Il messaggero – Il risveglio, Parte II

«Non voglio mentire» disse Franz. «All’inizio pensavamo davvero di tenere il messaggero per noi. Anzi, non riuscivamo né meno a considerare un’alternativa. Quando ci siamo accorti che aveva addosso il segno, quando lo abbiamo sentito biascicare il codice, abbiamo perso la testa. Chi sa quante storie ci avrebbe raccontato! Sulla guerra, sulla società dei messaggeri, sulla vita dei montanari: roba da almeno dieci, dodici uova al pezzo. Ma poi c’è venuta in mente tua madre. Avevamo il terrore che ci scoprisse, che si arrabbiasse, che ci facesse torturare e uccidere da mastro Leder. Ma soprattutto non tolleravamo l’idea di tradire la sua fiducia, con tutto quello che ha fatto per noi. Così ci siamo detti: non si può. Dobbiamo andare da lei, dirle del messaggero. E stavamo per farlo, per farlo davvero, avevamo già preso la via del Girasole, quando ci siamo ricordati del compleanno.»
«Compleanno?»
«Il compleanno di tua madre. Che cade tra un paio di mesi, giusto? Ecco l’occasione giusta per farle il regalo che merita, ci siamo detti. Un messaggero! Nessuno le regalerà mai qualcosa di altrettanto bello. La signora potrà ascoltare tutte le storie che desidera ogni volta che ne ha voglia e non sarà più costretta a ingrassare quegli stupidi cantastorie che le ronzano sempre attorno.»
Serena piegò la bocca in una smorfia di diffidenza: «Se il messaggero è davvero un regalo per mia madre, perché non siete venuti a chiedere aiuto a me, invece che a mastro Frings?»
«Perché lo sanno tutti che dire una cosa a te è uguale che dirla a tua madre. Doveva essere una sorpresa. E poi il messaggero stava male, non eravamo sicuri che sopravvivesse. Nel caso fosse morto, avevamo paura che la signora ci restasse male. Per questo ci siamo rivolti a mastro Frings. Che ha tantissimi difetti, ma almeno due pregi: è piuttosto bravo a rimettere in sesto le persone e sa tenere la bocca chiusa, quando serve.»
Franz gettò un’occhiata nervosa a Raphael, che alzò un sopracciglio in segno di approvazione. La storia stava in piedi, era solida, credibile. Ma era una mossa disperata. E anche se ora Serena stava sorridendo, non era certo un buon segno, perché il suo sorriso era perfino più spaventoso di quello che ci aveva accolto al nostro arrivo.
«Devo dartene atto, Franz. Conosco pochissime persone in grado di inventarsi una storia cosi buona in così poco tempo e in una situazione così difficile. Sono ammirata. E ti assicuro che avrei anche potuto crederci, se non conoscessi così bene te e tuo fratello.» La sua faccia perse colore, i suoi occhi divennero opachi. «Ma non avete nessuna possibilità di farmela. Perché sono io che vi ho insegnato questo genere di trucchi. Perché so esattamente cosa state pensando nell’esatto momento che lo pensate.»
Rivolse alle sorelle Linke un cenno, che doveva essere il segnale concordato per l’inizio del pestaggio. Beth colpì Raphael al ginocchio destro con la spranga, mentre Iphigenia percosse con eguale violenza lo stinco sinistro di Franz.
Il dolore fu così lancinante, che crollammo a terra. Né meno il tempo di riprendere fiato, e altri due colpi di spranga ci raggiunsero ai reni e alle scapole, facendo sparire Kelidia in un buio profondo. Nessun osso si era ancora spezzato, ma un altro paio di colpi del genere, e non avremmo camminato mai più.
Eravamo terrorizzati. Ci tornarono alla mente tutti i pestaggi ai quali avevamo assistito da quando mastro Leder aveva istituito la Guardia Civile, e ci domandammo quanto ancora avremmo sofferto, prima di perdere i sensi o morire. Intanto percepivamo con chiarezza le parti colpite gonfiarsi e riempirsi di liquido, le parti ancora illese contrarsi in attesa delle percosse.
