Il messaggero – Il sigillo, Parte I

Nei giorni successivi, e ormai ne mancavano pochissimi al compleanno della signora Blum, l’umore di Serena peggiorò progressivamente. Minacciava di far bastonare chiunque osasse contraddirla o anche solo guardarla male, e un paio di volte mise anche in atto la minaccia. Perfino le miliziane, che la veneravano come una dea e di solito si contendevano il diritto di farle da scorta, ora si contendevano invece i turni peggiori, pur di non essere in servizio quando le passava in rassegna, mentre mastro Leder organizzava finte spedizioni punitive al porto o a Matander, pur di evitare di incrociarla.
Il malumore di Serena era cominciato dal mattino che il finto messaggero aveva rivelato di voler tornare sulle montagne. Per ragioni che faticavamo a comprendere, Serena aveva reagito malissimo a quell’annuncio. Che il messaggero fosse solo un impostore, che ci avesse preso in giro per oltre due mesi, che si fosse approfittato nel modo più abietto della nostra buona fede, questo non le dava fastidio. Ma la faccenda del ritorno nel Bradishar non riusciva a mandarla giù. E man mano che la smania di partire del messaggero cresceva, lei diventava più cupa e arrabbiata. Anche perché i suoi tentativi di fermarlo fallivano uno dopo l’altro, e ogni discussione che intavolava per convincerlo a restare, che riguardasse le molte encomiabili qualità della signora Blum o fosse intessuta di terribili anatemi, finiva invariabilmente per schiantarsi contro un muro di ostinazione e silenzio:
Quanto al messaggero, anche lui era diventato insopportabile. Ora che cominciava a sentirsi meglio, non gli interessava altro che rimettersi in forze per affrontare il viaggio, e sospendeva il durissimo allenamento al quale aveva deciso di sottoporsi solo se c’era in giro Serena, e solo perché l’urto della sua collera lo costringeva ad abbandonare ogni altra attività; ma prima che lei arrivasse o non appena andava via, passava ogni minuto di veglia a fare flessioni e piegamenti o a consumare lo sterrato del cortile a forza di correre. Era piuttosto penoso vederlo agitarsi così tanto, ma non si può dire che l’allenamento non desse frutto. E anche se il suo corpo non perse mai l’aspetto malsano e gommoso che aveva quando lo tirammo giù dal pilastro, si iniziava a intravedere un minimo di agilità nei suoi movimenti, un barlume di vigore marziale nel suo passo. Quando anche lui si rese conto di questi progressi, iniziò a preparare le valigie: rammendò alla meglio l’uniforme con i doppi triangoli che aveva indosso la notte del supplizio, e riuscì anche a risuolare con due tavole di legno gli scarponi militari che si era portato dal Bradishar e che il lungo viaggio aveva semi distrutto.
Eppure non si decideva a partire. Sembrava in attesa di un qualche sviluppo che nessun altro era in grado di presagire. Ogni tanto alzava lo sguardo al cielo e allargava le narici a fiutare l’aria, come se ci fosse in arrivo una tempesta e stesse valutando quanto tempo ancora mancasse.
Poi la tempesta arrivò davvero. Un pomeriggio, dopo due giorni che non si faceva vedere, Serena irruppe in officina con la stessa faccia di quando ordinava a mastro Leder di bastonare una cameriera sorpresa a rubare dalla cassa, e travolse il messaggero con la violenza di un fortunale estivo.
«Dobbiamo parlare» annunciò.
Il messaggero, che stava sollevando dei pesi da bilancia per allenare le braccia, la fissò senza fermarsi. Ma non era ancora abbastanza forte da opporle resistenza: Serena lo afferrò per un gomito e lo trascinò in un angolo, spargendo i pesi sul pavimento dell’officina.
«Prima che continui con questa farsa dei preparativi, dobbiamo mettere in chiaro un paio di cose» disse. «È piuttosto sgradevole, perché sei nato e cresciuto a Kelidia e hai più di tre anni, e insomma non dovrei aver bisogno di farti questo discorso, ma forse una delle botte che hai preso nel Bradishar era più forte di quanto hai raccontato, perché non riesco a credere che sia tanto sprovveduto.»
