Il messaggero – Febbre, Parte II

Da quel momento il messaggero si riprese con tale velocità, da farci perfino dubitare della sua natura di uomo. Non passava giorno che all’arrivo in officina non restassimo stupiti, scoprendo quanto era migliorato dalla sera prima. Una settimana dopo la resurrezione, mastro Frings si rese conto che bende e steccature non servivano più, e le tolse tutte. Le braccia erano ancora gonfie e segnate da tagli e abrasioni, ma ora almeno si piegavano nel modo giusto, senza dolorose frizioni, e riuscivano a sorreggere, a stringere, perfino a sollevare. Dal allora il messaggero poté lavarsi e andare al bagno da solo. Una settimana, e mosse i primi passi in camera e nel cortile, usando noi due come grucce; due settimane, e riuscì a starsene seduto per un intero pomeriggio sul ciocco accanto alla rimessa. E anche se era costretto a rimanere quasi immobile, perché ancora dolorante e infiammato, almeno non se ne stava più confinato tra le lamiere della camera. I suoi occhi spaziavano sul soffitto di cielo che ricopriva il cortile, la sua mente s’impigliava in un rivolo d’aria e volava via tra le nuvole, magari diretta a nord, alle montagne, all’origine del suo oscuro viandare. Molto presto, forse proprio a causa del ricordo di quest’origine, cominciò a dare segni di impazienza. Una rabbia sempre più accesa avvampava nei suoi occhi, e cos’altro poteva generarla, se non una nuova febbre, la febbre di riprendere il viaggio?
Ancora non diceva una parola. Sapevamo che ora era in grado di farlo, e lui sapeva che sapevamo, eppure non apriva bocca, come se stesse difendendo chi sa quale irriferibile segreto dalle orecchie di un nemico mortale. Serena lo tempestava di domande: chi era esattamente, perché era venuto in città, da dove veniva, perché indossava l’uniforme dei messaggeri, chi lo aveva quasi ucciso, per quale ragione lo avevano ridotto così male e via dicendo. E a tutte il messaggero rispondeva con il silenzio.
Concesse un accenno di risposta un’unica volta, quando Serena insisté per conoscere almeno il suo nome. Dopo un attimo di esitazione, alzò le spalle:
«Io non ho nome.»
«Non dire sciocchezze. Tutti hanno un nome.»
«Io no. Perché non esisto.»
«Come fai a non esistere, se siedi qui davanti a me? Cosa sei, un fantasma?»
«Una specie.»
Serena l’avrebbe strozzato. Si sentiva come se stesse cercando di abbattere un muro a mani nude. Ma non aveva nessuna intenzione di lasciar perdere. Al contrario, passava con il messaggero tutto il suo tempo libero, a volte silenziosa e furibonda, altre volte insidiosa e ciarliera, altre volte tenera e paziente, altre volte ancora con addosso una gran voglia di mettere una paio di pinze sulla graticola e poi usarle su quell’irritante cretino.
Quanto a noi due, cercavamo di raccogliere almeno qualche briciola, origliando e spiando non appena ne avevamo la possibilità. Ma non arrivavano né meno quelle. Fortuna che il nuovo lavoro ci impegnava così tanto, da toglierci quasi ogni altro pensiero, altrimenti forse saremmo impazziti. Siccome ormai il messaggero riusciva più o meno a badare a se stesso, mastro Frings, stufo di vederci bighellonare sfaccendati in officina mentre sgobbava sui ferri, decise di offrirci un’ulteriore promozione. Raccolse il martello più leggero che possedeva e lo affidò a Raphael.
«Siete troppo piccoli e magri per la fucina» disse, aiutando Raphael a sostenere il martello. «Ma non saprei cos’altro farvi fare. E poi magari riuscite anche a rompervi qualche osso, giusto per farmi contento.»
«Per chi ci hai preso, mastro Frings?»
«Non siamo fabbri. E non lo saremo mai.»
«Non è un mestiere che fa per noi.»
«Perché siete delle principesse.»
«Perché siamo nati per gli affari.»
«Non certo per sgobbare in officina.»
«Invece è esattamente quello che farete.»
Protestammo a lungo, ma era solo scena. Avevamo osservato mastro Frings per anni e ci eravamo sempre domandati cosa si provasse a fare il suo mestiere. Non lo avremmo mai ammesso, ma avere finalmente la possibilità di scoprirlo ci riempiva di entusiasmo. E anche se all’inizio ci lamentavamo della fatica, dei lividi, delle bruciature, man mano che i nostri colpi diventavano più precisi e iniziavano a tirar fuori dal ferro degli oggetti quasi riconoscibili, man mano che prendevamo confidenza con il metallo incandescente e le sue meravigliose proprietà, ci addentravamo sempre di più in quella che sembrava una vera vocazione. Assieme agli attrezzi che mastro Frings ci dava da fucinare, sentivamo di forgiare anche il nostro futuro. E quasi intravedevamo la Kelidia che stava per nascere, tra le scintille e le volute di fumo, la ricca, fiorente Kelidia che si sarebbe presto affrancata dal torpore e dalla tirannia: una città ansiosa di rimettersi in piedi e per questo bisognosa di attrezzi, utensili, macchinari: tutta roba che in mancanza di industrie solo le officine potevano offrire. Al cospetto di questo presagio di ricchezza, così concreto, così diverso dai miraggi che inseguivamo di solito, il resto rimpiccioliva, si rintanava nell’angolo, si confondeva con l’ombra. Cosa importano le storie? pensavamo martellando, cosa importano la guerra, il passato, nostro padre?
