Il messaggero – Il cantastorie e la regina, Parte I

Il giorno del compleanno della signora Blum si presentò limpido e caldo fin dalle prime ore del mattino. Il vento di tramontana che aveva imperversato nelle ultime settimane aveva definitivamente lasciato il posto alla mite brezza spirante dai regni inesplorati dell’est, e un cielo pulito e luminoso, di un inverosimile azzurro, si tendeva tra le cime dei colli settentrionali e le paludi del sud. Nel primo pomeriggio c’era così tanta luce, che arrivammo quasi a sorridere, osservando la nuova Kelidia che andava liberandosi dalla palta del disgelo, e mentre ci calavamo nella forra semilunare che ospita il borgo dei Sette Braghi, e il nostro sguardo si spostava dall’ansa del fiume, appena nascosta dalla dorsale frastagliata di Socara, fino ai prati di Limander, tempestati di ville e casolari, realizzammo per la prima volta che l’inverno era finito sul serio.
Ma il nostro umore non si decideva a migliorare. Al contrario, peggiorava a ogni passo che calcavamo sulla via di casa Blum, come se in fondo alla via ci fosse ad attenderci una bastonata in stile Serena Blum, piuttosto che una montagna di dolci. E in effetti era proprio cosi, considerato che Serena aspettava il giorno del compleanno per darci il castigo che aveva promesso: lo spettro del flagello che la sua vocazione al male avrebbe generato per il nostro discapito ci teneva svegli da almeno tre notti, e di sicuro non ci tardava l’ora di conoscerlo. Ma non potevamo mancare. Siccome avevamo convinto Jana a rinunciare a ben dieci turni di riposo, pur di strappare alla signora Blum due inviti alla sua festa, quando ancora ci interessava assistere al debutto in società del messaggero, ora lei si sarebbe arrabbiata tantissimo, se ci fossimo rifiutati di andare. E tra Jana e Serena era difficile stabilire chi facesse più paura.
Eravamo arrivati. La casa della signora Blum era una graziosa villetta a due piani, con un gran giardino davanti e un orto e dei campi sul retro, apollaiata in fondo a una sonnolenta stradina residenziale: l”unico suono che si sentiva nell’assorto silenzio che dominava il quartiere era quello del generatore che riforniva la casa di elettricità. Venne ad aprirci Serena, che ci salutò con un sorriso. Si fingeva tranquilla e di buon umore, ma strinse le nostre spalle con tale forza, mentre ci accompagnava lungo il corridoio, che quasi ci lacrimavano gli occhi dal dolore, quando entrammo in soggiorno.
Il soggiorno era deserto. Si vedeva solo qualche ombra muoversi in controluce tra le sedie e l’unico tavolo, e Serena che accendeva le lanterne di kyanoplastica appese al soffitto. Quando le luci furono tutte accese e gli scuri serrati, in una delle ombre accanto alla finestra riconoscemmo la signora Blum, che conversava con certe vecchie di Colle Kiriak, sue amiche da lungo tempo. Minuta, magrolina, la faccia butterata dallo sfregio (che da piccola l’aveva quasi uccisa), Margarete Blum indossava un abito di cotone a fiori con le maniche a sbuffo e i polsini merlettati, e teneva i lunghi capelli bianchi raccolti da un fazzoletto di lino. Ascoltava con attenzione, quasi con reverenza, i discorsi a bocca piena delle donne che la attorniavano, e ogni tanto sorrideva, forse ricordando il tempo che anche lei vestiva di stracci. Quando si accorse di noi, ci salutò con uno sguardo e accettò senza parole, per non interrompere le sue amiche, il mazzo di margherite che le porgevamo.
Rispondemmo al saluto con un inchino frettoloso, perché già puntavamo al tavolo delle vivande, colmo di dolci di ogni genere.
Ma tra noi e il tavolo si frapponeva Anneke. «Franz e Raphael Grossen!» disse, incrociando le braccia. «Dove accidenti eravate finiti? Sono settimane che non vi fate vedere: cominciavo a pensare che foste morti.»
Si muoveva davanti a noi come accennando un passo di danza, ma il suo unico scopo era sbarrarci la via per i dolci.
