Il messaggero – Un giorno o l’altro, Parte II

Pochi minuti dopo eravamo sulla via dei mercati. Anche se faceva molto freddo, la discussione su mastro Frings era sempre più accesa: Jana si sentiva sicura di riuscire a tenerlo a bada, mentre noi già lo immaginavamo che correva via dall’officina rosso di rabbia, dritto verso il Girasole. Cercavamo di convincerla a mostrarsi meno inflessibile, a cedere un po’ di terreno, ma non voleva sentir ragioni. Sembrava non rendersi conto del gravissimo rischio che correvamo, dell’enormità del guaio nel quale potevamo finire.
Stavamo sulle spine. Poi Jana si mise a far questioni anche su quale strada seguire per i mercati, e allora le spine divennero spade. Siccome volevamo evitare le vie principali e soprattutto girare più al largo possibile dal Girasole, suggerivamo di scalare a mezza costa l’Alto Bardel e di scendere alla piana dei mercati dal versante settentrionale del Kedo. Lei non era d’accordo.
«Vediamo se ho capito» disse. «La vostra idea sarebbe di infilarci nei vicoli più luridi e bui dei Quattro Colli e di scendere ai mercati nel punto dove si radunano i ricettatori di scarpe? Ma siete impazziti?»
«È una buona soluzione invece.»
«Con le scarpe che abbiamo, non ci degneranno di un’occhiata!»
«Non se ne parla. Con questo freddo l’unico percorso che ho intenzione di seguire è il più breve.»
«Ci vedranno, ma’.»
«Si insospettiranno.»
«Non ci vedrà nessuno. A quest’ora sono tutti al Girasole, e là dentro hanno di meglio da fare che mettersi a spiare dalle finestre.»
Poco più tardi camminavamo ai margini della piazza del Girasole, costeggiando le isole di luce che le torce lasciavano affiorare dal buio. Stavamo in guardia, ma ci sentivamo anche piuttosto sollevati. Jana sembrava aver ragione: per quanto il Girasole fosse rumoroso e affollato, nella piazza e nelle strade che affluivano alla piazza non si vedeva nessuno. Anche le case erano buie e silenziose. Ma quando avevamo già quasi raggiunto il vicolo che saliva verso il Kedo, un’improvvisa folata di vento spense la lanterna sulla veranda del locale. Né meno un respiro, e la porta si aprì, proiettando un rettangolo di luce sul nevischio fangoso che ricopriva il lastricato. Un’ombra pattinò sull’assito della veranda, facendo scricchiolare il legno congelato, uno zolfanello sfrigolò nel buio.
La lanterna riprese a liquefare il suo oro.
Eravamo allo scoperto! Le nostre ombre si stagliavano sulla parete di una casa vicina così nitidamente, che si poteva distinguere perfino il battito dei denti, mentre Jana sembrava che andasse a passeggio, con il soprabito rosa confetto che mandava quasi più luce delle torce e le suole di legno che facevano un baccano d’inferno sul nevischio.
«Sei tu, Jana?» disse una voce femminile, spaventosamente familiare. «Dove te ne vai con questo freddo?»
Jana si fermò. Frugava il buio con lo sguardo, per riconoscere chi aveva parlato.
«Buona sera, Anni!» disse, mentre noi biascicavamo tutte le imprecazioni che avevamo imparato in sette anni di vita di strada. Adoravamo Anneke. Era la nostra migliore amica. E l’unica tra le ragazze dei Quattro Colli che si limitasse ad alzare le spalle, anziché afferrare un bastone o una roncola, quando uno di noi proponeva di appartarsi sul retro di qualche granaio. Ma avrebbe tradito chiunque, perfino i suoi migliori amici, pur di proteggere gli interessi della sua arcigna padrona, verso la quale nutriva un tale viscerale attaccamento, da rasentare l’idolatria.
«Dipendesse da me, sarei rimasta a casa» disse nostra madre, avvicinandosi alla veranda. «Ma non c’è mai un momento di tregua con questi due.»
Anneke si mise a ridere: «Cosa hanno combinato stavolta?»
«Zitta, Jana!»
«Così ci rovini!»
«Hanno promesso a mastro Frings che sarei… come dirlo senza morire di vergogna? andata con lui.»
«Cosa sento!»
«Incredibile, vero? Avevano bisogno di una specie di favore… anche se non hanno ancora avuto il coraggio di dirmi quale. E siccome Allart non si lasciava convincere, hanno usato me come merce di scambio. Mai sentito niente di più disgustoso.»
«Ne inventano una nuova ogni giorno.»
«Una? Una andrebbe anche bene. Ma si fermano a una solo quando sono malati!»
