Il messaggero – Una sola parola, Parte I

A questo punto, prima di andare avanti con la storia, anche Franz vorrebbe dire un paio di cose. Una sola in realtà, e solo perché davvero non può farne a meno, considerato lo scempio che suo fratello sta facendo della storia del messaggero. Scempio, chiaro? Per rendersene conto, basta rileggere l’ultima parte del libro, saltando le pagine che Franz ha scritto da solo e riattaccando da quando Serena si materializza sulla soglia di casa nostra per annunciare il ritorno del messaggero: un vero disastro! La vicenda si segue lo stesso, d’accordo, ma in una sterile landa desolata, non certo nel giardino rigoglioso che Franz ha coltivato con tanta cura, e si prova la sconfortante sensazione di aver perso di colpo bussola e mappe.
Vero? Falso? Cosa c’entrano quando si racconta una storia? Una storia è vera se è compiuta, se ha senso, se gli sviluppi rispettano le premesse, non certo se si attiene supinamente a fatti lontani che magari né meno si ricordano con chiarezza. Dall’inizio della guerra la verità non ha avuto più alcun peso per noi kelidiani, nessuno è più stato disposto a perdere tempo alla sua ricerca, mentre alcuni (incluso Franz) sospettano che sia solo una vecchia superstizione, un idolo impolverato al quale solo i nostalgici offrono ancora olocausti. Dopo tante sofferenze, a Kelidia abbiamo imparato a costruirci la verità giorno per giorno, secondo il comodo e la convenienza, ad accordarle valore esclusivamente in base al guadagno che se ne può trarre. E non accetteremmo mai che uno scrittore sacrifichi pezzi importanti della storia che sta raccontando solo perché non è certo che i fatti in questione corrispondano al vero. Un libro del genere venderebbe al massimo un paio di copie, o forse nessuna.
Si consideri un altro episodio, tanto per fare chiarezza; un episodio che Raphael ha raccontato solo di sfuggita, e al quale nessun lettore avrà dato il giusto peso: l’incontro tra Serena e il messaggero, la mattina che il messaggero tornò dall’oltrefiume. Raphael si è limitato a scrivere quello che ci riferì Serena, credendo così di rendere giustizia al vero. Ottenendo invece di mutilare la storia di un’altra parte fondamentale. Perché in quell’incontro il messaggero rivelò a Serena la natura e lo scopo della sua missione, e l’uno rivelò all’altra, compiutamente, cosa era imprigionato, in catene ma pronto alla fuga, nella segreta dei loro cuori. E tutto cambiò, da quel momento, il destino del messaggero conobbe una brusca, violenta virata, e anche Serena si trasformò in una persona completamente diversa, e se era così sconvolta, così disperata, quando si presentò a casa nostra, era proprio a causa di questo cambiamento e della decisione che aveva preso nell’ora terribile che Raphael ha pensato bene di lasciar fuori dal libro.
Franz può solo immaginare cosa avvenne durante l’incontro: Serena non si è mai lasciata sfuggire una parola al riguardo, mentre il messaggero non ne ha né meno avuto l’occasione. Ma cosa cambia? L’episodio, così come la battaglia tra gli Storti e i Fazzoletti Bianchi, non ha importanza per quello che fu davvero, quanto per le cicatrici che segnò sulla pelle di tantissime persone, forse di tutti i kelidiani. Ricostruirlo sulla base di queste cicatrici, leggendo nel loro ricamo, a ritroso, gli atti e le parole dalle quali furono incise, non significa forse attenersi alla verità più che metterlo semplicemente da parte?
Insomma, all’inferno Raphael e le sue manie: ecco com’è andata.
Di ritorno dall’oltrefiume, il messaggero, anziché proseguire verso la Meridiana, la faccia percorsa da ombre profondissime, il corpo affranto dalla fatica e dall’orrore, valicò l’aspra dorsale del Basso Bardel, fiancheggiò l’Alto Bardel fino alla Piana dei Mercati e si diresse a est, lungo la carreggiabile, alla volta dei Sette Braghi. Arrivato davanti a casa Blum poco dopo che il sole si fu liberato dalle creste dei Quattro Colli, rimase là in attesa per chi sa quanto tempo; finché, forse attorno alla seconda ora del giorno, Serena non uscì dalla porta sul retro per governare i polli e raccogliere le uova, e se lo trovò davanti.
