Il messaggero – L’inverno, Parte I

Da quel pomeriggio il messaggero non smise più di parlare. E di raccontare. E se quella prima storia sul ponte era ancora piuttosto scialba e noiosa, le successive divennero sempre più interessanti man mano che il messaggero prendeva dimestichezza con i propri ricordi e raffinava l’arte di modellarli. Serena ormai si presentava da mastro Frings anche due o tre volte al giorno, reclamando una o più storie a seconda del tempo che aveva a disposizione. Non appena raggiungeva il cortile, aguzzavamo le orecchie, e se per caso non si sentiva bene a causa delle martellate o del rombo della fornace, restavamo tutto il tempo sulle spine, pensando alle meraviglie che ci stavamo perdendo.
In effetti ci perdemmo quasi tutto: non solo perché avevamo troppo da fare in officina, ma soprattutto perché il messaggero parlava quasi esclusivamente con Serena e abbassava la voce o si azzittiva, se per caso si accorgeva che lo stava ascoltando qualcun altro.
Così ci toccava elemosinare da Serena. Ma quella serpe, ancora arrabbiata per via del tradimento, chiedeva un prezzo esagerato anche solo per un minimo stralcio. Fu solo in virtù dell’esperienza accumulata in due anni di trattative con disertori e cantastorie se alla fine fummo in grado di ricucire i vari brandelli raccolti in modo tanto disordinato e casuale in una storia quasi compiuta, nel resoconto quasi integrale della vita del messaggero.
Una circostanza che ci colpì molto era che il messaggero crebbe esattamente come noi, rubando ai vagabondi del porto quello che i vagabondi del porto rubavano ai pescatori. Ma la sua Kelidia non era la nostra: il flusso del qedua verso le prefetture occidentali era ancora copioso, le casse della tesoreria traboccavano di dinari, e anche nelle case più povere si trovavano acqua calda, corrente elettrica, elettrodomestici a comando cefalico e molto altro. Fu la guerra a cambiare tutto. Il messaggero si arruolò lo stesso anno che Cogrud inviò a mastro Balau la dichiarazione di guerra. Stipato su una nave mercantile assieme ad altri cinquanta ragazzi uguali a lui, orgoglioso, terrorizzato e gonfio d’aria come le pive da battaglia che suonavano alla cerimonia di imbarco, partì solo tre giorni dopo la firma, senza né meno il tempo di salutare i suoi.
La metà del primo anno la trascorse in viaggio, in gran parte a piedi o su uno dei ventimila muli sintetici progettati e prodotti dalla Kyplex per supportare l’esercito negli spostamenti in montagna. Fu un viaggio estenuante. L’esercito di Kelidia mosse guerra con la lentezza di una mandria in transumanza, lasciando al nemico la possibilità di organizzare al meglio le difese e di fabbricare un numero spropositato di carri da guerra. Ma cosa importa? si dicevano le reclute, sballottate nel retro dei veicoli militari o piegate in due sul dorso dei muli per proteggersi dal vento. I sedici reparti speciali dell’armata non sono forse in grado di sbaragliare da soli la somma delle forze caiurite? Dieci o cento carri da guerra in più cosa vuoi che cambino?
Dopo varie peregrinazioni il messaggero fu assegnato al terzo battaglione della brigata Kedo e inviato con la compagnia Poslan a Settala, un minuscolo villaggio a trenta miglia da Tersit. La compagnia Poslan era in attesa di ordini: correva voce che da ovest stessero arrivando alcuni reparti speciali, per dare l’assedio alla munitissima Tersit.
A Settala il messaggero strinse amicizia con molti commilitoni, ma si legò soprattutto a Pomer, un operaio di Ponte Rosa che sembrava saperla lunga su un sacco di cose e si intendeva anche di strategia militare, per quanto avesse solo diciassette anni. Pomer spiegò al messaggero che Gaard stava cercando di sfondare lungo la valle del Rate, con l’obiettivo di invadere gli altopiani meridionali e poi di puntare verso l’importante città di Kepher. A questo scopo stava concentrando gli speciali lungo il bacino del Rate e nei vari punti deboli che aveva individuato sul fronte occidentale, mentre la fanteria si radunava appunto a Tersit, con quella che Pomer definì una classica manovra di aggiramento. Al messaggero, che di tutta quella roba militare non sapeva quasi niente e così della geografia del Bradishar, Pomer apparve come l’oracolo di una qualche oscura divinità della guerra, e diede per buona ogni sua parola. Quando poi l’altro gli offrì un’intera caraffa di nitro allo spaccio militare, non poté che giurargli eterna amicizia.
Nei sei mesi successivi non accadde quasi niente, a esclusione di alcune invasioni di zecche, pulci, pidocchi e di un paio scontri con i drappelli nemici. Il plotone del messaggero, settimo della compagnia, aveva il compito di perlustrare i dintorni del villaggio e all’occasione di infiltrarsi in abiti civili oltre le linee, per spiare le manovre del nemico. Ma anche durante quelle sortite era raro che succedesse qualcosa: al massimo un novellino cadeva in mano nemica e finiva con un colpo in testa dopo una notte di torture.
Da ovest arrivavano notizie discordanti. Alcuni corrieri riferivano che Kepher era già nelle mani di Gaard, altri invece che gli speciali erano stati ricacciati indietro a Cufara, altri ancora che l’equilibrio tra le forze in campo era tale, che si stava valutando se era davvero il caso di continuare la guerra o se invece non era meglio lasciar perdere.
Poi un mattino arrivò a Settala un distaccamento del reparto speciale Globo Rosso, con al comando un giovane colonnello di nome Forkel. Forkel era famoso per la sua smodata ambizione, e Pomer scommetteva che si trovava a Settala per un unico motivo: ottenere una vittoria facile.
