Il messaggero – La primavera, Parte II

Un’ora dopo eravamo diretti al Girasole insieme a Jana e a un paio di vicini; Serena era andata via mezz’ora prima, per preparare il discorso con il quale avrebbe esposto gli ultimi eventi ai kelidiani. Camminavamo immersi in una bianca mattina liquorosa, rischiarata da un sole così carezzevole, come non ricordavamo di averne conosciuti né meno nei giorni più limpidi della nostra prima infanzia. Il cielo era di un azzurro incandescente, con sbuffi di nuvole a rotolare lungo i gradienti della brezza, mentre le ombre che avevano tiranneggiato su Kelidia durante tutto l’inverno ora se ne stavano acquattate nei vicoli più sudici e stretti, incapaci di far altro che rimpiangere il passato. Eppure, come il giorno alla festa a casa Blum, il bel tempo non migliorava il nostro umore. Al contrario ci metteva addosso un’angoscia quasi intollerabile. Perché la graduale evasione della primavera dalle segrete dell’inverno aveva accompagnato l’intero arco della vicenda del messaggero, sottolineandone i momenti più significativi, e ora la perfezione di quel cambiamento annunciava l’altro, definitivo cambiamento che stava per sconvolgere Kelidia.
Ancora pochi passi, e il rombo della folla che si stava radunando davanti al Girasole riempì le nostre orecchie.
Franz gettò uno sguardo preoccupato alla Meridiana: «Speriamo solo che il messaggero non apra le finestre, perché gli basterebbe affacciarsi un attimo, per capire cosa sta succedendo.»
Anche Raphael e Jana si voltarono verso la torre. Nessuna traccia di quanto stava succedendo all’interno arrivava fino a noi: le mura color del fumo, disposte su una pianta ottagonale in quattro sezioni via via più sottili all’aumentare dell’altezza, conservavano la stessa aria impenetrabile che avevano dal giorno che Cogrud aveva scelto di isolarsi al loro interno, e lo stesso silenzio che da allora avvolgeva il complesso, un silenzio così carico di attesa, che si poteva percepirlo senza difficoltà anche in mezzo alla folla berciante che ora stavamo solcando, si espandeva tutto attorno come un contagio.
Nella Piazza del Girasole era riunita l’intera popolazione dei Quattro Colli, più una grossa fetta dei Sette Braghi e di Matander. Le miliziane di mastro Leder si erano date parecchio da fare, per mettere assieme tante persone in così poco tempo, anche se il grosso del lavoro doveva averlo fatto il terrore suscitato dallo stesso mastro Leder, una volta sparsa la voce del suo coinvolgimento. La piazza conteneva a stento tutta quella folla, così come le voci spezzate ed esitanti che esalavano dalla folla e l’angoscia che permeava le voci, più intensa a ogni minuto che passava. Perché si trattava di una cosa grossa, questo era chiaro a chiunque, e le cose grosse successe negli ultimi tempi erano state sempre catastrofiche. Senza contare che una calca così fitta ricordava a molti il tempo dei cannoni, quando al suono delle sirene migliaia di persone si riversavano in strada verso i rifugi, e si creavano ingorghi e intasamenti a ogni strettoia, e tutti urlavano e si spintonavano per il terrore che arrivasse un proiettile mentre erano ancora allo scoperto.
Serena non aveva ancora cominciato. Occorse ancora qualche minuto prima che salisse sulla cassa da imballaggio in mezzo alla veranda del Girasole, e quasi un quarto d’ora prima che le rabbiose adolescenti al comando di mastro Leder riuscissero a imporre il silenzio.
Aspettando, osservavamo le persone che ci stavano attorno, e presto cominciammo a notare alcuni particolari piuttosto sinistri che sgradevoli nel loro aspetto. Anche se al nostro fianco c’era Jana, e mastro Frings pochi passi più avanti, e Anneke proprio accanto a nostra madre, ed Ester Colca subito dietro mastro Frings, anche se avevamo attorno persone che conoscevamo benissimo e che incontravamo quasi tutti i giorni, avevamo la sensazione di vedere tutti per la prima volta. Alla luce della nuova primavera, diventava evidente l’effetto disastroso che la vita che stavamo facendo e che nonostante la fatica e la miseria ritenevamo accettabile o almeno tollerabile, avesse su tutti noi. Anche i ricchi come Ester Colca, che contendeva alcune piazze alla stessa signora Blum, indossavano degli stracci puzzolenti, rammendati un’infinità di volte e ancora bisognosi di qualche rappezzo. La pelle dei più sani era verde e squamata a causa delle carenze alimentari, la pelle di chi era messo peggio somigliava alle fabbriche di Lungofiume dopo il passaggio dei cannoni caiuriti. I capelli, dimentichi di balsami e unguenti, ricordavano delle nuvole tempestose, quando il caldo e il sudore non li trasformavano in sterpi. Gli occhi, rossi e gonfi o stretti e cisposi, erano immancabilmente contornati da un ricamo irregolare di umori rappresi. Le bocche, quasi tutte prive di una mezza dozzina di denti, con le gengive troppo scure o troppo pallide o nere e ulcerate, esalavano densi veleni, il tocco dei quali sembrava in grado di appestare chiunque si trovasse nelle vicinanze. E non ci illudevamo: tutte quelle brutture, avvisaglie del flagello che presto si sarebbe abbattuto su Kelidia, segnavano le nostre carni come le carni di tutti gli altri, la puzza di morte che faceva arricciare i nostri nasi era uguale alla puzza di morte che faceva arricciare i nasi di chi stava accanto a noi.
