Il messaggero – Oltretomba, Parte II

Né meno dieci minuti più tardi, sellato e bardato il mulo e raccolta la sacca con gli attrezzi, mastro Frings ci seguiva lungo la via di Sendero, imprecando a mezza voce contro il gelo che gli ustionava la faccia. Era di pessimo umore, perché non riusciva a scacciare il sospetto che stessimo di nuovo cercando di truffarlo, ma camminava spedito e senza esitazioni, e sembrava perfino che gli tardasse l’ora di arrivare a Sendero. Solo quando imboccammo la rampa che scendeva a Ponte Arco, la sua andatura divenne incerta. Ma era inevitabile. Ogni passo che calcavi sul logoro metallo di Ponte Arco, nessuno poteva toglierti dalla testa che fosse l’ultimo.
«E se crolla?» disse mastro Frings, tendendo l’orecchio al gemito dei tensori sopra le arcate.
«È in queste condizioni da quattro anni» disse Franz. «Perché dovrebbe crollare proprio stasera?»
Mastro Frings sgranò gli occhi: «Ma che razza di ragionamento è?»
A causa delle nuvole, il buio era quasi impenetrabile. Solo la luce delle nostre lampade a olio traforava la muraglia di pece. Oltrepassato Ponte Arco e valicata la rupe di detriti che sormontava la riva orientale del fiume, il firmamento terrestre dei fuochi di bivacco venne però a rischiarare il cammino, e così il nostro sguardo, come di pomeriggio, poté spaziare su gran parte della conca. Fummo colti da un brivido. Con il buio Sendero aveva perso anche quei pochi connotati che permettevano di riconoscerla come il sobborgo di una grande città, o anche solo come un luogo di questo mondo, e l’angoscia che ispirava era perfino più dolorosa del freddo che ci stringeva le ossa. Osservandone l’atroce desolazione, non potevamo fare a meno di domandarci a quale funesta influenza tutta quella morte sottoponesse la vicina Kelidia, e quanto ci fosse anche di noi, sull’orlo dello stesso baratro.
Mastro Frings si fermò all’inizio della discesa: aveva due fosse scure al posto degli occhi, la faccia lunga e bianca come un drappo. Guardava in basso, laddove le pendici della rampa si scioglievano in una melma nera. Lo incitammo a proseguire. Temevamo che avesse cambiato idea, che stesse valutando se era il caso di tornare indietro. Ma si limitò a riavvicinare le falde della pelliccia sintetica e a biascicare un si gela carico di presagio, prima di riprendere il cammino.
Arrivati in cima al terrapieno sul quale avevamo incontrato Masala al pomeriggio, ci ritrovammo di nuovo immersi nel buio: dei fuochi azzurri accesi dagli Storti arrivava fino a noi solo una vaghissima eco, e distinguevamo con difficoltà perfino le fondamenta snudate che si alzavano dai fianchi del terrapieno.
Mastro Frings scuoteva la testa. «Sarà dura arrivare lassù con questo buio.»
«Ma abbiamo le lampade.»
«E poi basta rifare la strada che abbiamo fatto di pomeriggio. È abbastanza sicura.»
«Saliamo da quel pilastro, e poi su per quell’avanzo di scalinata…»
«Tu vedi tutta questa roba? E dove?»
«Quante storie, mastro Frings!»
«Come se dovessimo scalare il Monte Fasa. Saranno sì e no otto piani.»
«E cosa diranno quelli che l’hanno appeso a morire, quando non troveranno più il cadavere? A questo ci avete pensato?»
«Guarda che se lo aspettano di non trovarlo.»
«A Sendero gli impiccati non durano mai più di una notte.»
«E perché?»
«Perché gli Storti li mangiano.»
«Li mangiano? Vuoi dire che gli Storti mangiano i cadaveri?»
«Non è che siamo proprio sicuri che li mangino.»
«Però li fanno sparire.»
«E non solo i cadaveri. Anche i vivi, certe volte.»
Mastro Frings rimase a guardare in alto ancora per un po’. Noi eravamo già a quella specie di terrazzo sul quale avevamo sostato di pomeriggio, quando incominciò a salire, dopo aver legato il mulo a una rastrelliera che spuntava dal suolo come un alberello d’acciaio. Ma era così agile, nonostante la mole, che arrivò in cima prima di noi. Mentre ci affannavamo nell’ultimo tratto, cercando disperatamente di non far spegnere le lampade che tenevamo legate alla schiena, si mise a darci delle schiappe e a urlare che eravamo già vecchi a tredici anni. L’attività fisica aveva trasformato la sua paura in baldanza.
Il messaggero era dove lo avevamo lasciato. Anche se erano passate quasi due ore, il sangue che imbrattava i suoi vestiti non sembrava molto di più. Per qualche motivo, l’emorragia doveva essersi fermata.
«Non c’è niente da salvare, qui» disse mastro Frings.
«È morto?»
«Non lo vedi da solo?»
«Ma fino a poco fa era vivo.»
«Ed era già un miracolo. Ascoltate, ragazzi, mi dispiace, ma siamo arrivati tardi. Anzi, no, non mi dispiace. Sono furioso. Mi avete trascinato in questo buco puzzolente per… per cosa? Per raccattare un cadavere? Non sono mica un becchino.»
«Ma forse sembra solo morto.»
«Come oggi pomeriggio. Anche allora sembrava morto. E invece no. Si muoveva. E ha pure parlato.»
«Se questo non è un cadavere, allora non ne ho mai visto uno.»
Mastro Frings si allontanò bofonchiando: «Andiamo via, prima che questo rudere traballante ci crolli sotto i piedi.»
