Il messaggero – L’inverno, Parte I

Da quel pomeriggio il messaggero non smise più di parlare. E di raccontare. E se quella prima storia sul ponte era ancora piuttosto scialba e noiosa, le successive divennero sempre più interessanti man mano che il messaggero prendeva dimestichezza con i propri ricordi e raffinava l’arte di modellarli. Serena ormai si presentava da mastro Frings anche due o tre volte al giorno, reclamando una o più storie a seconda del tempo che aveva a disposizione. Non appena raggiungeva il cortile, aguzzavamo le orecchie, e se per caso non si sentiva bene a causa delle martellate o del rombo della fornace, restavamo tutto il tempo sulle spine, pensando alle meraviglie che ci stavamo perdendo.
In effetti ci perdemmo quasi tutto: non solo perché avevamo troppo da fare in officina, ma soprattutto perché il messaggero parlava quasi esclusivamente con Serena e abbassava la voce o si azzittiva, se per caso si accorgeva che lo stava ascoltando qualcun altro.
Così ci toccava elemosinare da Serena. Ma quella serpe, ancora arrabbiata per via del tradimento, chiedeva un prezzo esagerato anche solo per un minimo stralcio. Fu solo in virtù dell’esperienza accumulata in due anni di trattative con disertori e cantastorie se alla fine fummo in grado di ricucire i vari brandelli raccolti in modo tanto disordinato e casuale in una storia quasi compiuta, nel resoconto quasi integrale della vita del messaggero.
Una circostanza che ci colpì molto era che il messaggero crebbe esattamente come noi, rubando ai vagabondi del porto quello che i vagabondi del porto rubavano ai pescatori. Ma la sua Kelidia non era la nostra: il flusso del qedua verso le prefetture occidentali era ancora copioso, le casse della tesoreria traboccavano di dinari, e anche nelle case più povere si trovavano acqua calda, corrente elettrica, elettrodomestici a comando cefalico e molto altro. Fu la guerra a cambiare tutto. Il messaggero si arruolò lo stesso anno che Cogrud inviò a mastro Balau la dichiarazione di guerra. Stipato su una nave mercantile assieme ad altri cinquanta ragazzi uguali a lui, orgoglioso, terrorizzato e gonfio d’aria come le pive da battaglia che suonavano alla cerimonia di imbarco, partì solo tre giorni dopo la firma, senza né meno il tempo di salutare i suoi.
La metà del primo anno la trascorse in viaggio, in gran parte a piedi o su uno dei ventimila muli sintetici progettati e prodotti dalla Kyplex per supportare l’esercito negli spostamenti in montagna. Fu un viaggio estenuante. L’esercito di Kelidia mosse guerra con la lentezza di una mandria in transumanza, lasciando al nemico la possibilità di organizzare al meglio le difese e di fabbricare un numero spropositato di carri da guerra. Ma cosa importa? si dicevano le reclute, sballottate nel retro dei veicoli militari o piegate in due sul dorso dei muli per proteggersi dal vento. I sedici reparti speciali dell’armata non sono forse in grado di sbaragliare da soli la somma delle forze caiurite? Dieci o cento carri da guerra in più cosa vuoi che cambino?
Dopo varie peregrinazioni il messaggero fu assegnato al terzo battaglione della brigata Kedo e inviato con la compagnia Poslan a Settala, un minuscolo villaggio a trenta miglia da Tersit. La compagnia Poslan era in attesa di ordini: correva voce che da ovest stessero arrivando alcuni reparti speciali, per dare l’assedio alla munitissima Tersit.
A Settala il messaggero strinse amicizia con molti commilitoni, ma si legò soprattutto a Pomer, un operaio di Ponte Rosa che sembrava saperla lunga su un sacco di cose e si intendeva anche di strategia militare, per quanto avesse solo diciassette anni. Pomer spiegò al messaggero che Gaard stava cercando di sfondare lungo la valle del Rate, con l’obiettivo di invadere gli altopiani meridionali e poi di puntare verso l’importante città di Kepher. A questo scopo stava concentrando gli speciali lungo il bacino del Rate e nei vari punti deboli che aveva individuato sul fronte occidentale, mentre la fanteria si radunava appunto a Tersit, con quella che Pomer definì una classica manovra di aggiramento. Al messaggero, che di tutta quella roba militare non sapeva quasi niente e così della geografia del Bradishar, Pomer apparve come l’oracolo di una qualche oscura divinità della guerra, e diede per buona ogni sua parola. Quando poi l’altro gli offrì un’intera caraffa di nitro allo spaccio militare, non poté che giurargli eterna amicizia.