Dopo aver scambiato un cenno di intesa con la signora Blum, Serena alzò le mani in un gesto semplice e autoritario, chiedendo che anche gli ultimi mormorii cessassero. Poi cominciò il discorso. Ma non sentimmo parlare lei, perché stavamo all’estremità opposta della piazza, ed era impossibile che la sua voce non si disperdesse nella densa febbre che saliva dalla folla. Prevedendolo, Serena aveva disposto nove cantastorie agli angoli e al centro della piazza, a distanze più o meno regolari, con l’ordine di ripetere ogni parola del suo discorso. Quando Serena diceva qualcosa, i tre cantastorie che si trovavano a portata d’orecchio ripetevano le sue parole, in modo che i tre cantastorie che stavano a metà via potessero sentirle e ripeterle a loro volta, ad uso degli ultimi tre cantastorie che stavano negli angoli. Così ascoltammo il discorso di Serena dalla bocca di un certo Brugel, uno che aveva fama di essere tra i peggiori cantastorie di Kelidia, ma che aveva una voce così potente, che gli bastava alzarla appena un po’ per risvegliare di colpo tutti quelli che le sue storie facevano addormentare.
«Questa mattina ho ricevuto una grave notizia» annunciò Serena, saltando i preamboli. Fece una pausa, concedendo qualche istante alla piazza per incassare quel primo colpo. Poi affondò il secondo: «E ora credo sia giusto condividerla con voi.»
A queste parole, la piazza reagì trattenendo il respiro: facce, mani, corpi, abiti si irrigidirono, mentre l’angoscia che esalava dalla parola condividere si addensava in una volta di pietra, che separava la gente di Kelidia non solo dalla vista, ma anche dal ricordo del cielo.
«Capisco il vostro nervosismo» disse Serena. «E so benissimo che a Kelidia condividere significa più che altro condividere miserie e sofferenze. Ma stavolta è diverso. Stavolta non si tratta di prepararsi al peggio, sperando di cavarsela nonostante tutto. Stavolta si tratta di capire. E di decidere tutti insieme quale sia il modo migliore per fronteggiare gli eventi.»
Un mormorio corale corse nella piazza. Trasalimmo anche noi, che avevamo sentito quelle stesse parole meno di un’ora prima. A Kelidia non era mai capitato che si decidesse qualcosa tutti insieme. Prima che crollassero le miniere, erano Cogrud e Gaard a decidere; in seguito, dopo che Gaard era morto e Cogrud si era rinchiuso nella torre, lo scettro era passato a Margarete Blum e a sua figlia Serena, ancora meno propense a cederlo. Nessun altro, eccetto forse mastro Leder, aveva mai potuto decidere niente. Se ora Serena si vedeva costretta a coinvolgere la cittadinanza, a chiedere ai sudditi di decidere insieme a lei, il disastro doveva essere più grave del previsto, forse il peggiore che fosse capitato ai kelidiani.
Serena riprese a parlare:
«All’incirca tre mesi fa a Kelidia è arrivato un messaggero. O forse sarebbe più corretto dire che è arrivato un uomo con addosso l’uniforme dei messaggeri: lui stesso ha infatti ripetuto più volte di non essere un vero messaggero. In ogni caso, quello che importa è che il messaggero, vero o fasullo, ha davvero un messaggio da consegnare, e un messaggio di grande importanza.»
Un secondo mormorio corale, ma di protesta. Sarebbe questa la grava notizia? si dicevano tutti. Cosa crede Serena, che non sia ormai arrivata all’orecchio di tutti? Che non siano già tutti a conoscenza della sfida tra il messaggero e la signora Blum e della chiamata in causa come alleati addirittura degli Storti?
Serena si concentrava per cercare le parole. Non c’era molto altro da dire in realtà, ma bisognava dirlo nel modo giusto, così che la responsabilità degli eventi a venire ricadesse sul messaggero, senza coinvolgere nessun altro. Per questo Serena non aveva detto come fosse arrivato a Kelidia, né chi gli avesse offerto asilo durante la convalescenza. Se gestita male, l’intera vicenda poteva portare a sgradevoli conseguenze, non solo per noi e per Jana, ma anche per la stessa Serena, forse addirittura per la signora Blum.
Mentre Serena rifletteva, Brugel fissava ansiosamente uno dei cantastorie al centro della piazza, per cogliere il momento che avrebbe ripreso a parlare. Mastro Leder doveva avergli messo addosso una gran paura, per renderlo così meticoloso. Ma sulla sua faccia non si leggeva solo la paura di ritrovarsi qualche osso spezzato e un paio di denti in meno: c’era anche il desiderio di ascoltare la fine del discorso.
Lo stesso che si leggeva sulla faccia di ognuno dei presenti. Perché, proteste corali a parte, avvertivano tutti chiaramente che il peggio doveva ancora venire.