«Diventeremo degli eroi» disse Pomer al messaggero, mentre assistevano insieme all’entrata del Globo Rosso nel villaggio. «Basta accodarsi agli speciali e cercare di restare vivi. La gloria verrà da sé.»
Tre giorni dopo, mentre tutti stavano ancora dormendo, alcuni supervisori con le braccia estensibili entrarono nella stalla dove alloggiava il settimo plotone e spinsero tutti nel cortile, sollevando di peso anche tre o quattro soldati per volta. Il messaggero e le altre reclute si ritrovarono in un nebbione gelido che bagnava anche le ossa, mentre avanzavano in formazione compatta lungo una mulattiera che presto si ridusse a un semplice sentiero in mezzo ai boschi.
Erano tutti spaventati. Il messaggero dovette fermarsi più volte a vomitare, finché si ritrovò debole e sfiancato come dopo una febbre. Gli altri del plotone erano nelle stesse condizioni. L’unico che non sembrava scosso era Pomer, che parlava e canticchiava senza sosta e prendeva in giro i più tesi dando loro della faccia di lenzuolo. Ma quando arrivarono in vista di Tersit, un giorno e mezzo dopo, impallidì anche lui. Tersit sorgeva sul fondo di una radura coperta di fango e da quella distanza era solo una linea rossa che si ispessiva leggermente nel mezzo, dove si trovava il fortilizio; eppure quel quasi niente riusciva a terrorizzare anche lo spavaldo Pomer, perché nella nebbia si intuiva la presenza dei carri da guerra che minacciavano di fare a pezzi tutti loro.
Dopo aver deglutito un paio di volte, Pomer fece notare al messaggero che sul lato destro della pianura si allungava una fitta schiera di kelidiani, in massima parte fanti e artiglieri, mentre a destra, sulla cima di una costa rocciosa, balenavano le protesi azzurre degli speciali. Qualcuno cominciò a gridare di spostarsi verso il centro della radura, dove cresceva un magro boschetto. Subito dopo gli obici iniziarono a tirare contro Tersit, che ora somigliava a un lago rosso, a causa dei motori roventi dei carri.
Di quella sua prima battaglia il messaggero aveva ricordi così confusi, da non riuscire quasi a distinguerla dalla seconda o dalla terza e forse anche dalla quarta. Siccome i soldati senza protesi erano considerati carne da macello, gli ufficiali li mandavano avanti per preparare l’assalto delle truppe speciali, e quello che seguiva l’ordine di attacco era un’inondazione di corpi, fango e sangue dalla quale era impossibile isolare singoli episodi.
«Nel momento che cominciavi a correre» cercò di spiegare a Serena, «sembrava che il campo di battaglia diventasse un enorme macinino, nel quale ti ritrovavi a girare come un granello d’orzo, pigiato assieme a migliaia di altri granelli. Man mano che ti avvicinavi al centro della battaglia, ti si chiudeva addosso una muraglia di uomini e di fango così spessa, che non riuscivi né meno a capire se il tizio lì accanto ti stava affiancando o calpestando o se eri tu che lo stavi calpestando. Una puzza insopportabile otturava il naso, la somma delle esplosioni, degli spari e delle grida ti rendeva sordo già dopo il primo minuto, il fumo e la polvere ti verniciavano gli occhi di un giallo monocorde, sul quale trascorrevano ombre e riflessi. Solo ogni tanto si apriva uno spiraglio, e riuscivi a distinguere alcune uniformi brune che passavano a distanza di tiro: allora ti fermavi a mirare e facevi fuoco due o tre volte, prima di rituffarti nella calca. Alla fine la tempesta si calmava, nel senso che spari ed esplosioni si interrompevano e non sentivi più nessuno che ti urlava cosa fare e dove andare. Ti guardavi attorno con gli occhi sgranati, cercando con lo sguardo i tuoi compagni di plotone e facendo la conta di chi c’era e chi no e di quanto rimaneva di chi c’era. Dopo la battaglia di Tersit, per esempio, di Pomer era rimasta solo la parte superiore, dall’ombelico in su.»
Trascorsero tre anni. Tre anni di scontri, di marce in mezzo alla neve, di indicibili sofferenze. Più volte il messaggero si trovò sul punto di morire, a causa di una ferita o di qualche malattia; ma riapriva gli occhi a ogni alba, per quanto la notte fosse dura e fredda. Nel frattempo, siccome non aveva più nessuno al quale chiedere ragguagli sull’andamento della guerra, nessuno almeno che valesse la pena ascoltare, aveva deciso di diventare il Pomer di se stesso: parlava con tutti, origliava, spiava, leggeva di sottecchi le carte sul tavolo del comandante, quando era certo di non essere visto. In questo modo venne a sapere che le operazioni si stavano spostando verso est, perché l’altopiano di Kepher e in generale tutto l’alto Rate si erano rivelati inespugnabili. L’esercito non aveva ancora subito gravissime perdite, perché Caiuri si limitava a difendere le piazzeforti e a respingere le offensive, forse in attesa di una nuova nidiata di carri, ma il problema più grosso era che gli impianti minerari a nord di Kepher erano quasi a regime, e presto migliaia di tonnellate di qedua avrebbero preso la via di Caiuri, da dove sarebbe stato impossibile recuperarle. Bisognava conquistare le miniere quanto prima.
Il messaggero lesse per la prima volta il nome Cufara in un breve dispaccio proveniente dal comando del battaglione. In quei giorni la compagnia Poslan stanziava sui Monti Ossili, badando più che altro a recuperare i feriti e a simulare manovre di attacco e di accerchiamento. Il messaggero scovò il dispaccio nella borsa di un assistente e riuscì a dargli un’occhiata fugace. Nord, lesse, oltre l’Ossilia, in direzione del Monte Iccar, sull’altopiano di Carthos. Partenza entro quaranta ore. Ricongiungimento a Cufara.
