Il messaggero – Un secondo sigillo, Parte II

«È tornato» disse Serena.
La guardavamo senza capire. Eravamo così sicuri che il messaggero fosse morto, Serena ci rivolgeva uno sguardo così sofferente, così disperato, che non riuscivamo a mettere insieme i pezzi, a dare un senso alla notizia di quel misterioso ritorno (ma di chi? e da dove?).
«È tornato» insisté Serena, spazientita dall’espressione scema delle nostre facce.
«Chi è tornato?» azzardò Franz.
Serena lo fissò con gli occhi spalancati: «Ma state ancora dormendo? Che razza di domanda è?»
Fu solo allora che ci arrivammo.
«Il messaggero? È lui che è tornato?»
«Ma non era morto?»
Serena batté le palpebre, sempre più sbalordita: «Morto? Credevate che fosse morto? E perché vi è venuta in mente un’idea del genere?»
Raphael le fece segno di lasciar correre. «Ma allora come è andata? Voglio dire, la faccenda degli Storti e tutto il resto: come è finita? Il messaggero ha ripreso il sigillo?»
«Sì.»
«E ora? Cosa succede?»
«Il messaggero finirà quello che ha iniziato. Adopererà il sigillo nell’unico modo in cui è possibile adoperarlo. E poi via, lontano, verso nord.»
«Ma tu come fai a saperlo, Serena? Hai fatto seguire il messaggero? Gli hai messo delle spie alle calcagna?»
«Me l’ha detto lui, Franz.»
«L’hai rivisto? Gli hai parlato?»
«Sì.»
Franz scosse la testa in segno di riprovazione. «Non riesco a crederci. Supponevo che avessi abbastanza rispetto di te stessa da lasciarlo perdere per sempre. E invece gli sei corsa dietro come una ragazzina alla prima cotta. Mi domando solo una cosa: che fine ha fatto la tua dignità?»
«Non parlarmi di dignità! Mi sarei impiccata a Ponte Arco, piuttosto che dedicare solo un altro minuto a quel pazzo fanatico. Da quando è partito per l’oltrefiume, la mia sola occupazione è stata cercare di dimenticarlo. E ci stavo anche riuscendo, prima che venisse a casa mia.»
«È venuto a casa tua?»
«E per quale motivo?»
Lo sguardo di Serena ebbe un guizzo di rabbia e di irrisione: «Serve davvero che ve lo spieghi? D’accordo che siete piccoli, ma siete davvero così piccoli?»
«Eppure il vostro sembrava un addio definitivo.»
«Anch’io credevo che lo fosse» convenne Serena. «Mi sentivo come a un funerale, quando si chiude la bara e ti rendi improvvisamente conto che il morto è morto sul serio, e non lo rivedrai mai più. Invece all’alba di ieri sono scesa in cortile per governare i polli, e lui era là, coperto di qedua dalla testa ai piedi, e mi fissava con gli occhi sbarrati.»
«Forse a quel punto la missione era già compiuta. E voleva salutarti prima di tornare sul Bradishar.»
«No. La missione non era compiuta. Non lo è ancora. Solo in questo momento, mentre noi parliamo, il messaggero sta consegnando il sigillo.»
«Consegnando?»
«Cosa significa: sta consegnando il sigillo?»
Serena strinse gli occhi. «Cosa credi che significhi, Raph? Cos’altro potrebbe significare?»
Ci scambiammo uno sguardo carico di domande. Non riuscivamo a credere che il messaggero, dopo aver faticato tanto a recuperare il sigillo, dopo aver rischiato la vita e quasi certamente venduto l’anima per strappare al regno dei morti quel frammento di passato, ora cos’è che intendeva fare? Darlo via! Ma a chi? A chi poteva darlo?
Serena si accorse del nostro smarrimento: «Non fate quelle facce! Non lo sta regalando al primo che passa. Lo sta scambiando.»
«E con cosa?»
«Con una lettera.»
«E come può valere cosi tanto una lettera? Anche se fosse di carta di prima qualità, nessuno rischierebbe la vita per una semplice lettera.»
«Non una semplice lettera, Raph. Si tratta di un dispaccio ufficiale, sul quale sarà impresso il sigillo che il messaggero ha recuperato l’altra notte… e un secondo sigillo.»
«Ora salta fuori un secondo sigillo?
«Uno solo non era abbastanza?
«Certo che siete proprio delle rape!» si spazientì Serena. «Ma non sapete niente di niente? Guardate che il secondo sigillo non salta fuori. C’è sempre stato. Fin dall’inizio. Anzi, un sigillo non può esistere senza l’altro. E il secondo sigillo voi dovreste conoscerlo bene, perché porta inciso l’emblema della prefettura, ed è lo stesso che prima della guerra si imprimeva sui dispacci diretti a Caiuri, per garantire che fosse il prefetto di Kelidia a inviarli.»