«Fino a ieri il messaggero si è sempre rifiutato di rivelare quale messaggio gli sia stato affidato» disse Serena. «All’inizio credevamo che mantenesse il segreto per qualche mira personale. Poi abbiamo scoperto che il suo non era calcolo, ma cautela. Perché il messaggio, per sua natura, espone chi lo porta a gravissimi rischi, e il messaggero, per non aver tenuto la bocca chiusa quando era il caso di farlo, già una volta ha rischiato seriamente di morire.»
Brugel si interruppe. E invece di ripetere il resto del discorso, gettò uno sguardo stupito a uno dei cantastorie al centro della piazza, sperando forse di aver capito male, ma ricevendo in cambio solo uno sguardo ancora più stupito.
«Il messaggio viene da Caiuri» disse alla fine. «Ed è una dichiarazione di resa senza condizioni.»
Seguì un lunghissimo silenzio, mentre l’intera piazza, inclusi i cantastorie che avevano appena riferito la notizia, incluso Brugel, con la faccia che ormai assomigliava a un muro scalcinato, fissava l’esile donna che aveva appena sparso quella spaventosa semenza. Una luce nuova si diffuse allora nei Quattro Colli, sommergendone ogni angolo. In realtà erano almeno tre giorni che quella luce sommergeva i Quattro Colli; ma sembrava che nessuno tranne noi l’avesse ancora notata, che nessuno si fosse accorto della sua lunga contesa con le tenebre invernali, e così l’8ntera piazza ebbe l’illusione di essere investita da una violenta piena di luce, che a un tratto permise a ognuno di vedere se stesso e i propri vicini aldilà delle abituali menzogne. Le mostruosità che riempirono i loro occhi erano le stese che avevano riempito i nostri, prima che Serena iniziasse a parlare, e il disgusto e la paura che strinsero i loro stomaci erano identici al disgusto e alla paura che ancora stringevano i nostri. Un gemito di orrore uscì allora da ogni bocca della piazza, scuotendo con tale forza le fondamenta del cielo primaverile, che l’azzurro parve frantumarsi e precipitare al suolo.
«Il messaggero porta con sé il sigillo di Caiuri» proseguì Serena. «In questo momento lo sta consegnando al prefetto Cogrud, o a quello che resta del prefetto Cogrud. E ormai avrà anche concluso l’udienza.»
Si interruppe, seccata che nessun cantastorie ripetesse le sue parole. Ma non ce ne era bisogno. Se i cantastorie non riuscivano più a parlare, il resto della platea non era né meno in grado di respirare, e il silenzio era diventato così completo, che le parole pronunciate da Serena risuonavano chiare e perfettamente comprensibili in ogni angolo della piazza.
«Questo non significa che la guerra finirà domani» disse Serena, dopo un’alzata di spalle. «Una volta uscito dalla torre, il messaggero dovrà ripartire verso nord, per diffondere la notizia. Occorreranno settimane, mesi, forse anni. E il messaggero potrebbe morire durante il viaggio, o il messaggio andare perso. Ma dobbiamo considerare anche la possibilità che la missione abbia successo, che la guerra finisca in breve tempo.»
Ancora silenzio. E ancora la luce primaverile, che ora illuminava non il presente, ma il futuro che le parole di Serena avevano appena liberato dalle prigioni del possibile: il ritorno dal fronte dei nostri padri, figli, mariti, fratelli, la fine delle macchinazioni che avevamo escogitato per sopravvivere alla loro assenza, la difesa di quello che eravamo diventati dall’assalto di un passato che poco o niente aveva a che fare con la nostra vita di oggi. Come potevamo accettare un sovvertimento così improvviso e intempestivo della nostra realtà? Come potevamo non soccombere alla stessa brama di sangue e di vendetta che agitava le nostre viscere durante le esecuzioni pubbliche?
Si sentì una voce di donna. Una voce bassa e sottile che riuscì lo stesso a raggiungere ognuna delle migliaia di orecchie che si tendevano ad ascoltarla.
«Possiamo ancora fermarlo?» disse la voce.

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Il messaggero – La primavera, Parte I

Serena si fissava le mani, incapace di aggiungere altro. In realtà non c’era niente da aggiungere: anche se la parola pace non era stata ancora pronunciata, né rivelata la missione del messaggero, anche se solo quella frase, preferirei non essere mai nata, oltre agli occhi di Serena, lucidi e grandi come gli occhi di una ragazza più giovane e ingenua, raccontavano la verità, ci sentivamo lo stesso sul punto di sprofondare in una nuova, orribile Kelidia, che era semplicemente la Kelidia dove avevamo sempre vissuto, ma senza il filtro dell’amore e della consuetidine. Respiravamo un’aria di carta, con il cuore che rimbalzava pazzamente tra le costole, e stentavamo a riconoscere perfino casa nostra, come se qualcuno l’avesse rasa al suolo per poi ricostruirla male, dispettosamente, accentuandone lo sfacelo e la sporcizia.