Il messaggero la fissò con astio.
«Non so se ti sei reso conto che ti abbiamo salvato la vita» proseguì Serena. «Dopo averti sottratto a un terribile supplizio, abbiamo sanato le tue piaghe, ricomposto le tue fratture, sedato la febbre che ti consumava. E non hai idea di quanto sia stato difficile e faticoso!»
«Non avete salvato solo la mia vita» la interruppe il messaggero, «ma anche la mia missione. Se la missione avrà buon esito, sarete ricompensati oltremisura.»
«Non ci importa niente della tua missione, tesoro. E non credere che la storia del sarete ricompensati possa far presa, perché a Kelidia il futuro non esiste, e le promesse e i pagherò sono banditi per legge. Qui esiste solo il presente. E nel presente hai un debito con noi. E possiedi solo te stesso per ripagare il debito.»
«Ma non capisci…»
«Sei tu che non capisci. Ma lo sai dove staresti ora, se non fosse per noi? Appeso a un pilastro, sulla cima di un cumulo di macerie, con i corvi che ti spolpano le ossa. Invece sei vivo. Respiri, parli, cammini. E presto sarai anche in grado di riprendere la missione. E solo grazie a noi.»
«Ma tu vuoi impedirmi di tornare nel Bradishar.»
«Non è che voglio impedirtelo. Una volta che avrai ripagato il tuo debito, potrai fare quello che vuoi.»
«Peccato che ripagare il mio debito significhi diventare schiavo di tua madre. E che questo non si possa conciliare in alcun modo con la missione. Se tua madre ti assomiglia solo un po’, dubito che sarà mai disposta a lasciarmi andare.»
«Questo riguarda te e lei.»
La voce del messaggero tremava di collera: «Questo riguarda tutti invece. Riguarda l’intera città…»
Serena lo interruppe: «Ti ho detto quello che dovevo dire. Ora sta a te trarre le conclusioni.»
Spinse il messaggero contro la parete e se ne andò via di gran lena. Sembrava su tutte le furie. Ma sapeva di aver colto nel segno. E infatti due o tre giorni dopo, una sera che stavamo tutti a scaldarci accanto alla fornace (un improvviso vento settentrionale aveva riportato qualche fiocco di neve sulla città), il messaggero entrò nell’officina con l’espressione di uno che ha un annuncio importante da fare.
«Serena ha ragione» disse. «Sono in debito con voi… con tutti voi. Mi dispiace di averlo capito così tardi e farò quello che posso per ripagarvi della vostra pazienza.»
Serena gli rivolse un sorriso trionfante, che però il messaggero scelse di ignorare. «La partenza è rimandata: rimarrò ai Quattro Colli fino alla festa della signora Blum» proseguì. «E le farò da cantastorie, come mi ha chiesto Serena.» Prese un respiro. «Ma ribadisco che la mia missione viene prima di tutto.»
Serena sbiancò: «E questo cosa significa?»
«Significa che insisterò perché tua madre mi lasci partire fin dal momento che mi presenterai a lei. E se non mi lascerà andare via, andrò lo stesso.»
Tornò ai suoi allenamenti senza aggiungere altro, lasciando Serena pietrificata.
Da quella sera, il messaggero sembrò trovare finalmente pace e cominciò a prepararsi con ordine alla prova che stava per affrontare. La febbre di partire si affievolì, restando a covare sotto le braci come un fuoco male alimentato, mentre i suoi occhi persero quell’ombra di ostinato fanatismo che ti faceva venir voglia di strozzarlo a mani nude.
Serena invece stava sempre di più sulle spine. Passava il tempo a escogitare un modo di sventare il disastro che si stava preparando, di attutire la forza d’urto dell’impatto tra sua madre e il messaggero, senza però approdare a niente.
Poi, due o tre giorni prima del compleanno, mentre sorbivamo gli ultimi cucchiai di una zuppa di cavoli e patate che nostra madre ci aveva servito prima di cominciare il turno, sentimmo bussare alla porta, ed era Serena, con una faccia così scura, che Raphael fu tentato di richiudere la porta e di sbarrarla con la credenza.