Ma non succedeva niente. Alzando lo sguardo, ci accorgemmo che le sorelle Linke si erano allontanate. Beth confabulava a bassa voce con Serena, mentre Iphigenia ci fissava a occhi stretti, con l’aria di divertirsi come a una festa.
Accorgendosi del nostro stupore, Serena ci rivolse un nuovo sorriso. Ma ora il sorriso appariva più disteso, perfino cordiale.
«Non fate quelle facce» disse. «Per oggi abbiamo finito, se restate zitti e buoni là dove siete e non mi fate saltare di nuovo i nervi.» Si rivolse a Iphigenia: «Vai alla piana. Herrel sarà ancora dal fabbro, suppongo. Digli di restarci fino a quando non arrivo, e soprattutto di non mandare nessuno al Girasole. Bisogna mantenere il segreto, almeno per ora. Tutto chiaro?»
Iphi annuì, la faccia contratta, gli occhi infossati nelle orbite. Doveva avere una gran paura di scordare qualcosa o di riferire male qualche punto. Corse via.
«Cosa hai in mente?» disse Franz, rialzandosi a fatica. Lo stinco era in fiamme, e cosi la schiena.
Serena valutò se era il caso di rispondere o di ricominciare con le botte. Per fortuna decise di rispondere: «Mettiamola così: La tua storia era cosi buona, che alla fine mi ha ispirato.»
«Eh?» gemette Raphael, nel momento che appoggiò il peso sul ginocchio per rimettersi in piedi.
«Farò come avete detto voi. Regalerò il messaggero a mia madre. Per il suo compleanno, tra due mesi. Così mastro Frings avrà tutto il tempo di rimetterlo in sesto. O di ucciderlo. Ma è meglio per lui se lo rimette in sesto.»
«Con tutti i medici, chirurghi e cavadenti che hai a disposizione, vuoi lasciarlo nelle mani di mastro Frings?» si stupì Raphael.
«Cos’è, ora mastro Frings non va più bene? Poco fa avete detto che è bravo a guarire le persone e che sa tenere la bocca chiusa. Ebbene, non potrei chiedere di meglio. Senza contare che chiunque altro andrebbe subito ad avvertire mia madre.»
«Non vuoi che tua madre sappia del messaggero?»
«Deve essere una sorpresa, no? Come ha detto Franz, se ora vado da lei, le rivelo che voglio farle un regalo, e il messaggero muore, le darei una delusione. Non mi sembra carino.»
«E cosa le racconterai per giustificare…» Franz allargò le braccia a includere se stesso, Raphael, Serena, Beth Linke e il disastro che ci aveva travolto nella sua interezza, «…tutto questo?»
«La mamma non sa quasi niente di… tutto questo. Le ho accennato qualcosa l’altra sera, ma non ero sicura di cosa stavate combinando e non sapevo ancora del messaggero. Se chiedesse aggiornamenti, le direi semplicemente che mi ero sbagliata, che credevo nascondeste qualcosa di grosso, mentre invece era solo un sacco di farina.»
«E Raph e io cosa ci guadagniamo?» azzardò Franz. «Abbiamo trovato noi il messaggero, ricordi? Non è giusto che restiamo a mani vuote. Soprattutto perché potremmo rivelare tutto a tua madre in qualsiasi momento.»
Serena rivolse un cenno a Beth, che estrasse di nuovo la spranga dalla cintura e colpi Franz alla spalla destra.
«Temo che in questi anni sono stata un po’ troppo tenera con voi» disse Serena. «Se ancora pensate di uscirne sani e salvi e addirittura di guadagnarci qualcosa, significa che non avete ancora capito come funzionano le cose a Kelidia.»
