Il messaggero – Una sola parola, Parte II

Allora il messaggero le disse della discesa fino al Blocco Dodici, del lungo conciliabolo con il Respiro, di come l’esercito di polvere avesse ingaggiato battaglia, con tale, farsesco entusiasmo, da far accapponare perfino la pelle di gomma del suo condottiero.
«Io sono arrivato al casolare dei Fazzoletti Bianchi quando la battaglia era cominciata da almeno mezz’ora. Ma ancora non accennava a finire. Gli Storti hanno impiegato tantissimo tempo a sgominare i Fazzoletti Bianchi, considerate le loro capacità. Li inseguivano uno per uno, muovendosi con estenuante lentezza, come cadaveri risorti dalla tomba, e poi li mangiavano un po’ alla volta, pezzo per pezzo, morso dopo morso. Giocavano, capisci? Si divertivano. E la cosa peggiore è che i disertori ancora vivi avevano tutto il tempo di perdere la ragione a causa di quello che vedevano, e siccome era chiaro che non potevano farci niente, che non restava loro alcuna possibilità di scamparla o anche solo di invocare misericordia, vivevano i loro ultimi minuti nell’angoscia più nera e morivano cento volte, prima che il Respiro reclamasse le loro esistenze. Mentre la battaglia infuriava, ho attraversato la corte del casolare, cercando di guardarmi attorno il meno possibile, e sono arrivato alle scuderie, la parte più interna della piazzaforte, dove Rufus aveva i suoi alloggi. E Rufus era là, in fondo al corridoio che taglia in due l’edificio, davanti a una porta chiusa, le spalle contro la porta, il fucile d’assalto che sostituiva il braccio sinistro puntato verso le schiere nemiche. Alcuni Storti lo accerchiavano, impedendogli la fuga, e Rufus, con gli occhi e la bocca spalancati, ma senza dire niente, sparava loro addosso una scarica dopo l’altra. Scariche sempre più brevi, perché i proiettili stavano per finire, e il generatore interno aveva quasi esaurito le riserve energetiche del suo corpo. Poi si è accorto di me. Ed è impazzito. Sul serio. Non pensavo che la perdita della ragione fosse un fenomeno osservabile. E invece ho visto distintamente i suoi occhi diventare opachi e sprofondare negli abissi della mente alla quale facevano da specchi. È mio! ha cominciato a gridare. Non capisci che devo custodirlo per la salvezza di Kelidia? Non puoi portarlo via! Allora ha preso il sigillo e l’ha ingoiato. Ma a quel punto la metà inferiore del suo corpo non esisteva più, e il sigillo è finito a terra un attimo prima che ci finisse quello che rimaneva di lui. E sai qual è la cosa più strana? Tra tutti i morti che ho visto in guerra, incluso il mio amico Pomer, che un carro da guerra caiurita ha spremuto come un tubetto di colla, Rufus è quello che mi ha ispirato maggior pietà.»
Serena faticava a capire. «Scherzi? Ti ha quasi ucciso, e provi pietà per lui?»
«Altro che quasi ucciso. I suoi aguzzini facevano a gara a chi mi spezzava più ossa. E fortuna che il dolore lo sento da lontano, come un grido da un’altra stanza, altrimenti sarebbe bastato il dolore a uccidermi. C’era in loro una tale rabbia, che né meno la morte era in grado di saziarla. Per questo credo che mi abbiano appeso in cima al pilastro, invece di infliggermi il colpo di grazia. Non solo per ammonimento, non solo per farmi soffrire il più a lungo possibile, ma anche perché speravano che me la cavassi, così da poter ricominciare daccapo.»
«E allora non ti sembra che Rufus abbia meritato di morire?»
«Se lo avesse ucciso una rabbia identica alla sua, allora sì, probabilmente sì. Ma gli Storti non provavano rabbia, né odio, né altro. Gli Storti non provavano niente. Uccidevano e basta.»
«Ed è questo che ti ha spaventato? Che gli Storti non provassero niente?»