A chi interessa del messaggero?
Ma poi un pomeriggio sul tardi il messaggero e Serena stavano in cortile, seduti su due ciocchi gemelli davanti alla rimessa, e condividevano uno svagato silenzio. Pioveva leggermente. Noi ci appoggiavamo alla porta dell’officina e ascoltavamo il vento di tramontana scivolare sui tetti delle baracche, pronto a cedere il passo alla brezza più calda che filtrava dalla sua
superficie in mielose cascatelle. A un certo punto anche l’attenzione del messaggero dovette soffermarsi su quel presagio, perché la sua faccia si sollevò a ricevere la pioggia, le sue narici si allargarono a cogliere un profumo che ancora non si poteva sentire.
«Presto sarà primavera» disse con aria sognante.
Serena ci gettò uno sguardo allo stesso tempo sorpreso e minaccioso. Sta parlando! diceva lo sguardo. Se cercate di vendere quello che dice, vi strozzo con le mie mani!
«E presto sarà primavera anche nella valle del fiume Cuju» proseguì il messaggero, stringendo gli occhi per difendere dalla pioggia i ricordi custoditi dietro le ciglia. «La valle è una pietraia, tutta gole e pianori rocciosi, con qualche ciuffo di foresta sparso qui e là. D’inverno diventa completamente bianca. La neve ricopre il greto del fiume, i declivi semi nudi, i dorsi e le falde delle montagne. Il fiume è una striscia di ghiaccio, dalla superficie della quale trasuda una nebbia fittissima, i boschi e i prati che salgono verso le cime somigliano a pozzanghere di latte. Non si distingue né meno la giogaia del Monte Fasa, bianca contro il cielo bianco. Una settimana dopo l’equinozio, ti convinci che al mondo non esista più niente eccetto la neve, la nuvoletta azzurra del tuo stesso fiato, le facce grigie e mangiate dal freddo dei commilitoni, che sbocciano come fiori nelle tute mimetiche. E se qualcuno finisce su una mina o gli sparano dalla cima di un dosso, rimani a bocca aperta, perché non riesci a credere che tu e gli altri che ti stanno attorno avete dentro quei colori così violenti, mentre visti da fuori siete poco più che orme sulla neve fresca.»
Prese un lungo respiro: «Ma in primavera cambia tutto. Anche se è una primavera secca e avara, che promette poco e mantiene ancora meno, è lo stesso una rivoluzione. Nel giro di due settimane le nevi si sciolgono, lasciando imbiancate solo le cime, e allora vedi spuntare ovunque i ciuffi d’erba e le gemme, mentre file di insetti di tutte le specie si srotolano lungo il greto del fiume e tra le rocce. Le capre brucano nei prati, cervi e caprioli sbirciano i tuoi movimenti dalle fronde, i cinghiali agitano arbusti e cespugli. È il momento più bello dell’anno. Ma anche il più brutto. Perché cominci a ricordare un sacco di cose. Perché non puoi fare a meno di domandarti cosa ci fai ancora su quelle maledette montagne, cosa t’impedisce di prendere la via del mezzogiorno.»
«È questo che ti è successo?» lo interruppe Serena. «È arrivata la primavera e ti sei detto che non valeva la pena restare lassù a combattere per la patria?»
«Era ancora inverno quando sono partito. Inoltre credo che la fai un po’ troppo semplice con la questione della patria, considerato che non sei mai stata al fronte.»
«Guardati attorno, tesoro. Kelidia è il fronte. Sono morte più persone da queste parti nel giro di otto mesi, che nel Bradishar in quindici anni!»
«Ma nel Bradishar è tutto diverso. Le cose lassù sono meno chiare, meno definite. Le parole assumono significati diversi. Non puoi capire, se non ci sei stata.»
Notando che il messaggero cominciava a irritarsi, Serena aggiustò il tiro: «Era là che stavi, nella valle del Cuju?»
Il messaggero annui. «A metà corso il Cuju sprofonda in una gola più stretta e impervia di ogni altra gola della valle» spiegò. «Con pareti così ripide, che né meno le capre riescono a scalarle. Un ponte collega le due sponde del fiume, che coincidono con i due lati del confine: un unico ponte sospeso dall’aria spaventosamente fragile, che spunta fuori da un mucchietto disordinato di case come una lingua da una barba incolta. Il mucchietto di case è Pelasta, il villaggio dove il mio battaglione è di stanza da tre anni. Il ponte è il motivo per il quale ci troviamo lassù.»
