Il messaggero, Un secondo sigillo, Parte I

A questo punto, prima di andare avanti con la storia, Raphael vorrebbe dire un paio di cose. Solo un paio, promesso, e solo perché davvero non può farne a meno. Tanto per cominciare, le pagine che precedono questa, da dove si parla della tenue luna slavata fino al rigo dove compare la chiusa: e così è stato, sono interamente opera di Franz, che deve aver investito una enorme quantità di tempo e di energie, per tenerle nascoste a suo fratello. Fortunamente, se Franz si crede furbo, Raphael lo è davvero. E quando Franz, alla proposta di tener fuori dal libro l’incontro tra gli Storti e il messaggero, invece di recalcitrare come Raphael si aspettava, si è finto addirittura persuaso che non fosse né meno il caso di accennare l’episodio a grandi linee, Raphael ha immediatamente capito. Rimasto solo in tipografia, ha iniziato a rovistare ovunque, finché l’occhio non gli è caduto per caso sullo scartafaccio, e allora si è ricordato della mania di Franz di nascondere le cose in piena vista. Aperto lo scartafaccio alle ultime pagine, ha trovato gli oltre quaranta fogli, faticosamente ricoperti da una scrittura fittissima e semi illeggibile, che Franz cercava di nascondergli. Il piano era ben studiato: siccome Raphael detesta limare, non sopporta comporre, è rarissimo che rilegga le bozze, si sarebbe accorto dell’inganno solo dopo la prima tiratura.
Semplicemente troppo tardi per impedire che tutte quelle bugie finissero nel libro.
Bugie, chiaro? Perché è falso che seguimmo il messaggero nell’oltrefiume. È falso che assistemmo al colloquio tra il messaggero e gli Storti. È falso che gli Storti ci costrinsero ad assistere alla battaglia con i Fazzoletti Bianchi, affinché diffondessimo la notizia della loro collera a Kelidia. È falso anche che abbiamo mai visto gli Storti, che sappiamo come apparissero o come parlassero o quali fossero le loro intenzioni. L’unico accenno di verità? L’espressione che affiorò sulla faccia di Serena quando il messaggero, lasciando casa Blum, si voltò a guardarla, l’angoscia e la paura che leggemmo in quell’espressione. Questo particolare corrisponde al vero.
Il resto sono bugie.
Terminata la lettura, Raphael era su tutte le furie. «Credevi davvero che non l’avrei scoperto?» ha domandato a Franz, una volta a casa.
Franz ha alzato lo sguardo dalla minestra di cavoli e patate che stava sorbendo e ha storto la bocca in segno di delusione, osservando lo scartafaccio che Raphael aveva appena gettato sul tavolo, a un palmo dal piatto: «C’erano buone possibilità.»
«Da quando siamo nati, non sei riuscito a farmela una sola volta. Mi spieghi perché continui a provarci? A questo punto chiunque altro avrebbe rinunciato.»
«Perché con te non si ragiona. E questa è una cosa troppo importante per lasciare che sia solo tu a decidere.»
«Certo che è importante! Sai bene quanto me che siamo quasi finiti sul lastrico, per rimettere in piedi la tipografia. Anche se le cose andassero bene, impiegheremmo lo stesso anni per rientrare…»
«Appunto per questo dobbiamo fare in modo che il libro venda.»
«E come? Con le tue balle da spaccone? Guarda che non serve lavorare tanto di fantasia: la verità sarà più che sufficiente a farci vendere migliaia di copie.»
«Non mi sembra di aver lavorato così tanto di fantasia. Stando a quello che sappiamo e alle storie che abbiamo raccolto dai disertori dopo quella notte, tra il messaggero e gli Storti dev’essere andata esattamente come ho scritto.»
«Ma non c’eravamo! L’idea di seguire il messaggero non ci ha né meno sfiorato, se ti ricordi. Anche perché visitare gli Storti a casa loro, in piena notte… riesci immaginare mossa più stupida? Questa balla che invece avremmo seguito il messaggero nell’oltrefiume è talmente grossa, che basta da sola a togliere ogni valore a quello che hai scritto, per quanto verosimile.»
«Fa’ come ti pare allora. Stralcia l’intero capitolo e buttalo nel mucchio del macero. Cos’altro vuoi che ti dica?»
«E no caro. Troppo comodo. Le bugie che hai scritto restano dove sono. Mastro Olaf le imprimerà assieme al resto.»
«Eh? Ma non hai appena detto che dobbiamo raccontare la verità?»
«Certo. Ma assieme alla verità stamperemo anche le tue bugie, subito prima dell’esatto resoconto di quello che è successo davvero. Così tutti potranno capire che razza di bugiardo sei.»
Franz ha scosso la testa: «Ma non capisci che così confondi i lettori? Chi comprerà mai un libro dove si racconta una cosa e poi subito dopo si dice che è falsa?»
Abbiamo discusso ancora per un bel pezzo, ma Franz sapeva di essere in torto, se non altro perché era stato beccato, e alla fine ha dovuto cedere. Non senza dettare qualche condizione, naturalmente, ma questo si chiarirà in seguito. Ora è invece tempo, dopo tante falsità, di raccontare come andarono davvero le cose.