«Scusa, ma bisogna che ti spieghi meglio, Serena» disse Raphael. «Perché così come l’hai messa, la cosa non ha molto senso. O meglio, un senso lo avrebbe, ma non può essere, capisci?» Prese un lungo respiro. «Stando alle tue parole, tra poco il messaggero sarà in possesso di due sigilli: e se uno è il sigillo di Kelidia, l’altro dev’essere per forza il sigillo di Caiuri. Ma una lettera con sopra i sigilli delle due prefetture può contenere un unico messaggio, c’è un’unica cosa che il messaggero o chiunque altro potrebbe scriverci sopra: una dichiarazione di pace.» Si interruppe, sconvolto dal suono della parola pace, che lui era stato il primo a pronunciare. «Ora non ricordo bene cosa dica la legge al riguardo, perché Carol ci ha spiegato la legge quando eravamo piccoli, ed era complicata, e non è che abbia capito molto. Ma una cosa la ricordo: occorre stipulare dei trattati, prima di fare la pace, occorre che qualcuno ponga delle condizioni e che qualcun altro le accetti. Cogrud e Balau dovrebbero parlarsi faccia a faccia, o almeno mandare l’uno all’altro dei messaggeri: ma dei veri messaggeri, che portino veri messaggi, non impostori con addosso del metallo decorato.»
Serena scuoteva la testa: «Trattati e accordi hanno senso solo finché esiste qualcuno che sia disposto a dare importanza a simili cerimonie, Raph: prefetti, dignitari, ambasciatori e via dicendo. Oggi ci siamo solo noi. E i sigilli. E io ricordo la legge, e ricordo benissimo che è ai sigilli che spetta l’ultima parola: il semplice fatto che il sigillo di Caiuri sia qui a Kelidia, in mano nostra, equivale a una resa senza condizioni.»
«Ma perché Caiuri dovrebbe arrendersi?»
«Questo non lo sa né meno il messaggero. Lui ha solo ucciso un ragazzo che portava con sé il sigillo di Caiuri. Senza né meno avere il tempo di parlarci.»
«Ma allora chi ti dice che il sigillo sia proprio il sigillo di Caiuri? Siccome nessun kelidiano l”ha mai visto, escluso forse il prefetto Cogrud, come fa il messaggero a darlo senz’altro per autentico?»
Serena sgranò gli occhi. «E perché mai uno dovrebbe portarsi dietro un sigillo falso?»
«Magari il tipo aveva architettato una beffa.»
«O magari è un piano del nemico. Un piano abbastanza ingegnoso, se ci rifletti: fingersi sull’orlo della disfatta per poi contrattaccare non appena Kelidia abbassa la guardia…»
Serena si limitò a guardarci come se fossimo impazziti.
«Quindi è così, la guerra sta per finire?» intervenne Jana, che negli ultimi minuti era rimasta in silenzio, immersa in una profonda riflessione. Nella sua voce, nonostante le sciagure patite in oltre quindici anni di guerra, non c’era traccia di sollievo.
Serena non doveva pensarla in modo tanto diverso: «È ancora presto per dirlo.»
Non ci stupimmo del tono minaccioso di quelle parole. Nonostante gli urti e le tempeste che si intravedevano sotto la superficie del suo sguardo, aldilà delle iridi azzurre che la luce primaverile e lo spettro delle lacrime a venire cospargevano di stelle, era chiaro che Serena aveva già preso una decisione.
«Ma perché tutte queste cose le racconti a noi, invece che a tua madre, a mastro Leder o a chiunque altro non sia noi due?» disse Franz.
«Mia madre sa già tutto. E anche mastro Leder.»
«Allora cosa ci fai a casa nostra?»
«Ve lo spiegherò tra un momento. Prima devo dirvi dell’assemblea, altrimenti finisce che mi dimentico. Ho indetto un’assemblea cittadina. Come per le esecuzioni pubbliche. Alla piazza del Girasole.»
«Un’assemblea cittadina? In un momento del genere?»
«Se non si indice un’assemblea cittadina in un momento del genere, quando si dovrebbe indire secondo voi? Non fraintendetemi. Non è che non riesca a prendere una decisione. In effetti una decisione l’ho già presa. Ne ho parlato con mia madre, e anche lei pensa che non ci sia altro da fare. Però non è una decisione che possiamo prendere da sole.»
«Ma se sono anni che decidete tutto voi.»
«Non stavolta. È una cosa troppo importante, capite? Ne va delle sorti dell’intera città, anzi, dell’intera prefettura. Di due prefetture! Bisogna che i kelidiani sappiano cosa sta succedendo e abbiano la possibilità di decidere tutti assieme.»
«Ma occorreranno ore, per spargere la notizia dell’assemblea e per radunare i kelidiani. Forse perfino giorni. E poi dovrai spiegare come stanno le cose, e immagino che si farà anche una votazione. Hai messo sotto chiave il messaggero, per poterla prendere così comoda?»
«Come ho detto, il messaggero è alla Meridiana. A quest’ora sarà anche arrivato all’ufficio del prefetto, dove è custodito il sigillo con il leone. Non so com’è ridotto l’interno del Fortilizio, ma non credo che il messaggero impiegherà più di qualche ora per uscire.»