Franz mosse qualche passo in obliquo, tentando una manovra diversiva, mentre Raphael replicava al rimprovero: «Scusa Anni, ma abbiamo avuto parecchio da fare a Sendero. Solita roba. Ora se vuoi scusarci…»
Provò a scansarla dal lato opposto di quello di Franz, ma lei ci afferrò entrambi per i gomiti: «Avanti! Non dite bugie. Lo so che state tramando qualcosa con Serena. Perché non mi dite cosa?»
«Zitta, stupida.»
«Se le rovini la sorpresa, Serena ti sbatte nella cella più umida di Ponte Nero e ti lascia lì a marcire per un decennio.»
«Sorpresa? Allora avevo ragione a sospettare.»
«Vuoi stare zitta?»
«Guarda che Serena non è una che scherza.»
«Come se non lo sapessi. Ieri mi sono beccata due sberle solo per aver fatto qualche domanda innocente a vostra madre. Poi Serena mi ha detto le stesse cose che avete appena detto voi: ti sbatto a Ponte Nero e il resto della filastrocca.»
«E questo non ti ha insegnato niente?»
«Solo una cosa, che non me lo sono inventato: siete davvero in combutta con lei.»
In quel momento arrivò anche mastro Leder. Una volta al cospetto della signora Blum, fece un inchino un po’ rigido, augurò buon compleanno a mezza voce e girò subito i tacchi, dirigendosi al tavolo delle vivande. Qui divorò due dolci in meno di mezzo respiro, e un enorme gnocco di crema gli colava dal labbro. Sconvolti, consapevoli che tra breve, all’arrivo degli altri ospiti, di tante delizie non sarebbe rimasto niente, cercammo di nuovo di aggirare Anneke. Ma lei si muoveva assieme a noi, e non potevamo né meno prenderla a pedate o buttarla per terra, perché Serena e la signora Blum ci seguivano con la coda dell’occhio ed erano pronte a consegnarci subito a mastro Leder, se per caso creavamo confusione.
«Se non mi dite immediatamente di cosa si tratta» minacciò Anneke, «non solo potete scordarvi i dolci, ma vado subito dalla signora Blum e le racconto che tramate alle sue spalle.»
«Serena ti fa spellare viva, se ci provi.»
«E credi che la signora Blum lo permetta? Non lo sai che per lei sono come una seconda figlia?»
«Stupida. Ti basta pazientare ancora un minuto, per sapere tutto.»
«Senza bisogno di fare tante storie.»
«E allora cosa vi cambia a svelarmi il segreto?»
«Lasciaci mangiare qualcosa, per favore.»
«Almeno un dolce, uno solo.»
Ma era tardi. Gli ospiti erano arrivati tutti assieme e già si affollavano attorno al tavolo delle vivande, uggiolando come un branco di sciacalli attorno alla carogna. La calca ci spinse lontano, fino al centro del soggiorno, e da lì non potemmo far altro che assistere impotenti alla razzia di zuccheri e glasse che si compiva attorno al tavolo.
In quel momento Franz si accorse che Serena era sparita. Toccò il braccio di Raphael e Anneke, per avvertirli di tenersi pronti.
Anni ci fissava con diffidenza. Ma un attimo dopo i suoi occhi erano spalancati, e così la bocca. La mano destra salì alla bocca e la coprì, come per soffocare un grido. Un fitto mormorio percorse la folla degli ospiti, e poi un’onda, nel momento che tutte le teste si voltavano verso il fondo della sala.
Sulla porta della cucina era apparso il messaggero, pallido ed esitante sulle gambe malferme. Indossava l’uniforme nera, con i doppi triangoli che quasi scintillavano nell’aria pregna di tanti respiri, e fissava, fiero e superbo, un punto poco al di sopra delle nostre teste, come se ci vedesse più alti di quanto eravamo. Era odioso, e infatti lo odiarono tutti, incondizionatamente, inclusa la signora Blum; ma faceva anche così pena, tutto solo in mezzo alla folla, scosso e piegato dalla lunga frequentazione con la morte, che la folla si chiuse attorno a lui come a proteggerlo. Ma non aveva bisogno di protezione. Dopo un istante avanzò zoppicando tra gli ospiti, i gomiti larghi per remare su quelle onde di sguardi.
