Il messaggero – Altre nuvole, Parte I

Nell’arco di poche settimane riuscimmo dunque a farci un quadro abbastanza preciso delle molte vicissitudini del messaggero. Eppure mancavano parecchi dettagli importanti. E anche se il messaggero stava lì a raccontare per interi pomeriggi, non c’era ancora verso di sapere chi lo avesse quasi ucciso a Sendero, o per quale motivo avesse smesso l’uniforme azzurra dell’esercito e indossato quella nera dei messaggeri, o almeno quale tipo di protesi i chirurghi di Gaard gli avessero impiantato e in quali circostanze.
Ma poi, un pomeriggio che badavamo al mulo nella rimessa accanto all’officina, sentimmo la parola protesi slegarsi dal fitto brusio che riecheggiava nel cortile, scandita con impazienza dalla voce del messaggero. Drizzammo le orecchie. Ma fu lo stupore che trapelava dalla risposta di Serena che ci indusse a piantare lì il lavoro e a metterci a spiare dalla porta socchiusa.
«Non vorrai farmi credere che la tua pelle non è sintetica, perché scusa, ma è un vero orrore» stava dicendo Serena. «Non assomiglia né meno lontanamente alla pelle umana. E i rumori che si sentono nella tua pancia? E la faccenda di vomitare robaccia blu?»
«Resta il fatto che non ho alcuna protesi» insisté il messaggero. Si concesse una pausa, forse per decidere se era il caso o meno di raccontare quella storia, poi proseguì: «Se sono così… strano, è solo perché il qedua fa le cose a modo suo. A volte copia fedelmente. Altre volte si limita ad abbozzare. Altre volte gioca. Ecco, io sono tutte e tre queste cose. Una copia fedele, per certi versi. Appena un abbozzo, per altri. Una parodia, a ben vedere.»
«Ora cosa c’entra il qedua?»
«C’entra, perché ero a Sendero il giorno dell’implosione.»
Una brevissima pausa. Poi Serena, scettica: «Nessuno è sopravvissuto all’implosione.»
Ancora una pausa. Poi il messaggero, con voce roca: «Non ho mai detto di essere sopravvissuto.» Rifletté ancora se era il caso di proseguire, ma solo per pochi istanti: ormai la storia andava raccontata fino in fondo.
«Quando sono arrivato a Kelidia, due mesi dopo la caduta di Mathes, ho trovato un’indicibile confusione» disse. «L’intera città era un enorme cantiere, con militari e civili che si affannavano ad allestire e perfezionare le difese in vista del prossimo assedio. Man mano che arrivavamo al quartier generale di Matander, i comandi dei battaglioni ci spedivano ai lavori più urgenti: rinforzare gli edifici principali, scavare le trincee e i rifugi, spostare le derrate alimentari nei locali del vecchio acquedotto e via dicendo. La priorità era limitare al massimo i danni inflitti dai cannoni. Dopotutto Mathes aveva resistito oltre un anno e mezzo, si sperava che Kelidia durasse almeno il triplo. Il comandante del terzo Kedo non era più Bruno, morto di fiore rosso sulla via del ritorno, ma un giovane colonnello che non mi ha né meno guardato in faccia, prima di spedirmi a scavare un rifugio in cima al Colle Kedo. Ho spalato terra per oltre un mese. Poi al cantiere è arrivato un capitano con la faccia sfregiata, che ci ha guardati tutti per qualche respiro e poi ha detto: tu, tu e tu, indicando alcuni di noi, me compreso. Ci ha ordinato di seguirlo, ci ha fatto indossare le giacche delle uniformi che avevamo tolto per scavare, e ci ha spedito a Sendero, agli impianti minerari. Qui il nostro primo compito è stato costringere i minatori a rimanere al lavoro. L’esercito di Caiuri si avvicinava a tappe forzate, e tutti avevano paura dei due cannoni rimasti, la Lince e il Coguaro, inclusi i minatori, che si vedevano già presi di mira. Noi stavamo dentro le miniere assieme a loro e gli puntavamo addosso i fucili, con l’ordine di pestare a sangue e in caso uccidere chiunque tentasse di fuggire o istigasse gli altri a farlo. Ma poi i cannoni sono arrivati davvero, gli impianti erano quasi a distanza di tiro, e allora il compito è diventato scortare quelli che fino al giorno prima erano nostri prigionieri al Blocco Dodici, dov’era l’adunata. La piazza centrale del blocco era gremita: giovani, vecchi, donne, bambini. Tutti accalcati in mezzo, con un triplo cordone di soldati attorno. Circa seimila persone. Non potevamo metterli in fila e guidarli in un’unica direzione, avremmo impiegato