Il messaggero – Da lontano, Parte I

Oggi non è più come in tempo di guerra: se parli di messaggeri, la gente ti guarda senza capire. O strizza gli occhi per mettere a fuoco qualcosa che ricorda vagamente di aver sentito, tanto tempo fa, ma poi scuote la testa e dice no, scusa, mi sono sbagliato. Questo a causa del fiore rosso, che un anno e mezzo dopo i fatti che stiamo raccontando si portò via due terzi della popolazione cittadina, sottraendo ai sopravvissuti la forza di ricordare, alle nuove generazioni la possibilità di ricostruire. Dei messaggeri non resta più niente. Ecco perché questa storia è così lunga da raccontare: bisogna spiegare tutto.
Per esempio, dopo che abbiamo descritto Sendero come una specie di inferno, con gli Storti, i fuochi azzurri e via dicendo, la faccenda di mastro Frings che vede un pezzo di stoffa e parte senz’altro per questo luogo pericolosissimo e infestato dai fantasmi avrà lasciato perplesso anche il lettore più credulo. È allora il caso di fare un passo indietro e di spendere due parole sul conto dei messaggeri, perché altrimenti non si capiscono troppe cose, e questa storia è come scriverla nella polvere.
Prima di tutto togliamo di mezzo le favole: i messaggeri erano postini. Ma niente a che vedere con i pigri, inefficienti postini dei tempi odierni. I messaggeri consegnavano lettere e pacchi nel Bradishar, lungo tutto l’arco della catena, dai colli pedemontani al Monte Fasa, dalla valle del Cuju all’altopiano di Kepher, dalle pendici scoscese del versante settentrionale ai dolci declivi del sud. Ogni giorno, anche per le gite più brevi, si trovavano ad attraversare a dorso d’asino, a cavallo o in slitta territori in gran parte selvaggi e quasi perennemente coperti di neve, a vedersela con orsi, cinghiali, lupi, bufere, slavine, crepacci e mille altre insidie.
Roba che i postini di Kelidia morirebbero alla prima uscita.
Tutto questo saltando con noncuranza da un lato all’altro della linea di confine. Il confine tra Kelidia e Caiuri, lo ricorda qualcuno? corre da est a ovest lungo l’arco del Bradishar, tagliando la catena in due parti quasi uguali. Ma i messaggeri, come tutti gli altri abitanti del Bradihsar, consideravano il confine una strana fantasia dei borghesi e lo violavano anche due o tre volte al giorno. Quando le delegazioni delle due prefetture erano salite sulle montagne con le carte e i teodoliti e avevano preteso di dividere le persone in kelidiani e caiuriti, i borgomastri del Bradishar si riunivano in consiglio già da duecento anni, la società dei messaggeri esisteva da quasi cento. Una linea fatta di aria e di parole non poteva cancellare secoli di sorte comune. E poi i primi a non tener conto del confine erano proprio i burocrati che lo avevano tracciato: non si erano né meno dati la briga di piazzare una barriera o una dogana o anche solo un sasso con su scritto confine.
Se noi conosciamo così bene la storia dei messaggeri, è perché nostro padre ce l’ha raccontata almeno cento volte. Ma era così bravo, che ogni volta ci sembrava di sentirla per la prima volta. Mentre roteava gli occhi e parlava del sasso con su scritto confine, noi sapevamo già che la sua voce stava per calare in un pozzo oscuro e profondo e che andava a incominciare la parte più bella della storia. Eppure stavamo lo stesso sulle spine. E guai se qualcuno osava interrompere.
«Tracciare il confine sembrava non aver cambiato niente» raccontava Carol. «Ma non era proprio così. E lo sapete perché? Perché i prefetti di Caiuri e Kelidia dopo quel primo contatto stringono amicizia, decidono di fare affari assieme. E a questo scopo hanno bisogno di scambiarsi dei dispacci segreti, che non si possono trasmettere per radio o per telegrafo. E no. Bisogna portarli a mano da una città all’altra, da Caiuri a Kelidia e viceversa, e consegnarli nelle mani degli stessi prefetti, perché nessun altro deve leggerli. Ma lo sapete, no? il Bradishar è un posto pericoloso. E chi è che conosce il Bradishar meglio di tutti? Dillo tu, Raph.»
«I messaggeri!»
«Bravo Raph. E allora i due prefetti s’incontrano in un posto segreto e mandano a chiamare il capo dei messaggeri. Come si chiamava, Franz?»
«Ephraim Parek! Ephraim Parek!»
«Bravo Franz. Chiamano mastro Parek e gli dicono: saranno i tuoi messaggeri a portare i dispacci segreti da Kelidia a Caiuri e viceversa, perché nessuno conosce il Bradishar e le sue trappole meglio dei messaggeri. Ma è molto rischioso, dice Parek. Il Bradishar è pieno d’insidie, ma le pianure lo sono molto di più per i miei ragazzi. Quando percorreranno le brughiere a sud di Caiuri, saranno minacciati dai villaggiani, che odiano tutti i forestieri. Quando invece costeggeranno le rive del Rate, saranno braccati dai coloni della valle, che detestano i montanari. A questo provvederemo noi, dice il prefetto di Kelidia, e assieme al prefetto di Caiuri emana una legge. Tutti i messaggeri, dice la legge, indosseranno un’uniforme sulla quale sarà stampato un segno, due triangoli opposti che si toccano a disegnare una specie di clessidra. I messaggeri che indossano l’uniforme e operano nel segno del doppio triangolo si trovano sotto l’egida delle due prefetture, e a nessuno è permesso far loro del male. La punizione per chiunque infranga questa legge sarà la morte.»
Qui nostro padre s’interrompeva. E aspettava. Aspettava che noi, oppressi dal desiderio di sentire qualcosa che avevamo già sentito tante volte e che dovevamo a tutti i costi sentire di nuovo, ci mettessimo a frignare.
«E il codice, pa’? Quando lo dici eh?»
«Ma non lo conoscete già? Che bisogno c’è di dirlo ancora?»
«E dai, dillo!»
«Diciamolo assieme piuttosto.»
«Comincia tu.»
«Che noiosi che siete. Vengo da lontano…»
«… e porto nuove.»
«Soddisfatti?»
«Racconta ancora.»
«Agli ordini. Dov’ero rimasto?»
«Il codice, pa’.»