Cufara! Un tempo rinomato per la bellezza del paesaggio e gli impianti termali, oggi il villaggio di Cufara era ridotto a una selva di case diroccate sulla cima di una collina tutta punte e tronconi. I pochi civili sopravvissuti all’invasione erano stati confinati in un campo poco lontano e costretti a coltivare patate, mentre le duemila persone uccise durante l’assedio erano ammucchiate in alcune fosse al limitare dei boschi.
La battaglia cominciò tre giorni dopo l’arrivo della Poslan, in una gelida alba che già odorava di inverno. Dal villaggio gli obici iniziarono a tirare contro lo schieramento caiurita prima ancora che la fanteria iniziasse le manovre, sollevando una nuvola di fango e di polvere che precluse del tutto la vista del cielo. Subito dopo le prime compagnie attaccarono sul lato sinistro della valle, sfruttando la posizione del sole che li lasciava in ombra. Dalle falde del colle dov’era posizionata la Poslan, il messaggero poté vedere le schiere in uniforme azzurra muoversi sui declivi, piuttosto simili a file di formiche che a compagini umane, mentre gli obici scavavano il terreno circostante con vanghe di fuoco. Poi toccò al suo plotone. Dopo tre anni non aveva più il cuore in gola, non era più terrorizzato, ma vomitò lo stesso, quando sentì l’ordine di muoversi, più per abitudine che per altro.
Assieme al resto del plotone corse verso il lato in ombra, con l’obiettivo di ingaggiare il nemico e di respingerlo verso i boschi. In realtà si trattava come al solito di spianare la strada agli speciali e di mettersi tra le loro costosissime protesi e i carri da guerra. Ma stavolta gli speciali si trovavano a meno di cento cubiti da loro, e per la prima volta il messaggero poté vederli in azione. Rimase impressionato. I reparti speciali avanzavano in formazioni compatte di venti o venticinque unità, affondando come punte di coltello nella spessa cute dello schieramento nemico: davanti erano disposti i soldati con le braccia estensibili, che spazzavano via tutto quello che si opponeva loro; subito dietro avanzava il grosso della formazione, composto dai soldati con le gambe artificiali e da quelli con gli occhi telescopici: a questi due gruppi spettava il compito di muoversi sui lati dello schieramento e di far fuoco contro chiunque capitasse a tiro; nelle retrovie si posizionavano infine gli assaltatori, che sfoggiavano fucili, lanciagranate e lanciafiamme al posto delle braccia e avevano la consegna di respingere gli assalti laterali e di difendere i gruppi centrali dai carri.
Dopo circa un’ora il plotone del messaggero venne a trovarsi a metà via tra il nemico e gli speciali e fu spazzato via dal fuoco incrociato. Lo stesso messaggero si beccò una scheggia nel fianco destro e fu costretto a ripararsi tra un costone roccioso e un boschetto di betulle. Da quel punto di osservazione notò che la battaglia procedeva in modo strano: i caiuriti non affondavano, non portavano a termine gli assalti, al contrario si limitavano a respingere i kelidiani con uno sbarramento di fuoco che pareva un enorme spreco di munizioni, mentre il grosso dell’esercito rimaneva sulle alture aldilà della valle, semi celato dai boschi. Finché, verso mezzogiorno, Caiuri non smise del tutto di combattere: i carri da guerra si allontanarono velocemente dalla prima linea, mentre fanti e artiglieri si spostarono verso i boschi, come in cerca di riparo. I kelidiani rimasero interdetti: speciali e comuni si scambiavano sguardi interrogativi, cercando di capire se il nemico si stava ritirando come sembrava o cos’altro.
In quel momento si sentirono dei tonfi soffocati, provenienti, si sarebbe detto, dalle falde del Monte Iccar. Rimase solo il tempo di registrare il dettaglio di alcuni riflessi metallici balenanti poco al di sotto delle nuvole, poi l’intera valle fu sollevata in aria e trasformata in un’onda di fuoco, fango e roccia così vasta, che travolse l’esercito kelidiano nella sua interezza.

Annunci

Il messaggero – Febbre, Parte II

Da quel momento il messaggero si riprese con tale velocità, da farci perfino dubitare della sua natura di uomo. Non passava giorno che all’arrivo in officina non restassimo stupiti, scoprendo quanto era migliorato dalla sera prima. Una settimana dopo la resurrezione, mastro Frings si rese conto che bende e steccature non servivano più, e le tolse tutte. Le braccia erano ancora gonfie e segnate da tagli e abrasioni, ma ora almeno si piegavano nel modo giusto, senza dolorose frizioni, e riuscivano a sorreggere, a stringere, perfino a sollevare. Dal allora il messaggero poté lavarsi e andare al bagno da solo. Una settimana, e mosse i primi passi in camera e nel cortile, usando noi due come grucce; due settimane, e riuscì a starsene seduto per un intero pomeriggio sul ciocco accanto alla rimessa. E anche se era costretto a rimanere quasi immobile, perché ancora dolorante e infiammato, almeno non se ne stava più confinato tra le lamiere della camera. I suoi occhi spaziavano sul soffitto di cielo che ricopriva il cortile, la sua mente s’impigliava in un rivolo d’aria e volava via tra le nuvole, magari diretta a nord, alle montagne, all’origine del suo oscuro viandare. Molto presto, forse proprio a causa del ricordo di quest’origine, cominciò a dare segni di impazienza. Una rabbia sempre più accesa avvampava nei suoi occhi, e cos’altro poteva generarla, se non una nuova febbre, la febbre di riprendere il viaggio?
