Il messaggero – Il sigillo, Parte II

«Ma ora non farti venire strane idee, Serena. Sappiamo solo che è stato Rufus, nient’altro.»
«E non possiamo né meno garantire che sia davvero cosi.»
Serena ebbe una smorfia di diffidenza: «E dovrei crederci?»
«Eppure è la verità!»
«Non abbiamo parlato con i Fazzoletti Bianchi. Ai Fazzoletti Bianchi non possiamo né meno avvicinarci. Abbiamo sentito la storia da un certo Elias, un membro della banda che era stato cacciato per furto. Ma il problema è che Elias stava già in gabbia, quando è arrivato il messaggero, e non ha assistito in prima persona alla scena. Senza contare che prima di scacciarlo i compari lo hanno pestato, e il giorno che lo abbiamo incontrato parlava come se avesse una manciata di sassi in bocca. Insomma, non è escluso che abbia preso qualche colpo di troppo in testa e che abbia sognato tutto, o che non abbiamo capito quello che diceva.»
Le dita di Serena strinsero forte la tovaglia: «Avete intenzione di parlare, o devo strapparvi la verità con le tenaglie?»
Era così arrabbiata, che il pensiero di disobbedirle non avrebbe dovuto né meno sfiorarci. Eppure esitavamo. La storia che Serena voleva sentire era l’unica che eravamo riusciti a preservare dalle sue grinfie, e anche se non potevamo guadagnarci né meno mezzo centesimo, perché rischiavamo sul serio le tenaglie, era pur sempre nostra, ci apparteneva. Ma non aveva senso opporsi, ora che anche l’ultima illusione sul messaggero era naufragata.
«È successo la notte prima che trovassimo il messaggero» cominciò Franz, dopo un lungo sospiro. «Il messaggero è arrivato a Colle delle Falene a tarda sera, quando già i primi fuochi degli Storti erano accesi sulle facciate del Blocco Dodici, e le pattuglie di ricognizione delle bande si affrettavano a tornare alla base. Il messaggero si è imbattuto proprio in una di queste pattuglie. Fazzoletti Bianchi. Pessimi clienti.»
«Strano che non l’abbiano ucciso subito» proseguì Raphael. «I Fazzoletti Bianchi uccidono a prima vista tutti quelli che non conoscono. E qualche volta anche quelli che conoscono. Sono una delle poche bande ad avere ancora proiettili, per questo tutti li temono. Ma non hanno ucciso il messaggero. Forse hanno riconosciuto le insegne, o forse il messaggero ha urlato loro il codice. E quasi non riuscivano a crederci. Così hanno deciso di portare il messaggero dal capo, da Rufus. E anche Rufus non riiusciva a crederci. Ma era così contento, che ha accolto l’intruso con ogni riguardo e ha perfino organizzato una festa in suo onore. Ha fatto accendere un falò, ha ordinato di aprire una botte del nitro migliore, ha messo a disposizione del messaggero e dei luogotenenti la sua scorta personale di scoperchio.»
«Ma poi è cambiato tutto» intervenne Franz. «A un certo punto Rufus e il messaggero si sono appartati. Rufus era curioso, voleva sapere per quale motivo il messaggero avesse resuscitato i segni e il codice. Ma il messaggero… sai come fa il messaggero, no? Parla e non dice niente, sembra che stia per rivelarti un segreto, e invece ti confonde solo le idee. Così Rufus ha cominciato a innervosirsi. Alla fine i due sono andati negli alloggi di Rufus, nella parte più interna del casolare, pare su richiesta del messaggero. Ma Rufus è ritornato subito fuori, ed era su tutte le furie. Ha radunato i luogotenenti, ormai pieni fino al collo di nitro e di scoperchio, ha dato loro ordine di mettere ai ferri il messaggero e di ucciderlo nel modo più lento e atroce possibile. Era fuori di sé. Mentre i luogotenenti si scervellavano per escogitare un supplizio abbastanza doloroso, aizzati dall’esorbitante dose di scoperchio che avevano in corpo, Rufus ha cominciato a dire che da quel momento i Fazzoletti Bianchi erano in guerra, che i confini del loro territorio erano chiusi, che chiunque avesse anche solo pensato di violare il divieto sarebbe stato suppliziato come stava per essere suppliziato il mesaggero.
«Ma perché?»
«Perché ha scoperto che il messaggero è un impostore e si è arrabbiato a morte per via della festa, del nitro, dello scoperchio. Ma soprattutto perché non si scherza con le cose importanti come i messaggeri. Questo secondo la nostra opinione.»