«E allora ti rendi conto che l’assemblea non serve a niente? Non appena sarà uscito, prenderà subito la via del Bradishar, e a quel punto cosa importa spiegare a tutti cosa sta succedendo e chiedere loro cosa sia giusto fare?»
«So benissimo che radunare l’intera Kelidia è fuori discussione. Anche se ho chiesto al messaggero di aspettarmi, perché volevo salutarlo un’ultima volta, di aspettarmi ai piedi della Merdiana, dopo che avrà recuperato il sigillo, e lui lo farà di sicuro, perché ho preteso che mi desse la sua parola, non aspetterà così a lungo. Senza contare il rumore di così tante persone, che metterebbe in allarme anche uno molto meno sospettoso. Non voglio radunare l’intera Kelidia. Mi accontento dei Quattro Colli. A quest’ora sono tutti alla Piana dei Mercati e al porto: basterà informare un paio di persone perché lo sappiano subito tutti gli altri. Quanto alle spiegazioni, non ne serviranno tante. Ormai tutti conoscono la storia del messaggero. C’è solo da colmare qualche lacuna.»
«Ma cosa succede se il messaggero, per quanto facciamo in fretta, esce dalla Meridiana prima che abbiamo finito, mentre stiamo ancora tutti insieme a confabulare? D’accordo che il rumore di un’assemblea di così poche persone si potrebbe scambiare per il solito rumore che viene dalla Piana dei Mercati, ma non credi che il messaggero possa fiutare lo stesso il pericolo e fuggire?»
«Il rischio c’è. Per questo ho messo un paio di spie davanti all’ingresso della Meridiana, con il compito di avvertirmi non appena lui esce.»
«Ma invece di escogitare tante sottigliezze, non facevi prima a mettere davvero sotto chiave il messaggero? Così intanto si poteva organizzare l’assemblea con tutta calma e radunare l’intera Kelidia, non solo i Quattro Colli.»
«E credi che il messaggero si lascerebbe imprigionare? Si farebbe uccidere piuttosto. E se volessi ucciderlo e basta, per quale ragione avrei creato tutto questo scompiglio?»
«Insomma, sembra che hai pensato a tutto.»
«Allora perché sei venuta da noi?»
Serena ci fissò dritto in faccia, prima l’uno poi l’altro, per un tempo spaventosamente lungo. Poi, scossa leggermente la testa: «Perché devo farvi una domanda» disse.
«Una domanda?»
«Una domanda molto importante.»
«E perché a noi?»
«Perché avete visto. E anche se ho cercato in tutti i modi di tenervi fuori da questa storia, non avete solo visto. Avete capito quello che stava succedendo prima ancora che arrivassi a intuirlo.» Il suo tono si fece severo: «Senza contare che siete stati voi a portare il messaggero a Kelidia, ed è soprattutto per colpa vostra se ora ci troviamo in questo guaio.»
Si mise a fissare un punto tra Jana e Raphael, laddove forse la sua mente proiettava forse un presagio degli eventi a venire. «Come faccio a evitarlo?» disse. «Non l’assemblea. Non solo l’assemblea. Ma quello che viene prima. E quello che forse verrà dopo. Come faccio a evitarlo? Si può ancora evitare in qualche modo?»
«E che razza di domanda sarebbe? Prima tiri in ballo tua madre, mastro Leder e il resto dei Quattro Colli e arrivi addirittura a organizzare un’assemblea, poi, finito il lavoro, vieni a chiedere a noi se è possibile disfare quello che tu stessa hai appena fatto? Non ti accorgi che è assurdo?»
«Certo che è assurdo. Ma ho bisogno lo stesso che mi rispondiate.»
«Ma non abbiamo né meno capito la domanda.»
«Cosa c’è da capire? Provate a mettervi nei miei panni. Davvero non c’è modo di evitare che finisca in modo così atroce?»
Restammo in silenzio, incapaci di pensare a una risposta. La sola cosa alla quale riuscivamo a pensare era a quanto eravamo stati stupidi: salvando il messaggero, trascinando a Kelidia il bagaglio di promesse e ricordi che il messaggero si era portato dietro dal Bradishar, avevamo creduto di riscattare la nostra vita dalla miseria, ci eravamo illusi di capovolgere il nostro piccolo mondo lasciandolo identico a se stesso, mentre invece stavamo solo buttando via anche quel poco di noi che eravamo riusciti a preservare dalla guerra. E quest’ultima, fatale illusione aveva infine colmato la misura delle illusioni, riportandoci bruscamente davanti a una verità che non avevamo la forza di sopportare e che di certo non potevamo esprimere con le parole.
Accorgendosi della nostra difficoltà, Jana decise allora di parlare per noi. «Mi spiace, Serena» disse, «ma non possiamo darti una risposta diversa da quella che hai già dato a te stessa. Né esiste altra via se non quella che hai… che abbiamo imboccato non ora, non stamattina, ma tre mesi fa.»

Il messaggero – Una sola parola, Parte II

Allora il messaggero le disse della discesa fino al Blocco Dodici, del lungo conciliabolo con il Respiro, di come l’esercito di polvere avesse ingaggiato battaglia, con tale, farsesco entusiasmo, da far accapponare perfino la pelle di gomma del suo condottiero.
