Il messaggero – Respiro, Parte II

La certezza della morte ci assalì con gelidi artigli, e cominciammo ad avere paura sul serio: resistevamo a stento a un intenso bisogno di urinare, e ci occorse un enorme sforzo di concentrazione per vincere il tremito delle gambe e rimanere in piedi. Invece il messaggero non dava segno di preoccuparsi: dalla sua espressione di stolida arroganza sembrava piuttosto che se si stesse divertendo. Ma non era così tranquillo come voleva apparire. Le sue mani erano strette a pugno e così pallide, come se né meno una goccia di sangue arrivasse a irrorarle, mentre la voce, quando iniziò a parlare, suonò un po’ troppo acuta e stentorea, per uno al quale l’apparizione di tutti quei fantasmi non facesse alcun effetto.
«Fratelli!» disse, arginando con il peso di quell’unica parola la marea della stessa parola pronunciata dagli Storti. «Vengo a disturbare il vostro sonno per un grave motivo. E per farvi una terribile richiesta.»
A quelle parole, le schiere degli Storti si aprirono in due come le falde di un sipario, lasciando libero un breve corridoio al centro. Una donna con indosso una tuta da minatore avanzò dal fondo del corridoio. Il volto della donna era largo, gioviale, perfino bello, nonostante il vuoto al quale faceva da maschera.
«Aspettiamo il tuo ritorno fin dal momento che questi bambini ti hanno sottratto alla morte» disse la donna, una volta che fu arrivata a qualche passo da noi. «Così come la richiesta che stai per farci.» Dalla sua bocca (come dalla bocca di tutti gli altri Storti che in seguito si rivolsero al messaggero) non usciva un’unica voce, ma un coro di mille voci diverse, assommate in un rombo di tempesta.
Una ruga verticale apparve in mezzo alle sopracciglia del messaggero: «Questo significa che acconsentite ad aiutarmi?»
Anziché rispondere, la donna fece un passo indietro. E fu subito risucchiata dal turbine creato dal resto dei suoi fratelli. Gli Storti si raggrupparono in un’enorme nuvola azzurra che si alzò fino alla cima dei casamenti più alti e mosse minacciose propaggini alla volta di Colle delle Falene. E anche se non pronunciarono né meno una parola, mentre radunavano le schiere, non avevamo alcun dubbio su quale fosse la loro risposta alla domanda del messaggero.
Ma il messaggero, tutt’altro che felice di aver ottenuto con tanta facilità l’aiuto del quale aveva bisogno, non accennò a muoversi. E quando gli Storti si avviarono in direzione di Colle delle Falene, anziché mettersi alla loro testa, alzò un braccio in segno di richiamo.
In pochi istanti ci ritrovammo di nuovo circondati. Ma ora gli Storti, defraudati della marcia guerresca, ci scagliavano addosso dei terribili sguardi d’ombra e sembravano sul punto di aggredire il messaggero, piuttosto che i Fazzoletti Bianchi. E anche noi, se è per questo, che non avevamo ancora cominciato a piangere come bambini solo perché la polvere ci aveva mangiato le lacrime.
Ma poi un vecchio minatore (la polvere sapeva disegnare con spaventosa precisione le mille asperità della pelle semi secolare) emerse dal turbine, riportando un’effimera quiete. «Perché ci hai fermato?» domandò, muovendo lentamente la testa sul collo da rapace. «Non sei ansioso di recuperare il sigillo?»
Il messaggero strinse gli occhi: «Più che altro sono stupito che sia così facile muovervi alla guerra. Avevo perfino preparato un discorso per convincervi. E invece dite sì prima ancora che abbia chiesto.»
Il vecchio sollevò il mento in un gesto di sfida: «Abbiamo scelto di aiutarti fin dal giorno che ci hai rivelato il messaggio che hai l’ordine di consegnare. Eravamo perfino indecisi se recuperare il sigillo per conto nostro e conservarlo per il giorno che saresti tornato. Non l’abbiamo fatto solo perché non eravamo certi che fossi vivo.»
«E a cosa si deve tanto riguardo per la mia missione? Insomma, è abbastanza strano, no? L’altra volta, invece di trasformarmi in polvere, come avete fatto a tanti altri, invece di lasciarmi semplicemente ad agonizzare, come avrei fatto io con uno di voi, vi siete prodigati per tenermi in vita, mentre ora che sono venuto a turbare le vostre illusioni con la voce della guerra, anziché infuriarvi o ridermi in faccia, imbracciate le armi senza fare né meno una domanda, contenti dell’orrore che vi porto in dono.»
