Il messaggero – Il cantastorie e la regina, Parte II

Il messaggero rifletté per qualche istante. «L’inizio?» disse «Be’, l’inizio è la guerra, naturalmente. Prova a immaginare: un nevaio grande come una città, che ricopre per intero il fianco della montagna, a ridosso di un piccolo ponte che si tende tra le labbra di un crepaccio; un’alba di vetro che sale dalle montagne, mentre l’ombra che imbeve la valle, cedendo il passo a quella luce di ovatta, arretra lungo il corso del fiume e va ad annidarsi in fondo al crepaccio; e la guerra, già desta, anzi insonne, perennemente in agguato, che pregusta, come un lupo sulle tracce della lepre, il sangue che sta per scorrere. La guerra siamo noi del terzo battaglione, quel poco che rimane del terzo battaglione. Siamo attestati nel villaggio di Pelasta, sul versante meridionale del crepaccio, e la nostra consegna è di presidiare il ponte, uno dei pochi ancora in piedi nella valle del fiume Cuju. Sparare a chiunque non si faccia riconoscere, impone la consegna. Ed ecco che una delle scolte nota un’ombra in mezzo al nevaio, un’ombra che si dimena come una mosca in una ciotola di latte. È assurdo, perché nessun caiurita oserebbe avvicinarsi al ponte così allo scoperto, e nessun kelidiano sarebbe così pazzo da avventurarsi in quella parte del territorio nemico. La scolta ha gli occhi telescopici, ma a causa del riverbero non distingue nient’altro che un profilo di uomo semi cancellato dal bianco. Urla: nome, grado, compagnia. L’altro niente. Urla: numero di salvacondotto. L’altro niente. Forse non capisce la lingua, comincia a pensare la scolta. E se non capisce la lingua, significa che non è kelidiano. Mi manda a chiamare. Mi guarda. Io guardo l’ombra. La consegna è chiara. C’è la guerra. Non si possono non rispettare le consegne. Spara, ordino. E la scolta obbedisce. Al primo colpo, l’ombra è a terra. Spara ancora, ordino. Il corpo sobbalza, una nuvola rossa si alza dalle gramaglie. Morto, dice la scolta, indicando il punto dove è rotolata parte della calotta cranica. Allora raduno un paio di soldati e scendiamo al ponte. Lo attraversiamo fin quasi all’altro versante. Il corpo è a ridosso del ciglio, steso bocconi sull’asfalto, una pozza di sangue sotto la testa semi scoperchiata. Mentre mi avvicino, noto delle macchie rosse sull’abito nero. Ma non sono macchie, sono segni, segni rossi che sembrano clessidre. Guardo i tre soldati che mi accompagnano, e anche loro li hanno riconosciuti. Siamo colti da un terrore superstizioso, come se da un momento all’altro la Legge stessa deva ergersi di fronte a noi a sancire la nostra condanna, a proclamare la sentenza di morte riservata a chiunque uccida i suoi sacerdoti, mentre realizziamo che l’uomo, anzi il ragazzo poco più che adolescente che abbiamo appena ucciso, non è un uomo qualunque, è un messaggero. Allora decidiamo di portare il corpo al comando del battaglione. Lo deponiamo su una branda dell’infermeria, copriamo alla meglio la terribile ferita alla testa. Poi cominciamo a porci una domanda dopo l’altra. Da dove può essere sbucato fuori quel relitto del passato, visto che la società dei messaggeri non esiste più da molti anni? Dov’era diretto? Quale messaggio gli è stato affidato? Alla fine troviamo il messaggio che stava portando. E a quel punto è tutto fin troppo chiaro. E non possiamo non concludere che il peccato che abbiamo commesso è così grave, che il solo modo per scontarne la colpa è portare a termine la missione che rischiamo di far fallire. I commilitoni mi fissano. È un compito che spetta a te solo, leggo nei loro occhi. Non posso non essere d’accordo. Perché ho dato io l’ordine di uccidere il messaggero. Perché nessuno ha maggiori possibilità di portare a compimento l’impresa. Ma soprattutto perché il messaggero è venuto a Pelasta per cercare me…»
La signora Blum strinse gli occhi: «Stava cercando te?»
