Il messaggero – L’inverno, Parte II

Si svegliò su una branda allineata a moltissime altre, che accoglievano piuttosto porzioni o pezzi di soldato che soldati. Non appena diede segno di essere cosciente, un ufficiale medico spuntò da chi sa dove e gli ordinò di lasciare l’ospedale, visto che era quasi illeso. Il messaggero si alzò a sedere nonostante il dolore lancinante che lo attraversava a ogni respiro. Era coperto di lividi, doveva avere tutte le costole rotte, e sembrava che qualcuno lo stesse infilzando al fianco con una picca rovente. Ma era vivo. E stava riuscendo a mettersi in piedi ancora una volta.
Raccolte le sue cose e indossata l’uniforme, uscì nello spiazzo davanti all’ospedale, una radura circolare orlata di querce e betulle. Cinque soldati del primo battaglione stavano parlando tra loro accanto a un fuoco improvvisato; il messaggero si avvicinò e chiese se poteva scaldarsi un po’. Gli offrirono un bicchiere di nitro e una sigaretta.
Da loro il messaggero venne a sapere che erano stati i cannoni a lunga gittata a combinare quel disastro. Se ne sentiva parlare da mesi, ma era sempre parsa solo una storia del terrore. Armi così potenti da spazzare via un intero esercito con una dozzina di colpi, da oltre dieci miglia di distanza: chi poteva crederci?
«La realtà è molto peggio» disse uno del gruppo. «Sono bastati quattro colpi per farci a pezzi.»
L’indomani il messaggero parti per il punto di raccolta più vicino, la città fortificata di Ossa, assieme ad altri due del gruppo che ritenevano come lui che fosse l’unica soluzione praticabile. I restanti tre, stufi della guerra e sicuri che non ci fosse più alcuna possibilità di vincerla, preferirono invece disertare.
Arrivato a Ossa, il messaggero andò al comando del suo battaglione e chiese del comandante, il colonnello Bruno. Bruno, un vecchietto arcigno e sempre in collera, dopo averlo rimproverato per il ritardo e aver più volte minacciato di metterlo ai ferri come disertore, gli rivolse una lunga serie di domande: quante compagnie restavano, dov’erano di preciso, quale strada avevano preso dopo la battaglia e in quale direzione, per quale accidenti di motivo non si facevano ancora vive.
Il messaggero, che durante il viaggio da Cufara aveva raccolto una copiosa messe di informazioni, si strinse nelle spalle: «La Poslan, la Hosman e la Sorinken si trovavano tra gli speciali e il nemico, quando è arrivato il primo colpo di cannone, a far da scudo al resto dello schieramento, e sono state vaporizzate dal primo all’ultimo uomo. Io mi sono salvato solo perché avevo una scheggia nel fianco e ho cercato riparo dietro un costone di roccia.»
«E le altre due compagnie?»
«A quanto ne so, tutti quelli che si trovavano a sud del cratere sono scappati sugli Ossili e ora stanno cercando di passare i monti per raggiungere Ossa, come ho fatto io. Ma se non sono ancora arrivati, temo che l’inverno li abbia sorpresi aldilà dei valichi.»
«Allora arriveranno a Ossa quando Ossa sarà già stata distrutta dai cannoni.»
«Poco probabile. I cannoni viaggiano molto lentamente, perché si spostano su rotaia e bisogna costruire loro il tracciato davanti, smontarlo dopo il passaggio, ricostruirlo davanti e via dicendo: un lavoraccio! Che d’inverno non vedo come si possa fare, con i valichi coperti di neve e tutte quelle bufere. Arriveranno in primavera, secondo i tre o quattro genieri con i quali ho parlato.»
Il colonnello guardò il messaggero in faccia per la prima volta da quando era entrato nella sede del comando. Era sorpreso.
«Sei un tipo sveglio, a quanto pare» disse. «E di sicuro hai i nervi saldi. Gli altri che ho interrogato finora non hanno fatto altro che balbettare e piangere… Ora vieni nel mio ufficio e mi ripeti tutto nei minimi dettagli. E se le cose che dici hanno senso come parrebbe, riceverai un nuovo incarico. Mi hai fornito più informazioni utili in venti secondi, di quante me ne abbiano fornite i servizi segreti in tre mesi.»
