ciondolare le braccia e a umettarsi le labbra. Ora che stava abbastanza vicino, notammo che teneva stretta in mano una specie di punta acuminata, forse una scheggia o un frammento di lamiera, con i bordi irregolari e una rozza impugnatura di legno.
«Kyplex, hai presente?» insisté Raphael, palpeggiando a merce per dare a vedere che era molliccia e cedevole. «La migliore kyanoplastica della Dodecapoli, se ti ricordi la pubblicità sui manifesti.»
«Ma è un pezzo troppo piccolo» insisté Masala.
«Si era detto una spanna e venticinque, no? Ed è esattamente una spanna e venticinque. Se poi hai sbagliato a prendere le misure, non è colpa nostra.»
«Ma non vedete che la forma non corrisponde? Occorrerà limarlo, forse addirittura batterlo a caldo. E se il lavoro viene male, se il pezzo si rovina, allora come ne esco?»
«Insomma, quante storie! Lo sai benissimo che la kyanoplastica si adatta da sola all’impianto. Basta il tuo campo cefalico a mettere tutto assieme.»
«Se poi sei così sicuro che la merce non va bene, non c’è nessun problema: torniamo a Kelidia a prendere un altro pezzo…»
«…e ci rivediamo domani per lo scambio.»
Masala sbiancò: «Volete vedermi morto? Se non rimetto in sesto le braccia, non arrivo a domani. Guardate come sono ridotto. Non riesco a fare due passi di fila senza cadere. Ieri ho perso due denti. E mi sono quasi staccato la lingua con un morso. E lo sapete quanto consuma il mio generatore interno? E quanto poco riesco a mangiare? Harro a volte mi procura un po’ di cibo, se proprio si sente generoso, ma non vuole saperne di imboccarmi, perché teme che gli morda le dita. Sono costretto a grufolare per terra come un maiale! Un’oncia di polvere e sassi per ogni mezza oncia di cibo. È un miracolo che sia ancora vivo.»
«Se sei così disperato, perché non ti procuri la merce da solo?»
«Ti do una dritta: Borgo delle Rupi e i Sette Braghi traboccano di pezzi di ogni forma e dimensione.»
«La gente li accatasta agli angoli delle strade perché senza elettricità non servono più a niente. Sono a disposizione di chiunque li voglia.»
«Mi prendete in giro? Non sapete che la Guardia Civile ci appende al primo lampione, se scova uno di noi aldilà dei ponti?»
«Certo che lo sappiamo.»
«Volevamo essere sicuri che lo sapessi anche tu.»
«E come faccio a dimenticarlo? Proprio ieri hanno impiccato il mio amico Esner, solo perché era sceso al fiume a pescare. È inumano, considerato che siamo kelidiani anche noi.»
«Hai pure il coraggio di lamentarti? Dopo che avete saccheggiato Matander e cercato di fare lo stesso ai Quattro Colli, come pensavi che reagissimo?»
«Quella è opera delle bande. Io stavo ancora sul Bradishar, quando Fouler e Rufus hanno cercato di prendere la città. Non potete incolparmi di azioni che non ho mai commesso.»
«Se fossi un vero kelidiano, saresti ancora lassù a difendere la patria.»
«Invece che qui a elemosinare immondizia.»
«Ma cosa volete saperne voi? Come osate venirmi a parlare di patria? Non siete mai né meno stati al fronte. Non sapete che inferno era…»
«Questo mi ha davvero stufato, Franz.»
«Lo lasciamo a grufolare nel fango?»
«Forse è il caso.»
Masala sbiancò di nuovo: «Lasciatemi il pezzo che avete! Cercherò di farmelo bastare. Ma restiamo intesi che me ne procurate al più presto uno migliore. O anche un altro paio, magari.»
«Per quanto ci riguarda puoi avere tutti i pezzi che desideri. Ma puntualizziamo: una storia per il pezzo che ti diamo ora, un’altra per ogni pezzo che avrai in avvenire.»
«Cos’è, uno scherzo? La mia storia vale più di quelle poche once. Ho sentito che i cantastorie dei Quattro Colli pagano anche tre galline e due uova per una storia di guerra appena decente. E la mia vi assicuro che è ottima.»
«E dove l’hai sentito? In qualche favola da disertore? I cantastorie sono poveri quanto noi. Uova? Galline? Non credo che si ricordino come sono fatti.»
«Facciamo che ora vi racconto metà storia. E il finale quando mi portate gli altri pezzi.»
«Tu cosa ne dici, Raphael?»
«Dico che mastro Masala non ha una storia da vendere. E fa il furbo per ottenere lo stesso quello che non può ottenere.»
«E allora?»
«Allora cerchiamo un altro cliente.»
«Ma non pensi che avremo difficoltà a trovarlo?»
«E chi può dirlo? Dipende da quanti disertori con protesi difettose ci sono nei paraggi.»
«Smettetela di dire assurdità. Quel pezzo è mio!»
«Ah sì? L’hai pagato?»
«Finché non lo paghi, possiamo farci quello che vogliamo.»
A questo punto, Harro si avvicinò a Masala e gli sussurrò qualcosa all’orecchio. Masala si fece scuro in volto. «Il mio amico Harro non crede che quella roba sia kyanoplastica» disse con rabbia. «Secondo lui è normalissima resina.»
«Ma è scemo, il tuo amico?»
«Non lo vede che è molle?»
«Harro dice che è un trucco. Una volta ha visto della roba che sembrava kyanoplastica e invece era solo resina. Lo hanno quasi fregato con quella paccottiglia.»
«Mai sentito balla più grossa! Ci siamo solo noi che commerciamo kyanoplastica a Sendero, e il tuo amico Harro è la prima volta che lo vediamo.»
«Harro dice che dovrei toccare la merce per essere sicuro.»
«Harro è meglio se si fa gli affari suoi.»
«Scordati che ti lasciamo avvicinare alla merce prima di sentire la storia.»
Masala era furioso, ma non poteva tirarla ancora a lungo. Dato che rischiava sul serio di morire, la trattativa era chiusa prima ancora di cominciare. Si era ormai rassegnato a raccontare la storia che intendeva venderci (qualcosa di sconclusionato su quanto fossero portentose le sue protesi prima del guasto, supponiamo), quando Harro richiamò di nuovo la sua attenzione. Indicava un punto sopra le nostre teste, con le lenti degli occhi telescopici che si spostavano avanti e indietro per tenere a fuoco quello che stavano inquadrando. La sua bocca esprimeva un terrore incontenibile, quasi parossistico.

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