Ancora non diceva una parola. Sapevamo che ora era in grado di farlo, e lui sapeva che sapevamo, eppure non apriva bocca, come se stesse difendendo chi sa quale irriferibile segreto dalle orecchie di un nemico mortale. Serena lo tempestava di domande: chi era esattamente, perché era venuto in città, da dove veniva, perché indossava l’uniforme dei messaggeri, chi lo aveva quasi ucciso, per quale ragione lo avevano ridotto così male e via dicendo. E a tutte il messaggero rispondeva con il silenzio.
Concesse un accenno di risposta un’unica volta, quando Serena insisté per conoscere almeno il suo nome. Dopo un attimo di esitazione, alzò le spalle:
«Io non ho nome.»
«Non dire sciocchezze. Tutti hanno un nome.»
«Io no. Perché non esisto.»
«Come fai a non esistere, se siedi qui davanti a me? Cosa sei, un fantasma?»
«Una specie.»
Serena l’avrebbe strozzato. Si sentiva come se stesse cercando di abbattere un muro a mani nude. Ma non aveva nessuna intenzione di lasciar perdere. Al contrario, passava con il messaggero tutto il suo tempo libero, a volte silenziosa e furibonda, altre volte insidiosa e ciarliera, altre volte tenera e paziente, altre volte ancora con addosso una gran voglia di mettere una paio di pinze sulla graticola e poi usarle su quell’irritante cretino.
Quanto a noi due, cercavamo di raccogliere almeno qualche briciola, origliando e spiando non appena ne avevamo la possibilità. Ma non arrivavano né meno quelle. Fortuna che il nuovo lavoro ci impegnava così tanto, da toglierci quasi ogni altro pensiero, altrimenti forse saremmo impazziti. Siccome ormai il messaggero riusciva più o meno a badare a se stesso, mastro Frings, stufo di vederci bighellonare sfaccendati in officina mentre sgobbava sui ferri, decise di offrirci un’ulteriore promozione. Raccolse il martello più leggero che possedeva e lo affidò a Raphael.
«Siete troppo piccoli e magri per la fucina» disse, aiutando Raphael a sostenere il martello. «Ma non saprei cos’altro farvi fare. E poi magari riuscite anche a rompervi qualche osso, giusto per farmi contento.»
«Per chi ci hai preso, mastro Frings?»
«Non siamo fabbri. E non lo saremo mai.»
«Non è un mestiere che fa per noi.»
«Perché siete delle principesse.»
«Perché siamo nati per gli affari.»
«Non certo per sgobbare in officina.»
«Invece è esattamente quello che farete.»
Protestammo a lungo, ma era solo scena. Avevamo osservato mastro Frings per anni e ci eravamo sempre domandati cosa si provasse a fare il suo mestiere. Non lo avremmo mai ammesso, ma avere finalmente la possibilità di scoprirlo ci riempiva di entusiasmo. E anche se all’inizio ci lamentavamo della fatica, dei lividi, delle bruciature, man mano che i nostri colpi diventavano più precisi e iniziavano a tirar fuori dal ferro degli oggetti quasi riconoscibili, man mano che prendevamo confidenza con il metallo incandescente e le sue meravigliose proprietà, ci addentravamo sempre di più in quella che sembrava una vera vocazione. Assieme agli attrezzi che mastro Frings ci dava da fucinare, sentivamo di forgiare anche il nostro futuro. E quasi intravedevamo la Kelidia che stava per nascere, tra le scintille e le volute di fumo, la ricca, fiorente Kelidia che si sarebbe presto affrancata dal torpore e dalla tirannia: una città ansiosa di rimettersi in piedi e per questo bisognosa di attrezzi, utensili, macchinari: tutta roba che in mancanza di industrie solo le officine potevano offrire. Al cospetto di questo presagio di ricchezza, così concreto, così diverso dai miraggi che inseguivamo di solito, il resto rimpiccioliva, si rintanava nell’angolo, si confondeva con l’ombra. Cosa importano le storie? pensavamo martellando, cosa importano la guerra, il passato, nostro padre?
A chi interessa del messaggero?
Ma poi un pomeriggio sul tardi il messaggero e Serena stavano in cortile, seduti su due ciocchi gemelli davanti alla rimessa, e condividevano uno svagato silenzio. Pioveva leggermente. Noi ci appoggiavamo alla porta dell’officina e ascoltavamo il vento di tramontana scivolare sui tetti delle baracche, pronto a cedere il passo alla brezza più calda che filtrava dalla sua
superficie in mielose cascatelle. A un certo punto anche l’attenzione del messaggero dovette soffermarsi su quel presagio, perché la sua faccia si sollevò a ricevere la pioggia, le sue narici si allargarono a cogliere un profumo che ancora non si poteva sentire.
«Presto sarà primavera» disse con aria sognante.
Serena ci gettò uno sguardo allo stesso tempo sorpreso e minaccioso. Sta parlando! diceva lo sguardo. Se cercate di vendere quello che dice, vi strozzo con le mie mani!
«E presto sarà primavera anche nella valle del fiume Cuju» proseguì il messaggero, stringendo gli occhi per difendere dalla pioggia i ricordi custoditi dietro le ciglia. «La valle è una pietraia, tutta gole e pianori rocciosi, con qualche ciuffo di foresta sparso qui e là. D’inverno diventa completamente bianca. La neve ricopre il greto del fiume, i declivi semi nudi, i dorsi e le falde delle montagne. Il fiume è una striscia di ghiaccio, dalla superficie della quale trasuda una nebbia fittissima, i boschi e i prati che salgono verso le cime somigliano a pozzanghere di latte. Non si distingue né meno la giogaia del Monte Fasa, bianca contro il cielo bianco. Una settimana dopo l’equinozio, ti convinci che al mondo non esista più niente eccetto la neve, la nuvoletta azzurra del tuo stesso fiato, le facce grigie e mangiate dal freddo dei commilitoni, che sbocciano come fiori nelle tute mimetiche. E se qualcuno finisce su una mina o gli sparano dalla cima di un dosso, rimani a bocca aperta, perché non riesci a credere che tu e gli altri che ti stanno attorno avete dentro quei colori così violenti, mentre visti da fuori siete poco più che orme sulla neve fresca.»