Anneke rise di nuovo. Sembrava che l’avesse bevuta, che desse per buona la spiegazione. Ma la conoscevamo bene Anni. E percepivamo con chiarezza, nonostante il buio, lo sguardo ostinato con il quale seguiva ogni nostra mossa, le labbra sottili che si arcuavano in un sorriso malevolo, sagace, pericoloso. Ci stava studiando, valutava se era il caso di prestare fede o no alle nostre bugie e già sceglieva le parole con le quali avrebbe riferito l’episodio a Serena.
Nostra madre scuoteva la testa: «Non riesco più a tenere il passo. Immaginavo che crescendo si calmassero, ma a quanto pare mi illudevo.»
Siccome la faccenda cominciava ad andare per le lunghe, afferrammo nostra madre per le maniche e la tirammo via. Non se la stava cavando male, anzi intravedevamo perfino una tenue speranza di passarla liscia, ma bisognava chiudere subito la conversazione. Con Anneke non c’era modo di spuntarla, perché era impossibile aggirare le infinite circonvoluzioni del suo pensiero: si poteva solo troncare la conversazione quando ancora la sua diffidenza non aveva rotto gli argini e sperare che non desse eccessiva importanza all’episodio del quale era testimone.
«Devo andare, Anni. Altrimenti questi due mi staccano le braccia. A domani.»
Anneke ridacchiava: «A domani, Jana. E auguri.»
Solo quando i vicoli bui del Kedo si chiusero su di noi come una mano di pietra, ci arrischiammo a parlare:
«Stavi per rovinare tutto, ma’.»
«In questo momento Anni è il nostro peggior nemico! E ti fai beccare proprio da lei?»
«Silenzio voi due. Che modo è di parlare a vostra madre?»
«Stavi per farla grossa.»
«Ho allevato due sciocchi per caso? Credete davvero che strisciare nell’ombra e star sempre a guardarsi le spalle sia il modo giusto per tenere a bada le spie?»
«Finora ha sempre funzionato.»
«E invece è proprio così che si attirano i sospetti. Se Anneke o qualcun altro ci avesse sorpresi a sgattaiolare sulla cima del Bardel o nei vicoli del mercato alto, allora sì che saremmo finiti nei guai.»
Eravamo arrivati. L’officina era in piena attività. L’aria all’interno della baracca era così calda e pesante, che il contrasto con l’esterno ci fece girare la testa. A mastro Frings invece la testa girava perché c’era nostra madre, ed era la prima volta che la riceveva in casa. Nervoso e impacciato, pregò Jana di sedersi accanto alla fornace, così da prendere un po’ di calore, e cercò invano di offrirle un bicchiere di nitro. Noi come al solito non ci guardò né meno in faccia.
«A cosa devo l’onore?» disse una volta che Jana fu comoda, pulendosi le mani sul grembiule di cuoio e ostentando il sorriso più largo e cordiale che fosse in grado di ostentare.
Nostra madre non sorrideva: «Mettiamo pure da parte i convenevoli, Allart. Tirare in ballo l’onore mi sembra inopportuno, considerate le circostanze.»
Mastro Frings batté le palpebre. «Quali circostanze?»
«I gemelli mi hanno confessato di averti promesso… qualcosa, in cambio di un certo servizio. È la verità?»
Mastro Frings scoccò uno sguardo infuocato nella nostra direzione: «Sai che raccontano sempre un sacco di bugie, vero?»
«Significa che hanno mentito?»
«Certo che hanno mentito.»
«E perché mai dovevano mentire?»
«E come faccio a saperlo?»
«Insomma, non ci guadagnavano niente a mentire. E loro non muovono né meno un dito, se non ci guadagnano qualcosa.»
«Non so cosa dirti.»
Nostra madre era calma e un po’ rigida. Ma intuivamo, dal colore dei suoi occhi, che si stava divertendo. Concesse a mastro Frings un fugace sorriso. «Sapevo che non poteva essere vero!» disse, mostrandosi sollevata. «Un uomo riguardoso come te non si presterebbe mai a un commercio così raccapricciante.» Ebbe l’aria di rilassarsi, di abbassare la guardia, come se l’incidente fosse chiuso: «Ti chiedo scusa, Allart. Dovevo immaginare che la storia della ricompensa fosse una bugia.»
A sentir questo, mastro Frings iniziò a emettere una sequela di suoni spezzettati che assomigliavano solo vagamente a delle parole. Si capiva che stava obiettando solo perché faceva no con la testa.
«Ma sei tu che l’hai detto!» lo interruppe Jana, fingendosi sorpresa da questa reazione.
