Il messaggero – Altre nuvole, Parte II

Si interruppe, e sembrava che non avesse intenzione di aggiungere altro. Dalla rimessa sentimmo l’inconfondibile rumore del ciocco sul quale sedeva di solito che vacillava, segno che si era alzato in piedi per ritornare in camera.
Ma Serena non era d’accordo «Dove credi di andare?» disse. «Non puoi piantarmi in asso prima di aver finito la storia.»
«La storia è finita.»
«No che non è finita! Devi ancora dirmi che fine hanno fatto quegli altri, quelli che erano vivi dopo l’implosione.»
«Non c’è niente da dire.»
«Ma scherzi? Qui a Kelidia abbiamo sempre saputo, ci hanno sempre detto, che nessuno è rimasto vivo dopo l’implosione. E allora dove sono i superstiti? Dove sono andati, dove si nascondono?»
«Da nessuna parte. Quello che ti hanno detto è vero: nessuno è rimasto vivo dopo l’implosione.»
«Smettila con i tuoi soliti giochetti, per favore. Rispondi alla domanda. Dove sono? Che fine hanno fatto?»
Il messaggero mandò un sospiro: «Tu non molli mai, vero? Una volta che addenti l’osso…»
«Rispondi!»
«Cosa vuoi che ti dica? Non ne ho idea. Dispersa la nube, dopo non so quante ore dall’implosione, sono sceso verso la tenda del coordinamento, alle pendici di Colle delle Falene, per vedere se là era rimasto qualcuno. Ho trovato circa venti persone, una mezza dozzina di soldati e il resto civili. Stavano lì a guardarsi in faccia l’uno con l’altro, domandandosi silenziosamente come dovevano interpretare quello che era successo, in quale modo bisognava reagire al radicale cambiamento che li aveva coinvolti. Nessuno diceva una parola. Quando sono arrivato, si sono limitati a gettarmi un’occhiata carica di disperazione, come se si aspettassero che dessi loro aiuto, ma allo stesso tempo riconoscessero l’inutilità del mio intervento. Dopotutto per molti di loro ero solo un carceriere, uno che fino a due giorni prima passava il tempo a tenerli sotto mira. Poi alcuni, in gran parte minatori (ma anche un paio di soldati), si sono allontanati verso Sendero, sempre senza parlare, ma in perfetto sincrono, come se avessero già preso accordi in precedenza. Io e pochi altri siamo rimasti invece nei pressi della tenda per ancora non so quanto tempo, prima di dividerci e imboccare strade opposte, verso Kelidia o verso nord, oltre il passo. Non ho mai più rivisto nessuno di loro.»
Serena rifletté per qualche minuto. «E tu dove sei andato?»
«Dove puoi immaginare, considerato che fino a pochi mesi fa mi trovavo nel Bradishar.»
«Vuoi dire che dopo tutto quello che hai passato, sei semplicemente rientrato in servizio?»
«Sono andato a Matander e mi sono presentato al comando del terzo battaglione.»
Serena era sbalordita: «Ma eri morto! Per l’esercito eri uno dei seimila caduti di Sendero: nessuno ti avrebbe mai dato la caccia, se fossi sparito, anzi forse avrebbero perfino consegnato una medaglia ai tuoi genitori. Perché non sei andato in qualche posto tranquillo, dove potevi restartene in pace? Non eri stufo della guerra?»
«Be’ sì, certo che ero stufo. Dopo quasi dieci anni! E conta che mi hanno anche messo ai ferri, una volta arrivato al comando, perché non ero a Sendero come mi era stato ordinato. Ma non potevo fare altrimenti. Avevo bisogno di tornare a combattere.»
«Eh?»
«Anche se dopo la nube continuavo a respirare, a camminare, a pensare… insomma, a esistere, non credere che fosse facile. Al contrario, era molto faticoso, almeno all’inizio. Dovevo rimanere costantemente concentrato, perché sarebbe bastato un minimo cedimento, una piccolissima distrazione, per svanire in una nuvoletta blu, come quella bambina al Passo del Piviere. Ed ero così stanco, che poteva succedere da un momento all’altro. L’unica possibilità di sopravvivere era trovare un punto fermo, un perno attorno al quale far ruotare il poco che restava della mia vita. Ma dove trovarlo? Ero completamente solo: la guerra si era portata via tutti i miei amici, la ragazza che amavo e anche i miei genitori, in un certo senso, che dopo nove anni senza notizie mi avevano dato per morto e ora mi fissavano stravolti tutto il tempo, quando andavo a trovarli, come se fossi uno spettro. E allora quale poteva essere il perno del quale avevo bisogno, se non proprio la guerra, l’unica compagna che in tanti anni non mi avesse abbandonato?»
