Il messaggero – Un giorno o l’altro, Parte I

A questo punto dovevamo occuparci di Jana. Cosa dirle del messaggero? Tutta la verità o solo una parte? E quanta parte? E come metterla con la ricompensa? Di gran lunga la questione più spinosa. Perché Jana avrebbe preferito farsi ammazzare, o meglio, ammazzare noi, piuttosto che concedere a mastro Frings quello che avevamo promesso, e di sicuro non potevamo liquidare mastro Frings con un grazie e una stretta di mano, dopo la fatica che aveva fatto e la paura che si era preso. Tutte queste domande ci tennero a rosolare per un paio di giorni. Poi nostra madre cominciò a intuire qualcosa. Ci inchiodava con lo sguardo ogni volta che capitavamo a tiro, con le sopracciglia che quasi si toccavano. Ancora non faceva domande, ma nei suoi occhi c’era tutto un interrogatorio, e un interrogatorio dei più duri, con ferri roventi e tratti di corda. Dovevamo parlare. E dovevamo tirar fuori tutto, senza reticenze o mezze verità. Quando Jana cominciava a far domande, non la piantava finché non conosceva ogni dettaglio. E svelava le bugie prima ancora che le escogitassimo.
Una volta che il suo turno finiva alle sei del pomeriggio, decidemmo di aspettarla in salotto, sulla poltrona di Carol. Lei capi che il guaio era grosso non appena ebbe oltrepassato la soglia di casa. Trovarci a far niente accanto al fuoco era una tale novità, che non si tolse né meno il soprabito, né meno la sciarpa, e venne subito a mettersi davanti a noi, gli occhi sottili e le mani che prudevano.
«Cosa avete combinato stavolta?» disse.
Bisognava andarci cauti. Bisognava tenere a freno le parole. Bisognava scegliere con cura il modo e il momento di riferire i dettagli che avrebbe digerito con maggiore difficoltà. Prenderla per il verso sbagliato, esordire con troppa irruenza o con troppa cautela significava finire nella burrasca prima ancora di aver levato l’ancora.
«Siamo stati a Sendero l’altra notte» disse Raphael.
A Jana occorse quasi un minuto per incassare il colpo. Prese un lungo respiro, chiuse gli occhi, afferrò alla cieca una sedia alle sue spalle e sedette quasi di schianto. «State cercando di farmi impazzire, vero?» disse, massaggiandosi l’attaccatura del naso con indice e pollice. «Dite la verità, avete scommesso su chi di voi due riesce a farmi venire la bava alla bocca per primo.»
«Ma no, Jana. Non capisci.»
«Siete andati a Sendero di notte. Ed è la cosa più stupida e pericolosa che potesse venirvi in mente di fare. Cosa c’è da capire?»
«Avevamo un valido motivo.»
«Il solito, immagino. Gli affari.»
«Ma questa volta è diverso.»
«Eccome se è diverso! Lo so che andate a Sendero tutti i giorni. Non mi piace per niente, ma ci passo sopra, perché non posso impedirvelo. E poi vi conosco, so che siete in grado di cavarvela. Ma di giorno, non di notte! Cosa siete andati a fare a Sendero di notte? Non credo che i disertori abbiano il coraggio di mettere il naso fuori dai covi dopo il tramonto. Con chi facevate affari? Con gli Storti?»
«Non scherzare, Jana. È una faccenda molto seria.»
«Seria? Cosa significa seria?»
«Significa che abbiamo rischiato di morire!» disse Raphael, balzando in piedi. «E che potrebbe andarci addirittura peggio, se non stiamo attenti.» Tornò a sedere, incrociando le braccia. «Ecco cosa significa seria.»
A queste parole, nostra madre si tirò indietro come se avesse ricevuto una sberla in piena faccia. Sembrava invecchiata di almeno dieci anni. Fortuna che era abituata alle uscite da pugno sul naso di Raphael, altrimenti la conversazione sarebbe finita proprio così, con un pugno sul naso. Perché Raphael ha sempre posseduto (e possiede ancora oggi) il particolare talento di escogitare in ogni occasione le parole più adatte a sortire l’effetto più disastroso. Appena apre bocca, succede di tutto. Quanti piani sono andati in fumo a causa sua, quante amicizie sono morte, quanti odii hanno visto la luce!