Mentre il messaggero parlava, la figura del vecchio si aprì come un fiore, e in mezzo ai petali emerse lo spettro di un uomo di circa trent’anni. L’uomo indossava l’uniforme dell’esercito, con un elmetto bucherellato che gli copriva gran parte della testa.
Il messaggero aveva gli occhi così stretti, che sembravano chiusi. Mosse qualche passo verso il soldato: «Tanta dedizione non può nascere da qualcosa di vuoto e freddo come una fratellanza di spettri. E allora perché siete così desiderosi di aiutarmi? Qual è il vero motivo?»
Il soldato rimase immobile e silenzioso per un tempo che a noi parve lunghissimo. «La parola» rispose alla fine. «La parola che hai pronunciato quando stavi tra la vita e la morte. Se ti stiamo aiutando, è solo perché tu possa pronunciarla di nuovo, con tale forza, da far tremare le fondamenta di Kelidia.»
«Ma a voi cosa importa di Kelidia?»
«Niente» rispose il soldato, scuotendo la testa. «Noi siamo il Respiro. Al Respiro importa solo di se stesso.»
«E allora torniamo daccapo: perché mi state aiutando?»
«Perché non siamo solo il Respiro» rispose una giovane donna, che galleggiava sul lato opposto della calca. Una donna amabile e florida, con una gran selva di riccioli scuri. «Siamo anche gli avanzi, i rimasugli delle persone che un tempo abitavano queste contrade.»
«Noi ricordiamo» disse un’altra donna più anziana, apparsa accanto al soldato. «Ricordiamo le nostre vite. Come erano, come sognavamo che fossero. E le ripetiamo, in modo che il loro ricordo non si attenui. Se infatti smettessimo di ricordare, di noi non resterebbe che il Respiro.»
«Per questo non tolleriamo le intrusioni» disse il soldato. «Di giorno ricordiamo il lavoro in miniera, e allora è la morte per tutti quelli che si avventurano lungo il tracciato della ferrovia sotterranea o che si accostano troppo al cratere. Di notte ricordiamo i piaceri domestici, e allora è la morte per chiunque si addentri nel Blocco Dodici e impregni con il puzzo delle sue viscere la dimora dei nostri ricordi.»
«Ricordiamo anche l’amore» disse un ragazzo della nostra età, sbucato vicinissimo a dove stava il messaggero. «L’amore che un tempo nutrivamo per Kelidia, per i nostri fratelli kelidiani, per la storia e il destino che ci accomunavano a loro »
Il messaggero fece un mezzo sorriso: «Volete farmi credere che è per amore dei kelidiani che mi state aiutando?»
«Non proviamo amore» disse il ragazzo. «Lo ricordiamo. Tutto qui. L’amore non può penetrare nei gelidi ricettacoli che custodiscono quello che eravamo in passato. Un’unica luce è in grado di raggiungere quegli anfratti così bui. E questa luce è l’odio.»
Il messaggero batté le palpebre: «L’odio?»
«Immaginiamo che per te non abbia molto senso» disse una ragazza magra, con indosso un semplice abito stampato a farfalle, sbucata da chi sa dove alle spalle del messaggero. «Ma è solo perché negli ultimi anni sei stato lontano. Per noi invece che siamo rimasti ai margini della città e abbiamo assistito alla sua decadenza, alla sua progressiva resa all’oblio, non esiste altro che abbia senso, se non l’odio.» Fece un mezzo giro attorno al messaggero: «Ci hanno dimenticato, capisci? I nostri stessi fratelli. Anche se sono stati loro a trasformarci in quello che siamo, anche se sono stati loro a offrirci in sacrificio al Respiro, ci hanno dimenticato. Perfino i nostri nomi hanno dimenticato. Nomi che un tempo erano pronunciati con tenerezza, con affetto, con amore, oggi sono assommati in un unico nome offensivo e disgustoso, che ferisce le nostre orecchie ogni volta che lo sentiamo.»
Mentre parlava, un debole vento si alzò a disperdere gran parte del suo corpo, finché di lei rimase solo una bambina di circa sei anni. La bambina fece un balzo oltre i rimasugli della ragazza che ancora le aleggiavano attorno e si mise a correre e a saltellare attorno al messaggero. Cantilenava una filastrocca con la sua sola voce di bambina:

