Il messaggero – Da lontano, Parte II

Fu solo con molta, molta riluttanza che prendemmo la via di casa. Ma il nostro era un capriccio da bambini assonnati. Sapevamo fin troppo bene che mastro Frings si attaccava alle cose che possedeva come una mignatta, e rinunciare al tesoro che si era guadagnato con tanta fatica a favore della signora Blum o di chiunque altro era contrario alla sua natura. Andava così anche riguardo al mulo: con tutta la biada che consumava, a mastro Frings sarebbe convenuto disattivarlo, macellarlo e vendere la kyanoplastica ai disertori, piuttosto che lasciarlo a marcire nella rimessa. Ma la sua testa funzionava in questo modo: finché poteva vederlo, toccarlo, prendersene cura, era certo di avere da parte il suo gruzzolo e si sentiva contento e soddisfatto anche se non fruttava niente. Lo stesso valeva per il messaggero.
Tornati a casa, ci infilammo subito a letto, per non far arrabbiare Jana. Ma nessuno dei due riuscì a dormire. Non profondamente almeno. Galleggiavamo in un lago di oscurità, in fondo al quale s’intravedevano tenui lucignoli azzurri e cadaveri scomposti che espiravano un languido delirio. Solo al mattino, quando la paura suscitata dai fantasmi di Sendero si dileguò nella mezza luce che filtrava dagli scuri, il nostro cervello fu in grado di rielaborare gli eventi del giorno prima. E addio sogni di ricchezza! Va più o meno in questo modo: costruisci una casa, una casa splendida, la casa dei tuoi sogni, stai quasi per entrarci, hai già un piede sulla soglia, ne senti già il conforto, ma nel momento che anche l’altro piede sfiora la soglia, ti crolla tutto sulla testa.
La domanda la fece Raphael. E la fece distrattamente, con voce collosa, mentre cercava, allo stesso tempo, di infilarsi le calze, di sfilarsi la camicia e di grattarsi il mento, la testa e il fondo schiena: «Come vendiamo le storie del messaggero?»
Franz era ancora imbambolato dalla notte insonne: «Eh?»
«Insomma, senza rivelare la fonte.»
«Ripeti, per favore.»
«Metti che il messaggero ci racconta una storia. Andiamo dai cantastorie e cosa gli diciamo? Questa storia l’ha raccontata un messaggero? Non mi sembra prudente.»
«Ma no! Mica possiamo dire così.»
«E allora? Cosa diciamo? Che l’abbiamo inventata noi?»
«Bravo furbo. Quanto vuoi che valga una storia che abbiamo inventato noi? Anche la storia più bella del mondo, se la fonte non è quella giusta, vale le solite due uova.»
«Allora bisogna dire la verità? Che abbiamo trovato un messaggero e la storia l’ha raccontata lui?»
«Non si può. Se vai in giro a raccontare una cosa del genere, ti ritrovi subito addosso Serena che reclama la sua parte. E la parte di Serena è sempre tutto meno le briciole.»
«Insomma, cosa si fa?»
Franz si grattava tra il mento e la gola. «Mah» fu la sua conclusione.
Prima dell’apertura dei mercati ci consigliammo con mastro Frings. Eravamo in cortile, appena fuori dalla camera, con la testa infarinata da un nevischio semi liquido. Mastro Frings faceva le sue abluzioni nel catino accanto alla porta e aveva il torace scoperto e la pelle delle braccia e del collo arrossata dall’acqua bollente. Siccome la porta della camera era aperta per arieggiare, vedevamo il messaggero che riposava sulla branda, immobile e silenzioso, infagottato nella coperta di pelliccia. Quella notte mastro Frings aveva composto (con inattesa facilità, ammise) tutte le sue fratture e slogature e disinfettato con il sale la piaga all’addome e le altre lesioni. Ma quando il corpo aveva ripreso calore, c’era stata una grave emorragia, e il messaggero era quasi morto. Fortuna che alcuni organi interni erano artificiali. Secondo mastro Frings dovevano esserci degli impianti davvero speciali là dentro, roba di prima qualità, altrimenti non si spiegava come il messaggero fosse sopravvissuto anche a quest’ultima, durissima prova.