Serena camminava al suo fianco svelta e impettita, e pareva che niente potesse ostacolarla in quella sorta di marcia trionfale. Eppure il sorriso che rivolgeva a sua madre non era così largo come ci si poteva aspettare, i suoi occhi erano forse un po’ troppo lucenti, un po’ troppo stretti, per esprimere vera gioia.
«Mamma, vorrei presentarti qualcuno» disse, fermandosi a un passo dalla festeggiata. «Qualcuno di molto importante. Come avrai già capito, questo signore è un messaggero.» Il suono di molti respiri trattenuti percorse la sala. «È il tuo regalo di compleanno.»
A questo punto toccava al messaggero. Serena lo aveva istruito a dire il codice subito dopo la parola regalo, magari accompagnandosi con un gesto plateale, tipo un inchino o una riverenza. Ma il messaggero rimaneva zitto e immobile e guardava la signora Blum con manifesta ostilità, e ci sentivamo tutti a disagio al cospetto di quello sguardo, perché avevamo la sensazione che ci fosse qualcosa di profondamente disomogeneo e inconciliabile nelle due figure asimmetriche, la donna piccola e magra e il grande uomo di gomma, che si fronteggiavano alla luce delle lanterne.
Fu la signora Blum a rompere il silenzio. «Un messaggero piuttosto malconcio» disse, dopo aver dedicato una lunga occhiata all’uniforme rammendata alla meglio e all’orribile corpo che l’uniforme avvolgeva.
«Viene dal Bradishar» disse Serena. «Fino a qualche settimana fa era ancora al fronte. E il viaggio fino a Kelidia è stato lungo, difficile, irto di pericoli. Naturale che sia malconcio, mamma. Anzi, è già tanto che non sia un cadavere.»
La signora Blum si rivolse al messaggero: «Cosa ti porta a Kelidia, mastro messaggero? Hai un messaggio da consegnare o eri solo stufo della guerra?»
Il messaggero si limitò a uno sguardo di sbieco.
«Ma certo che ha un messaggio da consegnare» si intromise Serena. «Altrimenti perché sarebbe vestito in questo modo?»
La signora Blum la interruppe, intimandole con un cenno del capo di tacere.
«È come dice Serena?» domandò. «Qualcuno ti ha affidato un messaggio da portare a Kelidia?»
Siccome il messaggero si ostinava a non dire niente, la signora Blum cominciò a spazientirsi. «E a chi sarebbe diretto questo messaggio?»
Per tutta risposta, e per fare il paio con l’occhiata ricevuta poco prima, il messaggero le rivolse uno sguardo così sfrontato, che l’intera sala fu percorsa da un fremito di terrore. Non era ritenuto salubre mettersi a fissare in quel modo la signora Blum, e infatti mastro Leder aveva già allargato le braccia e stretto le mani a pugno per prepararsi all’attacco; ma proprio quando il terribile sgherro stava per muoversi, il messaggero si decise a rispondere.
Nel peggior modo possibile però.
«Mi dispiace» disse, «ma non ti riguarda.»
Serena l’avrebbe volentieri riappeso dove lo avevamo trovato. «Conosce tantissime storie» si affrettò a informare sua madre. «Storie di guerra. Ne conosce a centinaia. Alcune molto belle. E tutte vere, vissute sulla sua stessa pelle.»
La signora Blum non distoglieva gli occhi da quelli del messaggero. «Un carico pesante» rifletté. «Capisco allora perché sei così malconcio. Affrontare un viaggio così lungo con tanti ricordi sulle spalle deve essere stato sfiancante.»
«I ricordi non sono stati un problema» disse il messaggero. «Se la guerra mi ha insegnato qualcosa, è proprio a convivere con in ricordi. Anche con quelli peggiori, anche con quelli intollerabili.» I suoi occhi si strinsero. «A quanto pare, invece, voi che siete rimasti a Kelidia non avete ricevuto lo stesso insegnamento.»
«Cosa intendi?»