«Ah già. E poi, dice il prefetto di Kelidia, ai messaggeri sarà assegnato un codice, una frase che tutte le genti di Kelidia e Caiuri dovranno imparare a memoria e che significa lasciatemi in pace, ma anche prestatemi soccorso. E la punizione per chiunque sente il codice e vede il segno e arreca danno o non presta soccorso a un messaggero sarà la morte. Così stabiliscono i prefetti, e allora mastro Parek acconsente, e da quel giorno nessuno può far del male ai messaggeri o ignorare le loro richieste d’aiuto, pena la morte. La morale però dovete dirmela voi.»
Noi saltavamo in piedi: «Se incontriamo uno che indossa l’uniforme con il segno dei messaggeri e dice il codice dei messaggeri, dobbiamo lasciarlo in pace, se vuole che lo lasciamo in pace, o dargli aiuto, se vuole che lo aiutiamo.»
«Bravi!»
Non sappiamo quanto di questa storia Carol avesse inventato e quanto invece fosse vero: aveva così tanta immaginazione, che era sempre difficile districare verità e finzione in quello che diceva. Ma la parte sui dispacci segreti siamo certi che è vera. Quando eravamo piccoli, tutti a Kelidia sapevano del doppio triangolo e del codice. E come dimenticare che fu proprio un messaggero a portare a Caiuri la dichiarazione di guerra firmata da Cogrud, considerando che la verità di quell’impresa è ancora tatuata sulla pelle di ogni kelidiano?
Questa è invece la parte più brutta della storia. Cosi brutta, che Carol non la raccontava mai. Anche perché non volevamo sentirla. La ricchissima vena che i tecnici di Caiuri avevano scoperto tra la valle del Cuju e l’altopiano di Kepher e che secondo i carotaggi correva da un capo all’altro della catena, a ridosso di un confine che nessuno si era mai dato la briga di tracciare con precisione, aveva mandato all’aria la fragile amicizia che univa le due città. L’esercito aveva già rinforzato i ranghi, allestito gli armamenti ed era pronto a partire. Mancava l’ultimo tassello. Il messaggero inviato da Cogrud era andato a piazzarlo.
Da quel momento si mise sempre peggio. Kelidia inquadrò nei ranghi del suo esercito tutti i messaggeri di stanza a sud del confine, che fossero kelidiani o meno. Lo stesso fece Caiuri a nord. La società fu spezzata in due tronconi: recapitava ancora i dispacci da una prefettura all’altra, e i pochi messaggeri che continuavano il vecchio mestiere godevano ancora di una certa immunità, ma il lavoro era sempre meno, perché i prefetti si parlavano con le cannonate. La funzione originaria della società, consegnare la posta da un versante all’altro del Bradishar, andò persa. Ancora un paio d’anni, e i tronconi rinsecchirono e morirono. I messaggeri rimasti furono assorbiti dall’esercito e macellati uno per uno.
E da persone divennero favole.
Per questo ritenevamo così importante aver trovato il messaggero, quel pomeriggio di tanti anni fa, anche se era in fin di vita, anche se forse era troppo tardi, per lui come per noi. Al cospetto di quel frammento di un passato che ritenevamo irrecuperabile, sembrava quasi che la condanna non fosse a vita, dopotutto, che rimanesse un minuscolo, infinitesimo margine di errore. Se mastro Frings aveva accettato di seguirci a Sendero era soprattutto per questo motivo. I soldi c’entravano, e in misura ancora maggiore c’entrava la ricompensa, ma quello che sperava davvero di ottenere, quello che speravamo di ottenere anche noi, in fin dei conti, era la possibilità di risalire il corso delle nostre vite fino alla fonte dalla quale erano sgorgate, di ritrovare limpido e puro quello che la morte aveva inquinato.
Un’illusione, naturalmente. Ma di tale potenza, che Kelidia ci apparve florida e bella com’era cinque anni prima, quando attraversammo Ponte Arco di ritorno da Sendero, e potemmo quasi rivedere case e palazzi nei mucchi di detriti che costeggiavamo. In giro non si vedeva nessuno. C’era solo il vento a rumoreggiare sulle paratie delle baracche e a scrollare la neve dalla testa dei lampioni. Meglio così. Meno gente in giro, meno spioni da tenere a bada. Solo nella piana dei mercati c’era la solita folla. Ma avevano tutti un’aria così furtiva, che al confronto sembrava che noi andassimo a spasso. Né eravamo i soli che trasportassero in gran segreto un corpo esanime.
Arrivammo alla baracca di mastro Frings senza intoppi. Mastro Frings tirò giù il messaggero dal mulo, lo avvolse in una pesante coperta di pelliccia e lo sistemò sulla sua branda. Poi, chiusa a chiave la porta e nascosta la chiave in una buca segreta accanto alla rimessa, ritornò in officina.
Lo fissavamo in tralice. Avevamo deciso di lasciare il messaggero da lui perché a casa nostra non era il caso, con quella spiona di Anni che passava a ficcanasare anche tre volte al giorno, ma non riuscivamo a fidarci. Ora che avevamo il tesoro in cassaforte, ci sentivamo addosso gli occhi dell’intera città: cosa impediva a mastro Frings di tradirci e di fare la spia alla signora Blum? In cambio del messaggero avrebbe spuntato una somma dignitosa, senza contare la soddisfazione di farci pagare in un colpo solo anni di amichevoli ladrocini. Per farla breve, un’ora dopo il nostro arrivo a Kelidia stavamo ancora nell’officina, senza distogliere per un solo istante lo sguardo dalla schiena di mastro Frings, né avevamo alcuna intenzione di mollare la presa.
«Se vostra madre non vi trova a casa, si arrabbierà a morte» disse mastro Frings, stufo di averci attorno. Stava preparando una mezza dozzina di stecche per ridurre le fratture del messaggero. Aveva anche messo a bollire un paio di vecchie lenzuola per farne delle bende.
«Jana fa l’ultimo turno. Te l’abbiamo già detto, no? Tornerà solo dopo mezzanotte.»
«Fino a mezzanotte noi restiamo qua.»
«Come volete. Ma guardate che manca meno di un’ora. E se mi saltasse in testa di tradirvi, potrei farlo benissimo anche dopo.»