giorni per arrivare ai rifugi di Ponte Arco. Così i comandanti della brigate Kedo e Kiriak, dopo un’ora di conciliabolo, hanno deciso di dividere i civili in tre gruppi, due diretti su vie diverse a Ponte Arco, il terzo al Passo del Piviere, dove non c’era niente che valesse la pena colpire. Intanto i genieri, ai quali era stato affidato il comando dell’intera operazione, minavano gli ingressi degli impianti, rifacendo per la centesima volta i calcoli sulla quantità di esplosivo necessaria a far crollare la giusta quantità di roccia. Ma la vera incognita era la reazione del qedua a quella che sarebbe stata a tutti gli effetti un’aggressione premeditata. Già negli ultimi tempi la paura dei minatori aveva annerito la vena, suscitando echi di rabbia e disagio dai suoi recessi più profondi; ora quell’affronto rischiava di liberare un’energia incontenibile, tale da uccidere all’istante chiunque si trovasse a tiro. Per questo il crollo doveva essere immediato e chiudere ogni possibile via di fuga fin dal primo istante. Insomma, c’era da spremersi le meningi. Ma nessuno conosce il qedua meglio di noi kelidiani, e davvero non c’era motivo di pensare che le cose andassero diversamente da com’era previsto. E anche se un migliaio di civili, gli ultimi evacuati dagli ingressi sud e nord, stavano ancora un po’ troppo vicini alle miniere, il vento tirava da ovest, la temperatura stava salendo secondo la giusta armonica, la pressione era stabile: le condizioni ideali. I genieri sapevano che ci sarebbe stata la nube, impossibile bloccare del tutto la fuoriuscita di qedua, ma il vento l’avrebbe spinta a est, ritenevano, disperdendola oltre Sendero, lungo il corso dei canali di irrigazione, fino alle pietraie di Colle delle Falene.»
«Ma non è andata così.»
«Non per colpa dei genieri. Non credo si potesse fare di meglio, considerate le circostanze.»
«Si poteva non far saltare le miniere.»
«Questo dovresti dirlo a Cogrud. L’ordine è arrivato direttamente dalla prefettura, scavalcando lo stato maggiore e perfino il Gran Maresciallo Gaard. Cogrud, da buon presidente e amministratore, aveva a cuore più di ogni altra cosa gli interessi della Kyplex, e Caiuri, come saprai, aveva rinvenuto una vena più ricca di quella di Sendero, poco lontano da Kepher. E anche se non riusciva a ricavarci un solo dinaro, perché i suoi tecnici non sapevano niente del qedua, Cogrud aveva paura che trovasse nelle nostre miniere quanto occorreva per avviare la produzione…»
Serena lo interruppe: «Lasciamo perdere Cogrud, ti spiace? Perché se comincio a dirti cosa penso davvero delle sue scelte, finisce che parlo solo io per il resto del pomeriggio.»
«Come preferisci. Per farla breve, il piano era ben congegnato. E l’implosione è andata esattamente secondo i piani. Le bocche delle miniere sono collassate, milioni di tonnellate di roccia e detriti hanno sepolto le camere di estrazione, degli impianti è rimasto solo un enorme cratere perfettamente sigillato e circoscritto. Tutto secondo i piani. I genieri, che finito il lavoro erano saliti al Passo del Piviere con noi, hanno esultato come bambini. Ma poi, mentre erano ancora lì che si davano pacche sulle spalle, dal fondo del cratere ha cominciato a fuoriuscire un fumo nero, densissimo, che si è presto condensato in una enorme nuvola. Dovevi vedere le loro facce. Erano stravolti. Perché la nuvola cresceva, cresceva, e ora stava straripando dal bordo del cratere sui blocchi adiacenti e si stava sollevando in una colonna così alta, da toccare gli strati inferiori delle nuvole. Poi si è aperta come un ombrello e ha cominciato a piovere sulla conca. E indovina? Del vento non le importava niente. Al contrario, scendeva a piombo, ricoprendo omogeneamente, strato su strato, l’intero sobborgo. E intanto si agitava come un mare in burrasca, con onde altissime che si infrangevano lungo i declivi della conca, fin quasi alla ferrovia. Terrorizzati, abbiamo visto le onde di qedua investire in pieno i blocchi sette e nove e sommergere le rampe di Ponte Arco, dove erano radunate almeno quattromila persone. Poi è toccato a noi. Eravamo appostati sopra il passo, duecento soldati e oltre mille civili. Al sicuro, sembrava. Ma ora Sendero era sparita, e al suo posto c’era solo questo