Jana, che stava versando l’infuso di orzo in una tazza, non poté fare a meno di intervenire: «Ma il sigillo con il leone si trova nella Meridiana!»
Serena le scoccò un’occhiata in tralice. «Non è certo una novità» disse. «È là dentro da quanto tempo? Cinquanta anni?»
«E allora com’è possibile che il messaggero lo imprima sulla lettera?» insisté Jana. «La Meridiana è inaccessibile. Le porte del fortilizio sono state chiuse, quando Cogrud ha deciso di rifugiarsi con i suoi nella torre, e si tratta di porte in kyanoplastica spesse almeno venti palmi, che solo un campo elettrico sarebbe in grado di aprire.»
Serena si strinse nelle spalle. «Stiamo parlando di un uomo che a quanto pare è fatto interamente di qedua. Credi davvero che una porta di kyanoplastica possa fermarlo?»
«Ma qual è lo scopo di questa manovra dei sigilli?» disse Raphael. «Cosa c’e scritto nel dispaccio, da doverci sprecare tanto lavoro?»
«Ancora niente, Raph. Ma una volta che il prefetto Cogrud avrà ricevuto il sigillo…»
Jana intervenne di nuovo: «Scherzi? Mi spieghi come fa il messaggero a consegnare il sigillo al prefetto? Nel caso te ne fossi dimenticata, Cogrud è morto.»
«Come puoi esserne sicura? Sei entrata nella Meridiana a controllare?»
«Ma sono passati quattro anni, da quando Cogrud ha chiuso le porte del fortilizio. E non credo che avesse viveri a sufficienza da sfamare tutte quelle persone (oltre venti, si presume, tra familiari, fedelissimi e servitori) per un periodo così lungo.»
«Ripeto: come puoi esserne sicura?»
«Ci sono molti indizi. Nei primi mesi qualcuno apriva le finestre dei piani superiori ogni mattina, e restavano aperte fino all’imbrunire. Poi di notte si vedeva una debole luce filtrare attraverso gli scuri. Ma sono più di tre anni che le finestre restano chiuse, e la torre è buia e silenziosa a qualsiasi ora del giorno e della notte. Chi potrebbe vivere in simili condizioni?»
«Eppure si racconta che esista una rete di gallerie sotto il fortilizio» disse Franz. «Una rete che da un lato arriva fino al fiume e dall’altro fino a Socara, con tantissimi sbocchi in superficie, anche se nessuno è ancora riuscito a trovarne uno. Pare che il prefetto e gli altri non vivano più nella torre, ma in queste gallerie, e che le usino per spostarsi da una parte all’altra della città. Quando hanno bisogno di cibo o di stare all’aria aperta, escono da uno degli sbocchi segreti, si mescolano alla folla travestiti da mendicanti e tornano alle gallerie prima che qualcuno li riconosca.»
«In ogni caso» disse Serena, liquidando con uno sbuffo di impazienza la storia di Franz, «al messaggero non interessano ipotesi e favole. L’unica cosa che gli interessa è consegnare il sigillo, sia pure a un cadavere, a uno scheletro o a un fantasma con lenzuolo e catene. E ricevere in cambio (o scrivere da sé, non fa differenza) la lettera con impressi entrambi i sigilli…»
Stava per aggiungere altro, ma Franz la interruppe: «E cosa scriverà nella lettera?»
Il suo era il tono esitante di chi presagisce quale sia la risposta alla propria donanda e preferirebbe non sentirla.
«Abbiamo capito che deve portarla a nord» disse Raphael, che iniziava come Fanz a presagire qualcosa e sperava vivamente, come Franz, di sbagliarsi. «Ma per quale ragione?»
Serena non rispose, limitandosi a fissarci con aria grave. Seguì un lungo silenzio, durante il quale dovemmo fare i conti con l’informe conoscenza (ma più chiara e precisa a ogni nuovo respiro) che avevamo tratto dalle parole di Serena, e con il baratro, anzi con l’abisso, che si spalancava al centro di quella conoscenza. Trascorsi alcuni minuti, a interrompere il silenzio fu nostra madre, somma intenditrice di baratri e abissi, che ormai non aveva più alcuna paura di sporgersi oltre il ciglio e di guardare il fondo. «Insomma, alla fine hai scoperto qual è la missione del messaggero» disse, dopo aver preso un profondo respiro. «E anche qual è la parola.»
Serena chinò lo sguardo sul tavolo. Si guardava le mani come se fossero già sporche del sangue che presto sarebbe stato versato.
«Piuttosto che saperlo, vi giuro, preferirei non essere mai nata» disse.

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