«Sai che è da pazzi, vero?»
«Sul momento mi è parso ragionevole.»
«Ragionevole? Hai deciso di mettere di nuovo a rischio la tua vita al solo scopo di continuare a vivere. Come puoi dire che è ragionevole?»
Il messaggero non rispose, forse piccato dalla nota di scherno che trapelava dalla voce di Serena. O forse, più probabilmemte, perché a quel punto la storia era finita sul serio, perché davvero non c’era altro da dire.
I suoi racconti riprendevano dal giorno che uscì di prigione per schierarsi a difesa della città, né meno una settimana dopo l’arresto… Ma questa parte della storia non la ascoltammo con molto interesse, anzi la ignorammo del tutto, perché l’assedio lo avevamo vissuto in prima persona, e il messaggero non poteva aggiungere niente di nuovo al ricordo di quei terribili mesi, alla paura e alla disperazione che provammo sotto il tiro dei cannoni.
Dopo i primi quattro giorni di battaglia, durante i quali Kelidia fu colpita almeno una dozzina di volte, nessuno credeva più alla possibilità di vincere o anche solo di sopravvivere, incluso lo stesso Cogrud, che si rinchiuse nella Meridiana con i familiari e la servitù ad attendere la fine. Ma la Lince e il Coguaro non dovevano avere a disposizione poi così tanti proiettili come temevamo, perché in breve i colpi si ridussero a due o tre alla settimana, che erano obiettivamente troppo pochi per fiaccare il nostro morale, per obbligarci alla resa. Né meno con assalti di altro tipo sembrava che i caiuriti riuscissero a far breccia: ogni volta che si arrischiavano a passare il Rate, i contrattacchi dei reparti speciali li bloccavano puntualmente in mezzo ai vicoli di Matander, procurando loro gravissime perdite.
Così trascorsero ben otto mesi prima che si giungesse a uno scioglimento. Kelidia era ridotta in macerie, i morti erano arrivati a cinquantamila, ma la popolazione teneva duro, mentre l’esercito si stava rafforzando e riorganizzando, con i chirurghi militari che attaccavano pezzi di kyanoplastica a chiunque capitasse sul loro tavolo operatorio. Fu a questo punto che il qedua iniziò a mietere le messi, e l’esercito di Caiuri a perdere decine e poi centinaia di soldati al giorno. E tutto perché Grigio aveva scelto di alloggiare i contingenti, inclusi gli equipaggi dei cannoni, a Sendero e a Colle delle Falene, dove tutto era ricoperto da un’invisibile, impalpabile pellicola di qedua. Per otto mesi i caiuriti avevano mangiato, bevuto e respirato qedua, e ormai i loro organi interni erano ridotti a simulacri d’organo, a imitazioni in qedua che si andavano progressivamente sfaldando.
Quando i cannoneggiamenti cessarono del tutto, Gaard e il suo stato maggiore capirono che era arrivato il momento di contrattaccare. All’alba di un livido giorno d’autunno l’ordine di adunata raggiunse tutti i battaglioni dell’esercito. Il piano era attraversare il fiume a sud di Ponte Rosa e a nord di Colle delle Falene e attaccare lo schieramento di Caiuri ai fianchi, dov’era più vulnerabile. Il secondo e il terzo battaglione Kedo furono invece spediti a Ponte Arco, con il compito di attirare il fuoco nemico, mentre il resto dell’esercito raggiungeva le postazioni.
Il messaggero combatté la prima parte della battaglia tra i piloni di Ponte Arco, in un groviglio di carne, travi metalliche e funi d’acciaio che in breve si sciolse in un’ondata di sangue. Il suo corpo sembrava funzionare come al solito, e nessuno avrebbe detto che quel soldato di corporatura media, forse solo un po’ sbilenco nell’incedere, con la pelle magari un po’ strana, come appesa male alle grucce delle ossa, fosse altro che un comune soldato. Eppure lui faticava perfino a considerarsi un’entità unica: aveva la sensazione di trascorrere al suolo piuttosto che di camminare, di attraversare i nemici che assaliva e i commilitoni che fiancheggiava come una folata di vento, di penetrare nei corpi di quelli che uccideva assieme alla baionetta o ai proiettili. E anche se botte, tagli e colpi gli facevano ancora male, era un dolore lontano, ovattato, privo di allarme e di paura.