«In che senso?»
«Il nostro compito quasi esclusivo è difendere il ponte dagli assalti di Caiuri, riprenderlo quando cade in mano nemica, ricostruirlo se il nemico lo distrugge, distruggerlo se il nemico lo ricostruisce. Sono due anni che viviamo e moriamo in base a quel ponte, assieme a due battaglioni caiuriti simili al nostro di stanza in un villaggio più a monte, dove il corso del fiume torna ad appianarsi. Lo abbiamo perso tre volte e altrettante lo abbiamo ripreso, con grande dispendio di uomini. È stato distrutto due volte, una da noi, una dai caiuriti, e sono morti ben sei soldati mentre lo ricostruivamo, perché è crollata l’impalcatura.»
«Tutto questo per un ponte?
Il messaggero si strinse nelle spalle: «Se domandi ai pezzi grossi dello stato maggiore ti parlano della rilevanza strategica del tratto di confine che segue il corso del Cuju, del fondamentale vantaggio di controllare l’accesso al versante settentrionale della valle. Ci hanno addirittura assegnato uno speciale, un tizio con gli occhi telescopici, per sorvegliare la sponda opposta. Me se vuoi la verità, non è che uno stupido ponte. Se ne potrebbe costruire uno uguale in ogni altro tratto del confine occidentale, magari anche in un posto meno scomodo.»
«Ma allora che senso ha darsi tanto da fare per farlo, disfarlo, difenderlo e via dicendo?»
«È cosi che va la guerra. All’inizio era un movimento di massa, che coinvolgeva migliaia di uomini. I dodicimila di Gaard, ricordi? Ti sentivi trascinato come da un fiume. Da un fiume come il Rate, non come quel rigagnolo del Cuju. Poi tutto è finito in briciole. A ogni soldato del Bradishar, non importa se kelidiano o caiurita, è rimasto solo un frammento di guerra: un ponte, un villaggio, un tratto di trincea, una cima, un campo. Da difendere, da conquistare, da raggiungere, da riconquistare. Ed è sufficiente, sai? a tenerci tutti lì. Ci sono sempre tante diserzioni, ma non cosi tante. E quando uno dei tuoi muore, ti senti davvero meglio al pensiero che sia morto per il ponte. Quando invece le cose vanno bene e ricacci indietro i carri caiuriti scesi dal costone per radere di nuovo al suolo il villaggio, ti senti un’eroe, senti di aver fatto qualcosa di importante, di significativo. Perché siamo quel ponte, capisci? La città dove siamo nati e cresciuti era ridotta a un cumulo di macerie, quando l’abbiamo vista per l’ultima volta. La maggior parte dei nostri amici e parenti sono morti sotto i cannoni, e forse anche tutti gli altri, nei quattro anni trascorsi dalla partenza. Non abbiamo più niente. Eccetto il ponte, la cima, il campo.»
«Per questo dici di non esistere, di non avere un nome?»
«Per me la cosa è cominciata molto prima. Ed è più radicale.»
Serena lo fissava con maliziosa curiosità: «Ma ora sei qui, mi sembra. Non stai più difendendo quel ponte. Non sei più quel ponte.»
«Mettiamola in questo modo: la guerra, tutto quello che ti ho spiegato finora della guerra, è l’inverno. Un lunghissimo inverno, durante il quale tutto rimane sepolto sotto sei cubiti di neve. Ma poi arriva la primavera. Ti guardi attorno e ti accorgi che il villaggio che è ormai diventato casa tua è la quinta di uno spettacolo senza spettatori, che non c’è più nessuno ad abitare i gusci vuoti delle case, che a parte noi soldati non è rimasto nessuno. Morti, evacuati, fuggiti tutti i civili del Bradishar, c’è solo la guerra ad abitarne le contrade. Una guerra che ormai si nutre di se stessa, che trova il suo unico scopo nel perpetuare se stessa.»
«E così hai deciso di disertare.»
Il messaggero fissò Serena con severità: «Io non ho disertato.»
«E allora perché sei tornato a Kelidia, se non per disertare? Perché non sei a combattere sul Bradishar? Perché ti sei messo addosso quella ridicola uniforme?»
Il messaggero tacque, opponendo il solito silenzio alle solite domande. Chiese il nostro aiuto per rimettersi in piedi. Sembrava che non avesse più intenzione di aprire bocca, ma poi, mentre rientrava in camera, si voltò di nuovo verso Serena. «Vuoi sapere perché sono tornato a Kelida?» disse. «Perché qui avete dimenticato cosa sia la primavera.»

Annunci

9 pensieri su “Il messaggero – Febbre, Parte II

  1. Dunque il messaggero parla e parla di una guerra assurda. Sei stato molto abile nel creare la giusta atmosfera per introdurre il racconto del messaggero. Sembra di vedere Serena e il messaggero che parlano, che domandano e rispondono, mentre i due gemelli ascoltano.
    Eccellente puntata che incuriosce su come il messaggero spiegherà perché a Kelidia non c’è la primavera.

    Liked by 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...