Da quel momento il messaggero indossò i panni della spia. Siccome i servizi segreti militari avevano fallito miseramente, quando si era trattato di prevedere lo sviluppo dei cannoni e la loro effettiva pericolosità, il colonnello Bruno aveva deciso di organizzare un servizio segreto personale, e il messaggero ne divenne il primo accolito. Secondo il ruolino si occupava di organizzare riunioni e compilare scartoffie per conto di Bruno; in realtà approfittava del passi di sicurezza del colonnello per mettere le mani sui documenti riservati che trovava negli uffici dei generali e per farsi un quadro del conflitto che era precluso ai comandi dei battaglioni.
Una delle informazioni che riusci a ottenere (e che gli valse tre giorni di licenza) riguardava gli speciali. Secondo alcuni rapporti che aveva trovato sulla scrivania del generale Mester, il comandante della Kedo, i chirurghi della sezione scientifica stavano lavorando a pieno regime per impiantare protesi a ogni ferito anche lieve che arrivasse agli ospedali di Ossa e di Mathes. E non si trattava delle solite protesi: uno dei rapporti parlava di un tizio di Lungofiume, al quale avevano sostituito tutto il corpo, lasciando solo la testa e un po’ di colonna vertebrale. Questo rafforzamento dei reparti speciali stava dando i suoi frutti. Siccome la guerra non si poteva più combattere in campo aperto, lo stato maggiore aveva stabilito di attaccare i cannoni da breve distanza, con rapidi ingaggi mirati, e a questo scopo gli speciali si rivelavano utilissimi, grazie alla loro velocità e precisione. E se all’inizio sembrava davvero che i cannoni dovessero arrivare da un momento all’altro, in seguito ci si accorse che la strategia funzionava, che i cannoni più in là di un certo punto non riuscivano ad andare. Anche perché, per valicare le cime maggiori, non c’era altra via che smontarli e rimontarli sull’altro versante: un’operazione lunga e complessa, che un semplice temporale o un attacco al momento giusto trasformavano in un’impresa disperata.
Al messaggero piaceva il nuovo incarico. Perché lo teneva lontano dal fronte, certo, ma anche e soprattutto perché era bravo. E poi gli lasciava la possibilità di godersi la splendida Ossa, alla quale si affezionò come a una seconda Kelidia. Stava dietro al colonnello anche per quindici ore al giorno, ma la notte l’aveva tutta per sé. Passeggiava lungo il fiume, bighellonava nei vicoli, si affacciava dalle terrazze pensili sugli strapiombi delle rupi orientali. Alla fine, stanco e infreddolito, si infilava in una delle molte taverne del porto, bettole maleodoranti dove di quando in quando s’incontrava perfino una ragazza, a volte anche carina, e qui tirava fino all’alba.
Matha se ne stava al bancone della più lercia di queste taverne e faceva a gara con certe sue amiche su chi riusciva a bere la maggior quantità di spuma di essenza prima di perdere i sensi. Il messaggero si unì alla gara solo per conoscere la ragazza con i capelli scuri che faceva più baccano da sola dell’intera congrega di ubriaconi dai quali era circondata. Né meno mezz’ora dopo, Matha gli aveva già raccontato tutta la sua vita: dei genitori morti mentre viaggiavano sui Masseli, travolti da una slavina, di come da quel momento aveva dovuto cavarsela da sola, con risultati altalenanti, dei ragazzi che aveva frequentato e che alla fine era sempre stata costretta a stendere con un pugno. Aveva lavorato prima come cameriera, poi come apprendista da una sarta, poi come magazziniera; alla fine l’avevano assunta alla Oksa, una delle tre fabbriche ancora attive della città, che un tempo produceva maniglie, oggi proiettili e mine anticarro.