Mastro Frings, preso un lungo respiro, riottenne l’uso della parola: «Io ho detto solo che i tuoi figli sono dei bugiardi.»
«Significa che ti hanno davvero promesso quello che… insomma, quello che dicono di averti promesso?»
«Una specie.»
«Allora stavano dicendo la verità.»
«Ma quale verità! Non li conosci? Non credo sia mai capitato che dicessero la verità!»
«Avete stretto o no questo accordo?»
«Una specie, ripeto.»
«E riguarda me?»
«No che non ti riguarda.»
«E perché ti scaldi tanto allora?»
«Va bene. Forse un po’ ti riguarda. Ma non è come dicono i gemelli.»
«Cosa ne sai di quello che dicono i gemelli?»
«Lo immagino.»
Jana, accavallate le gambe, eretta la schiena contro la spalliera della sedia, si mise a riagganciare uno per uno (anche se erano già agganciati) i bottoni del soprabito. «Mettiamo una cosa in chiaro, prima di andare avanti» disse, scandendo le sillabe con asprezza. «Qualunque sia l’accordo che hai stretto con i gemelli, qualunque ricompensa questi due sciagurati abbiano promesso in cambio dei tuoi servigi, non mi riguarda, visto che non sono stata consultata.»
«Lasciami spiegare…»
«Non interrompermi, per favore. Sono una donna sposata. Nonché madre. E anche se mio marito non può difendere il mio buon nome, perché qualche burocrate senza giudizio l’ha mandato in guerra, anche se i miei figli sono dei mascalzoni tali, che venderebbero perfino la loro madre, e stanno proprio cercando di farlo, a quanto sembra, anche se sono sola, fragile e indifesa, non hai nessun diritto di trattarmi come mercanzia.»
«Mercanzia?»
«Ti ho già chiesto di non interrompere.»
«Perdonami.»
«Il punto è questo, Allart. I gemelli non potevano promettere quello che hanno promesso. E hanno sbagliato.»
«Eccome se hanno sbagliato!».
«Tu però hai offerto un servizio, no?»
Mastro Frings annuì.
«Ed è giusto che questo servizio sia pagato.»
Mastro Frings annuì con maggior convinzione.
«Ma anche tu hai sbagliato! I gemelli non avevano nessun diritto di offrire la loro madre come ricompensa. Ma tu non avevi nessun diritto di accettare! Quando hai stretto l’accordo, non potevi non sapere che si trattava di un commercio profondamente immorale. Dico bene?»
A questo punto mastro Frings s‘impappinò di nuovo. Da un lato si affannava a sostenere che sì, nostra madre diceva bene, aveva ragione, ma dall’altro, no guarda, Jana, non hai capito, io non credevo di far niente di immorale, e lo so che sei una brava moglie e una buona madre, un’ottima madre, anzi, nonostante la malvagità che sprizza da ogni poro dei tuoi figli, e nutro un enorme rispetto per i difensori della patria come Carol, ma devi capire le mie ragioni… e via dicendo. Il risultato, naturalmente, fu incomprensibile.
Jana lo interruppe agitando la mano: «Non c’è bisogno che ti scusi… se ti stai scusando. Non sono venuta a litigare. Voglio solo risolvere la faccenda in modo amichevole.»
Mastro Frings annuì di nuovo, infelicissimo.
«Mettila come ti pare» proseguì Jana, «ma hai sbagliato. Magari non intendevi fare niente di male, magari non hai riflettuto a fondo prima di acconsentire, magari sei solo stato impulsivo. Però hai sbagliato. Esattamente come i gemelli. E siccome loro saranno puniti (e saranno puniti, te lo garantisco), allora è giusto che sia punito anche tu.»
Mastro Frings smise di annuire così di colpo, che la sua testa rimase sollevata a mezzo. Pareva che la rabbia e lo stupore l’avessero pietrificata.
«Non otterrai alcuna ricompensa» disse Jana. «A questo riguardo tu e i gemelli siete pari.»
«Pari?» Mastro Frings era così indignato, che divenne perfino eloquente: «Ma i gemelli ti hanno detto quale lavoro mi hanno costretto a fare? E in quale posto? E a che ora? Ti hanno raccontato quanto ho impiegato a recuperare il messaggero? E quanto è stato difficile rimetterlo insieme e tenerlo in vita nonostante le ferite e il freddo? E cosa ne ricavo? Niente?»
«Un terzo dei guadagni, come era nei patti.»
«Un terzo? Guarda che avevamo stabilito la metà.»