Ma ora anche Raphael vorrebbe dire la sua, visto che a quanto pare si trova sotto processo. Prima di tutto una precisazione: è Franz che ha scritto le ultime pagine. Da solo. E di nascosto. Nonostante il solenne giuramento di non toccare per nessun motivo lo scartafaccio che contiene la storia del messaggero, mentre suo fratello era fuori città per affari, non ha esitato un solo istante a riempirlo di bugie, non appena ne ha avuto la possibilità. Bugie, chiaro? Perché nessuno è mai invecchiato più di alcuni minuti, per aver parlato con Raphael Grossen, né è mai successo alcun disastro, a causa delle sue parole, né è morta alcuna amicizia, né ha visto la luce odio alcuno. Al massimo sono scoppiate un paio di risse. Ora Raphael non ricorda bene, ma certamente non era solo colpa sua, se Jana la stava prendendo così male quel pomeriggio. Franz dov’era? Come mai non interveniva? Come mai non cercava di rimediare al disastro? A cosa badava, mentre la valanga di guai che stava provocando suo fratello rischiava di travolgere e seppellire anche lui? Eccolo invece raggomitolato in un angolo, così spaurito da non riuscire a parlare, da non riuscire né meno a scappare. Tipico di Franz, no? che è un terribile ficcanaso e non perde mai l’occasione di dire la sua, anche a scapito della sua stessa salute. Molto verosimile, no?
Jana respirava un iroso silenzio: «Spiegatemi cosa è successo. Ma non ditemi bugie, perché non risponderei di me stessa.»
Era il turno di Franz: «A Sendero abbiamo trovato una cosa. Una cosa di grandissimo valore.»
Parole che ottennero solo di far arrabbiare ancora di più nostra madre. «E di che cosa si tratta precisamente?» disse. Le dita delle mani incominciavano a tremarle. «Di gioielli? Di oro? Di carta?»
Franz si guardò attorno un paio di volte. E anche se in casa non c’era nessuno e avevamo chiuso tutte le finestre, si avvicinò a Jana in punta di piedi e parlò a voce così bassa, che lei non capì né meno una sillaba. Allora la rabbia divenne incontenibile, e le sberle, tenute a freno ma non sedate dalla curiosità, ci assalirono. Franz ne beccò una sul naso, Raphael sulla guancia.
«Finitela con questi sotterfugi da bambini! In che razza di guaio vi siete cacciati? Cosa avete trovato a Sendero?»
«Ma l’ho appena detto, ma’.»
«L’hai detto? E che lingua hai usato?»
Raphael infilò una mano nel taschino della camicia e prese il lembo di tessuto con il doppio triangolo. Non appena lo riconobbe, nonostante la vernice dorata che il fuoco le spalmava sulle guance, nonostante la collera che ancora le rimescolava il sangue, Jana impallidì.
«È un messaggero, Jana.»
«Viene dalle montagne.»
Nostra madre ci fissava senza dire niente. In apparenza era composta e tranquilla, ma il soprabito, sbottonato fino alle costole, tremolava e danzava attorno alla vita e alle spalle come se volesse sfilarsi da solo.
«Abbiamo promesso a mastro Frings che uscirai con lui» disse Raphael.
«Eh?»
«Abbiamo promesso a mastro Frings che uscirai con lui» ripeté Raphael, nonostante il disperato tentativo di Franz di zittirlo.
Il risultato furono altre due sberle: bocca di Franz, mento di Raphael.
«Spiegatemi meglio questa storia del messaggero.»
«Ha l’uniforme nera, ma’. Con i doppi triangoli. E ha detto anche il codice.»
«Non esistono più i messaggeri, Franz.»
«Ma ha l’uniforme nera. E i triangoli. E ha detto il codice.»
«Deve essere l’ultimo, Jana. L’ultimo messaggero.»
Jana fece una smorfia di diffidenza: «Mi spiace deludervi, ragazzi, ma non può essere un messaggero. Sarà un disertore piuttosto. Uno che si è imbattuto nel cadavere di un vero messaggero e ha pensato bene di approfittare del salvacondotto per arrivare a Kelidia senza rischi. Tutto qui.»
«Invece è un vero messaggero, Jana. Ha detto il codice.»
«Tutti conoscono il codice, Raph. Voleva solo prendersi gioco di voi.»
«Ma non capisci? Non è come gli altri. Era morto e poi invece era vivo. E mastro Frings dice che dentro ha tantissime protesi: reni, polmoni, intestino e via dicendo.»
«E allora? Quasi tutti i disertori hanno le protesi. Lo sapete meglio di me. Mi dispiace, ragazzi, ma il vostro messaggero è solo un altro furbo che cerca di ottenere qualcosa che non merita, fingendosi qualcuno che non è. Pensateci. La società dei messaggeri è stata sciolta molti anni fa, perché i prefetti di Kelidia e Caiuri non avevano più niente da dirsi. E allora i messaggeri sono diventati dei comuni soldati. Magari questo tizio che avete trovato era davvero un messaggero, ma ora è solo uno dei tanti codardi che fuggono dal Bradishar per salvarsi la vita. In una sola parola: un disertore.»