Alla fine, quando anche il grosso dell’esercito kelidiano ingaggiò, i caiuriti si ritrovarono in trappola e caddero vittima di un terribile eccidio, che ridusse drasticamente i loro ranghi. La retroguardia fu costretta a risalire verso Colle delle Falene e poi a ripiegare sui Kelissi, mentre le prime linee soccombevano all’assalto. I kelidiani inseguirono i fuggitivi fino alle falde dei Kelissi, dove trovarono, abbandonati e semi distrutti, la Lince e il Coguaro, segno inequivocabile che la battaglia era vinta.
Da quel giorno la guerra si rifece lontana, e le truppe del Gran Maresciallo, per quanto rotte e decimate, tornarono a corteggiarla tra le nevi del Bradishar. Ma ora il freddo non tormentava più il messaggero come prima, né le ferite erano più così dolorose, né le epidemie arrivavano più a colpirlo. L’esposizione al qedua lo aveva reso poco sensibile al dolore, estraneo alla fatica, orribilmente refrattario alla morte: doti indubbiamente preziose per un soldato, che ora però gli valevano sempre meno, perché le battaglie diventavano via via più rade e più blande, mentre la guerra andava frantumandosi in una serie di vane contese, tipo quella per il ponte di Pelasta. E con il ponte il cerchio si chiude, e si torna alla prima storia che sentimmo, senza dubbio la più noiosa di tutte, quella sulla primavera nella valle del Cuju, che è anche l’ultima, il finale.
Ma come poteva esserci un finale, ci domandavamo con rabbia, se mancava ancora il pezzo più importante? Se ancora non sapevamo quando e perché il messaggero era diventato un messaggero? Ma qui eravamo noi a mancare, di coraggio piuttosto che di intelligenza. Perché era chiaro, la verità era sotto i nostri occhi, piana e compiuta nella sua odiosa evidenza, e se ancora non riuscivamo a vederla, era solo perché avevamo paura di farlo.
Ma poi, appena due settimane prima del compleanno della signora Blum, mentre bisticciavamo con una punta di picca che non riuscivamo a comprimere, il messaggero e Serena entrarono in officina, e stavano parlando di qualche futilità che all’inizio non ci demmo né meno la pena di ascoltare. Drizzammo le orecchie solo quando il discorso cadde sul profumo delle montagne in primavera, giusto perché magari saltava fuori una storia interessante.
«È la cosa che mi manca di più degli altopiani» disse il messaggero. «Quell’odore unico e inconfondibile che esala dalle acque del disgelo e che è l’insieme di tanti odori diversi: erba, rugiada, sterco di vacca, resina. Quando tornerò nella valle del Cuju, credo che la prima cosa che farò sarà sedermi in mezzo a un campo…»
Serena lo interruppe: «Ripeti, scusa.»
Il messaggero batté le palpebre, girando lo sguardo su di noi e su mastro Frings, che avevamo interrotto in sincrono le attività. «Ripetere cosa?» disse.
«Hai appena detto che tornerai nella valle del Cuju» lo incalzò Serena. «Ho sentito bene?»
Il messaggero si morse il labbro, accorgendosi solo allora di quello che aveva involontariamente rivelato. E che ormai non poteva più nascondere. «Sì» disse.
«Potrei sapere per quale motivo?»
«Sono i miei ordini.»
«Ordini? Questo significa che sei in missione? E per conto di chi?»
Il messaggero gettò un’occhiata in tralice a noi e a mastro Frings. Se anche era tentato di rivelare qualcosa a Serena, la nostra presenza escludeva questa possibilità. «Non posso dirtelo.»
«Scusa, ma non capisco. Bisogna avere qualcosa che non va nella testa, per pensare di tornare all’inferno, una volta che si è riusciti a fuggire.»
«Non sono fuggito. È quello che prevede la mia missione.»