Quando il messaggero lasciò casa Blum, anziché andargli dietro come pretenderebbe Franz, ci limitammo a fissarlo a bocca aperta, augurandoci di non rivederlo mai più. Un’ora dopo inseguivamo il sonno nei nostri letti, ansiosi di dimenticare quella angosciosa faccenda, e alla lunga riuscimmo anche ad addormentarci, e fu un lungo sonno ininterrotto fino a mattina. Trascorremmo il giorno successivo al lavoro, domandandoci angosciosamente, tra un colpo di maglio e l’altro, cosa avremmo fatto di noi stessi, ora che il messaggero era uscito per sempre dalle nostre vite.
Ma era ancora presto per affrontare la questione. All’alba di due giorni dopo, sentimmo bussare alla porta, ed era Serena, che veniva a comunicarci che la storia del messaggero era ancora lontana dalla conclusione.
Pallida in volto, le sopracciglia contornate da minutissime rughe, Serena sembrava appena strisciata fuori da un regno di spettri. Rimase ferma sulla soglia per molto tempo, prima di decidersi a entrare. Aveva aperto Raphael, che dormiva accanto alla porta e che ancora dormiva, mentre faceva strada a Serena fino al tavolo da pranzo e le indicava una sedia. Serena sedette dove indicava Raphael, appoggiò i gomiti sul tavolo e si mise a guardare fisso davanti a sé, senza dire una parola.
Nostra madre si affacciò dal paravento che ritagliava la sua camera nella cucina. Scoprendo Serena in casa, e di umore così nero, si affrettò ad accendere il fuoco e a tirar fuori l’orzo in polvere dalla dispensa.
«Come mai sei in giro a quest’ora?» domandò Raphael, sedendosi di fronte a Serena. «È successo qualcosa?»
A Serena occorse qualche minuto per mettere a fuoco chi le stava parlando e per capire la domanda. «Il messaggero» disse alla fine, senza aggiungere altro.
Franz, seduto ai piedi del letto, spalancò la bocca in un enorme sbadiglio. «Ancora quel bugiardo?» disse. «Non sarebbe ora che lo dimentichi?» Represse a fatica un secondo sbadiglio. «Se le cose vanno per il verso giusto, non lo rivedremo mai più. E questa è l’unica buona notizia degli ultimi mesi.»
Senza allontanarsi dal camino, dove stava mettendo a bollire l’acqua per l’infuso, Jana agitò il braccio all’indietro e allungò uno schiaffo alla nuca di Franz. «Vuoi chiudere quella bocca?» disse. Poi, rivolta a Serena: «Non starli a sentire. Lo sai come sono fatti, no?»
Franz si massaggiava la nuca. «Non ho detto niente di male, ma’. Alla festa non c’eri. Non sai come si è comportato.»
«Non mi importa niente di come si è comportato il messaggero. Mi importa dell’immondizia che ti esce dalla bocca!»
«Tu la pensi esattamente come me, non cercare di negarlo. L’intera Kelidia la pensa come me. Sarebbe un sollievo per tutti, se il messaggero sparisse per sempre.»
E giù un secondo schiaffo.
Mentre Franz e Jana bisticciavano, Raphael andava lentamente liberandosi dalle nebbie del sonno, finché un pallido sole mattutino non sorse a rischiarare la sua coscienza. Allora cominciò a riflettere sulla visita di Serena, su quanto fosse strano che Serena Blum fosse così sconvolta, lei che non la sconvolgeva mai niente. Doveva essere successo qualcosa di molto grave, una vera e propria catastrofe, per trasformare Serena in quella specie di larva. E chi poteva riguardare una simile catastrofe, se non il messaggero? E di quale catastrofe poteva trattarsi, se non…
Raphael trasalì, in preda a un dolore così forte e inatteso, da lasciarlo inebetito. A Franz, occupato nel battibecco con Jana, occorse ancora qualche minuto per arrivare alla stessa conclusione di Raphael, ma ci arrivò, era inevitabile che ci arrivasse, e provò esattamente la stessa sofferenza che stava provando suo fratello, con uguale intensità. Tacque nel mezzo di una rimbeccata, lasciando Jana a domandarsi cosa gli fosse preso, e spalancò su Serena due occhi grandi così. Non provava il sollievo che aveva immaginato di trarre dalla scomparsa del messaggero, ma piuttosto rabbia, sconforto, perfino disperazione.
Né meno mastro Perrel, il peggior cantastorie di Kelidia, il genere di cantastorie che finiva inseguito dalla folla quasi a ogni esibizione, avrebbe mai concluso un racconto in modo tanto stupido e insensato.
Il messaggero era morto.

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8 pensieri su “Il messaggero, Un secondo sigillo, Parte I

  1. Provo a rimediare. Dunque sembrava chiuso il romanzo ma evidentemente mi ero sbagliato. Erano falsità quelle che ho letto nelle due puntate precedenti, perché oiggi colpo doi scena: il messaggero è morto. Ma forse ci saranno dei nuovi colpi di scena a movimentare questo finale non finale e conclusivo.
    Bella la tua trovata. Aspetto il seguito

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