Beth girò attorno a Franz e lo colpì di nuovo, tra il collo e la scapola destra. Poi si voltò verso Raphael, che cercava di difendere Franz, e gli diede un pugno sullo zigomo. Raphael cadde all’indietro, la parte destra della faccia rossa di sangue.
«Non posso dire che mi avete deluso» disse Serena. «Si tratta di un sacco di soldi, dopotutto, e forse nella stessa situazione avrei agito come voi. Ma non posso permettere che rimaniate impuniti. Nessuno di voi quattro. Se comincio a fare eccezioni, mia madre si ritrova sul lastrico nel giro di una settimana, e io finisco a chiedere l’elemosina.»
Ascoltavamo Serena dal fondo di un lago limaccioso. Le ultime percosse ci avevano rintronato a tal segno, che il soggiorno era diventato semiliquido, la madia e gli altri mobili si erano tramutati in una foresta di alghe, i volti di Berh e Serena in maschere da pesce.
«Due mesi di tregua» disse Serena. «È tutto quello che mi sento di concedervi. E giusto perché non posso punirvi senza dare spiegazioni a mia madre. Ne riparleremo dopo il compleanno, così avrete la possibilità di meditare sulle vostre malefatte e sul castigo che Herrel…»
Si interruppe. Porse orecchio all’esterno, da dove proveniva un rumore di passi frettolosi e concitati, che il nevischio non riusciva ad attutire. Subito dopo la porta d’ingresso si spalancò, e una terza miliziana che non fummo in grado di riconoscere irruppe in casa nostra, la faccia stravolta e il respiro corto.
«Si è svegliato» annunciò.
Serena gettò uno sguardo interrogativo alla nuova arrivata, chiedendo spiegazioni. Noi invece avevamo già capito, e ritornammo istantaneamente vigili.
«Il tizio. Quello strano tizio da mastro Frings, quello con la faccia tutta storta. Si è svegliato.»
«Ma stava morendo» obiettò Franz, con il filo di voce che riusciva a emettere.
«Cosi sembrava. Anzi, a un certo punto credevamo che fosse morto. Poi invece si è svegliato.»
Mentre Serena si faceva dare altri dettagli, noi ci rialzammo in piedi. Zoppicavamo verso la porta, sorreggendoci a vicenda, ma non arrivammo a fare né meno due passi.
Serena afferrò le maniche dei nostri cappotti e ci tirò indietro. «Dove credete di andare? Non penserete davvero che vi lasci vederlo.»
«Ma dobbiamo vederlo, Serena.»
«Dobbiamo sentire quello che dice.»
Serena ci guardava freddamente: «Avete perso il diritto di ascoltare le sue storie.»
«Non le venderemo, Serena.»
«Hai la nostra parola.»
«Che non vale niente.»
«Ti prego. Dobbiamo vederlo.»
Lo sguardo di Serena era sempre più freddo. «Non esiste, mi dispiace. Ormai non vi riguarda più.»
«Non farci questo.»
«Ti prego.»
Occorsero ancora molto tempo e molte insistenze, perché Serena si impietosisse, forse in virtù del nostro aspetto malconcio; ma ancora più difficile e penoso fu il tragitto fino all’officina, con tutte quelle botte che ci pesavano addosso come fardelli e invischiavano il nostro passo.
Un silenzio di tenebra infestava i mercati. Ma era un silenzio popolato di occhi e orecchie. Sembrava che ogni bottega ci spiasse da ogni buco, finestra e spiraglio che si aprisse nelle sue lamiere rugginose. Riflettemmo che Serena avrebbe faticato parecchio, a tener chiusi tutti quegli occhi e a cucire tutte quelle bocche. Nonostante la complicità di mastro Leder, impedire che la parola messaggero arrivasse alla signora Blum l’avrebbe impegnata giorno e notte. E le sarebbe anche costato un bel po’ di soldi.