Si fermò al centro del cortile, esterrefatta. Non riusciva a credere che il messaggero fosse veramente dov’era, che la stesse guardando negli occhi, che stesse addirittura per parlarle. La assillava il dubbio che si trattasse piuttosto di un frammento di sogno, misteriosamente migrato oltre i confini della veglia, e che bastasse un battito di ciglia per dissolverlo per sempre. Il dubbio la paralizzò per alcuni minuti, prima che fosse in grado di parlare.
«Cosa ci fai ancora qui?» disse alla fine. «Non ti sembra di aver già causato abbastanza danni?» Voleva mostrarsi fredda e indifferente, ma la voce le moriva in gola.
Il messaggero, oltrepassato il cancello, si fermò al centro del cortile, a pochi passi da Serena. Una nuvola di polvere blu emanava dalla sua pelle, come fumo da una fiamma in agonia. Serena si ritrovò a galleggiare in questa specie di mondo alieno, e il dubbio che ora la assillava, mentre la polvere le riempiva la bocca e le narici e si insinuava nei più oscuri recessi del suo cervello, era se lei stessa non fosse per caso un frammento di sogno.
«Perché sei tornato?» disse.
Il messaggero gettò un’occhiata alla grande casa che faceva loro ombra, lasciando capire che era meglio parlarne all’interno. Serena era d’accordo, anche perché la camera di sua madre affacciava sul cortile, e la signora Blum aveva l’udito molto fine e il sonno leggerissimo. Serena condusse il messaggero fino al secondo piano, dall’altra parte della casa, dov’era la sua camera. Ma si pentì subito di averlo fatto. La camera era così piccola, così infantile, che il messaggero non solo la riempiva, ma sembrava perfino piegarne le pareti. Per la prima volta dal giorno che l’aveva conosciuto, Serena si rese conto di quanto fosse alto, nonostante le spalle curve e la testa immancabilmente china, e di quanto fossero grandi i suoi occhi, nonostante le cicatrici che li contornavano, e il respiro, che l’incontro inatteso aveva assottigliato in uno spiffero, le mancò del tutto, mentre la vista le si annebbiava. Provò l’impulso di scappare, di rifugiarsi in un posto solitario e inaccessibile, in modo da non rivedere mai più né il messaggero né alcun altro, ma anche il desiderio di abbracciarlo così strettamente, da saldare per sempre la sua carne alla propria. E sprofonderemo, si ritrovò a pensare, sbalordita dalla dolcezza di questo pensiero, esploreremo assieme, indivisibili, l’abisso che si spalanca sotto i nostri piedi, e niente per noi avrà più importanza se non la lenta, estatica, inarrestabile dissoluzione di tutto quello che finora ci ha diviso, di tutto quello che siamo, di tutto quello che ci avviavamo a diventare prima di abboccare alla lusinga dell’abisso.
«Perché sei tornato?» ripeté.
Il messaggero aprì la bocca per rispondere, ma la richiuse subito, perché non c’era niente da rispondere: niente che la sua stessa presenza ai Sette Braghi non dicesse già. E fu meno per reale interesse, che al fine di troncare quella muta confessione, che Serena decise di cambiare discorso. «Come è andata nell’oltrefiume?» domandò. E poi, già sul punto di pentirsi: «Gli Storti hanno fatto come volevi?»
Il messaggero mosse le labbra, e Serena rimase pietrificata, perché sembrava proprio che stesse cantando.
«Ci chiamano Storti» intonò il messaggero, «ma storti non siamo…»
«E i Fazzoletti Bianchi?» lo interruppe Serena. «Cosa è stato di loro?»
Il messaggero si strinse nelle spalle: «Quello che puoi immaginare.»
«Morti?»
«Polvere.»
«Tutti quanti?»
«Tutti quanti.»
«E il sigillo?»
Il messaggero accennò a un rigonfiamento nel tessuto dell’uniforme, proprio in mezzo al petto.
«E ora?» disse Serena. «Cosa succede?»