«Rendermi conto che io e gli Storti siamo uguali, questo mi ha spaventato. Perché la morte che ha colto i Fazzoletti Bianchi è venuta da me, da una mia scelta, prima che dagli Storti. E anche se gli Storti hanno accettato di aiutarmi a causa delie loro mire, se non avessi risvegliato in loro la sete del sangue, se la parola non avesse risvegliato in loro la sete del sangue, niente di quello che è avvenuto la notte scorsa sarebbe avvenuto.»
«Non dirmi che cominci a dubitare della parola.»
«Non della parola. Di me stesso. Io e gli Storti abbiamo la stessa origine, Serena. E non posso non chiamarli fratelli, per quanto li detesti. Il male che ho riconosciuto in loro si nasconde anche dentro di me. E le speranze legate all’esito della missione, cosa mi garantisce che non si tramutino in un vento di morte, quando la parola sarà pronunciata, solo perché sarò io a pronunciarla, e io sono quello che sono, e né meno la parola stessa è in grado di redimere la mia natura?»
«Abbandona la missione allora. Carica il tuo fardello sulle spalle di qualcun altro, invece di continuare ad affliggerti.»
«E dove lo trovo uno che si accolli un simile fardello? Quale kelidiano sarebbe disposto a rischiare la vita per qualcosa che non sia una risma di carta o un sacchetto di monete? Fammi un solo nome, e allora potrei anche pensarci.»
«E se invece lasciassi semplicemente cadere il fardello e ti dimenticassi della sua esistenza?»
«Questa non è un’alternativa.»
Serena trasse un lungo respiro: «Ma allora perché mi fai perdere tempo? A cosa serve che torturi te stesso con le domande? E che torturi me con le speranze? Se davvero non esistono alternative, se davvero non puoi abbandonare la missione, portala a termine…» Mosse lo sguardo a esplorare lo sguardo del messaggero: «E poi torna da me.»
Il messaggero, che stava fissando un fazzoletto di pelle nuda alla base del collo di Serena, ora la guardò dritto negli occhi: «Non è così semplice.»
«Non mi interessa se è semplice o complicato. Mi interessa solo che torni.»
«Il viaggio che mi aspetta è più lungo e pericoloso di quello che credi. E forse non finirà sul Bradishar.»
La bocca di Serena si schiuse in segno di stupore: «Dovrai andare oltre il Bradishar?»
«Probabilmente.»
«Ma oltre il Bradishar c’è solo…»
Il messaggero distolse lo sguardo.
«…Caiuri!» disse Serena, con l’anima che stava per uscirle dal corpo. Fece due passi indietro, prima di vedersi costretta a sedere sul letto, in preda a una vertigine. «Caiuri! Ma allora il viaggio non è solo pericoloso. È un suicidio.»
Il messaggero le si mise a sedere accanto: «In realta è una staffetta. Secondo la tradizione dei messaggeri, prima che scoppiasse la guerra: da una stazione di posta alla successiva, dove gambe fresche e riposate aspettano l’arrivo del dispaccio per portarlo alla prossima stazione. L’unica differenza è che non ci sono stazioni di posta lungo il mio cammino, e solo la morte e la fortuna possono stabilire quando ci sarà il prossimo passaggio di consegne e se il sigillo sarà affidato a qualcuno o invece si perderà tra le montagne.»
Serena lo interruppe. Era furiosa: «Smettila di parlare come un invasato! Come puoi essere così contento di andare incontro alla morte? Come puoi essere così entusiasta di una cosa tanto stupida e inutile come una missione suicida? Una volta che sarai morto, di te non resterà niente, chiaro? Né meno il cadavere, a quanto ho capito.»
«Ma sono già morto, Serena. Il giorno che sono crollate le miniere. Come ho cercato di spiegarti, è la parola che mi tiene legato a questa forma, che mi impedisce di diventare polvere. Fino al giorno che ho fatto uccidere quel ragazzo con l’uniforme nera, c’era la guerra. Ma dopo aver ereditato il sigillo, ho capito che mi era concessa una scelta. Non si tratta solo di trovare un sostituto: se non posso rinunciare alla missione, è perché io stesso sono la missione.»