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18 pensieri su “Il messaggero – Da lontano, Parte I

  1. La prima parte, quel del ricordo, quella dove si descrivono i messaggeri e come si siano trasformati nel tempo in modo originale e interessante diventa una piacevole lettura. Poi si ritorna alla narrazione precedente ai gemelli a Frings al messaggero trovato a Sendero.
    Una bella trovata per spiegare chi erano i messaggeri e la loro funzione.

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  2. La storia dei messaggeri da qualche parte l’ho letta, postini che come menestrelli saltavano con grande rischio i confini per recapitare notizie importanti ora da una parte e ora dall’altra. Mi sarebbe paciuto però avere qualcuno che mi raccontasse come in una favola una storia così, composta da una parte bella e da una parte brutta. Quella bella è capace di infiammare la fantasia, quella brutta m’induce a ricordare che è comunque un racconto.
    Vado avanti a leggere, mi mancava una storia così ….
    Molto bravo.
    un abbraccio
    Affy

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    • Se devo recuperare un precedente penso sia L’uomo del giorno dopo (libro o film) ma la principale componente è autobiografica… Grazie in ogni caso per i generosi complimenti. Spero che il seguito risulti altrettanto interessante.
      Un abbraccio.

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      • Sì. L’idea della corrispondenza (reale e ideale) come scontilla che innesca la rinascita della civiltà mi era molto piaciuta e penso sia la parte più riuscita del libro. Nella mia storia l’estinzione dei messaggeri è un segnale forte del tracollo di un modo di vivere, il ritrovamento di un ultimo residuo rappresenta la rinascita della speranza. Credo (e spero) che il parallelismo finisca qui. Non rintraccio altre possibili fonti, a quanto ricordo.

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