«Prima mi abbindolate con la prospettiva di diventare ricco, e ora ve. ne uscite con questi dubbi?» disse mastro Frings. «Non potevate pensarci prima, così ieri notte non rischiavamo la vita per niente?»
«Come la fai lunga. Una soluzione la troviamo.»
«Basta rifletterci un po’.»
«I cervelloni siete voi.»
«Magari possiamo dire che abbiamo incontrato il messaggero da qualche parte nell’oltrefiume, che stava bene e parlava. Ci ha chiesto da mangiare, noi gli abbiamo offerto del pane e una cipolla, e in cambio lui ci ha raccontato delle storie. Poi è ripartito per chi sa dove.»
Franz faceva no con la testa: «I messaggeri non ripartono per chi sa dove, Raph. Se vengono da queste parti, è per consegnare un dispaccio al prefetto. E il prefetto sono anni che se ne sta rinchiuso nella Meridiana. Lo sanno tutti.»
«E allora?»
«Rifletti. Un messaggero con tanto di uniforme oltrepassa Ponte Arco, attraversa tutta Matander, valica l’Alto Bardel, arriva a cinquecento cubiti dal Girasole, e nessuno eccetto noi se ne accorge? Con tutti gli spioni che ci sono a Kelidia? Se tiri fuori una storia del genere, non importa se è vera o falsa, la signora Blum ti fa torturare da mastro Leder prima ancora che finisci di raccontare.»
«Stai sempre a discutere, Franz.»
Davanti alla possibilità di finire nelle mani di mastro Leder, anche la stolida cupidigia di mastro Frings fu costretta a retrocedere: «Invece ha ragione, accidenti.»
«E allora come si fa?»
«Non si fa. Rimettiamo in piedi questo disgraziato e poi trattiamo con la signora Blum, cercando di cavarne il più possibile.»
«Ma no! È nostro.»
«Niente è di nessuno, a Kelidia. È tutto della signora Blum.»
«Ma potremmo farci una montagna di soldi! Potremmo diventare più ricchi perfino della signora Blum! Lei ci lascerà solo le briciole invece. E forse né meno quelle. Al massimo ridurrà l’interesse sui soldi che le deve nostra madre.»
«Se la signora Blum scopre che le teniamo nascosta una cosa così preziosa, non ci darà né meno le briciole. Ci farà ammazzare e basta.»
«Ma non possiamo tirarci indietro al primo intoppo.»
«Possiamo eccome.»
Franz contorse la faccia in una smorfia di disgusto: «Non credevo che te la facessi addosso per così poco.»
«Sei un vigliacco.»
Mastro Frings rovesciò a terra il catino con l’acqua. «Come osate insultarmi?» ringhiò. «Dovrei rifilarvi un sacco di legnate per avermi trascinato in questo guaio. Non vi rendete conto che non c’è altro da fare? Bisogna trattare e basta.»
«Cosa aspetti allora? Striscia dalla signora Blum! E spera che si mostri generosa, perché potrebbe anche non darti niente.»
A questo punto, mentre ce ne stavamo tutti e tre a rimuginare con certe facce lunghe, alcuni suoni soffocati trapelarono dalle coperte che tumulavano il messaggero. Subito dopo il messaggero liberò la faccia dalle coperte. Sgranammo gli occhi. A Sendero, con tutto quel ghiaccio e la luce così scarsa, non c’eravamo accorti di quanto fosse raccapricciante la sua faccia. Non che fosse particolarmente brutta: anche se era gonfia, livida, sfatta, coperta di tagli, anche se sembrava che la pelle, come nel resto del corpo, si fosse staccata dalle ossa e dai muscoli e si muovesse per conto suo, conservava una certa nobiltà di lineamenti. Ma era come se un dio capriccioso l’avesse ritagliata da un mondo alieno e si fosse divertito ad appiccicarla nel nostro; perfino la luce che la scolpiva nella penombra della camera appariva diversa da quella che sbalzava il resto di Kelidia dal buio. Piuttosto che una faccia, era una voragine, in fondo alla quale balenavano due occhi lucidi, folli, troppo chiari e luminosi per non essere artificiali, troppo mobili e profondi per non essere veri.
Il messaggero delirava sottovoce: «Come potevo sapere? Una mosca che affoga in una ciotola di latte! Ma sono io che ho dato l’ordine Sono io che ho ordinato di sparare. È giusto che sconti la colpa.»