«Ci chiamano Storti,
ma Storti non siamo.
Noi siamo dei morti
respiro e richiamo.»

Dopo aver ripetuto la filastrocca più volte, si fermò di fronte a Raphael, con le mani intrecciate dietro alla schiena, e rivolse un lungo sguardo inquisitorio al bambino più grande che le faceva ombra.
«Ma non si tratta solo di questo» disse, e dalla sua bocca fuoriuscirono le voci di tutti gli Storti. «Se si trattasse solo di questo, ci basterebbe uccidere tutti i kelidiani (e potremmo farlo, potremmo farlo nell’arco di un’unica notte) per placare il nostro rancore. Ma i kelidiani non dimenticano solo noi. Dimenticano anche loro stessi. Quello che erano prima della guerra. Quello che Kelidia era prima della guerra. E si rifiutano di scrutare nell’abisso che si sono scavati alle spalle.»
«Puoi davvero biasimarli?» la interruppe il messaggero. «Dopo tutto quello che è successo?»
«E questi due bambini, allora? La guerra gioca con i loro ricordi da prima ancora che i loro ricordi assumessero una forma definita. Eppure ricordano. Non capisci che solo per un motivo non li abbiamo presi, ora che hanno violato il paese del Respiro e sparso il puzzo dei loro visceri nelle nostre dimore, perché ti hanno salvato senza badare ai rischi che correvano? E non l’avrebbero mai fatto, se non ricordassero quello che i messaggeri significavano un tempo, quello che loro stessi, forse prima ancora di venire al mondo, erano un tempo. E se ricordano loro due, che conoscono solo la guerra, gli altri che hanno vissuto tempi migliori non è giusto che non ricordino. Invece disperdono, deformano, calpestano. Si illudono che niente sia cambiato, che loro stessi rimangano gli stessi di sempre: questo come possiamo perdonarlo?»
«Ma cosa ha che fare l’odio con la parola?»
La bambina chiuse le palpebre sulle orbite cave e si dissolse in uno sbuffo di polvere.
«La parola è molto potente» dissero gli Storti, da ognuna delle loro mille bocche. «È così potente, che riesce a scuotere perfino noi, che quasi non esistiamo, dalla nostra ossessione di morte. Confrontarsi con la parola è spaventoso, doloroso, catastrofico, come tu stesso hai potuto assodare. Il giorno che riuscirai a portare a termine la missione e a pronunciare la parola, a pronunciarla in modo che tutti, qui come a Caiuri, la sentano, i kelidiani patiranno atroci sofferenze. Molti di loro moriranno, probabilmente, mentre gli altri saranno costretti a ricordare. E questa sarà la nostra vendetta.»
Tacquero, in attesa che il messaggero si dichiarasse soddisfatto. Ma il messaggero, la testa china e i pugni stretti, era immerso in una profonda riflessione e per ora manteneva il silenzio. Impiegò ancora diversi minuti, prima di alzare lo sguardo a fronteggiare gli alleati.
Annuì con un gesto quasi impercettibile.
Un vento gelido si alzò allora dalla folla di spettri, genitore e figlio, allo stesso tempo, dei violenti moti che ne rimescolavano le interiora, e una seconda nuvola di qedua, perfino più grande di quella che si era alzata poco prima, oltrepassò le cime dei casamenti, allungandosi verso Colle delle Falene. Il messaggero fece per unirsi agli alleati, ma poté calcare solo mezzo passo, perché ora Franz lo tratteneva con tutta la forza che aveva.
«Che storia è questa?» gridò Franz, la faccia rossa di rabbia. «Cosa intendevano gli Storti, che i kelidiani patiranno atroci sofferenze e tutto il resto? Cosa significa?»
Raphael, se possibile, era ancora più arrabbiato. «Pensavamo che la tua missione fosse una cosa buona. E invece delle persone moriranno, a quanto sembra, e tante altre soffriranno… compresi noi due, immagino.»
Il messaggero si liberò con uno strattone. «Non ho tempo per darvi retta» disse, riavviandosi sulle orme degli Storti.
Franz corse a sbarrargli la strada, e Raphael fece lo stesso.
«Qual è il messaggio?» disse Franz.
«Devi dircelo!» disse Raphael. «Non puoi ostinarti ancora a mantenere il segreto.»
Il messaggero quasi si metteva a ridere: «Se siete così stupidi e ciechi da non averlo ancora capito, non meritate una risposta.»
Fummo colti da un tale accesso di rabbia, che solo la paura degli Storti ci trattenne dal raccogliere un sasso e spaccare la testa del messaggero. Decidemmo di tornare a Kelidia, ora che gli Storti avevano sgombrato le strade del quartiere, ed eravamo quasi all’altro capo della piazza, quando la nostra attenzione fu attirata da una risata fanciullesca, che si alternava ai versi della solita filastrocca:

«Ci chiamano Storti,
ma Storti non siamo.
Noi siamo dei morti
respiro e richiamo»