Serena sedette sulla poltrona di nostro padre. Dandoci ostentatamente le spalle, rimase a contemplare il camino per un bel pezzo, forse cinque minuti, prima di sedersi al tavolo assieme a noi.
Iniziò a fissarci.
Senza dire né meno una parola.
Franz lasciò cadere il cucchiaio nella ciotola e incrociò le braccia al petto: «Si può sapere cosa vuoi? Spero non la zuppa, perché ce n’è appena per me e Raph.»
«Ho una domanda da farvi» disse Serena.
Franz le gettò uno sguardo obliquo: «Abbiamo tante domande anche noi. Ma nessuna risposta.»
«Ultimamente ho riflettuto parecchio» disse Serena, senza curarsi dell’interruzione. «Sul messaggero. Ma anche e soprattutto su di voi.»
Franz la interrupe di nuovo: «Non nominare il messaggero in casa nostra!»
«E non chiamarlo né meno messaggero» disse Raphael. «Non è un messaggero. È un impostore.»
Serena sembrava sinceramente sorpresa: «Questa è nuova! Avete messo a soqquadro l’intera città, a causa sua, rischiando perfino di lasciarci la pelle, e ora non volete né meno sentirlo nominare?»
«Non merita più il nostro interesse.»
«È un bugiardo.»
«E allora? A quanto mi risulta, voi due siete i più gran bugiardi di Kelidia.»
«Diciamo un sacco di bugie, è vero. Ma non abbiamo mai finto di essere quello che non siamo. Mai.»
«Lui invece ha fatto credere a tutti di essere un messaggero, quando invece è solo un balordo che ha trovato l’uniforme dei messaggeri chi sa dove e ha pensato di usarla per garantire la propria sicurezza.»
«Proprio come diceva Jana.»
«Dovevamo dar retta a lei fin dall’inizio.»
«Ma siete davvero così sicuri che non sia un messaggero?»
«Certo che siamo sicuri. Lo ha detto lui stesso, no? Quale motivo aveva di mentire su una cosa del genere?»
«Per dirne una, voleva liberarsi di voi e delle vostre stupide richieste. Spedire una lettera al fronte! Mai sentito niente di più ridicolo.»
«Era una buona idea, invece.»
«E gli sarebbe costato pochissimo sforzo.»
«Ma cosa volete che gli importi di voi e di vostro padre? Lui in testa ha solo la missione. E liquiderà con ogni mezzo chiunque che gli sia d’ostacolo.»
«Ma noi gli abbiamo chiesto di consegnare la lettera solo dopo aver finito la missione, con comodo.»
«Non intendevamo essergli d’ostacolo.»
«E poi perché la fa tanto lunga con la missione? Cosa avrà da fare di così importante?»
Serena gettò uno sguardo obliquo prima a Raphael, poi a Franz: «È quello che voglio scoprire. Ecco perché sono venuta da voi.»
«Ma non ne sappiamo niente.»
«Sei tu che parli sempre con il messaggero. Nessun altro ne sa più di te al riguardo.»
Serena si sporse sul tavolo: «E nessun altro ne sa più di voi riguardo a quello che succede a Sendero. Io non ho una rete di contatti così efficace come la vostra, perché commercio con le bande, con i pezzi grossi, e loro conoscono il valore delle informazioni che possiedono e non si lasciano scappare né meno il minimo accenno, se non a carissimo prezzo. Voi invece trattate con gli ultimi, con gente così pesta e malandata, che non ha né meno idea di quello che sa. E sinceramente non capisco come ci riusciate. Ho provato a far interrogare un paio di disertori da Herrel, ma né meno lui ha potuto cavarne qualcosa, se non farfugliamenti sconnessi e chiacchiere senza senso. Eppure avete tirato su un discreto giro d’affari, su quelle chiacchiere e farfugliamenti, trovando chi sa come il modo di decifrarli. La conclusione è fin troppo ovvia: non potete non saperne di più di quanto mi avete detto.»
Ci scambiammo uno sguardo.