Quando mastro Frings pose la mano sulla sua spalla per impedirgli di rompere le stecche, si accorse che bruciava di febbre. «Deve avere un’infezione» disse. «Fine dell’incertezza. Morirà entro pochi giorni.»
Raphael quasi si metteva a battere i piedi: «Smettila di dire così. Non esiste che muoia, capito? Dopo che abbiamo faticato tanto.»
«Tu avresti faticato? E quando?»
«C’ero anch’io a Sendero, ricordi? Anch’io ho contribuito a tirarlo giù dalla forca.»
«Lo sai cosa mi ricordo? Mi ricordo di essere quasi morto di freddo e di fatica, mentre tu e tuo fratello perdevate tempo in chiacchiere. E mi ricordo anche che i poveri pulcini, mentre io rimettevo a posto le ossa di questo ragazzo e vegliavo su di lui tutta la notte, facevano la nanna a casa loro, tranquilli e beati.»
«Ma sei stato tu a mandarci via!»
Mastro Frings era fuori di sé e sul punto di rifilare a Raphael una delle sue tremende sberle. Ma Franz si mise in mezzo.
«Ho la soluzione!» annunciò.
«Sai come fargli passare la febbre?»
«So come tenerlo.»
«Eh?»
«So come ingannare la signora Blum.»
«E come?»
«Andiamo da lei e le diciamo la verità.»
«E che razza di soluzione sarebbe?»
«Cosa significa che le diciamo la verità?»
«Significa che andiamo dalla signora Blum e le diciamo di aver trovato un messaggero. Più morto che vivo. Volevamo rimetterlo in sesto per regalarlo a lei, ma poi è morto, poveraccio. Fortuna che prima di morire ci ha raccontato delle storie. Tante storie. Tantissime di storie. E noi le vendiamo. A lei e a tutti i cantastorie che vogliono comprarle.»
Mastro Frings toccò di nuovo la fronte del messaggero. Fece segno di no con la testa: «È più caldo di una fornace. Buona o no, la tua idea non servirà a niente. Questo qui ormai è andato.»
«Ma non importa! È questa la parte migliore. Se il messaggero vive, lo teniamo nascosto e fingiamo di averlo seppellito, e saranno le sue storie a convincere la gente che diciamo la verità. Nessuno a Kelidia potrebbe inventarsi delle storie così buone come quelle che racconterà lui. Se muore, facciamo vedere il cadavere a tutti, e a quel punto le storie possiamo anche inventarle, perché la vista del cadavere darò loro valore. Chiaro? Tutto quello che dobbiamo fare è restarcene buoni finché la cosa non si risolve in un modo o nell’altro.»
Mastro Frings doveva aver perso il filo, perché scuoteva meccanicamente la testa, opponendo un muro di diffidenza a ogni parola di Franz. Se non sapeva cosa dire, lui diceva no
Franz incalzava: «Non ti rendi conto che è un piano infallibile? Naturalmente, il messaggero non morirà, di questo sono sicuro, perché Raph ha ragione, sarebbe davvero troppo orribile se morisse ora, senza averci detto né meno una parola. Ma così siamo a posto in ogni caso.»
«Se sperate davvero di ingannare la signora Blum, allora siete degli illusi.»
«Ci riusciremo. È un piano troppo ben congegnato.»
Stanco di discutere (non era il suo forte dopotutto), mastro Frings ci afferrò con quelle sue enormi mani da fabbro e ci spinse fuori dall’officina.
«Per un paio di giorni cercate di non farvi vedere» disse, trattenendosi a stento dal rifilare a Franz una pedata. «Altrimenti saranno le vostre fratture che dovrò comporre.»

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13 pensieri su “Il messaggero – Da lontano, Parte II

  1. Una seconda parte ben congegnata con un tono narrativo che tiene il lettore ancorato alla sedia e con l’occhio fisso sul monitor.
    Un percorso logico e razionale, quello dei due gemelli al contrario di quello confuso e irrazionale di Frings, a cui sfugge la sottile logica dei due ragazzi.
    Bello e complimenti. aspetto con curiosità e impazienza la prossima puntata. Il messaggero vivrà? Credo di sì. Il piano funzionerà? Chi lo sa!

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