«Be’, allora ti annuncio che la missione è annullata. Rimarrai a Kelidia fino alla fine dei tuoi giorni. Ecco i tuoi nuovi ordini.»
«Non puoi darmi ordini.»
«Certo che posso. Ora appartieni a mia madre, ricordi? E lei non ti consentirà mai di andar via. Piuttosto ti farà uccidere.»
Il messaggero fece per replicare qualcosa, ma fu interrotto di nuovo. Da noi stavolta, che avevamo abbandonato la picca e ci eravamo messi di fronte a lui, proprio sotto il suo naso. Con il cuore che rimbalzava un po’ dappertutto, dalla gola alle reni, varcammo la soglia d’ombra che il messaggero si chiudeva davanti, e sostammo tremando nelle profondità dei suoi recessi.
«Anche nostro padre è nel Bradishar» disse Raphael.
«Forse lo conosci» disse Franz. «O forse conosci qualcuno che lo conosce…»
«Siamo ancora tanti sulle montagne» disse il messaggero. «E sparsi sull’intera cordigliera, lungo quasi duecento miglia di confine.»
«Il suo nome è Carol Grossen» disse Raphael.
«Terza divisione di fanteria» disse Franz.
Il messaggero ci fissava con la fronte piena di rughe, innervosito da tanta insistenza. «Non conosco nessuno della terza divisione. La terza è arrivata per ultima, e a quel punto il mio battaglione era già di stanza a ovest. E a quanto ho sentito erano tutti così vecchi e malandati, o così giovani e inesperti, che i comandi delle brigate non sapevano cosa farsene. Allora li hanno spediti a fare da bersaglio a Kirra o a Tersit, i due teatri meno importanti.»
Raphael chiuse gli occhi e strinse i pugni. «Sei un messaggero» disse, e le sue parole suonarono come un’accusa. «Se ti diamo una lettera, sei obbligato a consegnarla.»
«Eccome se è obbligato» disse Franz. «Ora che i prefetti non contano più niente, e forse sono anche morti, e insomma non hanno più bisogno di scambiarsi dispacci segreti, consegnare la posta della gente comune torna il primo dovere di ogni messaggero.»
«Scriveremo una lettera a nostro padre» disse Raphael. «Tu lo cercherai e gli consegnerai la lettera. E ci porterai la sua risposta.»
Il messaggero fece no con la testa: «Mi spiace, ma ho una missione da compiere.»
«Non abbiamo fretta. Quando avrai compiuto la missione, ti occuperai della nostra lettera.»
«Non puoi dire di no. Sei un messaggero. È il tuo lavoro.»
Serena era su tutte le furie: «Ma cosa vi salta in mente?» Ghermì con forza la spalla del messaggero. «Lui appartiene a mia madre, chiaro? E non va da nessuna parte.»
«Ma è un messaggero, Serena. Non puoi impedirgli di fare il suo dovere.»
«Chi ostacola un messaggero nell’adempimento del suo dovere, secondo la legge dev’essere messo a morte.»
«Ma quale legge? Non esiste più alcuna legge a Kelidia, se non la volontà di Margarete Blum.»
Stufo della contesa, il messaggero si alzò in piedi e si allontanò di qualche passo. Per la prima volta da quando lo conoscevamo, i suoi occhi emanavano una luce calda, perfino umana, mentre la sua bocca esprimeva una specie di tremolante collera.
«Avete capito male» disse. Ci fissò negli occhi uno per uno, con una smorfia di disprezzo a piegargli la bocca.
«Io non sono un messaggero.»

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2 pensieri su “Il messaggero – Altre nuvole, Parte II

  1. Bentornato, Giovanni con la tua storia interessante e avvincente. Tra racconti e litigi, il Messaggero non è un messaggero. Chi sarà mai? Una spia, un impostore? Non si sa e la curiosità sale di tono.
    Ancora un ottimo pezzo, una puntata costruita con abilità, dove hai giostrato con le parole e le vicende per lasciarci sul più bello.

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    • Spiacente per la lunga assenza, ma quest’ultimo post proprio non voleva saperne di venir fuori come volevo. Ho dovuto saltare ben due mercoledì per la pubblicazione e purtroppo tralasciare le mie letture preferite. Per questo sono particolarmente contento che apprezzi il risultato. Cercherò di rispettare la cadenza settimanale per il futuro. Grazie per i complimenti.

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