«Mi spiego: finora il mio viaggio è durato tre mesi. I primi dieci giorni sono serviti per valicare le montagne e attraversare la valle del Rate fino alle porte della città; il resto del tempo per coprire le due leghe e mezzo che separano Colle delle Falene dai Quattro Colli. Questo dovrebbe dirti qualcosa.»
La signora Blum batté più volte le palpebre, afferrando solo confusamente il senso di quelle parole. Allora ci fu un lungo silenzio carico di tensione, e Serena cominciò a temere di aver sbagliato tutto: non solo aveva insistito per asservire a sua madre un uomo che aveva scarse possibilità e pochissima voglia di servirla a dovere, ma aveva anche messo in contatto due forze, l’istintiva prepotenza di Margarete Blum e l’irragionevole caparbietà del messaggero, che forse non potevano fare altro che mandare scintille e alla fine provocare un incendio.
Ma ora la signora Blum si era messa a ridere: «E chi si aspettava un regalo così originale? Un messaggero! Un messaggero forse un po’ maleducato, ma spassoso, vivace e con la lingua sciolta.» Rise ancora. «Sai che sei una specie di cimelio, ragazzo? Dicevano che di voi messaggeri era rimasto solo il ricordo, che presto anche il ricordo sarebbe sparito. E invece ecco qua un messaggero in carne e ossa, con tanto di uniforme…»
«Io non sono un messaggero.»
La signora Blum, e assieme a lei l’intera sala, oscillò sulle gambe, come se l’avesse investita una folata di vento. Rivolse a Serena un’occhiata interrogativa.
Serena aprì la bocca per dire qualcosa, ma non era in grado di farlo, perché le stava scappando via l’anima dal corpo.
«Non ho mai fatto parte della società dei messaggeri» disse il messaggero. «Fino a poco tempo fa non avrei mai né meno immaginato di indossare questa uniforme. Conoscevo il codice, ma come lo conoscono tutti, per sentito dire, e non sono sicuro di aver mai visto un messaggero in vita mia.»
«Insomma, l’uniforme che indossi è fasulla.»
«L’uniforme è autentica. Come è autentica la missione che ho ereditato il giorno che l’ho indossata per la prima volta.»
«Ereditato?»
«Da un ragazzo. Un ragazzo morto che forse aveva ereditato anche lui la missione da qualcun altro. O forse era un vero messaggero. Chi può dirlo?»
«Ma che storia è?» disse la signora Blum, rivolgendosi ancora a Serena.
Serena, che era appena riuscita a riprendersi, sembrava una vela stracciata dal fortunale: «Una storia, appunto» rispose. «Come ho detto, mamma, ne conosce tantissime. E ora ne sta semplicemente raccontando una.»
«Ma prima hai detto che le sue storie sono vere.»
«Quasi tutte.»
La signora Blum tornò a fissare il messaggero: «È come dice Serena? Stai solo raccontando una storia?»
«Non sto mentendo, se è questo che vuoi sapere.»
«Quello che voglio sapere è se sei un messaggero o no.»
«Io sono un soldato. Si può dire che sia stato sempre e solo questo in vita mia, e in fondo anche dopo. Ma poi ho incontrato il ragazzo che dicevo, e lui aveva indosso l’uniforme con i doppi triangoli e portava un messaggio. Un messaggio di una sola parola. E da allora ho smesso di essere quello che ero, anzi, quello che non ero, e sono diventato la parola che portava il ragazzo.»
La signora Blum, come il resto della platea, noi due compresi, non doveva aver capito molto di quel discorso. «Forse è meglio che racconti la storia dall’inizio» suggerì.

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5 pensieri su “Il messaggero – Il cantastorie e la regina, Parte I

  1. Questa prima parte è davvero intrigante e ci lascia sul più bello. Quale sarà la misteriosa parola? Inutile a pensarci sopra, aspettiamo con pazienza la saeconda parte. Direi che ha un ottimo tono narrativo e suscita, almeno in me, la visione chiara dell’area dove si svolge il compleanno.

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    • Grazie per la consueta generosità. Un po’ per volta il mistero si chiarirà, spero stavolta a ritmo sostenuto. Sono felice che riesca a vedere il luogo del racconto, considerata la difficoltà, che conoscerai, di immaginarlo, disegnarlo, renderlo tridimensionale. Grazie ancora.

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