Nei sei mesi successivi non accadde quasi niente, a esclusione di alcune invasioni di zecche, pulci, pidocchi e di un paio scontri con i drappelli nemici. Il plotone del messaggero, settimo della compagnia, aveva il compito di perlustrare i dintorni del villaggio e all’occasione di infiltrarsi in abiti civili oltre le linee, per spiare le manovre del nemico. Ma anche durante quelle sortite era raro che succedesse qualcosa: al massimo un novellino cadeva in mano nemica e finiva con un colpo in testa dopo una notte di torture.
Da ovest arrivavano notizie discordanti. Alcuni corrieri riferivano che Kepher era già nelle mani di Gaard, altri invece che gli speciali erano stati ricacciati indietro a Cufara, altri ancora che l’equilibrio tra le forze in campo era tale, che si stava valutando se era davvero il caso di continuare la guerra o se invece non era meglio lasciar perdere.
Poi un mattino arrivò a Settala un distaccamento del reparto speciale Globo Rosso, con al comando un giovane colonnello di nome Forkel. Forkel era famoso per la sua smodata ambizione, e Pomer scommetteva che si trovava a Settala per un unico motivo: ottenere una vittoria facile.
«Diventeremo degli eroi» disse Pomer al messaggero, mentre assistevano insieme all’entrata del Globo Rosso nel villaggio. «Basta accodarsi agli speciali e cercare di restare vivi. La gloria verrà da sé.»
Tre giorni dopo, mentre tutti stavano ancora dormendo, alcuni supervisori con le braccia estensibili entrarono nella stalla dove alloggiava il settimo plotone e spinsero tutti nel cortile, sollevando di peso anche tre o quattro soldati per volta. Il messaggero e le altre reclute si ritrovarono in un nebbione gelido che bagnava anche le ossa, mentre avanzavano in formazione compatta lungo una mulattiera che presto si ridusse a un semplice sentiero in mezzo ai boschi.
Erano tutti spaventati. Il messaggero dovette fermarsi più volte a vomitare, finché si ritrovò debole e sfiancato come dopo una febbre. Gli altri del plotone erano nelle stesse condizioni. L’unico che non sembrava scosso era Pomer, che parlava e canticchiava senza sosta e prendeva in giro i più tesi dando loro della faccia di lenzuolo. Ma quando arrivarono in vista di Tersit, un giorno e mezzo dopo, impallidì anche lui. Tersit sorgeva sul fondo di una radura coperta di fango e da quella distanza era solo una linea rossa che si ispessiva leggermente nel mezzo, dove si trovava il fortilizio; eppure quel quasi niente riusciva a terrorizzare anche lo spavaldo Pomer, perché nella nebbia si intuiva la presenza dei carri da guerra che minacciavano di fare a pezzi tutti loro.
Dopo aver deglutito un paio di volte, Pomer fece notare al messaggero che sul lato destro della pianura si allungava una fitta schiera di kelidiani, in massima parte fanti e artiglieri, mentre a destra, sulla cima di una costa rocciosa, balenavano le protesi azzurre degli speciali. Qualcuno cominciò a gridare di spostarsi verso il centro della radura, dove cresceva un magro boschetto. Subito dopo gli obici iniziarono a tirare contro Tersit, che ora somigliava a un lago rosso, a causa dei motori roventi dei carri.
Di quella sua prima battaglia il messaggero aveva ricordi così confusi, da non riuscire quasi a distinguerla dalla seconda o dalla terza e forse anche dalla quarta. Siccome i soldati senza protesi erano considerati carne da macello, gli ufficiali li mandavano avanti per preparare l’assalto delle truppe speciali, e quello che seguiva l’ordine di attacco era un’inondazione di corpi, fango e sangue dalla quale era impossibile isolare singoli episodi.