Serena sentiva di ricevere uno schiaffo a ogni parola pronunciata dal messaggero. «Smetti di ripetere che sei morto!» disse alla fine, incapace di ascoltare altro. «Perché so benissimo che non è vero. Non sei morto. Non sei polvere. Altrimenti questo che provo per te, questa oscura, ributtante cosa che provo per te non sarebbe mai nata o sarebbe morta in fasce e non starebbe ancora qui a risucchiarmi la forza vitale. Non si amano i morti. Uno può esserne ossessionato. O magari anche vittima, come i Fazzoletti Bianchi. Ma non si possono amare.»
Il messaggero non rispose. Forse perché anche stavolta non c’era niente da rispondere. Ma il silenzio faceva arrabbiare Serena più di ogni altra cosa, e allora si scagliò sul messaggero con tale slancio, che lui, colto di sorpresa, non poté opporle resistenza. Si ritrovò supino sul letto, il soffice peso di lei a gravargli lo stomaco.
«Lo so che non ti posso fermare» ansimò Serena, nello sforzo di trattenere il messaggero. «Lo so che potrei star qui a discutere con te per sempre, e tu rimarresti in ogni caso della stessa opinione. E sono così stanca di combattere. Vattene, se vuoi. Ma a condizione che prometti di vivere. Anche a costo di vendere l’anima, anche a costo di ingannare, truffare, ferire e perfino uccidere cento, mille, diecimila disgraziati, devi vivere.»
Prese un lungo, lunghissimo respiro. «Perché io starò qui ad aspettarti. E a me non piace per niente aspettare.»
Il messaggero la fissava in silenzio. Ma anche lui ansimava, e le cicatrici attorno agli occhi apparivano più pallide e rilevate a ogni respiro. Poi le sue mani ebbero uno scatto repentino. Si chiusero attorno ai polsi di Serena come un paio di ceppi, le dita che segnavano di bianchissime strie la pelle semi trasparente. Subito dopo, facendo scorrere le dita lungo gli avambracci, afferrò i gomiti di Serena e li piegò verso l’esterno, e allora Serena finì distesa sopra l’uomo che amava, il ventre e il seno che affondavano nell’arcana sostanza della quale lui era fatto. Il messaggero la rovesciò sulla schiena, mettendosi di fianco affinché potesse allungarsi sul letto, e si chinò sul suo affanno, quasi a volersene nutrire, e ora le ghermiva i fianchi con le mani, ma delicatamente, senza alcuna traccia di violenza. Serena si accorse con meraviglia che l’alito del messaggero non sapeva di morte come si apettava, mentre il suo sguardo era pieno di una luce intensa e carezzevole come un’alba estiva, anziché di tenebra e vuoto, e perfino la polvere blu che ricopriva ogni sconnesso frammento del suo corpo era svanita, come se un vento improvviso l’avesse dispersa.
Si strinsero fin quasi a farsi male. E mentre si spogliavano convulsamente (con l’uniforme che non voleva saperne di sfilarsi e i gancetti della veste di Serena che si aggrappavano alle asole come rampini alla roccia), cercando in ogni modo di non cedere all’assenza di contatto né meno un palmo di carne, mentre si inseguivano, si raggiungevano, si esploravano e ritornavano a inseguirsi (e mai, prima di quel momento, erano stati così vicini l’uno all’altra, né lo sarebbero stati in seguito), mentre si dibattevano in questa febbre, il tocco del messaggero avvolse le forme di Serena come una vampa di fuoco, mentre la vellutata asperità delle forme di Serena modellò l’ardua sostanza nella quale era scolpito il messaggero in una figura più semplice e piana, affatto priva di spigoli. Dimenticarono. Forse per pochi minuti, forse per moltissime ore, dimenticarono i gorghi in fondo ai quali si dibattevano nel presente, gli inferi dai quali si erano affrancati al momento del loro primo incontro, le aride spelonche che presto li avrebbero accolti. Dimenticarono. Ma senza perdere la consapevolezza che all’interno di quell’infinitesima cellula di spazio e di tempo (un letto, alcune ore), si esauriva quanto era loro concesso (da chi altri, se non da se stessi?) condividere. Una lunghissima apnea, appena un gemito sfuggito alle labbra, il brusco scioglimento della tensione muscolare in un’onda di piacere che si propaga in ogni piega del corpo, fino ai più remoti recessi della mente, mentre il tempo si contrae e divora se stesso e la sua spietata tirannia si trasforma, seppure nell’arco di un unico singhiozzo, in una vaga illusione.