Prese un lungo respiro: «Ma in primavera cambia tutto. Anche se è una primavera secca e avara, che promette poco e mantiene ancora meno, è lo stesso una rivoluzione. Nel giro di due settimane le nevi si sciolgono, lasciando imbiancate solo le cime, e allora vedi spuntare ovunque i ciuffi d’erba e le gemme, mentre file di insetti di tutte le specie si srotolano lungo il greto del fiume e tra le rocce. Le capre brucano nei prati, cervi e caprioli sbirciano i tuoi movimenti dalle fronde, i cinghiali agitano arbusti e cespugli. È il momento più bello dell’anno. Ma anche il più brutto. Perché cominci a ricordare un sacco di cose. Perché non puoi fare a meno di domandarti cosa ci fai ancora su quelle maledette montagne, cosa t’impedisce di prendere la via del mezzogiorno.»
«È questo che ti è successo?» lo interruppe Serena. «È arrivata la primavera e ti sei detto che non valeva la pena restare lassù a combattere per la patria?»
«Era ancora inverno quando sono partito. Inoltre credo che la fai un po’ troppo semplice con la questione della patria, considerato che non sei mai stata al fronte.»
«Guardati attorno, tesoro. Kelidia è il fronte. Sono morte più persone da queste parti nel giro di otto mesi, che nel Bradishar in quindici anni!»
«Ma nel Bradishar è tutto diverso. Le cose lassù sono meno chiare, meno definite. Le parole assumono significati diversi. Non puoi capire, se non ci sei stata.»
Notando che il messaggero cominciava a irritarsi, Serena aggiustò il tiro: «Era là che stavi, nella valle del Cuju?»
Il messaggero annui. «A metà corso il Cuju sprofonda in una gola più stretta e impervia di ogni altra gola della valle» spiegò. «Con pareti così ripide, che né meno le capre riescono a scalarle. Un ponte collega le due sponde del fiume, che coincidono con i due lati del confine: un unico ponte sospeso dall’aria spaventosamente fragile, che spunta fuori da un mucchietto disordinato di case come una lingua da una barba incolta. Il mucchietto di case è Pelasta, il villaggio dove il mio battaglione è di stanza da tre anni. Il ponte è il motivo per il quale ci troviamo lassù.»
«In che senso?»
«Il nostro compito quasi esclusivo è difendere il ponte dagli assalti di Caiuri, riprenderlo quando cade in mano nemica, ricostruirlo se il nemico lo distrugge, distruggerlo se il nemico lo ricostruisce. Sono due anni che viviamo e moriamo in base a quel ponte, assieme a due battaglioni caiuriti simili al nostro di stanza in un villaggio più a monte, dove il corso del fiume torna ad appianarsi. Lo abbiamo perso tre volte e altrettante lo abbiamo ripreso, con grande dispendio di uomini. È stato distrutto due volte, una da noi, una dai caiuriti, e sono morti ben sei soldati mentre lo ricostruivamo, perché è crollata l’impalcatura.»
«Tutto questo per un ponte?
Il messaggero si strinse nelle spalle: «Se domandi ai pezzi grossi dello stato maggiore ti parlano della rilevanza strategica del tratto di confine che segue il corso del Cuju, del fondamentale vantaggio di controllare l’accesso al versante settentrionale della valle. Ci hanno addirittura assegnato uno speciale, un tizio con gli occhi telescopici, per sorvegliare la sponda opposta. Me se vuoi la verità, non è che uno stupido ponte. Se ne potrebbe costruire uno uguale in ogni altro tratto del confine occidentale, magari anche in un posto meno scomodo.»
«Ma allora che senso ha darsi tanto da fare per farlo, disfarlo, difenderlo e via dicendo?»
«È cosi che va la guerra. All’inizio era un movimento di massa, che coinvolgeva migliaia di uomini. I dodicimila di Gaard, ricordi? Ti sentivi trascinato come da un fiume. Da un fiume come il Rate, non come quel rigagnolo del Cuju. Poi tutto è finito in briciole. A ogni soldato del Bradishar, non importa se kelidiano o caiurita, è rimasto solo un frammento di guerra: un ponte, un villaggio, un tratto di trincea, una cima, un campo. Da difendere, da conquistare, da raggiungere, da riconquistare. Ed è sufficiente, sai? a tenerci tutti lì. Ci sono sempre tante diserzioni, ma non cosi tante. E quando uno dei tuoi muore, ti senti davvero meglio al pensiero che sia morto per il ponte. Quando invece le cose vanno bene e ricacci indietro i carri caiuriti scesi dal costone per radere di nuovo al suolo il villaggio, ti senti un’eroe, senti di aver fatto qualcosa di importante, di significativo. Perché siamo quel ponte, capisci? La città dove siamo nati e cresciuti era ridotta a un cumulo di macerie, quando l’abbiamo vista per l’ultima volta. La maggior parte dei nostri amici e parenti sono morti sotto i cannoni, e forse anche tutti gli altri, nei quattro anni trascorsi dalla partenza. Non abbiamo più niente. Eccetto il ponte, la cima, il campo.»
«Per questo dici di non esistere, di non avere un nome?»
«Per me la cosa è cominciata molto prima. Ed è più radicale.»
Serena lo fissava con maliziosa curiosità: «Ma ora sei qui, mi sembra. Non stai più difendendo quel ponte. Non sei più quel ponte.»
