Il messaggero – Febbre, Parte I

L’inverno stava per finire. Nell’arco di pochi giorni la coltre di neve che ricopriva Kelidia si assottigliò in una specie di lenzuolo a brandelli, dal quale trasudava una fragile, esitante vita. Girando per la città, raccoglievamo gli indizi del cambiamento: un germoglio intirizzito, un insetto che sembrava rimpiangere di essere nato troppo presto, un verme che si affannava a rosicchiare il suolo mezzo congelato, una cucciolata di ratti che faceva capolino dalla carcassa di un disertore, secondo un principio di economia che da figli della guerra non potevamo non apprezzare. Anche il cielo partecipava al nuovo corso, mostrando vastissime chiazze di sereno laddove prima si vedeva solo una muraglia di nuvole. E anche se tutto questo era obiettivamente poco per salutare l’arrivo della primavera, bastava almeno a scrollarsi di dosso la sensazione che la cattiva stagione sarebbe durata per sempre.
Il messaggero non avrebbe mai visto la primavera. Dalla sera del risveglio le sue condizioni erano molto peggiorate, perché il dolore e l’angoscia generata dal dolore si assommavano alla febbre, accelerando la consunzione. Né meno il deliquio riusciva più a offuscare la sua coscienza, ma solo a smussare un po’ le punte infuocate che la trafiggevano. Mastro Frings era incredulo: non capiva come un cuore già così indebolito riuscisse a reggere il peso di tanta sofferenza. «È una sfortuna che sia così robusto» diceva. «Se morisse, almeno smetterebbe di soffrire così tanto.»
Lo odiavamo, quando parlava così. Per noi era fondamentale che il messaggero sopravvivesse. Ora che Serena ci aveva tolto il diritto di sedere alla ricca mensa che noi stessi avevamo imbandito, o anche solo di raccoglierne le briciole, la sua morte ci avrebbe lasciato completamente all’asciutto. Affinché potessimo ricavarne qualcosa, una storia, delle notizie su nostro padre, una spiegazione della sua venuta in città, doveva vivere, vivere e raccontare. O almeno dire qualcosa mentre era lì che moriva. Ma stava così male, che faticava perfino a respirare, e al massimo riusciva a esalare un sibilo lamentoso che a volte si incupiva in un rantolo.
Raccolse abbastanza fiato in un’unica occasione, mentre gli cambiavamo le fasciature.
«Che posto è questo?» domandò.
«Kelidia.»
«Quale posto di Kelidia?»
«La piana dei mercati.»
Chiuse gli occhi. «Allora sono vicino» disse. E poi silenzio.
Era esasperante, ma non demordevamo. Da quando avevamo iniziato a lavorare per mastro Frings, stavamo appiccicati al messaggero dall’alba a notte fonda, ed eravamo piuttosto sicuri di riuscire a cogliere qualcosa prima di chiunque altro, magari anche in esclusiva. Tutto stava a farsi trovare pronti e a non lasciarsi contagiare dal cattivo umore di mastro Frings.
Questa di lavorare in officina era una trovata di Jana. Solo un attimo dopo che avevamo finito di raccontarle del risveglio del messaggero, incurante dei lividi che ci ricoprivano braccia, gambe e schiena, ci aveva trascinati all’officina e aveva imposto a mastro Frings di prenderci a bottega, sei giorni la settimana, tre cavoli e due uova la settimana. Non riuscivamo a crederci. Siccome era stata proprio Jana a sciogliere l’accordo che ci legava a mastro Frings, davamo per scontato che stesse dalla nostra parte. Invece si era messa in testa che avevamo fatto torto a quel cretino e che avevamo l’obbligo di risarcirlo. Così diventammo garzoni. E davvero non riuscivamo a immaginare destino peggiore, per due affaristi della nostra levatura.
Né meno mastro Frings voleva saperne. Ci considerava i soli responsabili delle botte che si era preso (e dalle quali faticava a riprendersi) e in più si era convinto che portassimo sfortuna. Poi si accorse di quanto odiavamo l’idea di lavorare per lui e realizzò che praticamente Jana lo stava autorizzando a sfruttarci senza remore. Così accettò. E fin dal primo giorno ci assegnò tutti i lavori più noiosi, faticosi e rivoltanti che ci fossero da sbrigare in officina, e per altri tre giorni ci guardò sbrigarli con un sorriso deliziato sulla faccia.