Il messaggero era incantato. Riaccompagnò Matha a casa a notte fonda, e lei pretese che si fermasse, anche per dispetto alla padrona di casa, che non tollerava quel genere di commerci. Da allora e per i successivi due anni non passò giorno senza che si vedessero, a meno che il messaggero non fosse a nord per conto del colonnello, e anche allora le faceva arrivare una o due lettere ogni settimana, tramite una staffetta. Quando invece era in città, spendevano assieme ogni momento libero, nei boschi attorno alla città o in cima al colle Gusa, e non riuscivano a togliersi le mani di dosso per più di pochi respiri. E la cosa strana di questi momenti era che l’illusione di trovarsi in una realtà completamente diversa li soverchiava non appena si avvicinavano, facendo sparire la guerra, i cannoni, la morte.
Ma la morte li assediava da ogni lato. Viaggiando nelle retrovie, il messaggero aveva modo di valutare la situazione sempre più grave nella quale versava l’esercito. In tre anni e mezzo i caiuriti avevano invaso e raso al suolo oltre venti villaggi e almeno dieci cittadelle, e ogni volta che obbligavano i kelidiani a uscire in campo aperto, era un’ecatombe.
L’unica speranza era rubare un cannone. Un paio di squadre c’erano anche andate vicino, ma il piano falliva immancabilmente quando si trattava di portare l’arma in territorio kelidiano, perché la lentezza dell’operazione consentiva al nemico di raggiungere i ladri molto prima del fronte.
Anche il colonnello Bruno si stava dedicando a un progetto del genere, di propria iniziativa e in gran segreto. A questo scopo aveva messo assieme una squadra, della quale insisté che facesse parte anche il messaggero. Il messaggero era riluttante, perché significava stare almeno sei mesi lontano da Matha, ma alla fine cedette. Né meno tre giorni dopo partì per il fronte assieme a quindici commilitoni dei quali non gli fu mai rivelato il nome, con l’obiettivo di rubare un cannone denominato Giaguaro. Oltrepassate le linee nemiche vestiti da pastori, inaugurarono una lunga stagione di sotterfugi e violenze: per raccogliere informazioni, il gruppo non esitava a rapire, torturare e uccidere non solo gli artiglieri nemici che arrivavano loro a tiro, ma anche i civili che in qualche modo collaboravano con l’equipaggio o erano entrati in contatto con uno di loro. Nessun caiurita intuì mai che si trattava di kelidiani: parlavano bradi, vestivano e puzzavano come pastori di Gorra, si comportavano come briganti piuttosto che come spie. E non lasciavano testimoni.
Alla fine del sesto mese erano pronti ad agire. Il gruppo conosceva ogni dettaglio del Giaguaro, incluse le procedure di puntamento e i codici per il lancio. Lo assaltarono mentre percorreva uno stretto varco tra due pareti rocciose, isolandolo con una frana dal resto del contingente e calandosi sulle piattaforme superiori dall’alto del dirupo. Uccidere equipaggio e scorta fu piuttosto semplice, e così impedire al contingente di recuperare la posizione, mediante un singolo colpo di cannone sul fianco della montagna. Ma ora si trattava di portar via un’arma da duemila tonnellate prima che i caiuriti aggirassero la frana.
Ed era qui la trovata: invece di manovrare il cannone sul tracciato ferroviario, il gruppo lo smantellò secondo la procedura utilizzata per oltrepassare i valichi, e nascose i seicentoventisei pezzi in fondo a un dirupo e in alcune caverne poco a nord del fiume Ampha. L’intenzione era recuperare i pezzi più avanti, quando i caiuriti avrebbero smesso di cercarli, e trafugarli in territorio kelidiano durante la prima transumanza, occultati nei carri da pastori.
Ma una volta passato il confine, il messaggero e i suoi trovarono che la situazione era radicalmente cambiata. La via per Ossa era sotto il controllo di Caiuri, che aveva sfondato lungo il Rate e stava puntando alle piazzeforti kelidiane.
Arrivati a Ossa dopo mille difficoltà, trovarono che la città era stata evacuata quasi per intero. Il colonnello Bruno li accolse con un sorriso esultante, congratulandosi per il successo. Ma poi prese da parte il messaggero e fece una faccia così scura, che lui comprese subito che si trattava di Matha.