«Mettiamola in questo modo: la guerra, tutto quello che ti ho spiegato finora della guerra, è l’inverno. Un lunghissimo inverno, durante il quale tutto rimane sepolto sotto sei cubiti di neve. Ma poi arriva la primavera. Ti guardi attorno e ti accorgi che il villaggio che è ormai diventato casa tua è la quinta di uno spettacolo senza spettatori, che non c’è più nessuno ad abitare i gusci vuoti delle case, che a parte noi soldati non è rimasto nessuno. Morti, evacuati, fuggiti tutti i civili del Bradishar, c’è solo la guerra ad abitarne le contrade. Una guerra che ormai si nutre di se stessa, che trova il suo unico scopo nel perpetuare se stessa.»
«E così hai deciso di disertare.»
Il messaggero fissò Serena con severità: «Io non ho disertato.»
«E allora perché sei tornato a Kelidia, se non per disertare? Perché non sei a combattere sul Bradishar? Perché ti sei messo addosso quella ridicola uniforme?»
Il messaggero tacque, opponendo il solito silenzio alle solite domande. Chiese il nostro aiuto per rimettersi in piedi. Sembrava che non avesse più intenzione di aprire bocca, ma poi, mentre rientrava in camera, si voltò di nuovo verso Serena. «Vuoi sapere perché sono tornato a Kelida?» disse. «Perché qui avete dimenticato cosa sia la primavera.»

Il messaggero – Febbre, Parte I

L’inverno stava per finire. Nell’arco di pochi giorni la coltre di neve che ricopriva Kelidia si assottigliò in una specie di lenzuolo a brandelli, dal quale trasudava una fragile, esitante vita. Girando per la città, raccoglievamo gli indizi del cambiamento: un germoglio intirizzito, un insetto che sembrava rimpiangere di essere nato troppo presto, un verme che si affannava a rosicchiare il suolo mezzo congelato, una cucciolata di ratti che faceva capolino dalla carcassa di un disertore, secondo un principio di economia che da figli della guerra non potevamo non apprezzare. Anche il cielo partecipava al nuovo corso, mostrando vastissime chiazze di sereno laddove prima si vedeva solo una muraglia di nuvole. E anche se tutto questo era obiettivamente poco per salutare l’arrivo della primavera, bastava almeno a scrollarsi di dosso la sensazione che la cattiva stagione sarebbe durata per sempre.
Il messaggero non avrebbe mai visto la primavera. Dalla sera del risveglio le sue condizioni erano molto peggiorate, perché il dolore e l’angoscia generata dal dolore si assommavano alla febbre, accelerando la consunzione. Né meno il deliquio riusciva più a offuscare la sua coscienza, ma solo a smussare un po’ le punte infuocate che la trafiggevano. Mastro Frings era incredulo: non capiva come un cuore già così indebolito riuscisse a reggere il peso di tanta sofferenza. «È una sfortuna che sia così robusto» diceva. «Se morisse, almeno smetterebbe di soffrire così tanto.»
Lo odiavamo, quando parlava così. Per noi era fondamentale che il messaggero sopravvivesse. Ora che Serena ci aveva tolto il diritto di sedere alla ricca mensa che noi stessi avevamo imbandito, o anche solo di raccoglierne le briciole, la sua morte ci avrebbe lasciato completamente all’asciutto. Affinché potessimo ricavarne qualcosa, una storia, delle notizie su nostro padre, una spiegazione della sua venuta in città, doveva vivere, vivere e raccontare. O almeno dire qualcosa mentre era lì che moriva. Ma stava così male, che faticava perfino a respirare, e al massimo riusciva a esalare un sibilo lamentoso che a volte si incupiva in un rantolo.
Raccolse abbastanza fiato in un’unica occasione, mentre gli cambiavamo le fasciature.
«Che posto è questo?» domandò.
«Kelidia.»
«Quale posto di Kelidia?»
«La piana dei mercati.»
Chiuse gli occhi. «Allora sono vicino» disse. E poi silenzio.
Era esasperante, ma non demordevamo. Da quando avevamo iniziato a lavorare per mastro Frings, stavamo appiccicati al messaggero dall’alba a notte fonda, ed eravamo piuttosto sicuri di riuscire a cogliere qualcosa prima di chiunque altro, magari anche in esclusiva. Tutto stava a farsi trovare pronti e a non lasciarsi contagiare dal cattivo umore di mastro Frings.
Questa di lavorare in officina era una trovata di Jana. Solo un attimo dopo che avevamo finito di raccontarle del risveglio del messaggero, incurante dei lividi che ci ricoprivano braccia, gambe e schiena, ci aveva trascinati all’officina e aveva imposto a mastro Frings di prenderci a bottega, sei giorni la settimana, tre cavoli e due uova la settimana. Non riuscivamo a crederci. Siccome era stata proprio Jana a sciogliere l’accordo che ci legava a mastro Frings, davamo per scontato che stesse dalla nostra parte. Invece si era messa in testa che avevamo fatto torto a quel cretino e che avevamo l’obbligo di risarcirlo. Così diventammo garzoni. E davvero non riuscivamo a immaginare destino peggiore, per due affaristi della nostra levatura.
Né meno mastro Frings voleva saperne. Ci considerava i soli responsabili delle botte che si era preso (e dalle quali faticava a riprendersi) e in più si era convinto che portassimo sfortuna. Poi si accorse di quanto odiavamo l’idea di lavorare per lui e realizzò che praticamente Jana lo stava autorizzando a sfruttarci senza remore. Così accettò. E fin dal primo giorno ci assegnò tutti i lavori più noiosi, faticosi e rivoltanti che ci fossero da sbrigare in officina, e per altri tre giorni ci guardò sbrigarli con un sorriso deliziato sulla faccia.