«Invece secondo Elias c’entra un oggetto che il messaggero si è portato dietro dalle montagne, una specie di timbro di legno e di metallo, lungo circa una spanna. Niente di valore, intendiamoci, ma a Rufus deve aver fatto gola lo stesso, perché se l’è preso e anche ha giurato di uccidere chiunque osi toccarlo. Lo porta al collo come un amuleto e non lo toglie mai, né meno per dormire.»
«Va’ a capire cosa c’e sotto.»
«Qualcosa di sinistro, a quanto pare. Elias parlava solo sottovoce dell’oggetto, e abbiamo dovuto dargli quasi tre once di kyanoplastica per convincerlo a descriverlo e a rivelarne il nome. Con tre once di solito barattiamo almeno cinque storie.»
«E quale sarebbe questo nome?»
«Sillo.»
«Sillo? E che razza di nome sarebbe?»
«Elias ha detto cosi.»
«Ma non riusciva a parlare molto bene, e la sua testa funzionava a singhiozzo. Sillo è quello che crediamo di aver sentito.»
Serena rifletté a lungo sulle nostre parole. Poi si alzò in piedi così di colpo, che quasi rovesciava la ciotola di Raphael.
«È abbastanza» fu tutto quello che disse, prima di andare via.
Il mattino dopo, arrivammo all’officina alla solita ora, e c’era uno strano silenzio nel cortile. Si sentiva solo il vociare dei mercanti che allestivano i banconi prima dell’apertura, il clangore delle barre che mastro Frings stava preparando per la fusione, il rombo della fornace.
Attraversammo il cortile. La camera del messaggero era buia, ma all’interno c’era già Serena, pallida e visibilmente tesa. Anche il messaggero era teso, la sua bocca disegnava una linea frastagliata lungo tutta la faccia, mentre gli occhi erano così infossati, che quasi non si vedevano.
Non sappiamo da quanto tempo stessero lì dentro, né cosa si fossero detti fino allora. Possiamo solo immaginarlo… E anche se Raphael storce il naso, quando sente parlare di immaginazione, perché ancora si illude di schiudere le porte del passato con la chiave dei ricordi, rifiutandosi di accettare che invece stiamo solo raccontando una storia, cos’altro se non l’immaginazione, si domanda Franz, è in grado di colmare i buchi, di mettere insieme i pezzi, di indirizzare la storia verso un finale che sia un vero finale? Diciamo le cose come stanno: dopo tanti anni, se ci ostinassimo a star dietro ai soli ricordi, difficilmente riusciremmo a distinguere quelli veri dalle fantasie, e nel dubbio finiremmo per non raccontare niente.
Lasciamo allora all’immaginazione il compito di liberare lo spettro di Serena dalla regione di nebbie dove ha il suo impero l’oblio, di plasmarle attorno una pallida Kelidia, piagata dall’inverno appena trascorso eppure già lieta di un’acerba primavera; e concediamo che sia ancora l’immaginazione ad affrancare dal buio un arruffato messaggero, a comporre attorno al suo sguardo d’oltretomba una camera arredata poveramente, priva di odori perché il messaggero non ha odore, fredda e orfana di luce, forse più piccola e stretta, forse più grande e ariosa, di com’era in realtà. E anche se le parole che Serena e il messaggero stanno per scambiarsi non sono le parole che i due si scambiarono davvero quel mattino, ma nascono invece dalla nostra sola elezione, che differenza può fare? Siccome aderiscono con precisione a quanto provammo osservando i loro effetti, non possono non essere vere.
Serena la prese alla larga, come era sua abitudine quando aveva in mente di irretire qualcuno: evocò Rufus solo di sfuggita, in un momento che il messaggero la ascoltava distrattamente. Gli occhi di Serena si strinsero, cogliendo il tremolio che mosse il sopracciglio del messaggero, quando il ricordo di Rufus attraversò la sua mente.
«Ti vedo turbato» disse Serena, interrompendosi. La sua voce divenne penetrante come un ago. «È per via di Rufus, vero? Be’, ti capisco. Quel caro ragazzo deve averti fatto una pessima impressione, l’ultima volta che vi siete visti.»
Il messaggero rimaneva in silenzio. Gli occhi di Serena si fecero ancora più stretti. «Non preoccuparti» disse. «Non gli ho detto che sei vivo e che so dove ti trovi. Mi sono solo fatta raccontare cos’è successo, com’è che avete finito per litigare.»
«Conosci Rufus?»
«Altroché. È uno dei nostri migliori clienti. Gli forniamo la kyanoplastica in cambio delle suppellettili che ruba nei villaggi kelissiani. Siamo in ottimi rapporti. E ieri sera abbiamo avuto modo di scambiare due parole.»
«E lui ti avrebbe raccontato…»
Serena trattenne il respiro: «Tutto. Del tuo arrivo a Colle delle Falene. Della festa, del nitro, della droga. Delle torture. E anche del… sigillo, naturalmente.»