«Nel momento che cominciavi a correre» cercò di spiegare a Serena, «sembrava che il campo di battaglia diventasse un enorme macinino, nel quale ti ritrovavi a girare come un granello d’orzo, pigiato assieme a migliaia di altri granelli. Man mano che ti avvicinavi al centro della battaglia, ti si chiudeva addosso una muraglia di uomini e di fango così spessa, che non riuscivi né meno a capire se il tizio lì accanto ti stava affiancando o calpestando o se eri tu che lo stavi calpestando. Una puzza insopportabile otturava il naso, la somma delle esplosioni, degli spari e delle grida ti rendeva sordo già dopo il primo minuto, il fumo e la polvere ti verniciavano gli occhi di un giallo monocorde, sul quale trascorrevano ombre e riflessi. Solo ogni tanto si apriva uno spiraglio, e riuscivi a distinguere alcune uniformi brune che passavano a distanza di tiro: allora ti fermavi a mirare e facevi fuoco due o tre volte, prima di rituffarti nella calca. Alla fine la tempesta si calmava, nel senso che spari ed esplosioni si interrompevano e non sentivi più nessuno che ti urlava cosa fare e dove andare. Ti guardavi attorno con gli occhi sgranati, cercando con lo sguardo i tuoi compagni di plotone e facendo la conta di chi c’era e chi no e di quanto rimaneva di chi c’era. Dopo la battaglia di Tersit, per esempio, di Pomer era rimasta solo la parte superiore, dall’ombelico in su.»
Trascorsero tre anni. Tre anni di scontri, di marce in mezzo alla neve, di indicibili sofferenze. Più volte il messaggero si trovò sul punto di morire, a causa di una ferita o di qualche malattia; ma riapriva gli occhi a ogni alba, per quanto la notte fosse dura e fredda. Nel frattempo, siccome non aveva più nessuno al quale chiedere ragguagli sull’andamento della guerra, nessuno almeno che valesse la pena ascoltare, aveva deciso di diventare il Pomer di se stesso: parlava con tutti, origliava, spiava, leggeva di sottecchi le carte sul tavolo del comandante, quando era certo di non essere visto. In questo modo venne a sapere che le operazioni si stavano spostando verso est, perché l’altopiano di Kepher e in generale tutto l’alto Rate si erano rivelati inespugnabili. L’esercito non aveva ancora subito gravissime perdite, perché Caiuri si limitava a difendere le piazzeforti e a respingere le offensive, forse in attesa di una nuova nidiata di carri, ma il problema più grosso era che gli impianti minerari a nord di Kepher erano quasi a regime, e presto migliaia di tonnellate di qedua avrebbero preso la via di Caiuri, da dove sarebbe stato impossibile recuperarle. Bisognava conquistare le miniere quanto prima.
Il messaggero lesse per la prima volta il nome Cufara in un breve dispaccio proveniente dal comando del battaglione. In quei giorni la compagnia Poslan stanziava sui Monti Ossili, badando più che altro a recuperare i feriti e a simulare manovre di attacco e di accerchiamento. Il messaggero scovò il dispaccio nella borsa di un assistente e riuscì a dargli un’occhiata fugace. Nord, lesse, oltre l’Ossilia, in direzione del Monte Iccar, sull’altopiano di Carthos. Partenza entro quaranta ore. Ricongiungimento a Cufara.
Cufara! Un tempo rinomato per la bellezza del paesaggio e gli impianti termali, oggi il villaggio di Cufara era ridotto a una selva di case diroccate sulla cima di una collina tutta punte e tronconi. I pochi civili sopravvissuti all’invasione erano stati confinati in un campo poco lontano e costretti a coltivare patate, mentre le duemila persone uccise durante l’assedio erano ammucchiate in alcune fosse al limitare dei boschi.