«Ora finirò quello che ho iniziato. Adopererò il sigillo nell’unico modo in cui è possibile adoperarlo.»
«Sarebbe a dire?»
«Lo imprimerò su una lettera insieme all’altro sigillo, quello che si trova qui a Kelidia.»
Serena si mise a fissare dritto in faccia il messaggero, cercando di capire se per caso non si stesse prendendo gioco di lei. «Ti rendi conto che quello che dici non ha senso, vero?»
Il messaggero non le prestava attenzione. Colto da un improvviso turbamento, fissava la finestra in fondo alla camera, ripercorrendo con la memoria, a ritroso, il cammino che lo aveva condotto fin là dall’oltrefiume.
«Che strane cose si agitano in quell’ombra» disse.
Serena aveva la fronte corrugata. Il suo sguardo inseguiva lo sguardo del messaggero sugli spalti di Kedo, che il sole appena sorto popolava di ombre profondissime e di spettrali faville, e le parve quasi di rintracciare in quelle linee spezzate un richiamo agli eventi della notte appena trascorsa.
«Deve essere stato terribile assistere alla strage dei Fazzoletti Bianchi» disse. «Quanti sono morti? Venti? Trenta? È naturale che ti senta così…»
«Non si tratta di questo» la interruppe il messaggero. «A costo di apparire insensibile, posso dire di aver visto di peggio. A Cufara i soldati morivano in modi così orribili, che ancora oggi non ne tollero il ricordo. E dopo morti non diventavano polvere, ma restavano dove erano caduti, coperti di sangue dalla testa ai piedi, con le budella di fuori e le ossa sbriciolate, e i vivi li calpestavano e riducevano in poltiglia, e alla fine c’era un fiume di sangue che scorreva dappertutto, e bisognava fare molta attenzione, perché a ogni passo si rischiava di scivolare. E la puzza! E le urla!»
La sua bocca si storse in una smorfia di repulsione. «In confronto a Cufara, la battaglia dell’altra notte non si può né meno definire una vera battaglia, quanto piuttosto una specie di crudele… pantomima. Perché non è scorsa né meno una goccia di sangue. Ma soprattutto perché i Fazzoletti Bianchi, membri della banda più numerosa e potente dell’oltrefiume, non hanno mai avuto alcuna speranza di opporsi al Respiro. Hanno combattuto, ma anche se non l’avessero fatto, sarebbe stato uguale.»
Serena strinse gli occhi in due fessure. «Ed è questo che ti ha spaventato così tanto?»
«Cosa ti fa credere che sia spaventato?»
«Guardati! Hai l’aspetto di uno che è stato rivoltato come una calza da rammendare. Gli occhi stanno per schizzarti fuori dalle orbite. Né meno quando avevi la febbre, e sembrava che stessi per morire, e alla fine sei morto davvero, in effetti, né meno allora ti ho visto così spaventato.»
Il messaggero rifletté: «Suppongo sia a causa delle grida. Come il giorno che sono crollate le miniere, quando la nube ha investito me e gli altri. Abbiamo gridato. Tutti assieme. Un grido altissimo, da lacerare i timpani, che però è cessato prima di arrivare all’apice. I Fazzoletti Bianchi gridavano così. Aprivano la bocca, svuotavano i polmoni per dare voce all’orrore e già erano diventati niente.»
«Racconta con ordine» suggerì Serena.

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5 pensieri su “Il messaggero – Una sola parola, Parte I

  1. Che meravigliosa sorpresa di fine anno. Una nuova punta del Messaggero che dice e non dice, che incuriosisce e fa fremere per l’impazienza di leggere il seguito.
    Ottima puntata con notevole introspezione dei personaggi.
    ora siamo ai titoli di coda per augurarti un felice e sereno 2016, con la speranza che le soddisfazioni siano molteplici.
    Buon anno

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  2. “Racconta con ordine” suggerì Serena.

    Una semplice frase messa al posto giusto e al momento giusto (e cioè al termine di una lunga catena di battute ben limate)…cosa, questa, che può permettersi di fare solo chi ha a disposizione una bella cassetta degli attrezzi. Bello.

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