Poi gli venne un’idea: «Non è giusto che due tipi in gamba come voi lavorino come mozzi di stalla per il resto della loro vita. Sarebbe uno spreco di talento. Per questo ho deciso di assegnarvi un compito di grande responsabilità.»
«Stai scherzando, spero.»
«Siamo qui solo perché ci ha costretto Jana. Non vogliamo nessuna responsabilità.»
«Quello che volete non mi interessa. Da ora in avanti vi occuperete del messaggero, oltre che delle altre incombenze che vi ho assegnato. È deciso.»
«Ma cosa ne sappiamo di come si curano le persone?»
«Non l’abbiamo mai fatto!»
«Vi insegno io. Non è così difficile Ma poi non voglio più né meno sentirne parlare, d’accordo? Preferisco fingere che non sia mai entrato in casa mia.»
Alla fine capitolammo: di sicuro non poteva essere peggio che ripulire il pozzo delle acque nere o svuotare l’orinatoio. Invece era molto peggio. Non per gli escrementi, le ferite suppurate, le ossa rotte e via dicendo: quando avevamo otto anni e di mestiere rubavamo ai vagabondi del porto quello che i vagabondi del porto rubavano ai pescatori, ne avevamo viste così tante, che ormai niente ci faceva schifo. Ma il messaggero era un vero orrore. Soprattutto perché la sua pelle, anche dopo che ossa e articolazioni erano tornate (in così poco tempo!) a posto, continuava a muoversi male, a tirarsi o a rilasciarsi nel modo sbagliato, ad assumere colori strani e impossibili. L’aspetto generale andava migliorando, la mascella aveva ripreso una forma quasi normale, la faccia stava riconquistando un po’ alla volta la sua rotonda bellezza, eppure dava lo stesso il voltastomaco: la mostruosità della guaina rovinava la forma d’uomo che ne era rivestita. E la pelle non era né meno l’aspetto peggiore: l’aspetto peggiore era che non puzzava. E non profumava. E né meno mandava un odore misto, che poteva piacere o non piacere. Niente. Una cosa senza senso, tenendo conto che aveva spesso la febbre, che sudava come un mulo e che non riusciva a trattenere feci e orina. Ogni volta che entravamo in camera, il nostro naso si arricciava, pronto a cogliere l’odore fin troppo familiare della malattia e della morte: che invece cogliesse solo aria pulita era inquietante, sinistro, metteva i brividi.
Per fortuna Serena ci dava una mano. Anzi, faceva quasi tutto lei. Eppure, quando aveva saputo che lavoravamo per mastro Frings, aveva dato in escandescenze, minacciando di farci sbriciolare le ossa da mastro Leder; poi invece doveva aver pensato che cosi era più facile tenerci d’occhio e aveva lasciato correre. Tanto ormai era così spesso in officina, che non poteva sfuggirle niente. Dopo la prima settimana, durante la quale era passata appena due volte, incominciò a farsi vedere sempre più spesso; e se all’inizio si alternava con mastro Leder, e il motivo delle loro visite era appunto sorvegliare noi, in seguito mastro Leder scomparve, e a Serena era chiaro che di noi non importava più niente.
Le importava solo del messaggero: anche se non parlava (forse apposta, cominciavamo a sospettare), anche se era l’orrore che era, si presentava al suo capezzale ogni volta che le era possibile, sottraendo grosse fette di tempo alle sue numerose mansioni e attirando spesso le ire di sua madre. Per salvaguardare l’investimento, senza dubbio; ma non potevamo non domandarci se per caso non ci fosse sotto qualcos’altro.
Andò avanti così per due settimane. Poi, un mattino che arrivammo all’officina attorno alle sette, la scoprimmo vuota: mastro Frings era in camera che toglieva brandelli di lenzuola intrisi d’acqua dal corpo nudo del messaggero.
Uscimmo a cercare Serena, perché immaginavamo che volesse saperlo per prima. La trovammo che lustrava il banco del Girasole e urlava ordini e insulti alle tre lavoranti che ripulivano la sala assieme a lei. Sentendo i nostri passi sull’assito, alzò lo sguardo. Ci scoprì silenziosi e imbarazzati sulla soglia, con le mani lungo i fianchi e le parole incastrate nella bocca. I suoi occhi assunsero uno strano colore.
«È morto?» domandò.
«Non ancora. Ma presto. Forse entro stanotte.»
«Cosa è successo?»
«La febbre.»
«Credevo che stesse passando.»
«Infatti era quasi passata.»
«Ma ieri sera ha cambiato aspetto. Così, da un momento all’altro. Dovevi vederlo. Era grigio, con le guance che assomigliavano a bistecche. Respirando faceva un rumore forte e profondo, come un mantice, come il mantice che usa mastro Frings per irrobustire il fuoco della fucina.»
«Verso le otto ha perso conoscenza. Lui si addormenta quasi sempre a quell’ora, quando non sta troppo male. Ma stavolta non si è addormentato e basta: un attimo prima era lì che gemeva, un attimo dopo era esanime sulla branda. Poi ha incominciato a delirare, e il suo delirio era più strano delle altre volte. Non si capiva né meno una parola.»
«Un’ora dopo sono cominciate le convulsioni. Allora mastro Frings gli ha tirato indietro la testa, per impedire che ingoiasse la lingua, e la febbre era così alta, che mastro Frings quasi si scottava.»
«Non possiamo farci più niente, Serena.»
«Mastro Frings dice che è già un miracolo se è rimasto vivo così a lungo.»
«Ha detto qualcosa prima di svenire?»
«Macché.»
«E non si sveglierà più?»
«No.»
«E a voi non ha mai raccontato niente?»
«Abbiamo imparato la lezione, Serena.»