Poi gli venne un’idea: «Non è giusto che due tipi in gamba come voi lavorino come mozzi di stalla per il resto della loro vita. Sarebbe uno spreco di talento. Per questo ho deciso di assegnarvi un compito di grande responsabilità.»
«Stai scherzando, spero.»
«Siamo qui solo perché ci ha costretto Jana. Non vogliamo nessuna responsabilità.»
«Quello che volete non mi interessa. Da ora in avanti vi occuperete del messaggero, oltre che delle altre incombenze che vi ho assegnato. È deciso.»
«Ma cosa ne sappiamo di come si curano le persone?»
«Non l’abbiamo mai fatto!»
«Vi insegno io. Non è così difficile Ma poi non voglio più né meno sentirne parlare, d’accordo? Preferisco fingere che non sia mai entrato in casa mia.»
Alla fine capitolammo: di sicuro non poteva essere peggio che ripulire il pozzo delle acque nere o svuotare l’orinatoio. Invece era molto peggio. Non per gli escrementi, le ferite suppurate, le ossa rotte e via dicendo: quando avevamo otto anni e di mestiere rubavamo ai vagabondi del porto quello che i vagabondi del porto rubavano ai pescatori, ne avevamo viste così tante, che ormai niente ci faceva schifo. Ma il messaggero era un vero orrore. Soprattutto perché la sua pelle, anche dopo che ossa e articolazioni erano tornate (in così poco tempo!) a posto, continuava a muoversi male, a tirarsi o a rilasciarsi nel modo sbagliato, ad assumere colori strani e impossibili. L’aspetto generale andava migliorando, la mascella aveva ripreso una forma quasi normale, la faccia stava riconquistando un po’ alla volta la sua rotonda bellezza, eppure dava lo stesso il voltastomaco: la mostruosità della guaina rovinava la forma d’uomo che ne era rivestita. E la pelle non era né meno l’aspetto peggiore: l’aspetto peggiore era che non puzzava. E non profumava. E né meno mandava un odore misto, che poteva piacere o non piacere. Niente. Una cosa senza senso, tenendo conto che aveva spesso la febbre, che sudava come un mulo e che non riusciva a trattenere feci e orina. Ogni volta che entravamo in camera, il nostro naso si arricciava, pronto a cogliere l’odore fin troppo familiare della malattia e della morte: che invece cogliesse solo aria pulita era inquietante, sinistro, metteva i brividi.
Per fortuna Serena ci dava una mano. Anzi, faceva quasi tutto lei. Eppure, quando aveva saputo che lavoravamo per mastro Frings, aveva dato in escandescenze, minacciando di farci sbriciolare le ossa da mastro Leder; poi invece doveva aver pensato che cosi era più facile tenerci d’occhio e aveva lasciato correre. Tanto ormai era così spesso in officina, che non poteva sfuggirle niente. Dopo la prima settimana, durante la quale era passata appena due volte, incominciò a farsi vedere sempre più spesso; e se all’inizio si alternava con mastro Leder, e il motivo delle loro visite era appunto sorvegliare noi, in seguito mastro Leder scomparve, e a Serena era chiaro che di noi non importava più niente.
Le importava solo del messaggero: anche se non parlava (forse apposta, cominciavamo a sospettare), anche se era l’orrore che era, si presentava al suo capezzale ogni volta che le era possibile, sottraendo grosse fette di tempo alle sue numerose mansioni e attirando spesso le ire di sua madre. Per salvaguardare l’investimento, senza dubbio; ma non potevamo non domandarci se per caso non ci fosse sotto qualcos’altro.
Andò avanti così per due settimane. Poi, un mattino che arrivammo all’officina attorno alle sette, la scoprimmo vuota: mastro Frings era in camera che toglieva brandelli di lenzuola intrisi d’acqua dal corpo nudo del messaggero.
