Il messaggero – Oltretomba, Parte I

Rientrati in città, siccome temevamo di imbatterci in qualche curioso, imboccammo uno dei vicoli bui e deserti che salgono dalle pendici dell’Alto Bardel fino al versante orientale di Kedo, e arrivammo alla piana dei mercati attraverso un angiporto così stretto e puzzolente, che ormai la gente del quartiere lo usava solo per orinare o abbandonare cadaveri. Qui, invece di percorrere una delle tre vie parallele che allora tagliavano la piana da nord a sud, decidemmo di costeggiare le baracche più esterne, lontano dalle torce.
Anche se il sole era tramontato da più di un’ora, i mercati erano in pieno fermento. Le bancarelle esponevano il cartello chiuso, ma pochissime erano chiuse sul serio. Quando faceva buio, la maggior parte dei mercanti si limitava ad abbassare la saracinesca a mezzo, per poi continuare le attività nel retrobottega. Il commercio del sale, delle granaglie, delle patate, dei tessuti, della carta cedeva il passo al traffico dello scoperchio, un prodotto che la signora Blum imponeva di vendere con discrezione. Era allora che incominciavano i veri affari: s’incontravano facce tese a ogni angolo di strada e si sentiva un po’ dappertutto l’inconfondibile trillo delle monete che passavano di mano in mano. Ma anche il clangore delle lame, il soffice strappo delle carni incise, le urla soffocate degli sconfitti La guardia civile faceva la ronda per l’intera notte, ma si guardava bene dal curiosare dove non era previsto che curiosasse. Purché le mazzette arrivassero con regolarità nelle tasche giuste e non si desse troppo nell’occhio, le aguzzine di mastro Leder si limitavano a passeggiare per un paio d’ore dove sapevano di non trovare nessuno e spendevano il resto della notte a giocare a saliscendi.
Quando arrivammo all’officina di mastro Frings, il buio era completo. Le pareti delle baracche e le strade, ricoperte da una spessa fanghiglia grigia, riflettevano sinistramente le fiamme delle torce, dando all’intera piana l’aspetto di un lago limaccioso nel quale si specchiasse un incendio. Il cielo multiforme del crepuscolo, traforato qui e là da qualche esile raggio di sole, si era tramutato con il buio in una spessa parete color malva, che nessuna luce sembrava in grado di valicare. E anche se da qualche ora s’era alzato il vento, le nuvole restavano immobili e uguali, come se si fossero impigliate nella punta aguzza della Torre Meridiana e non riuscissero a liberarsi.
Quel cielo così pregno di bufera rifletteva il nostro umore. Non eravamo entusiasti di rivolgerci a mastro Frings. Ci fidavamo di lui solo in parte e non eravamo sicuri di riuscire a manovrarlo secondo le nostre necessità. Ma non vedevamo alternative. Per quanto discutessimo e ci arrovellassimo, finivamo immancabilmente per cozzare contro un’unica domanda: dove lo andavamo a scovare un altro che fosse disposto a seguirci a Sendero dopo il tramonto? Da nessuna parte, semplice. I nostri genitori erano fuori causa: di Carol avevamo perso le tracce, dopo che era stato spedito al fronte con la terza divisione, e non eravamo né meno sicuri che fosse ancora vivo, mentre Jana faceva l’ultimo turno al Girasole, e non ritenevamo consigliabile avvicinarci a quel covo di spie e delatori con un tale segreto da mantenere. Senza contare che nessuno dei due, mingherlini com’erano, ci sarebbe stato davvero d’aiuto.
Trovammo mastro Frings in officina, che piegava a martellate una barra di ferro. Quando entrammo, non ci salutò, non ci guardò né meno. Sapevamo che si era accorto di noi solo perché il ritmo dei suoi colpi sull’incudine si fece più rapido, i suoi movimenti più bruschi. Noi invece eravamo improvvisamente calmi. Il calore sprigionato dalla fornace affrancava i nostri corpi dal gelo che li aveva stretti lungo la via, foderando la nostra eccitazione con una piacevole sfinitezza.