E poi nient’altro.
Quanto trascorse, prima che si dividessero? E quanto, prima che il messaggero mostrasse a Serena l’oggetto per recuperare il quale aveva stuzzicato l’appetito dei morti?
«E sarebbe questo orrore che ti ha procurato tanti guai?» disse Serena, rigirando tra le mani il cilindro di legno e ottone. «Scusa, ma è davvero un’oscenità.»
Il messaggero preferì non rispondere.
«E questi due grassoni?» domandò Serena, sfiorando con il pollice l’immagine incisa sotto la base del sigillo. «Chi dovrebbero rappresentare? Dei bambini? Con quelle orribili facce corrugate e la testa calva?»
«Sono i Gemelli» disse il messaggero.
Serena fece una smorfia di disgusto: «Lo so che ci tieni tanto a quest’affare, ma devo proprio dirtelo: il tizio che lo ha inciso doveva avere il cervello in disordine. Altrimenti perché mettere il bambino sulla sinistra in questa posa assurda, che sembra stia strangolando l’altro bambino, mentre il bambino sulla destra cos’ha in mano? Una specie di pugnale?» S’interruppe, battendo più volte le palpebre. «I Gemelli? Intendi dire: quei Gemelli?»
Lasciò cadere il sigillo come se scottasse. «Ma allora il ragazzo… il ragazzo che hai fatto uccidere sul Bradishar…»
Il messaggero annuì gravemente. «Veniva da Caiuri.» Piegò la bocca in un mezzo sorriso di pura tensione «O si era imbattuto in qualcuno che veniva da Caiuri.»
«E la missione che hai ereditato da lui…»
Il messaggero annuì di nuovo. «È quella che immagini. E quella che abbiamo immaginato anche noi dell’avamposto, quando abbiamo tolto l’uniforme al ragazzo e abbiamo visto il sigillo che ciondolava sul suo petto, legato a una cordicella di cuoio, ed è diventato chiaro quale fosse la portata del nostro errore.»
Serena era pietrificata. Dalla sorpresa. Ma anche e soprattutto dalla paura. Che la misteriosa parola a causa della quale i Fazzoletti Bianchi avevano massacrato il messaggero fosse proprio quella parola, la parola più portentosa che lei, e con lei l’intera Kelidia, si fosse mai trovata a fronteggiare, be’, era semplicemente troppo, era una rivelazione che la lasciava senza fiato. L’orrore le annodava le viscere. E allora realizzò per quale motivo Rufus avesse deciso di fare a pezzi il messaggero, una volta riconosciuto il sigillo, e come mai avesse tenuto il sigillo, invece di fonderlo e trasformarlo in un monile da capobanda, illudendosi, superstiziosamente, di controllarne il potere, di ingabbiarne la minaccia. Rufus, figlio della guerra, elevatosi, grazie allo sfacelo che era stato di Kelidia, da fantaccino a condottiero, esisteva una sola parola che potesse temere: una parola così terrificante, da infondere in lui e in tutti quelli che si definivano suoi seguaci la stessa paura che nutrono i bambini verso le creature immaginarie che abitano il buio delle loro stanze.
Una sola parola.
Pace.

Annunci

4 pensieri su “Il messaggero – Una sola parola, Parte II

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...