La battaglia cominciò tre giorni dopo l’arrivo della Poslan, in una gelida alba che già odorava di inverno. Dal villaggio gli obici iniziarono a tirare contro lo schieramento caiurita prima ancora che la fanteria iniziasse le manovre, sollevando una nuvola di fango e di polvere che precluse del tutto la vista del cielo. Subito dopo le prime compagnie attaccarono sul lato sinistro della valle, sfruttando la posizione del sole che li lasciava in ombra. Dalle falde del colle dov’era posizionata la Poslan, il messaggero poté vedere le schiere in uniforme azzurra muoversi sui declivi, piuttosto simili a file di formiche che a compagini umane, mentre gli obici scavavano il terreno circostante con vanghe di fuoco. Poi toccò al suo plotone. Dopo tre anni non aveva più il cuore in gola, non era più terrorizzato, ma vomitò lo stesso, quando sentì l’ordine di muoversi, più per abitudine che per altro.
Assieme al resto del plotone corse verso il lato in ombra, con l’obiettivo di ingaggiare il nemico e di respingerlo verso i boschi. In realtà si trattava come al solito di spianare la strada agli speciali e di mettersi tra le loro costosissime protesi e i carri da guerra. Ma stavolta gli speciali si trovavano a meno di cento cubiti da loro, e per la prima volta il messaggero poté vederli in azione. Rimase impressionato. I reparti speciali avanzavano in formazioni compatte di venti o venticinque unità, affondando come punte di coltello nella spessa cute dello schieramento nemico: davanti erano disposti i soldati con le braccia estensibili, che spazzavano via tutto quello che si opponeva loro; subito dietro avanzava il grosso della formazione, composto dai soldati con le gambe artificiali e da quelli con gli occhi telescopici: a questi due gruppi spettava il compito di muoversi sui lati dello schieramento e di far fuoco contro chiunque capitasse a tiro; nelle retrovie si posizionavano infine gli assaltatori, che sfoggiavano fucili, lanciagranate e lanciafiamme al posto delle braccia e avevano la consegna di respingere gli assalti laterali e di difendere i gruppi centrali dai carri.
Dopo circa un’ora il plotone del messaggero venne a trovarsi a metà via tra il nemico e gli speciali e fu spazzato via dal fuoco incrociato. Lo stesso messaggero si beccò una scheggia nel fianco destro e fu costretto a ripararsi tra un costone roccioso e un boschetto di betulle. Da quel punto di osservazione notò che la battaglia procedeva in modo strano: i caiuriti non affondavano, non portavano a termine gli assalti, al contrario si limitavano a respingere i kelidiani con uno sbarramento di fuoco che pareva un enorme spreco di munizioni, mentre il grosso dell’esercito rimaneva sulle alture aldilà della valle, semi celato dai boschi. Finché, verso mezzogiorno, Caiuri non smise del tutto di combattere: i carri da guerra si allontanarono velocemente dalla prima linea, mentre fanti e artiglieri si spostarono verso i boschi, come in cerca di riparo. I kelidiani rimasero interdetti: speciali e comuni si scambiavano sguardi interrogativi, cercando di capire se il nemico si stava ritirando come sembrava o cos’altro.
In quel momento si sentirono dei tonfi soffocati, provenienti, si sarebbe detto, dalle falde del Monte Iccar. Rimase solo il tempo di registrare il dettaglio di alcuni riflessi metallici balenanti poco al di sotto delle nuvole, poi l’intera valle fu sollevata in aria e trasformata in un’onda di fuoco, fango e roccia così vasta, che travolse l’esercito kelidiano nella sua interezza.

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7 pensieri su “Il messaggero – L’inverno, Parte I

  1. Letto con attenzione il racconto del messaggero che la voce narrante, uno dei due gemelli, ha ricostruito.
    Devo ammettere che ho letto fino in fondo senza mai sostare o indugiare in altre attività Buon segno.
    Descrivere una guerra di fantascienza non è semplice ma ci sei riuscito con grande efficacia. Dalle tue parole sono scaturite immagini e voci e mi pareva di essere lì ad assistere agli scontri.
    Poi il tutto si è interrotto sul più bello. Pazienza.
    Direi che è ina puntata molto efficace e tra le migliori pagine che ho letto.

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