«Strano che mi sia venuto in mente solo ora» proseguì Serena. «Ma a un tratto ho realizzato che in questi mesi avete avuto un sacco di occasioni per sgattaiolare a Sendero e recuperare notizie utili. E figuriamoci se non avete sfruttato al meglio ogni singola occasione.»
«Ripeto: non sappiamo quale sia la missione del messaggero.»
«Mai pensato niente del genere. Una notizia così grossa ve la leggerei in faccia prima ancora che la conosceste.»
«E allora?»
«Allora non voglio sapere della missione, ma di quello che è successo tra il messaggero e la banda che lo ha quasi ucciso. Solo questo. Se fate i bravi e mi raccontate tutto, senza tralasciare né meno il dettaglio più insignificante, può anche darsi che vi perdoni per aver cercato di nuovo di ingannarmi.»
«Ma cosa ti importa?»
«A questo punto cosa ci guadagni?»
Lo sguardo di Serena sembrò percorso da una vampa di fuoco: «Ho bisogno di appigli.»
«Appigli?»
«Penso di sapere come estorcere la verità al messaggero. Ma ho bisogno di appigli.»
A questo punto, non tenevamo più a bada la collera.
«Piantala di dar corda a quel’impostore!» disse Franz. «È finto, non capisci? E anche se non fosse finto, sarebbe lo stesso un bugiardo, e non potresti fidarti di lui. In ogni caso è meglio lasciarlo perdere.»
«E ripenserei anche alla storia del regalo, se fossi al tuo posto» disse Raphael. «Come credi che la prenda tua madre, se viene a sapere che il messaggero che le regali è un finto messaggero? Secondo me si arrabbia così tanto, da restarci secca.»
Serena ci rivolse un sorriso di scherno: «Proprio non ci arrivate, vero? Siete così arrabbiati per la vostra stupida lettera, che non riuscite a vedere quello che vi sta sotto il naso.»
«Noi ci vediamo benissimo, Serena.»
«Sei tu che ti ostini a tenere gli occhi chiusi.»
«Mettete da parte la collera, per favore, e cercate di riflettere. Se il messaggero fosse davvero fasullo, perché i disertori gli avrebbero riservato un simile trattamento? Perché avrebbero sprecato tante energie solo per uccidere uno qualunque? Né meno i traditori li riducono così male, né meno quelli che attentano alla vita dei capi. Il messaggero deve avere qualcosa di speciale, altrimenti non si spiega un supplizio del genere.»
«Ti illudi, Serena. Rufus ha infierito così sul messaggero proprio perché ha scoperto che fingeva. I disertori sono dei pessimi soggetti: uccidono, rubano, truffano, torturano, spesso per puro diletto; se ti raccontassimo cosa combinano nei villaggi kelissiani che saccheggiano, ti si torcerebbe la pancia dall’orrore. Ma come noi anche loro non fingerebbero mai di essere quello che non sono. E non tollerano che qualcun altro lo faccia. Soprattutto se questo qualcuno si finge un messaggero, che è una faccenda troppo seria per giocarci, per insozzarla con le imposture.»
Serena non disse altro per un bel po’. Fissava ostinatamente la tovaglia a quadri che ricopriva il tavolo, come se in quel disegno così semplice e regolare potesse rintracciare un senso, una regola, un percorso.
Poi il suo sguardo passò dall’uno all’altro di noi: «Allora sono stati i Fazzoletti Bianchi a tentare di uccidere il messaggero» disse. «Sua maestà Rufus Blessel in persona.»

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6 pensieri su “Il messaggero – Il sigillo, Parte I

  1. Finalmente il seguito dopo un lungo silenzio estivo.
    Ho l’impressione che la storia non sia al finale ma che ci riserverà piacevoli sorprese. I gemelli appaiono tonti e Serena vispa e arzilla. Sarà vero oppure è solo una finta. Infine il dilemma messaggero si o messaggero no.
    Non ci resta che attendere il seguito.
    lettura gradevole e fluida, che si segue tranquillamente, anche se i ricordi possono apparire sbiaditi.
    Veramente in gamba.

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