Il messaggero annuì.
«Come puoi esserne sicuro, se era morto?»
«Semplice: Pelasta è troppo a ovest. Uno che dal Bradishar intenda raggiungere Kelidia non avrebbe motivo di spingersi così a ovest, in una valle impervia dove i sentieri e i passi sicuri scarseggiano e l’unico collegamento tra le sponde del Cuju è il ponte di Pelasta, notoriamente sorvegliato da una schiera di cecchini con occhi protesici. Il messaggero stava cercando di arrivare a Pelasta. E l’unico motivo plausibile è che a Pelasta c’ero io…»
La signora Blum aveva le sopracciglia vicinissime, la fronte segnata di rughe: «E come mai stava cercando te?»
«Si potrebbe dire che ho una certa nomea tra i caiuriti, così come tra i kelidiani, una fama sinistra che ha raggiunto anche le lontane Kepher e Gorra. Mi chiamano Spettro. A causa di tutte le volte che mi hanno visto ferito anche molto gravemente, un paio di volte perfino mortalmente, salvo poi ritrovarmi sul campo di battaglia dopo poche settimane. Il ragazzo doveva aver saputo di questo mio talento, e presumo che intendesse chiedermi di continuare la missione al suo posto, temendo, a ragione, di non poter sopravvivere a un viaggio così lungo e difficile in territorio nemico.»
La signora Blum avvicinò ancora di più le sopracciglia, pronta a gustarsi la succosa rivelazione che stava per arrivare e che avrebbe chiuso la storia in modo deliziosamente appropriato. «E qual era il messaggio?» domandò, mentre il resto della sala tratteneva il respiro.
Il messaggero fece no con la testa. «Mi dispiace» disse, «ma non ti riguarda.»
La signora Blum quasi non riusciva a crederci: «Vorresti dire che non hai intenzione di rivelare quale sia il messaggio?»
«Non vedo perché dovrei farlo. Il messaggio non è diretto a te né ad alcun altro in questa stanza.»
«Ma il finale della storia…»
«La storia è finita.»
«Come può essere finita, se non hai rivelato il messaggio? Che razza di stupido finale è questo?»
«Temo che dovrai accontentarti. Siccome non hai sborsato un centesimo per ascoltarla, non puoi far altro che prendere la mia storia per quello che è.»
«Ma sei qui per raccontarmi delle storie, o sbaglio?»
«Sono qui perché ho un debito con Serena. Lei mi ha salvato la vita, si è presa cura di me quando stavo male, e ora naturalmente è giusto che la ripaghi. E l’unico modo che mi ha concesso per ripagare il debito che ho con lei è di entrare al tuo servizio, di diventare il suo regalo di compleanno per te.»
«Capisco.»
«Ma sono io il regalo, non le mie storie.»
La signora Blum mandò un sospiro. Ma ora più che in collera sembrava sollevata. L’espressione di smarrimento che aveva sulla faccia dall’arrivo del messaggero era svanita, lasciando il posto alla solita, fredda, sottilmente crudele. Perché era tornata su un terreno familiare, sul quale si muoveva con disinvoltura: finalmente aveva capito cosa aspettarsi dal messaggero.
«E dire che sembravi quasi un tipo interessante» disse. «Uno con del coraggio, che non ha paura di confrontarsi con chi può fargli anche molto male. Invece, dopo tante belle parole, dopo tante affascinanti sottigliezze, si scopre che miri solo a sciogliere i cordoni della mia borsa, come il resto di Kelidia. Be’, non si può dire che non ti sia ambientato in fretta, dopo tanti anni di lontananza. Ma se vuoi un consiglio, dovresti andarci un po’ più cauto. Ricorda che sono un’usuraia: i primi soldi li ho fatti prestando a interesse a parenti e amici, perfino ai miei stessi genitori, e pretendendo la restituzione del doppio di quello che avevo prestato. E come ognuno di loro ha imparato a proprie spese, conviene pensarci bene, prima di chiedermi dei soldi, conviene rifletterci con molta attenzione… Perché potrei anche darli.»