In officina trovammo una mezza dozzina di miliziane, silenziose e sonnolente. In mezzo a loro stava mastro Frings. La mascella gonfia, gli occhi quasi completamente chiusi, i capelli e i vestiti imbrattati di sangue e di sterco di mulo, sedeva a cavalcioni dell’incudine, ancora troppo spaventato per far altro che fissare il fuoco a bocca aperta e sperare che mastro Leder non ricominciasse a torturarlo. Cercammo il suo sguardo, perché ci sentivamo in colpa e volevamo chiedergli scusa, ma lui non doveva vedere quasi niente con quegli occhi così pesti, e in ogni caso vedere noi due difficilmente gli avrebbe risollevato il morale.
Usciti in cortile, ci imbattemmo in mastro Leder, che fumava la pipa accanto alla rimessa. La sua bocca era piegata in una smorfia di disgusto.
«Si è davvero svegliato?» domandò Serena.
L’espressione di mastro Leder si fece più cupa. «Mai visto niente del genere» disse, soffiando una nuvola di fumo in direzione della camera di mastro Frings. «Va’ a dare un’occhiata, e dimmi se è una cosa che si vede tutti i giorni.»
Entrammo in camera. Il messaggero sedeva sul letto, le mani che si afferravano con forza alla testiera, le gambe che si muovevano scompostamente sotto le lenzuola. Le asticciole che componevano le fratture delle braccia e del tronco giacevano spezzate sul materasso, assieme alle garze e alle bende. Chiazze rosse e azzurre si allargavano sulla pelle e sulle lenzuola, dando appieno l’idea del radicale disfacimento di quel corpo.
Da quando lo avevamo salvato, era la prima volta che gli occhi del messaggero si accendevano al tocco della coscienza, per quanto fragile e vaporosa. Guardava fisso davanti a sé, senza ancora rendersi conto delle persone che lo circondavano e del trambusto che il suo risveglio aveva provocato. Ma era sveglio, su questo non avevamo alcun dubbio.
Serena era l’unica a non sembrare turbata. Senza dire una parola, sedette sulla sponda del letto e si mise a fissare il messaggero negli occhi. All’inizio il messaggero parve percepire solo il suo odore, perché non fece altro che arricciare il naso, mentre lo sguardo vagava ancora tra la porta e la parete. Poi si ricosse con un brivido.
L’immagine di Serena riempì la sua vista. Ed era un’immagine così abbagliante e portentosa, così pregna di vita e di memoria, che la bocca del messaggero si aprì, gli occhi si sgranarono, il ricordo dell’umanità perduta tra i recessi della guerra riemerse alla sua mente come da un’acqua nera e profonda.
«Porto una sola parola» disse.
Serena batté le palpebre: «Cosa significa?»
Il messaggero aggrondò la fronte. Non sembrava in grado di rispondere alla domanda di Serena e forse si domandava a sua volta perché avesse detto una cosa del genere. Fece no con la testa due o tre volte.
Serena lo afferrò per le braccia. «Non importa» disse, cercando di metterlo disteso. «Conserva le forze per guarire. Quando starai meglio, mi spiegherai tutto, d’accordo?»
Nonostante la gravità delle sue condizioni, il messaggero si divincolò. Fissava Serena confuso e stupito, con la faccia che si raggrinziva a ogni fitta di dolore. Poi chiuse gli occhi e piegò la testa all’indietro.
«Scoperchierò le vostre tombe» disse.

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7 pensieri su “Il messaggero – Il risveglio, Parte II

  1. Direi che continua brillante il racconto. Vivo e vivido. La storia si sviluppa bene seguendo un filo logico sempre razionale. Si legge con piacere e si vorrebbe proseguire la lettura.
    Dunque il messaggero ha parlato. Come? ‘Scoperchierò le vostre tombe’. Chiunque l’ascolti dovrebbere rabbrividire. Sarà così? O Serena è al di sopra di tutto.
    Povero mastro Frings

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