Nostra madre si voltò a scoccarci uno sguardo tra il furioso e lo sbigottito. «La metà? Ma siete pazzi?» diceva lo sguardo. Poi si rivolse di nuovo a mastro Frings: «La metà allora. Mi sembra un po’ eccessivo, ma se i patti erano questi…»
Mastro Frings spalancò gli occhi. «No che non erano questi! Non avrei mosso un dito per la metà dei guadagni. Non avrei né meno preso in considerazione l’idea!»
Lo sguardo di nostra madre divenne così gelido e affilato come il vento che batteva contro le lamiere dell’officina. «Questo cosa significa, mastro Frings?» disse. «Che hai aiutato i miei figli al solo scopo di infilarti nel mio letto?»
Mastro Frings avvampò: «Ma cosa dici?»
«Credo sia il caso di chiudere immediatamente questa conversazione. E di rivolgerci a qualcuno che conosca a fondo la legge, qualcuno che possa dirci se una pretesa del genere possa considerarsi lecita.»
Trattenevamo il fiato. Quello di Jana era solo un trucco: non si sarebbe mai rivolta a un giudice, perché avrebbe immediatamente risvegliato l’attenzione di Serena. Anche se non credeva alla storia del messaggero, non voleva certo rischiare di perdere quella pur remota possibilità di riscatto o di finire nelle grinfie di mastro Leder.
Mastro Frings indietreggiò verso la fornace. Era pallido e tremante d’ira. Ma non si era accorto che Jana lo stava ingannando. Riusciva a pensare a una sola cosa: se Jana l’avesse davvero portato davanti a un giudice, non avrebbe solo perso la contesa, rimettendoci tutto quello che possedeva, ma si sarebbe anche inimicato la signora Blum, che teneva moltissimo alle sue lavoranti e non tollerava che qualcuno mettesse in dubbio la loro onestà. Soprattutto se questo qualcuno era Allart Frings, forse il tipo più scontroso e antipatico dei Quattro Colli.
«Non serve coinvolgere nessun altro, Jana» disse mastro Frings. «Come hai detto prima, siamo pari.» Ci rivolse lo sguardo più truce che la sua faccia di cuoio fosse in grado di rivolgere: «A patto che questi due abbiano il castigo che meritano.»
Jana si voltò a guardarci. «Puoi scommetterci» disse, con un tono che ci fece venire i brividi. Poi si alzò in piedi con inattesa vivacità: «Ora che finalmente ci siamo chiariti, perché non diamo un’occhiata a questo famigerato messaggero? Sono proprio curiosa di vedere come è fatto. E poi credo di avere il diritto di valutare la merce, dato che sono anch’io nell’affare.»
Intanto che attraversavamo il cortile, ci rivolgemmo a mastro Frings: «Come sta? Migliora?»
Mastro Frings si strinse nelle spalle::«Respira. E sembra intenzionato a non smettere, almeno per il momento. Ma mi auguro che lo faccia, e che lo faccia al più presto, così non avrò più niente da spartire con voi.»
«Ma non hai capito! Anche se muore…»
Franz diede di gomito a Raphael: «Sta’ zitto, che ci conviene così!»
Jana si fermò davanti alla porta della baracca, che mastro Frings aveva aperto. Respirava a fatica: «E questo sarebbe…»
«Cosa ti dicevo, ma’? Non è un disertore. I disertori non sono così.»
«È orribile, no?»
«Ma non come i disertori. Anche i disertori sono orribili. Anzi, addirittura mostruosi. Ma nessuno di loro è così orribile, ma’. Te lo garantisco: né meno il più orribile dei disertori è così orribile.»
Il messaggero si agitava debolmente, ancora in preda alla febbre. Solo la faccia sfuggiva alle coperte, ed era perfino più raccapricciante della prima volta che l’avevamo vista. Le guance si erano assottigliate, il mento era diventato triangolare, gli occhi, che di tanto in tanto si aprivano senza far mostra di vedere niente… si può dire solo una cosa di quegli occhi: a causa della febbre, la voragine in fondo alla quale balenavano era diventata un abisso.
«Cosa ne pensi, Jana? Non può essere un disertore,vero?»
«I disertori non sono così.»
La fronte di nostra madre era piena di rughe. «Dobbiamo muoverci con cautela» disse. «Dobbiamo fare attenzione a non tradirci, a non destare il minimo sospetto. Altrimenti ci ritroviamo addosso l’intera città.»

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14 pensieri su “Il messaggero – Un giorno o l’altro, Parte II

  1. Sei stato abilissimo nel creare l’atmosfera giusta per il finale che lascia intravedere nuovi sviluppi.
    La figura di jana è stata tratteggiata benissimo e con abilità hao costruito dei dialoghi non solo credibili ma di una logica stringente che lascia a bocca perta.
    Complimenti per tono e stile narrativo usato.

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