Uscimmo a cercare Serena, perché immaginavamo che volesse saperlo per prima. La trovammo che lustrava il banco del Girasole e urlava ordini e insulti alle tre lavoranti che ripulivano la sala assieme a lei. Sentendo i nostri passi sull’assito, alzò lo sguardo. Ci scoprì silenziosi e imbarazzati sulla soglia, con le mani lungo i fianchi e le parole incastrate nella bocca. I suoi occhi assunsero uno strano colore.
«È morto?» domandò.
«Non ancora. Ma presto. Forse entro stanotte.»
«Cosa è successo?»
«La febbre.»
«Credevo che stesse passando.»
«Infatti era quasi passata.»
«Ma ieri sera ha cambiato aspetto. Così, da un momento all’altro. Dovevi vederlo. Era grigio, con le guance che assomigliavano a bistecche. Respirando faceva un rumore forte e profondo, come un mantice, come il mantice che usa mastro Frings per irrobustire il fuoco della fucina.»
«Verso le otto ha perso conoscenza. Lui si addormenta quasi sempre a quell’ora, quando non sta troppo male. Ma stavolta non si è addormentato e basta: un attimo prima era lì che gemeva, un attimo dopo era esanime sulla branda. Poi ha incominciato a delirare, e il suo delirio era più strano delle altre volte. Non si capiva né meno una parola.»
«Un’ora dopo sono cominciate le convulsioni. Allora mastro Frings gli ha tirato indietro la testa, per impedire che ingoiasse la lingua, e la febbre era così alta, che mastro Frings quasi si scottava.»
«Non possiamo farci più niente, Serena.»
«Mastro Frings dice che è già un miracolo se è rimasto vivo così a lungo.»
«Ha detto qualcosa prima di svenire?»
«Macché.»
«E non si sveglierà più?»
«No.»
«E a voi non ha mai raccontato niente?»
«Abbiamo imparato la lezione, Serena.»
«Te lo avremmo detto subito.»
«Niente storie, insomma.»
«No.»
Serena cominciò a sciogliere i lacci del grembiule che indossava. «Tornate all’officina» disse. «Io arriverò tra poco. Il tempo di sistemare il locale per la mattinata.»
Obbedimmo, anche se eravamo un po’ sorpresi. Arrivando al Girasole, avevamo immaginato che Serena ci restasse male, ma non così male. Dopotutto per lei non era una cattiva notizia. Ora che poteva mostrare a tutti il cadavere del messaggero, le bastava inventare una mezza dozzina di storie appena decenti, spacciarle per storie del messaggero, e qualunque cantastorie avrebbe venduto la casa pur di comprarsi il diritto di raccontarle. L’idea del regalo finiva nella spazzatura, ma tanto la signora Blum non ne sapeva ancora niente e non rischiava certo di rimanere delusa. Perché allora Serena se la prendeva tanto? E perché voleva assistere alla morte del messaggero? Non aveva niente di meglio da fare?
Tornati all’officina, trovammo che la febbre era salita ancora.
«Sarà prima di quanto pensavo» disse mastro Frings con indifferenza. «Morirà entro mezzogiorno, credo. Ha già cominciato a rantolare.»
Era vero. Dalla gola del messaggero usciva una specie di brontolio raschiante: il respiro si faceva largo con difficoltà lungo la gola semi occlusa ed era ogni minuto più debole. Presto si sarebbe interrotto per sempre.
Dopo meno di un’ora arrivò anche Serena, e con lei e mastro Frings ci disponemmo attorno al giaciglio del messaggero. Assistevamo ai suoi ultimi momenti, forse agli ultimi momenti dell’intera congrega dei messaggeri. Ed ecco che all’improvviso il respiro del messaggero si fermò. Subito dopo smisero anche i rumori nella gola e nell’addome. Si sentivano solo degli strani scatti metallici dentro la pancia, che non capivamo da quale organo fossero prodotti. Una serie di suoni scroscianti trascorse sull’intera superficie del corpo, come se qualcuno stesse versando del liquido da un organo all’altro, dal cuore ai polmoni, dai polmoni allo stomaco, dallo stomaco ai reni. I muscoli e le ossa smisero di torcersi sotto la pelle, e ora anche la pelle non si muoveva più in quel modo assurdo, ma si afflosciò come una bandiera in una giornata senza vento. Un gelo d’oltretomba emanò dal volto del messaggero, e noi che lo fissavamo ci sentimmo addosso il fiato olezzante d’erba della morte.