Le sopracciglia del messaggero si avvicinarono. «E ti ha detto anche a cosa serve il sigillo?»
«Certo.»
Ora anche il messaggero sorrideva, visibilmente sollevato. «Eppure il tuo cuore batte esattamente come batteva ieri» disse. «E i tuoi occhi guardano il mondo esattamente come lo guardavano ieri. Questa mattina ti sei svegliata e hai visto la tua camera, il cielo oltre la finestra, gli alberi (non so se ci sono alberi davanti alla tua finestra, ma facciamo finta di sì) che si muovevano con il vento. Hai ritrovato le stesse cose che ti salutano al risveglio ogni mattina. Non è così?»
«E questo cosa significa?»
«Che non sai quale sia la mia missione. Sai del sigillo, ma non a cosa serve. E che abbia parlato sul serio con Rufus o meno, lui non ti ha raccontato niente, o quasi niente.»
Il sorriso di Serena si pietrificò.
«Significa che stai solo cercando di ingannarmi» concluse il messaggero.
«Io sto solo cercando di capire cos’è che ti ossessiona tanto.»
«Non è per le tue orecchie, mi dispiace.»
«Dimmi almeno questo: siccome il sigillo è così importante per la tua missione (e lo è, di questo sono certissima), ora che è nelle mani di Rufus, mi spieghi come farai a portarla a termine?»
«Mi riprenderò il sigillo.»
«E in che modo? Non appena metti piede a Colle delle Falene, finisci di nuovo appeso al casamento più alto.»
«Ho degli alleati.»
«Alleati? Qui a Kelidia?»
«No. Nell’oltrefiume. A Sendero.»
«E perché non ti hanno aiutato, quando i disertori hanno cercato di ucciderti?»
«Lo hanno fatto, in un certo senso.»
Serena era in preda a una rabbia crescente. «Ogni parola che dici è un nuovo enigma» Prese un lungo respiro, cercando di ritrovare la calma. «È per quello che è successo a Sendero, giusto? È per quello che ti ha fatto Rufus, che ora ti comporti in questo modo? Di cosa hai paura, che anche io reagisca come lui, se scopro il tuo segreto? Perché è così che è andata, verio? Blessel ti ha domandato cosa ci facessi vestito da messaggero, e tu sei stato tanto furbo da rispondergli. E ora hai paura di ripetere lo stesso errore con me.»
«Io non ho paura di niente. Ma la missione viene prima di tutto.»
«La smetti di ripeterlo? Guarda che bastava dirlo una volta: sono un tipo abbastanza sveglio, sai? Quello che mi fa arrabbiare è che guardi a tutti noi con sospetto, sei convinto che cercheremo di ostacolarti alla prima occasione…»
«Voi… tu mi stai già ostacolando.»
«Solo perché rifiuti di condividere i tuoi piani. Se conoscessi la missione, forse potrei capire perché ci tieni cosi tanto. E a quel punto potrei essere io l’alleata della quale hai bisogno, altro che i relitti di Sendero.»
Il messaggero fece segno di no con la testa: «Ho già rischiato una volta di mandare tutto all’aria.»
«Ma quale interesse avrei a farti del male? Ho contribuito a salvarti la vita, ricordi? E non è stata certo una passeggiata.»
«E io te ne sono grato.» Un’espressione di orgoglio e amarezza e i barlumi di un lungo rancore trapelarono dal volto del messaggero, mentre una nidiata di feroci parole si generava nel freddo delle sue cavità interne: «Ma non venirmi a dire che tu e i gemelli l’avete fatto per bontà d’animo. Se vi siete dati tanto disturbo, è solo perché mi considerate un buon investimento. Ma non appena capirete che non sono un buon investimento, che la mia missione… si è visto cosa ha scatenato in Rufus, no? non appena la pianterete di crogiolarvi nelle vostre false speranze, la mia vita per voi non avrà più alcun valore. Per nessuno di voi…»
Esitò, prima di affondare il colpo.
«Né meno per te.»
Si avvertiva una tale ostilità in quelle parole, una rabbia così bruciante, che il volto di Serena sembrò sgretolarsi, e un’espressione di meraviglia e di sofferenza era il solo stame che riusciva a tenerne insieme i pezzi. La bocca si torse in una linea frastagliata, gli occhi galleggiavano sulla superficie di un lago limaccioso. Poi Serena rispose, e nella risposta affiorò quasi suo malgrado il riflesso puntuale di quello che provava il messaggero, e anche gioia, in un certo senso, una completa, inesprimibile corrispondenza.
«Come puoi pensare questo di me?» disse Serena. «Dopo che ho ascoltato le tue storie e tu hai ascoltato la mia, dopo che hai visto le mie mani tremare, la sera che mi hai raccontato di Matha, dopo che le tue mani hanno tremato, quando ti ho parlato di mio padre, spiegami come puoi pensare una cosa del genere di me?»