Franz gli corse dietro e lo strattonò per la pelliccia sintetica: «Forse è il caso che dài un’altra occhiata.»
Mastro Frings mosse il braccio per simulare un manrovescio. «Se non mi lasci immediatamente, i cadaveri saranno due da queste parti.»
«Girati e guardalo, per favore.»
Mastro Frings si liberò di Franz con una spinta e fece per calarsi dalla pensilina. Ma poi, quasi suo malgrado, scosso dall’urgenza che trapelava dai nostri richiami, girò la testa a mezzo, inquadrando il messaggero con la coda dell’occhio. Rimase pietrificato. Tornò indietro con passo esitante.
«Cosa ti dicevamo?»
«Proprio come oggi pomeriggio. Sembrava morto. E invece…»
«Non riesco a crederci.»
«Altro che cadavere.»
«Ma come può essere ancora vivo?»
Il messaggero scrollava la testa e tremava in tutto il corpo, esalando una pioggia di brina sulle nostre facce. Farfugliava qualcosa, ed era la solita frase.
«Non riesco a crederci» ripeté mastro Frings.
Perdemmo quasi mezz’ora attorno a quel corpo disfatto. La cosa più difficile fu staccarlo dallo spuntone che gli bucava la pancia, danneggiando il meno possibile gli organi interni. In realtà, piuttosto che difficile era impossibile: qualcosa andava sacrificato per il bene di tutto il resto. Il problema era che non potevamo decidere noi cosa sacrificare.
«Può darsi che sia proprio lo spuntone a bloccare il sangue» osservò mastro Frings. «E può darsi che le ferite riprendano a sanguinare non appena spostiamo il corpo. In questo caso il vostro amico morirà nell’arco di pochissimi respiri. Non ci rimanete troppo male, se capita. Non possiamo farci niente.»
Quando deponemmo il messaggero a terra, sotto di lui si formò una chiazza nera che si allargava rapidamente. Mastro Frings si affrettò a tamponare le due ferite della schiena e del torace con gli stracci, ma non sembrava molto preoccupato.
«Pensavo peggio» disse. «Il freddo deve aver rallentato la circolazione. Ecco perché è ancora vivo. A questo punto il vero problema è proprio il freddo. Ma l’assideramento non è così difficile da tenere a bada, perché lascia un certo margine di tempo.»
«Non morirà allora?»
«Morirà eccome. Non voglio né meno pensare a quello che c’è là dentro.» Indicò l’addome. «I polmoni, i reni e forse anche lo stomaco devono essere ridotti in poltiglia.»
«Non morirà» intervenne Franz, sfoggiando un sorriso ostinato. «Non avrebbe senso, se morisse ora. Dopo tutta questa fatica! Vivrà e ci racconterà delle montagne, della guerra e di tantissime altre cose. E grazie alle sue storie diventeremo ricchi.»
«Non sei troppo vecchio per credere alle favole?» sbuffò mastro Frings. «Alla tua età dovresti aver capito che la morte non ha nessun senso. Se uno vive o muore, dipende solo dal caso.»
«Questo lo dici tu.»
La discesa dal casamento fu lunga e penosa. Quello che metteva davvero i brividi, nel maneggiare il corpo del messaggero, era sentire i tronconi delle ossa premere contro la pelle, le gambe e le braccia piegarsi come gambe e braccia non dovrebbero piegarsi; anche la pelle era strana, perché si muoveva per conto proprio, quasi a dispetto degli organi che inguainava. Imbracato il messaggero in due robuste corde di canapa, lo calammo su un cornicione pochi cubiti più in basso e poi da un punto di appoggio all’altro, cercando, allo stesso tempo, di tenerci in piedi, di non far crollare i ripiani sui quali ci trovavamo e di non rompere al messaggero qualche altro osso. Mastro Frings si sistemava sul punto di appoggio più in alto e sosteneva il messaggero con le corde, mentre noi, dal basso, lo afferravamo per i fianchi e lo deponevamo a terra con la massima delicatezza.
Quando rimettemmo i piedi sul terrapieno, erano trascorse circa due ore. Eravamo a pezzi, ma non potevamo fermarci a riposare né meno un minuto. Anche se la notte era calma e silenziosa, avevamo la sensazione di aver disturbato qualcuno o qualcosa con le nostre manovre. Il mulo sintetico stava sulle spine quanto noi: era quasi riuscito a strappare con i denti la corda che lo teneva legato alla rastrelliera, e ronzava, sfrigolava, lampeggiava con gli occhi. Mastro Frings gli diede una carezza, mentre scoperchiava il cranio per vedere cosa rilevavano i sensori. I suoi occhi si sgranarono. Sul tracciato balenavano migliaia, anzi milioni di puntini rossi, che si muovevano in cerchio tutto attorno a noi, come uno sciame di vespe infuriate. Non vedevamo niente: solo il vento che rovistava nella polvere e il buio che si aggrappava alle rovine, trasformandole in spettri. L’unica cosa che risaliva dall’oltretomba era un suono sottile e strascicato, che ricordava la risacca di una densa marea viscosa contro una riva di polvere.
Il suono non aveva niente di minaccioso, anzi, echeggiava nelle nostre menti come una specie di incoraggiamento, o come un timido grazie. Ma ci tolse lo stesso il sonno per le tre notti successive.
«Andiamo subito via» disse mastro Frings.

Annunci

5 pensieri su “Il messaggero – Oltretomba, Parte II

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...