«Te lo avremmo detto subito.»
«Niente storie, insomma.»
«No.»
Serena cominciò a sciogliere i lacci del grembiule che indossava. «Tornate all’officina» disse. «Io arriverò tra poco. Il tempo di sistemare il locale per la mattinata.»
Obbedimmo, anche se eravamo un po’ sorpresi. Arrivando al Girasole, avevamo immaginato che Serena ci restasse male, ma non così male. Dopotutto per lei non era una cattiva notizia. Ora che poteva mostrare a tutti il cadavere del messaggero, le bastava inventare una mezza dozzina di storie appena decenti, spacciarle per storie del messaggero, e qualunque cantastorie avrebbe venduto la casa pur di comprarsi il diritto di raccontarle. L’idea del regalo finiva nella spazzatura, ma tanto la signora Blum non ne sapeva ancora niente e non rischiava certo di rimanere delusa. Perché allora Serena se la prendeva tanto? E perché voleva assistere alla morte del messaggero? Non aveva niente di meglio da fare?
Tornati all’officina, trovammo che la febbre era salita ancora.
«Sarà prima di quanto pensavo» disse mastro Frings con indifferenza. «Morirà entro mezzogiorno, credo. Ha già cominciato a rantolare.»
Era vero. Dalla gola del messaggero usciva una specie di brontolio raschiante: il respiro si faceva largo con difficoltà lungo la gola semi occlusa ed era ogni minuto più debole. Presto si sarebbe interrotto per sempre.
Dopo meno di un’ora arrivò anche Serena, e con lei e mastro Frings ci disponemmo attorno al giaciglio del messaggero. Assistevamo ai suoi ultimi momenti, forse agli ultimi momenti dell’intera congrega dei messaggeri. Ed ecco che all’improvviso il respiro del messaggero si fermò. Subito dopo smisero anche i rumori nella gola e nell’addome. Si sentivano solo degli strani scatti metallici dentro la pancia, che non capivamo da quale organo fossero prodotti. Una serie di suoni scroscianti trascorse sull’intera superficie del corpo, come se qualcuno stesse versando del liquido da un organo all’altro, dal cuore ai polmoni, dai polmoni allo stomaco, dallo stomaco ai reni. I muscoli e le ossa smisero di torcersi sotto la pelle, e ora anche la pelle non si muoveva più in quel modo assurdo, ma si afflosciò come una bandiera in una giornata senza vento. Un gelo d’oltretomba emanò dal volto del messaggero, e noi che lo fissavamo ci sentimmo addosso il fiato olezzante d’erba della morte.
Mastro Frings fu il primo a riaversi. Raccolse un lembo della coperta, lo tirò sul cadavere, lasciando fuori solo la faccia, chiuse gli occhi ormai nudi di sguardo. Ma la sua mano era ancora a far ombra al cadavere, che la faccia del messaggero iniziò a tremare. Una serie di sussulti squassò il corpo, le braccia e le gambe si agitavano così tanto, che le ossa rischiavano di fratturarsi di nuovo. Il messaggero sedette sul letto. Ruggì un respiro profondissimo, raccolto dai recessi più oscuri della sua indecifrabile sostanza. Gli occhi si spalancarono, la bocca iniziò ad aprirsi e a chiudersi come la bocca di un pesce, la faccia si raggrinzì sotto la pressione di molti singhiozzi e conati. Alla fine, dopo un tempo che parve lunghissimo, vomitò sulle pelli che lo avvolgevano un enorme bolo azzurro, cosparso di scaglie lucenti, che rotolò sul bordo del letto.
Ci tirammo indietro con lo stomaco sottosopra: il bolo luccicava sulle pelli sintetiche, afflosciandosi gradualmente al tocco dell’afa che soffocava la camera. Pulito, inodore, completamente estraneo alla materia organica, dava piuttosto l’idea di un pallone di kyanoplastica fuso dal calore. Difficilmente del vomito vero ci avrebbe fatto così schifo.
Il messaggero respirava a stento. Si guardava attorno con occhi enormi, completamente chiechi. Occorse ancora qualche respiro perché gli occhi cominciassero a riempirsi degli oggetti e delle persone che riempivano la camera. Una volta riacquistata la vista, ci fissò uno per uno, la faccia stravolta dallo spavento e dallo stupore. In quel momento doveva farsi la stessa domanda che ci facevamo noi quattro.
Com’è possibile che sia ancora vivo?
Mentre uscivamo dalla camera, Serena tirò mastro Frings per un braccio: «Mi spieghi cos’è successo là dentro?»
«Mai visto niente di più assurdo» disse mastro Frings. «Ditemi voi se non sembrava… se non era morto.»
«E cosa produceva tutti quei rumori che si sentivano? E quella roba blu che ha vomitato?»
«Non lo so. Scorie. Scarti di qedua o qualcosa del genere.»
«Ma i disertori non vomitano qedua» si intromise Franz.
«Né meno il mulo» fece notare Raphael. «E il mulo è tutto di qedua, dentro e fuori.»
Mastro Frings strinse gli occhi: «Forse si tratta di un sistema di difesa contro le malattie, una protesi molecolare che invischia i germi e poi li espelle.»
«Ma cosa ti inventi, mastro Frings?»
«Non esiste un impianto del genere.»
Mastro Frings allargò le braccia: «Certo che non esiste. Chi potrebbe realizzare una cosa del genere? Anche in tempo di pace, quando alla Bioplex arrivava
un nuovo modello da asssemblare ogni settimana e si parlava sul serio di impianti molecolari, anche allora dubito che si potesse mettere in pratica un’idea simile.» Si grattò il mento con aria smarrita. «Ma se avete una spiegazione migliore, allora datemela voi perché non so davvero cosa pensare.»