«Io sono arrivato al casolare dei Fazzoletti Bianchi quando la battaglia era cominciata da almeno mezz’ora. Ma ancora non accennava a finire. Gli Storti hanno impiegato tantissimo tempo a sgominare i Fazzoletti Bianchi, considerate le loro capacità. Li inseguivano uno per uno, muovendosi con estenuante lentezza, come cadaveri risorti dalla tomba, e poi li mangiavano un po’ alla volta, pezzo per pezzo, morso dopo morso. Giocavano, capisci? Si divertivano. E la cosa peggiore è che i disertori ancora vivi avevano tutto il tempo di perdere la ragione a causa di quello che vedevano, e siccome era chiaro che non potevano farci niente, che non restava loro alcuna possibilità di scamparla o anche solo di invocare misericordia, vivevano i loro ultimi minuti nell’angoscia più nera e morivano cento volte, prima che il Respiro reclamasse le loro esistenze. Mentre la battaglia infuriava, ho attraversato la corte del casolare, cercando di guardarmi attorno il meno possibile, e sono arrivato alle scuderie, la parte più interna della piazzaforte, dove Rufus aveva i suoi alloggi. E Rufus era là, in fondo al corridoio che taglia in due l’edificio, davanti a una porta chiusa, le spalle contro la porta, il fucile d’assalto che sostituiva il braccio sinistro puntato verso le schiere nemiche. Alcuni Storti lo accerchiavano, impedendogli la fuga, e Rufus, con gli occhi e la bocca spalancati, ma senza dire niente, sparava loro addosso una scarica dopo l’altra. Scariche sempre più brevi, perché i proiettili stavano per finire, e il generatore interno aveva quasi esaurito le riserve energetiche del suo corpo. Poi si è accorto di me. Ed è impazzito. Sul serio. Non pensavo che la perdita della ragione fosse un fenomeno osservabile. E invece ho visto distintamente i suoi occhi diventare opachi e sprofondare negli abissi della mente alla quale facevano da specchi. È mio! ha cominciato a gridare. Non capisci che devo custodirlo per la salvezza di Kelidia? Non puoi portarlo via! Allora ha preso il sigillo e l’ha ingoiato. Ma a quel punto la metà inferiore del suo corpo non esisteva più, e il sigillo è finito a terra un attimo prima che ci finisse quello che rimaneva di lui. E sai qual è la cosa più strana? Tra tutti i morti che ho visto in guerra, incluso il mio amico Pomer, che un carro da guerra caiurita ha spremuto come un tubetto di colla, Rufus è quello che mi ha ispirato maggior pietà.»
Serena faticava a capire. «Scherzi? Ti ha quasi ucciso, e provi pietà per lui?»
«Altro che quasi ucciso. I suoi aguzzini facevano a gara a chi mi spezzava più ossa. E fortuna che il dolore lo sento da lontano, come un grido da un’altra stanza, altrimenti sarebbe bastato il dolore a uccidermi. C’era in loro una tale rabbia, che né meno la morte era in grado di saziarla. Per questo credo che mi abbiano appeso in cima al pilastro, invece di infliggermi il colpo di grazia. Non solo per ammonimento, non solo per farmi soffrire il più a lungo possibile, ma anche perché speravano che me la cavassi, così da poter ricominciare daccapo.»
«E allora non ti sembra che Rufus abbia meritato di morire?»
«Se lo avesse ucciso una rabbia identica alla sua, allora sì, probabilmente sì. Ma gli Storti non provavano rabbia, né odio, né altro. Gli Storti non provavano niente. Uccidevano e basta.»
«Ed è questo che ti ha spaventato? Che gli Storti non provassero niente?»
«Rendermi conto che io e gli Storti siamo uguali, questo mi ha spaventato. Perché la morte che ha colto i Fazzoletti Bianchi è venuta da me, da una mia scelta, prima che dagli Storti. E anche se gli Storti hanno accettato di aiutarmi a causa delie loro mire, se non avessi risvegliato in loro la sete del sangue, se la parola non avesse risvegliato in loro la sete del sangue, niente di quello che è avvenuto la notte scorsa sarebbe avvenuto.»
«Non dirmi che cominci a dubitare della parola.»
«Non della parola. Di me stesso. Io e gli Storti abbiamo la stessa origine, Serena. E non posso non chiamarli fratelli, per quanto li detesti. Il male che ho riconosciuto in loro si nasconde anche dentro di me. E le speranze legate all’esito della missione, cosa mi garantisce che non si tramutino in un vento di morte, quando la parola sarà pronunciata, solo perché sarò io a pronunciarla, e io sono quello che sono, e né meno la parola stessa è in grado di redimere la mia natura?»
«Abbandona la missione allora. Carica il tuo fardello sulle spalle di qualcun altro, invece di continuare ad affliggerti.»
«E dove lo trovo uno che si accolli un simile fardello? Quale kelidiano sarebbe disposto a rischiare la vita per qualcosa che non sia una risma di carta o un sacchetto di monete? Fammi un solo nome, e allora potrei anche pensarci.»
«E se invece lasciassi semplicemente cadere il fardello e ti dimenticassi della sua esistenza?»