mare di qedua (ma c’era così tanto qedua nelle miniere?) che si agitava sempre di più, con onde sempre più alte. Poi un’onda si è sollevata oltre il declivio settentrionale della conca, ha superato di slancio le prime balze di Colle delle Falene ed è riuscita perfino a scalare lo strapiombo del passo, sospinta da una forza in netto contrasto con le leggi naturali. Noi eravamo sulla sua strada. Anzi, sembrava proprio che ci stesse prendendo di mira. Ho gridato. Ma il grido mi si è strozzato in gola ancora prima di uscire. Mezzo respiro, e tutto è diventato blu. Anche dentro di me. Ero pieno di qedua. E il qedua è il peggior ospite che si possa immaginare: ostruisce i pori, si incastra nei denti, si avvolge come un panno bagnato alla lingua, striscia tra le palpebre e gli occhi, si arrotola e si contorce sotto le unghie. E intanto che è dentro, cambia, sovverte, distrugge ricostruisce, obbedendo solo al capriccio.»
Serena era sbigottita: «Come hai fatto a sopravvivere a questo?»
«In effetti credevo di morire. Mi sono accasciato. Ho chiuso gli occhi, convinto di non riaprirli mai più. Ma poi mi sono svegliato. Anche gli altri si stavano svegliando. Alcuni solo per pochi istanti, perché erano messi troppo male: sembrava che qualcuno li avesse fatti a pezzi e rimontati a caso, con un occhio pieno di orrore che si muoveva in mezzo a un groviglio di braccia e di gambe. Non gridavano, non parlavano, ma era chiaro che soffrissero atrocemente. Fortuna che duravano poco. Altri erano in condizioni migliori, ma avevano tipo delle parti fuori posto, come un braccio in mezzo alla pancia o le dita sulle ginocchia. Quando se ne accorgevano, cadevano in preda al panico, staccavano le parti fuori posto e cercavano di rimetterle dove andavano. Ma alla fine si mutilavano e basta, aggravando il loro stato senza riuscire a uccidersi.»
«E tu?»
«Io ero tra quelli che stavano meglio. Due o tre su dieci, forse. Forse meno. Eravamo più morti che vivi, ma almeno i pezzi erano al posto giusto e sembrava che funzionassero. Sono riuscito ad alzarmi. Sono andato al punto di raccolta più vicino, per vedere se potevo dare una mano. Attorno alla tenda c’erano alcune persone, più o meno in buone condizioni. Erano tutti stravolti e imbambolati. E stupiti di riuscire a tenersi insieme. Anch’io ero stupito. Non riuscivo a dare un nome a quello che era successo. Di catastrofi ne avevo vissute tre fino allora: Cufara, Ossa e Mathes. Ma questa non assomigliava a nessuna delle tre. Non si vedeva né meno una goccia di sangue, solo un fiume di polvere blu. La più innocua delle scaramucce era un mattatoio, al confronto. Ma poi ho notato una bambina. Una bambina piccola, di circa tre anni. Stava in piedi vicino alla tenda e si guardava le scarpe. Pareva star bene, se non si faceva caso al dettaglio che il vento le consumava le scarpe un po’ alla volta. Mi sono avvicinato, per offrirle aiuto, ma in quel momento è accorsa la madre, che doveva averla persa. Piangeva. Si è inginocchiata e le ha accarezzato i capelli. Poi le ha infilato le mani sotto le braccia per sollevarla. Ma quando l’ha fatto, la bambina è svanita in una nuvola di polvere, e la madre è rimasta così, con le braccia sollevate, esterrefatta, incredula.»

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11 pensieri su “Il messaggero – Altre nuvole, Parte I

  1. Leggo questo nuovo episodio, che comincia a svelare i misteri del messaggero. Come è tuo costume, e io l’apprezzo molto, parti con lentezza e gradualità, costringendo il tuo lettore a non interrompere la lettura. Il tono e lo stile narrativo è sempre in linea con quello che la storia racconta.
    C’è molta fantasia ma ben distribuita ma in particolare, e questo è un dettaglio che apprezzo molto, le parole si tramutano in immagini e parole, per cui mi sembra di essere spettatoree attore nella storia.

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    • Ti ringrazio molto dei complimenti, come sempre generosi, e dell’analisi puntuale e competente. Riuscire a trasportare il lettore in un mondo che esiste solo nella mia immaginazione è il solo motivo per cui scrivo. Sono felice di riuscirci anche solo qualche volta. Di nuovo grazie

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