Eravamo su tutte le furie. Delusi, anzi oltraggiati, che nostra madre si rifiutasse di dar credito alle nostre parole. Facemmo per protestare, per ribadire la nostra ferma convinzione di aver salvato un vero messaggero, ma richiudemmo la bocca prima ancora di aver cominciato a parlare. Nessuno dei due trovava argomenti validi. Quello che sosteneva Jana era ragionevole. Anzi, la storia del disertore aveva molto più senso di quella del messaggero. E dissipava un sacco di dubbi. Uno su tutti: quale motivo avevano i disertori di fare a pezzi un messaggero, un tizio praticamente innocuo che attraversava il loro territorio di gran corsa per non farsi rivedere mai più? Forse il messaggero portava con sé qualcosa di prezioso e lo aveva incautamente mostrato in giro, o forse aveva offeso un disertore particolarmente irascibile, o si era mostrato poco rispettoso verso un capo banda. In questi casi si moriva a Sendero. Ma si moriva in fretta, con la faccia nella polvere, non appesi a trenta cubiti di altezza dal suolo. Non era più probabile che il tizio facesse parte di una banda e che l’avesse combinata grossa? Che avesse tradito, sfidato, derubato qualcuno che era meglio lasciare in pace? La storia del messaggero non stava in piedi. Se aveva convinto mastro Frings, era solo perché il brav’uomo era un ingenuo. Jana, al contrario, che il cervello sapeva come usarlo, l’aveva demolita in un istante.
Eppure né meno lei poteva farci cambiare idea. Avevamo ancora negli occhi l’immagine del messaggero appeso in cima al casamento, con le braccia spiegate come ali e il grembiule di sangue rosa sull’addome e sulle gambe. E ricordavamo con nitidezza la massa delle nuvole che si squarciava sopra la sua testa, il raggio di sole che filtrava dallo squarcio. Quanto tempo era rimasto lassù, con lo spuntone di ferro che gli bucava la schiena e la pancia e il corpo congelato? Quanto tempo era durata quell’atroce agonia? Ed era ancora vivo! Moribondo, forse, bruciante di febbre. Ma vivo. Non avevamo parole per esprimere tutto questo, nostra madre non avrebbe capito. C’era solo una cosa che potevamo tentare.
«Devi vederlo, Jana.»
«Giusto. Non puoi capire, se non lo vedi.»
Gli occhi di nostra madre si spalancarono. «Volete dire che è qui? Mi avete portato un disertore in casa?»
«Non siamo così stupidi.»
«Dov’è allora?»
«Da mastro Frings.»
Jana aprì le mani, con le dita che tremavano appena: altre due sberle che cercavano di divincolarsi. «Ecco che si ritorna a mastro Frings. E ora comincio anche a capire per quale ragione l’avete messo in mezzo.»
Ci rannicchiammo in fondo alla poltrona.
«Solo che non mi piace per niente quello che capisco.»
«Ragiona, ma’. Dovevamo pur offrirgli qualcosa in cambio del suo aiuto.»
«Altrimenti non lo avremmo mai convinto.»
«Si tratta solo di una passeggiata. E magari di un bicchiere al Girasole. Tutto qui.»
Ed ecco che ripartono le sberle. Stringemmo gli occhi, pronti a riceverne il morso. Ma le sberle, anziché saltarci addosso come cani rabbiosi, si acquattavano guardinghe tra le dita di nostra madre, costrette da un’ignota, provvidenziale catena. Jana si limitò a riabbottonare il soprabito e ad alzarsi in piedi.
«Un giorno o l’altro…» disse, il volto gualcito da un’espressione di infinita spossatezza. Mandò un lungo sospiro: «D’accordo.»
«D’accordo?»
«Significa che uscirai con mastro Frings?»
Le sberle, naturalmente. Raphael sull’orecchio, Franz sul collo.
«Ma ricordate vostro padre?» disse Jana. «Ricordate quel pover’uomo che rischia la vita ogni giorno per tenere il nemico lontano dalle vostre teste bacate? Ricordate che sono sposata con lui? Come posso uscire con mastro Frings, se sono sposata con vostro padre? Per chi mi avete preso?»
«Ma sei tu che hai detto d’accordo.»
«D’accordo significa: andiamo da mastro Frings e vediamo il messaggero. Solo questo. Così ne approfitto per dire un paio di parole a quell’idiota.»
«Ci rovinerai!»
«Mastro Frings si arrabbierà. Ed è un tipo vendicativo.»
«Andrà a spifferare tutto alla signora Blum.»
«Se non la smettete subito di dire sciocchezze, ci vado io dalla signora Blum. Chiaro?»

Annunci

6 pensieri su “Il messaggero – Un giorno o l’altro, Parte I

  1. Direi ottimo il dialogo tra Jana e i figli ma ancor più interessante è l’analisi che Raphaele Franz fanno sui pro e i contro di rivelare tutto a Jana.
    L’idea di dare vita alle sberle è veramente micidiale o originale. Io non ci avrei mai pensato.

    Liked by 1 persona

    • Ti ringrazio! Mentre scrivevo, tutte queste sberle che partivano si fermavano erano trattenute da invisibili catene mi sono apparse come cani aizzati dal padrone e bloccati dal guinzaglio. Sono contento che apprezzi anche il dialogo, la cui stesura è stata molto laboriosa, e la parte iniziale, che ha conosciuto più stesure. Di nuovo grazie!

      Liked by 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...