«Questa non è un’alternativa.»
Serena trasse un lungo respiro: «Ma allora perché mi fai perdere tempo? A cosa serve che torturi te stesso con le domande? E che torturi me con le speranze? Se davvero non esistono alternative, se davvero non puoi abbandonare la missione, portala a termine…» Mosse lo sguardo a esplorare lo sguardo del messaggero: «E poi torna da me.»
Il messaggero, che stava fissando un fazzoletto di pelle nuda alla base del collo di Serena, ora la guardò dritto negli occhi: «Non è così semplice.»
«Non mi interessa se è semplice o complicato. Mi interessa solo che torni.»
«Il viaggio che mi aspetta è più lungo e pericoloso di quello che credi. E forse non finirà sul Bradishar.»
La bocca di Serena si schiuse in segno di stupore: «Dovrai andare oltre il Bradishar?»
«Probabilmente.»
«Ma oltre il Bradishar c’è solo…»
Il messaggero distolse lo sguardo.
«…Caiuri!» disse Serena, con l’anima che stava per uscirle dal corpo. Fece due passi indietro, prima di vedersi costretta a sedere sul letto, in preda a una vertigine. «Caiuri! Ma allora il viaggio non è solo pericoloso. È un suicidio.»
Il messaggero le si mise a sedere accanto: «In realta è una staffetta. Secondo la tradizione dei messaggeri, prima che scoppiasse la guerra: da una stazione di posta alla successiva, dove gambe fresche e riposate aspettano l’arrivo del dispaccio per portarlo alla prossima stazione. L’unica differenza è che non ci sono stazioni di posta lungo il mio cammino, e solo la morte e la fortuna possono stabilire quando ci sarà il prossimo passaggio di consegne e se il sigillo sarà affidato a qualcuno o invece si perderà tra le montagne.»
Serena lo interruppe. Era furiosa: «Smettila di parlare come un invasato! Come puoi essere così contento di andare incontro alla morte? Come puoi essere così entusiasta di una cosa tanto stupida e inutile come una missione suicida? Una volta che sarai morto, di te non resterà niente, chiaro? Né meno il cadavere, a quanto ho capito.»
«Ma sono già morto, Serena. Il giorno che sono crollate le miniere. Come ho cercato di spiegarti, è la parola che mi tiene legato a questa forma, che mi impedisce di diventare polvere. Fino al giorno che ho fatto uccidere quel ragazzo con l’uniforme nera, c’era la guerra. Ma dopo aver ereditato il sigillo, ho capito che mi era concessa una scelta. Non si tratta solo di trovare un sostituto: se non posso rinunciare alla missione, è perché io stesso sono la missione.»
Serena sentiva di ricevere uno schiaffo a ogni parola pronunciata dal messaggero. «Smetti di ripetere che sei morto!» disse alla fine, incapace di ascoltare altro. «Perché so benissimo che non è vero. Non sei morto. Non sei polvere. Altrimenti questo che provo per te, questa oscura, ributtante cosa che provo per te non sarebbe mai nata o sarebbe morta in fasce e non starebbe ancora qui a risucchiarmi la forza vitale. Non si amano i morti. Uno può esserne ossessionato. O magari anche vittima, come i Fazzoletti Bianchi. Ma non si possono amare.»
Il messaggero non rispose. Forse perché anche stavolta non c’era niente da rispondere. Ma il silenzio faceva arrabbiare Serena più di ogni altra cosa, e allora si scagliò sul messaggero con tale slancio, che lui, colto di sorpresa, non poté opporle resistenza. Si ritrovò supino sul letto, il soffice peso di lei a gravargli lo stomaco.
«Lo so che non ti posso fermare» ansimò Serena, nello sforzo di trattenere il messaggero. «Lo so che potrei star qui a discutere con te per sempre, e tu rimarresti in ogni caso della stessa opinione. E sono così stanca di combattere. Vattene, se vuoi. Ma a condizione che prometti di vivere. Anche a costo di vendere l’anima, anche a costo di ingannare, truffare, ferire e perfino uccidere cento, mille, diecimila disgraziati, devi vivere.»
Prese un lungo, lunghissimo respiro. «Perché io starò qui ad aspettarti. E a me non piace per niente aspettare.»
Il messaggero la fissava in silenzio. Ma anche lui ansimava, e le cicatrici attorno agli occhi apparivano più pallide e rilevate a ogni respiro. Poi le sue mani ebbero uno scatto repentino. Si chiusero attorno ai polsi di Serena come un paio di ceppi, le dita che segnavano di bianchissime strie la pelle semi trasparente. Subito dopo, facendo scorrere le dita lungo gli avambracci, afferrò i gomiti di Serena e li piegò verso l’esterno, e allora Serena finì distesa sopra l’uomo che amava, il ventre e il seno che affondavano nell’arcana sostanza della quale lui era fatto. Il messaggero la rovesciò sulla schiena, mettendosi di fianco affinché potesse allungarsi sul letto, e si chinò sul suo affanno, quasi a volersene nutrire, e ora le ghermiva i fianchi con le mani, ma delicatamente, senza alcuna traccia di violenza. Serena si accorse con meraviglia che l’alito del messaggero non sapeva di morte come si apettava, mentre il suo sguardo era pieno di una luce intensa e carezzevole come un’alba estiva, anziché di tenebra e vuoto, e perfino la polvere blu che ricopriva ogni sconnesso frammento del suo corpo era svanita, come se un vento improvviso l’avesse dispersa.