Mastro Frings fu il primo a riaversi. Raccolse un lembo della coperta, lo tirò sul cadavere, lasciando fuori solo la faccia, chiuse gli occhi ormai nudi di sguardo. Ma la sua mano era ancora a far ombra al cadavere, che la faccia del messaggero iniziò a tremare. Una serie di sussulti squassò il corpo, le braccia e le gambe si agitavano così tanto, che le ossa rischiavano di fratturarsi di nuovo. Il messaggero sedette sul letto. Ruggì un respiro profondissimo, raccolto dai recessi più oscuri della sua indecifrabile sostanza. Gli occhi si spalancarono, la bocca iniziò ad aprirsi e a chiudersi come la bocca di un pesce, la faccia si raggrinzì sotto la pressione di molti singhiozzi e conati. Alla fine, dopo un tempo che parve lunghissimo, vomitò sulle pelli che lo avvolgevano un enorme bolo azzurro, cosparso di scaglie lucenti, che rotolò sul bordo del letto.
Ci tirammo indietro con lo stomaco sottosopra: il bolo luccicava sulle pelli sintetiche, afflosciandosi gradualmente al tocco dell’afa che soffocava la camera. Pulito, inodore, completamente estraneo alla materia organica, dava piuttosto l’idea di un pallone di kyanoplastica fuso dal calore. Difficilmente del vomito vero ci avrebbe fatto così schifo.
Il messaggero respirava a stento. Si guardava attorno con occhi enormi, completamente chiechi. Occorse ancora qualche respiro perché gli occhi cominciassero a riempirsi degli oggetti e delle persone che riempivano la camera. Una volta riacquistata la vista, ci fissò uno per uno, la faccia stravolta dallo spavento e dallo stupore. In quel momento doveva farsi la stessa domanda che ci facevamo noi quattro.
Com’è possibile che sia ancora vivo?
Mentre uscivamo dalla camera, Serena tirò mastro Frings per un braccio: «Mi spieghi cos’è successo là dentro?»
«Mai visto niente di più assurdo» disse mastro Frings. «Ditemi voi se non sembrava… se non era morto.»
«E cosa produceva tutti quei rumori che si sentivano? E quella roba blu che ha vomitato?»
«Non lo so. Scorie. Scarti di qedua o qualcosa del genere.»
«Ma i disertori non vomitano qedua» si intromise Franz.
«Né meno il mulo» fece notare Raphael. «E il mulo è tutto di qedua, dentro e fuori.»
Mastro Frings strinse gli occhi: «Forse si tratta di un sistema di difesa contro le malattie, una protesi molecolare che invischia i germi e poi li espelle.»
«Ma cosa ti inventi, mastro Frings?»
«Non esiste un impianto del genere.»
Mastro Frings allargò le braccia: «Certo che non esiste. Chi potrebbe realizzare una cosa del genere? Anche in tempo di pace, quando alla Bioplex arrivava
un nuovo modello da asssemblare ogni settimana e si parlava sul serio di impianti molecolari, anche allora dubito che si potesse mettere in pratica un’idea simile.» Si grattò il mento con aria smarrita. «Ma se avete una spiegazione migliore, allora datemela voi perché non so davvero cosa pensare.»

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5 pensieri su “Il messaggero – Febbre, Parte I

  1. Ottimo puntata. SEi riuscito a creare un’atmosfera magica in un crescendo tra incertezza e rassegnazione fino al coup de theatre finale. Sono curioso di conoscere il seguito.
    Sei stato veramente abile nello stimolare la curiosità di chi legge con dialoghi efficaci e descrizioni molto interessanti

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    • Ti ringrazio. Sono contento che risulti interessante anche questa parte in cui il ritmo rallenta e il tempo della storia si dilata rispetto al tempo del racconto. Quanto ai coup de theatre, l’aspetto migliore de Il messaggero è che ne presenta ancora un bel po’, spero degni di suscitare sorpresa e attenzione.

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