Il messaggero non rispose, e anche Serena tacque, dopo aver provato senza successo a dire qualcos’altro. E nel silenzio che seguì, lo stesso silenzio che ci stupì al nostro arrivo in cortile, tutto quello che il messaggero e Serena avevano in animo divenne sguardo e assunse una tale evidenza, da rendere inutile ogni altra spiegazione.
Fu allora, non proprio in quell’esatto istante, magari anche un minuto o un’ora più tardi, ma esattamente a quel punto della reciproca esplorazione compiuta da Serena e dal messaggero, fu allora che arrivammo noi, emergendo dalla luce obliqua del cortile. Non avevamo fatto in tempo ad ascoltare quello che si erano detti, ma solo a comprenderlo. E a comprendere tutto quello che non si erano detti e che loro stessi avevano compreso solo allora.
Serena amava il messaggero.
E anche se la faceva tanto lunga con la storia del regalo, c’era in realtà un unico motivo per il quale desiderava così rabbiosamente impedire al messaggero di riprendere la via, c’era un’unica forza che le metteva in corpo quella febbre di svelare, di circuire, di trovare appigli, e questa forza era l’amore, e con l’amore la paura di perdere per sempre la creatura semi umana che ambiva più di ogni altra cosa considerare sua, di rinunciare alle abbaglianti speranze che la sola presenza del messaggero era in grado di suscitarle.
Il messaggero amava Serena.
E anche se diceva agli altri e a se stesso che era a causa del debito, della convalescenza, del timore di ritrovarsi di nuovo nelle mani di Rufus, c’era in realtà un unico motivo per il quale il messaggero si era lasciato convincere ad aspettare il compleanno della signora Blum, prima di ripartire, un unico legaccio lo avvinceva e gli impediva di riprendere la rotta, e questo legaccio era l’amore, e con l’amore la vita stessa, la tenue, esitante vita che Serena era riuscita a rinfocolare nella cenere e che il messaggero non aveva la forza di soffocare. Si dava tutte quelle arie da spia, si chiudeva nel silenzio non appena uno accennava a domandargli qualcosa, ma un po’ alla volta era arrivato a svelare quasi del tutto il segreto che custodiva, e Serena doveva andarsene davvero in giro con gli occhi bendati, per non vedere quello che lui le sventolava da settimane sotto il naso. Perché la parola significata dal sigillo e così ferocemente osteggiata da Rufus, forse il messaggero non l’aveva mai pronunciata, ma l’aveva detta mille volte, e forse ogni parola che aveva detto in quel mese e mezzo di convalescenza non era che un modo obliquo di pronunciarla. E cos’altro poteva averlo indotto a tradirsi così, se non l’amore per Serena? Se non il desiderio inespresso di rivelarle ogni dettaglio di sé?
Tutto questo noi lo intuimmo in un’unica occhiata. Ma solo confusamente. L’immagine di Serena e del messaggero che si fronteggiavano in silenzio, fissandosi a vicenda con gli occhi sgranati e la bocca socchiusa, era così nuda, così essenziale, che ci fermò come un muro di mattoni, scoraggiandoci dal penetrare l’ombra che avvolgeva quella conoscenza. Troppo giovani e sciocchi per accettare e benedire quello che avevamo appena riconosciuto, ma non per non indovinare la minaccia che nascondeva, restammo a contemplare la scena per un tempo che oggi non sappiamo misurare.
Poi ci scambiammo uno sguardo.
Dovevamo lasciarlo morire su quell’accidenti di pilastro, diceva lo sguardo.

Annunci

5 pensieri su “Il messaggero – Il sigillo, Parte II

  1. Notevole come hai sviluppato la storia. Per apprezzarla in oieno mi sono riletto la parte I. I gemelli sono più furbi di tutti i furbi messi insieme. Il colpo di scena finale è importante perché sposta il senso della trama in maniera inaspettata. Un autentico coupe de theatre. Che altro dire. Scrivi magnificamente.
    Speriamo che la prossima puntata sia più ravvicinata dell’ultima.

    Liked by 1 persona

    • Grazie per i generosissimi complimenti. Cercherò quanto più possibile di rispettare la cadenza settimanale da ora in poi. Ma purtroppo la storia, che credevo compiuta, ha invece preteso una serie di ritocchi che hanno creato un effetto valanga e alla fine sono stato costretto a rimaneggiare tutto. Spero di aver risolto e di riuscire a essere più puntuale da qui in avanti e di riprendere anche a leggere. Grazie ancora.

      Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...