Consideravamo mastro Frings. A vederlo al lavoro, poderoso e superbo nonostante la bassa statura, con i muscoli della schiena e delle braccia che si distendevano a ogni martellata e si flettevano per innescare la successiva, incuteva un certo timore. Lo immaginammo in guerra, furioso e urlante, mentre calava l’enorme maglio che ora teneva in mano sulla testa di un caiurita, e tornammo a domandarci come avesse fatto a sfuggire alla leva, lui che sembrava nato per la battaglia. L’ipotesi più convincente era che avesse corrotto un funzionario dell’esercito. Ma dove aveva preso tanti soldi?
Noi conoscevamo mastro Frings fin da piccoli. Prima dell’assedio, quando ancora faceva il fabbro per arrotondare il salario della Kyplex, ci assegnava delle piccole commissioni, tipo raccogliere pezzi di ferro al porto o lavare i catini di raffreddamento, e pagava abbastanza bene. In seguito avevamo concluso alcuni buoni affari. Ma non eravamo grandi amici. Lui ci dava retta solo perché eravamo bravi a rimediare roba di ogni genere e a trattare con i clienti, mentre noi gli stavamo addosso soprattutto per il mulo sintetico: novecento libbre di kyanoplastica di prima qualità in forma equina, dalle quali calcolavamo di poter ricavare almeno cinquanta storie. Per il resto, ci tolleravamo. Certe volte, quando un raggiro ben architettato ci portava a un soffio dal rubare il mulo, mastro Frings ce ne dava così tante, da lasciarci più morti che vivi, e sembrava che con noi avesse chiuso per sempre. Ma poi, sbollita la rabbia, tutto tornava come al solito. Anche perché si era preso una cotta per Jana, una sera che era a farsi un nitro al Girasole, e sperava segretamente di entrare nelle sue grazie, trattandoci con un minimo di riguardo.
Giusto un minimo però.
«Sto chiudendo» disse mastro Frings, senza smettere di martellare. «Qualunque cosa abbiate in mente, la risposta è no. Riprovate domani.»
Franz fece qualche passo nell’officina, guardandosi attorno come se fosse circondato da un esercito di spie nemiche.
«Domani sarà tardi» disse con un filo di voce.
«Ora è tardi. Se vostra madre viene a sapere che siete ancora in giro dopo il tramonto, le prende un accidenti.»
«Jana lavora fino a mezzanotte.» Franz fece ancora un passo verso la fucina. «Se nessuno le fa la spia, non verrà a sapere niente. E non credo che a te convenga. Abbiamo in ballo un certo affare. Roba che diventiamo oscenamente ricchi. Anche tu, se accetti di darci una mano.»
Mastro Frings fischiò tra i denti. Chi sa quante volte aveva sentito frasi del genere per bocca di Franz. «Cercate ancora di rubare il mulo? Non sarebbe il caso di lasciar perdere, dopo tutte le batoste che avete preso?»
«Stavolta non vogliamo fregarti. È una cosa seria.»
Mastro Frings non rispose. Continuava a battere il ferro (che avrebbe tenuto il calore di forgiatura ancora per poco), come se Franz né meno avesse parlato. Ma si vedeva che stava pensando ad altro: i colpi sull’incudine diventavano sempre più incerti e casuali, la barra era sempre più lontana dall’assumere un aspetto riconoscibile.
Mastro Frings sapeva che gli affari sappiamo fiutarli.
«Di cosa si tratta?» domandò dopo un sospiro. Il sospiro significava: ma quando imparerò?
«Abbiamo trovato una cosa» disse Franz, facendo sfoggio della sua perniciosa vocazione a non venire mai al sodo. «Una cosa di grandissimo valore.»
Questo mise mastro Frings sul chi vive: «Basta così. Non voglio sentire altro.»
«Ma ti ho detto che non vogliamo fregarti.»
«Ah no? Se avete trovato davvero questa cosa di grandissimo valore, allora perché venite a dirlo a me? Quando trovate una cosa di grandissimo valore, di solito la tenete per voi.»
«Da soli non ce la facciamo» intervenne Raphael.
«Anche questo tizio è troppo grosso?»
«Dimentica quella vecchia storia, per favore. Non c’entra niente.»
«Come faccio a dimenticare? Mi avete fatto credere di poter guadagnare tre dinari solo stendendo un tizio giù al mercato dei grani. E invece Raph era qui che cercava di tagliare la coda del mulo con le cesoie più grandi che abbia mai visto! Fortuna che ho capito prima che fosse troppo tardi.»
«Ti assicuro che abbiamo imparato la lezione.»
«Per me un braccio rotto è stato più che sufficiente »
«E i miei incisivi devono essere ancora qui da qualche parte »