Di quello che sentì subito dopo, decifrò solo poche parole, occupato com’era a non perdere i sensi. Ma alla fine fu tutto fin troppo chiaro. Matha era scomparsa sui Masseli assieme alle altre duecento persone con le quali stava viaggiando verso Mathes: partito due mesi prima, il convoglio non era mai arrivato a destinazione, non si sapeva per quale causa, e sulla via non ne restava alcuna traccia.
Una volta rimasto solo, il messaggero sedette a terra. Ricordò l’ultima volta che aveva visto Matha, poco prima di partire. L’aveva salutata più calorosamente del solito, perché temeva di non tornare vivo dalla missione. Non avrebbe mai immaginato di non trovare viva lei.
Pochi giorni dopo l’esercito di Caiuri arrivò in vista della città. Ancora nessun colpo di cannone era stato sparato, perché le manovre diversive sui due versanti dei Monti Ossili erano riuscite a rallentarne l’avanzata, ma non sarebbe durata a lungo. Ormai erano fuggiti quasi tutti a Mathes, l’ultima città fortificata del Bradishar.
Prima che anche il colonnello Bruno partisse, il messaggero gli chiese di essere reintegrato nel ruolo di supervisore e di essere assegnato a un plotone della compagnia Bethren, comandata in prima linea. Non perché desiderasse morire, spiegò al colonnello, ma solo perché gli sembrava giusto.
La battaglia andò anche abbastanza bene, finché non arrivarono i cannoni. Poi si sollevò la solita mareggiata di fuoco, e la splendida Ossa fu cancellata. Un disastro quasi peggiore di Cufara, non meno terribile perché annunciato. Il messaggero sopravvisse solo perché combatteva in prima linea, mentre i cannoni erano puntati sulla città.
Arrivò a Mathes due mesi dopo, vincendo la fiera opposizione dei Monti Masseli. Oltrepassata una piccola altura, vide la città stagliarsi nera e solenne sullo sfondo bianco dei monti, con le sue ventisei torri di arenaria che sembravano scagliarsi contro il cielo in tempesta e i contrafforti che affondavano nel cuore stesso della montagna. Una volta arrivato in città, non cercò Bruno né alcun altro dei suoi conoscenti di Ossa. Si presentò invece al comando della Bethren e chiese ordini. Il comandante, un giovane capitano dall’aria smarrita, gli disse che non c’erano ordini. L’intero esercito di Caiuri si stava radunando a Ossa per muovere contro Mathes, mentre l’intero esercito kelidiano si stava radunando a Mathes per organizzare l’estrema difesa. Ma a parte l’adunata, nessuna indicazione era ancora arrivata dallo stato maggiore.
La battaglia ebbe inizio sei settimane dopo e durò quasi un anno e mezzo. Un tempo lunghissimo, considerata la disparità delle forze in campo. Ma i caiuriti (e forse anche i kelidiani) non avevano fatto i conti con le munitissime fortificazioni di Mathes. La montagna stessa faceva da baluardo alla città, offrendo riparo in oltre sedici livelli di cunicoli scavati nella roccia viva. Il messaggero soggiornava con l’intera Bethren nel quarto livello, e passava il tempo a far niente, in attesa che la situazione evolvesse in un senso o nell’altro. Solo ogni tanto il suo plotone era mandato ai camminamenti esterni, per sorvegliare che il nemico non tentasse un assalto ravvicinato dalle falde della montagna, ma era raro che facessero altro lassù che morire di freddo.
I caiuriti davano segni di sconforto. Dopo mesi di cannoneggiamenti senza frutto e una mezza dozzina di tentativi di invasione che gli speciali avevano respinto agevolmente, ora si trovavano in difficoltà. Erano a corto di derrate, ma soprattutto di proiettili: nei giorni di magra riuscivano a sparare appena un colpo, e a volte né meno uno.