La bambina con il vestito a fiori se ne stava in cima a un cumulo di macerie, saltellando ora su un piede ora sull’altro, e indicava la massa scura dei colli settentrionali.
«Non vorrete andarvene proprio ora» disse con voce infantile. «Dopo tutti i rischi che avete corso per arrivare fin qua, sarebbe un po’ da stupidi, no? Venite a godervi lo spettacolo assieme a me, piuttosto. La luna non fa molta luce, ma il casolare dei Fazzoletti Bianchi si vede lo stesso abbastanza bene, e vi assicuro che domattina avrete un sacco di storie da raccontare.»
Scalammo il terrapieno, troppo sgomenti per metterci a discutere. Ma stavamo anche sul chi vive, con mille domande e sospetti che ci ronzavano nel cranio, e riuscivamo a capire solo confusamente come mai gli Storti si prendessero la briga di minacciarci, anziché ridurci in polvere e basta. Non potevamo credere che si sentissero in debito perché avevamo salvato il messaggero. Se volevano, anzi pretendevano, che assistessimo alla battaglia, era solo perché avevano un ruolo da farci recitare, una piccola, significativa parte nella loro commedia.
Arrivati in cima al terrapieno, trovammo la bambina in ginocchio sul bordo di una sporgenza, la faccia protesa in direzione del casolare dei Fazzoletti Bianchi. Sembrava in preda a un’intollerabile curiosità, e delusa, allo stesso tempo, di non partecipare in prima persona al gioco che impegnava i suoi fratelli. Ma era tutta scena.
Seguimmo il suo sguardo. La luna imbiancava le balze dei colli settentrionali con il suo latte un po’ rancido, proiettando pallide ombre ai piedi dei casolari, e un silenzio infinito risucchiava ogni segno di vita e di attività dall’intero oltrefiume. L’unico guizzo era quello dei fuochi di bivacco che ardevano al centro dei cortili e al margine degli accampamenti militari, mentre il resto, compreso il grande fiume che serpeggiava tra argini di pietra e rive scoscese, sembrava sospeso al di fuori del tempo, intrappolato in una languida morte.
Pochi minuti dopo, un colpo di fucile risuonò nel vuoto, poi un secondo, poi ancora molti, moltissimi altri. La bambina indicò il cortile del casolare, dove tante minuscole figure si agitavano freneticamente, raccogliendosi, disperdendosi, raccogliendosi di nuovo, per fronteggiare o fuggire la livida nebbia che aleggiava tutto attorno. Poi il fumo avvolse l’intera falda del colle, impedendoci di vedere altro, mentre gli spari si susseguivano a ritmo sempre più alto e il fragore della battaglia riempiva come un’acqua ribollente la ciotola dell’oltrefiume. Qualche minuto ancora e gli spari cominciarono a diradarsi, fino a smettere del tutto, e così anche il frastuono, e gli ordini e le minacce dei capibanda e le rimbeccate dei sottoposti si tramutarono progressivamente in urla, che crescevano fin quasi a raggiungere il parossismo e poi si spegnevano di colpo, senza né meno suscitare un’eco. Alla fine, il silenzio calò sui colli settentrionali come un sipario, e il sibilo di un vento che le orecchie udivano, ma che la pelle non riusciva a percepire, era l’unico suono che si districava dal suo ordito.
La battaglia era conclusa. Ansiosi di saperne di più, di ottenere qualche dettaglio su quanto era appena successo, ci rivolgemmo alla bambina spettro. Volevamo domandarle se era rimasto in vita qualcuno, se i disertori morti erano entrati a far parte delle schiere spettrali, se il sigillo era stato recuperato con successo, e quasi dimenticavamo a chi appartenesse la figura fanciullesca che ci stava accanto, quale volontà si nascondesse dietro quella maschera tanto ingannevole. Ma le domande ci morirono in bocca prima ancora che potessimo aprirla. Perché la bambina, o meglio la bambola di qedua alla quale gli altri Storti avevano ordinato di starci dietro, se ne stava a meno di un palmo da noi, fissandoci curiosa dal basso in alto con i grandi occhi spalancati, e un odio senza tempo si nascondeva nel vuoto di quegli occhi.
Allora capimmo qual era il ruolo che gli Storti intendevano affidarci, come mai avevano fatto in modo che non ci perdessimo né meno un istante della battaglia con i Fazzoletti Bianchi. E incominciammo anche a sospettare che quella notte non fossero i disertori ad aver patito la sorte più amara.
Che vedessimo. Ecco cosa volevano gli Storti. Che raccontassimo. Che diffondessimo la notizia del potere con il quale i kelidiani avrebbero presto dovuto confrontarsi per volontà dei loro antichi fratelli.
Volevano che ricordassimo.
E così è stato.

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5 pensieri su “Il messaggero – Respiro, Parte II

  1. Credo che questo sia il capitolo conclusivo della storia che hai reso palpitante e viva.
    Condivido l’opinione sul questa puntata, espressa sopra. Sicramente hai reso magnificamente la scena. Pareva di essere in prima fila per assistere allo spettacolo. Veramente in gamba.
    Lunga l’attesa ma il premio è assicurato.

    O.T. ti segnalo qualche refuso di battitura
    annj <– anni
    ne avevo visto un altro all'inizio ma non riesco più a localizzarlo.

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