Mastro Frings smise di fucinare la barra, tanto l’aveva rovinata, e si voltò a guardarci. La sua faccia cuoiosa esprimeva rabbia e stanchezza, la diffidenza che piegava gli angoli della sua bocca sembrava inamovibile. Ma allora dovette far caso ai nostri cappotti incrostati di nevischio e di calcina, ai calzoni infangati, alle mani semi assiderate, e le sue sopracciglia si sollevarono. I nostri occhi, dovette notare, luccicavano un po’ troppo, per non rispecchiare un’autentica eccitazione.
Ci accordò un minimo di fiducia: «Di cosa si tratta?»
«Dobbiamo andare a Sendero. Subito.»
Questo, precisa Franz, lo disse Raphael. Franz non sarebbe mai stato così incauto. Se è vero che non viene mai al sodo, è anche vero che Raph non ha idea di cosa significhi l’espressione andarci piano. Il risultato? Non appena apre bocca, le persone reagiscono come reagì mastro Frings quella sera: si ritraggono orripilate.
«A Sendero? Di notte? Siete impazziti, per caso?»
«Ma aspetta!»
«Cos’è, state cercando di uccidermi? Per rubare il mulo?»
Raphael fece per protestare, ma Franz lo prevenne: «Non capisco di cosa hai paura. Lo sai quante volte siamo stati a Sendero di notte? Tantissime.» Bugia. «Non è pericoloso come si racconta.» Altra bugia. «Basta tenersi lontani dal Blocco Dodici e da Colle delle Falene.» Bugia numero tre.
«E chi vuoi che se la beva?»
«Ma diventeremo ricchi.»
«Preferisco sopravvivere, grazie.»
«Ma diventeremo così ricchi, che perfino la signora Blum verrà a chiederci soldi in prestito.»
«Io a Sendero non vengo. Né meno per… venti dinari.»
A questo non potevamo credere. E né meno mastro Frings ci credeva. «D’accordo, per venti sì. Ma non meno di dieci.»
«Questa cosa può valere più di dieci dinari» disse Franz. Ma né meno a questo si poteva credere. «D’accordo, dieci è troppo. Ma più di cinque sì.»
«Addirittura. E la mia parte quale sarebbe?»
«Lo vedi che t’interessa?»
«Solo per curiosità.»
«La quarta parte.»
«Non credo di aver sentito bene.»
«D’accordo, la terza parte.»
«La metà o niente. A quanto ho capito, il grosso del lavoro devo farlo io.»
«Ma sei uscito di senno? La metà? Non esiste!»
«Tanti saluti, allora.»
«D’accordo, la metà.»
Mastro Frings si mise a ridere: «Voi due siete pazzi!» Poi ridivenne serio: «Non se ne parla lo stesso, mi dispiace.»
«Ma se ti ho detto che avrai la metà! Cos’altro vuoi?»
«A Sendero? Di notte? Te lo scordi.»
«Facciamo così, allora. La metà. Più una ricompensa.»
«Una ricompensa? E quale? Voi non possedete niente che possa interessarmi.»
«Una cosa l’abbiamo.»
La faccia di mastro Frings assunse lo stesso colore del ferro arroventato che aveva appena smesso di lavorare.
«Sul serio?»
«Sul serio.»
Mastro Frings si grattava la testa. La ricompensa lo tentava, era evidente, ma considerava anche troppo rischioso fidarsi di noi. E poi Sendero! Di notte!
Alla fine, la diffidenza e la paura ebbero la meglio: «Niente da fare, ragazzi. Non la bevo.» Ma non del tutto: «E poi cosa ci sarà mai di così prezioso a Sendero? Un’intera montagna di carta?»
Raphael si avvicinò alla fornace, l’unica fonte di luce dell’officina, e tirò fuori qualcosa dalla tasca. Mastro Frings si chinò per vedere, e il suo volto fu arroventato dai carboni che bruciavano nel cuore della fornace. Nonostante quella vernice vermiglia, si vedeva chiaramente che era impallidito.
Raphael teneva in mano un lembo di tessuto nero. Sul lembo erano stampati due triangoli opposti, i cui vertici si toccavano a disegnare una specie di clessidra.
«Vengo da lontano…» cominciò Raphael.
«…e porto nuove» finì mastro Frings.

Annunci

7 pensieri su “Il messaggero – Oltretomba, Parte I

  1. Sei riuscito a creare un clima di suspense veramente incredibile. E’ talmente palpabile che il lettore si identifica con mastro Frings, che ha paura ma è anche curioso. Vincerà la curiosità oppure la paura?
    Una bella domanda che merita una sonante risposta.

    Liked by 1 persona

    • Sono lusingato. Forse è un po’ un azzardo un inizio così concitato, perché poi inevitabilmente il passo cambia e si rischia di annoiare. Ma mi sono lasciato prendere dal fascino dell’avventura, del pericolo. E in fondo scrivere (e leggere) è proprio questo no? Grazie in ogni caso.

      Liked by 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...