Poi, quattordici mesi dopo l’inizio dell’assedio, il messaggero era sui camminamenti con il suo plotone, pronto al cambio di turno, quando sentì l’inconfondibile tonfo di un colpo di cannone. Ma era così vicino! Che Caiuri si fosse avvicinata a tal segno, senza che se ne accorgessero? Un commilitone indicò la collina alla destra di Mathes, dove spuntava una colonna di fumo. Subito dopo si sentì un boato. Il messaggero si sporse a guardare il fianco della montagna, dove immaginava fosse arrivato il colpo di cannone, ma non vide niente. Un altro commilitone gli indicò l’altro lato della valle, dov’erano schierati i caiuriti. Altissime fiamme si alzavano da quel punto, rischiarando un enorme cratere.
«Il Giaguaro!» esultò il messaggero, con un entusiasmo che non credeva di poter ancora provare.
Nessuno lo sentì, perché in quello stesso momento il cannone trafugato dalla sua squadra sparò un secondo colpo, che dissolse nel buio un’enorme pezzo di collina.
Una volta al riparo, il messaggero venne a sapere che era stato il colonnello Bruno a recuperare il cannone, approfittando delle maglie larghe della rete di sorveglianza caiurita. Erano tutti euforici. Anche perché presto si diffuse la notizia che non erano semplici proiettili, quelli sparati dal Giaguaro. A quanto pareva, i genieri del terzo battaglione avevano sostituito l’olio che serviva a tenere in asse i proiettili durante il volo con una generosa dose di qedua.
Al sentire quella notizia, il messaggero e gli altri della Bethren furono colti da un brivido: immaginarono il qedua, aizzato dallo scoppio della carica, dal volo e dal successivo impatto, divorare tutti i soldati che trovava, vivi, morenti o morti, in un’onda di polvere alla quale nessuna arma poteva opporsi.
Una mossa che avrebbe di certo portato alla vittoria, se i kelidiani avessero avuto qedua sufficiente a guarnire più di due proiettili. O una tale scorta di acciaio, da fabbricare altri proiettili, oltre ai cinque rinvenuti all’interno del Giaguaro.
Una volta che il cannone kelidiano ebbe esaurito i colpi, si capi invece che non restava più alcuna possibilità di vittoria. Il qedua aveva ucciso migliaia di nemici, ma non tutti, e Caiuri aveva ancora a disposizione due cannoni, che distrussero il Giaguaro con un colpo a testa. Poi tornarono a dedicarsi a Mathes. Ma a quel punto Gaard e il suo seguito erano già sulla via di Kelidia, fuggiti attraverso un cunicolo sotterraneo, e così la maggior parte degli speciali e delle truppe di artiglieria.
Quando i caiuriti tentarono un nuovo assalto alla città, rimanevano a difenderla solo otto battaglioni di fanteria e un paio di compagnie di speciali. Il messaggero era tra loro, comandato alle mura settentrionali con il resto della Bethren, e combatté strenuamente, come se davvero ci fosse una possibilità di vincere la battaglia.
Alla fine, dopo un’ora di insostenibile sofferenza, quando ormai i kelidiani iniziavano a domandarsi se non fosse il caso di buttarsi giù dalle mura anziché difenderle, un colpo di cannone misericordioso mise fine al loro travaglio, spezzando anche l’ultima difesa dell’ultimo baluardo.

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8 pensieri su “Il messaggero – L’inverno, Parte II

  1. Prosegue il racconte del messaggero. Davvero interessante e accattivante. Sei riuscito a creare il clima giusto per rendere piacevole questa descrizione di una guerra dagli esiti incerti e che produce, come inevitabilmente producono tutte le guerre, morti, feriti e distruzioni.
    Direi che prosegue in maniera impeccabile e avvincente. Cosa succederà poi la nostro messaggero?

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    • Grazie delle tue generose parole. Sono consapevole di aver arenato la trama su una lunga digressione che poco aggiunge alla storia principale. Ma temevo che senza viverla la guerra sarebbe rimasta solo una parola per il lettore, e l’orrore più richiamato che effettivamente rappresentato. È stato laborioso (ho dovuto saltare la pubblicazione mercoledì scorso perché ero ancora in alto mare) ma sono contento che il risultato non ti dispiaccia e non affatichi la lettura. Ancora grazie.

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