«Non m’interessano i soldi. Se ho scelto di indossare l’uniforme dei messaggeri è solo perché il messaggio che portava quel ragazzo è così importante, che deve essere consegnato a qualsiasi costo. Anzi, a qualsiasi prezzo.»
«Allora è questo che mi chiedi. La libertà.»
«Sì.»
«Un prezzo molto alto. Nonostante il tuo strano modo di fare, sei una merce molto preziosa.»
«Ma non sono un vero messaggero »
«E cosa importa? Negli ultimi minuti mi sono divertita più che negli ultimi dieci anni, nonostante tutti i soldi che ho elargito ad almeno sei diversi cantastorie. Questo vale più di un paio di triangoli su un’uniforme.»
«Ma non ti appartengo. Appartengo al destino che è stato scelto per me.»
«Eppure guarda dove ti ha portato il tuo destino. In casa mia. Al mio servizio.»
«Solo un altro passo sul sentiero.»
«Mettila come ti pare, ma non ti lascerò libero in cambio di qualche storia. Significherebbe buttar via il regalo più prezioso che abbia mai ricevuto, ed è una cosa contraria a ogni logica.»
«La parola» disse il messaggero, soffocando a stento l’ondata di collera che gli infiammava le guance, «non può piegarsi a considerazioni così meschine.»
E allora anche la signora Blum fu presa dalla collera. Anzi andò su tutte le furie: «Come osi giudicarmi? Cosa ne sai di quello che abbiamo passato in tutti questi anni? Mentre voi uomini ve ne stavate sulle montagne a litigare per pochi palmi di terra, noi donne, le poche sopravvissute alle bombe e ai veleni che voi imbecilli ci avete scagliato contro, avevamo un’intera città da accudire e da guarire dalle moltissime ferite che le avevate procurato. Ed è stato solo trasformando in merce tutto quello che possedevamo e al quale eravamo affezionate, è stato solo convertendoci senza riserve a una logica ferrea di dare e avere, che siamo sopravvissute. Sopravvissute, hai capito bene. Perché ormai Kelidia è una città di donne, e gli uomini che sono rimasti non si possono né meno definire uomini, ma piuttosto bambini, fantocci di carne. Te compreso.» Fece un gesto imperioso con la mano, come a troncare di netto la discussione. «Un assassino del tuo stampo, uno che in guerra avrà ucciso chi sa quante persone, e solo perché lo comandavano un paio di idioti con le medaglie al petto, con quale coraggio pretende di insegnarmi cosa è giusto e cosa è sbagliato? Questa è casa mia! E sono io che decido cosa è giusto e cosa è sbagliato a casa mia. Sono io che detto le regole! Tu resterai al mio servizio fino a quando non sarò io a licenziarti, e in cambio riceverai da mangiare, un letto e perfino un po’ di soldi, se proprio mi gira. E alla fine, quando non avrai più storie da raccontare o mi sarò stufata di averti tra i piedi, allora troverai un lavoro, perché sarai sommerso dai debiti e dovrai guadagnarti il pane come chiunque altro.»

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11 pensieri su “Il messaggero – Il cantastorie e la regina, Parte II

  1. Dunque il falso messaggero ha prodotto la sua storia ma la signora Blum non demorde. E’ mio il catastorie e me lo tengo.
    Ma il finto messaggero accetterà di restare al servizio della signora Blum? Ci lasci col fiato sospeso.
    E’ veramente piacevole leggerti. Scrittura ricca di sfumature e personaggi aderenti al loro ruolo.

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