Si strinsero fin quasi a farsi male. E mentre si spogliavano convulsamente (con l’uniforme che non voleva saperne di sfilarsi e i gancetti della veste di Serena che si aggrappavano alle asole come rampini alla roccia), cercando in ogni modo di non cedere all’assenza di contatto né meno un palmo di carne, mentre si inseguivano, si raggiungevano, si esploravano e ritornavano a inseguirsi (e mai, prima di quel momento, erano stati così vicini l’uno all’altra, né lo sarebbero stati in seguito), mentre si dibattevano in questa febbre, il tocco del messaggero avvolse le forme di Serena come una vampa di fuoco, mentre la vellutata asperità delle forme di Serena modellò l’ardua sostanza nella quale era scolpito il messaggero in una figura più semplice e piana, affatto priva di spigoli. Dimenticarono. Forse per pochi minuti, forse per moltissime ore, dimenticarono i gorghi in fondo ai quali si dibattevano nel presente, gli inferi dai quali si erano affrancati al momento del loro primo incontro, le aride spelonche che presto li avrebbero accolti. Dimenticarono. Ma senza perdere la consapevolezza che all’interno di quell’infinitesima cellula di spazio e di tempo (un letto, alcune ore), si esauriva quanto era loro concesso (da chi altri, se non da se stessi?) condividere. Una lunghissima apnea, appena un gemito sfuggito alle labbra, il brusco scioglimento della tensione muscolare in un’onda di piacere che si propaga in ogni piega del corpo, fino ai più remoti recessi della mente, mentre il tempo si contrae e divora se stesso e la sua spietata tirannia si trasforma, seppure nell’arco di un unico singhiozzo, in una vaga illusione.
E poi nient’altro.
Quanto trascorse, prima che si dividessero? E quanto, prima che il messaggero mostrasse a Serena l’oggetto per recuperare il quale aveva stuzzicato l’appetito dei morti?
«E sarebbe questo orrore che ti ha procurato tanti guai?» disse Serena, rigirando tra le mani il cilindro di legno e ottone. «Scusa, ma è davvero un’oscenità.»
Il messaggero preferì non rispondere.
«E questi due grassoni?» domandò Serena, sfiorando con il pollice l’immagine incisa sotto la base del sigillo. «Chi dovrebbero rappresentare? Dei bambini? Con quelle orribili facce corrugate e la testa calva?»
«Sono i Gemelli» disse il messaggero.
Serena fece una smorfia di disgusto: «Lo so che ci tieni tanto a quest’affare, ma devo proprio dirtelo: il tizio che lo ha inciso doveva avere il cervello in disordine. Altrimenti perché mettere il bambino sulla sinistra in questa posa assurda, che sembra stia strangolando l’altro bambino, mentre il bambino sulla destra cos’ha in mano? Una specie di pugnale?» S’interruppe, battendo più volte le palpebre. «I Gemelli? Intendi dire: quei Gemelli?»
Lasciò cadere il sigillo come se scottasse. «Ma allora il ragazzo… il ragazzo che hai fatto uccidere sul Bradishar…»
Il messaggero annuì gravemente. «Veniva da Caiuri.» Piegò la bocca in un mezzo sorriso di pura tensione «O si era imbattuto in qualcuno che veniva da Caiuri.»
«E la missione che hai ereditato da lui…»
Il messaggero annuì di nuovo. «È quella che immagini. E quella che abbiamo immaginato anche noi dell’avamposto, quando abbiamo tolto l’uniforme al ragazzo e abbiamo visto il sigillo che ciondolava sul suo petto, legato a una cordicella di cuoio, ed è diventato chiaro quale fosse la portata del nostro errore.»
Serena era pietrificata. Dalla sorpresa. Ma anche e soprattutto dalla paura. Che la misteriosa parola a causa della quale i Fazzoletti Bianchi avevano massacrato il messaggero fosse proprio quella parola, la parola più portentosa che lei, e con lei l’intera Kelidia, si fosse mai trovata a fronteggiare, be’, era semplicemente troppo, era una rivelazione che la lasciava senza fiato. L’orrore le annodava le viscere. E allora realizzò per quale motivo Rufus avesse deciso di fare a pezzi il messaggero, una volta riconosciuto il sigillo, e come mai avesse tenuto il sigillo, invece di fonderlo e trasformarlo in un monile da capobanda, illudendosi, superstiziosamente, di controllarne il potere, di ingabbiarne la minaccia. Rufus, figlio della guerra, elevatosi, grazie allo sfacelo che era stato di Kelidia, da fantaccino a condottiero, esisteva una sola parola che potesse temere: una parola così terrificante, da infondere in lui e in tutti quelli che si definivano suoi seguaci la stessa paura che nutrono i bambini verso le creature immaginarie che abitano il buio delle loro stanze.
Una sola parola.
Pace.