Il messaggero – La primavera, Parte I

Serena si fissava le mani, incapace di aggiungere altro. In realtà non c’era niente da aggiungere: anche se la parola pace non era stata ancora pronunciata, né rivelata la missione del messaggero, anche se solo quella frase, preferirei non essere mai nata, oltre agli occhi di Serena, lucidi e grandi come gli occhi di una ragazza più giovane e ingenua, raccontavano la verità, ci sentivamo lo stesso sul punto di sprofondare in una nuova, orribile Kelidia, che era semplicemente la Kelidia dove avevamo sempre vissuto, ma senza il filtro dell’amore e della consuetidine. Respiravamo un’aria di carta, con il cuore che rimbalzava pazzamente tra le costole, e stentavamo a riconoscere perfino casa nostra, come se qualcuno l’avesse rasa al suolo per poi ricostruirla male, dispettosamente, accentuandone lo sfacelo e la sporcizia.
«Scusa, ma bisogna che ti spieghi meglio, Serena» disse Raphael. «Perché così come l’hai messa, la cosa non ha molto senso. O meglio, un senso lo avrebbe, ma non può essere, capisci?» Prese un lungo respiro. «Stando alle tue parole, tra poco il messaggero sarà in possesso di due sigilli: e se uno è il sigillo di Kelidia, l’altro dev’essere per forza il sigillo di Caiuri. Ma una lettera con sopra i sigilli delle due prefetture può contenere un unico messaggio, c’è un’unica cosa che il messaggero o chiunque altro potrebbe scriverci sopra: una dichiarazione di pace.» Si interruppe, sconvolto dal suono della parola pace, che lui era stato il primo a pronunciare. «Ora non ricordo bene cosa dica la legge al riguardo, perché Carol ci ha spiegato la legge quando eravamo piccoli, ed era complicata, e non è che abbia capito molto. Ma una cosa la ricordo: occorre stipulare dei trattati, prima di fare la pace, occorre che qualcuno ponga delle condizioni e che qualcun altro le accetti. Cogrud e Balau dovrebbero parlarsi faccia a faccia, o almeno mandare l’uno all’altro dei messaggeri: ma dei veri messaggeri, che portino veri messaggi, non impostori con addosso del metallo decorato.»
Serena scuoteva la testa: «Trattati e accordi hanno senso solo finché esiste qualcuno che sia disposto a dare importanza a simili cerimonie, Raph: prefetti, dignitari, ambasciatori e via dicendo. Oggi ci siamo solo noi. E i sigilli. E io ricordo la legge, e ricordo benissimo che è ai sigilli che spetta l’ultima parola: il semplice fatto che il sigillo di Caiuri sia qui a Kelidia, in mano nostra, equivale a una resa senza condizioni.»
«Ma perché Caiuri dovrebbe arrendersi?»
«Questo non lo sa né meno il messaggero. Lui ha solo ucciso un ragazzo che portava con sé il sigillo di Caiuri. Senza né meno avere il tempo di parlarci.»
«Ma allora chi ti dice che il sigillo sia proprio il sigillo di Caiuri? Siccome nessun kelidiano l”ha mai visto, escluso forse il prefetto Cogrud, come fa il messaggero a darlo senz’altro per autentico?»
Serena sgranò gli occhi. «E perché mai uno dovrebbe portarsi dietro un sigillo falso?»
«Magari il tipo aveva architettato una beffa.»
«O magari è un piano del nemico. Un piano abbastanza ingegnoso, se ci rifletti: fingersi sull’orlo della disfatta per poi contrattaccare non appena Kelidia abbassa la guardia…»
Serena si limitò a guardarci come se fossimo impazziti.
«Quindi è così, la guerra sta per finire?» intervenne Jana, che negli ultimi minuti era rimasta in silenzio, immersa in una profonda riflessione. Nella sua voce, nonostante le sciagure patite in oltre quindici anni di guerra, non c’era traccia di sollievo.
Serena non doveva pensarla in modo tanto diverso: «È ancora presto per dirlo.»
Non ci stupimmo del tono minaccioso di quelle parole. Nonostante gli urti e le tempeste che si intravedevano sotto la superficie del suo sguardo, aldilà delle iridi azzurre che la luce primaverile e lo spettro delle lacrime a venire cospargevano di stelle, era chiaro che Serena aveva già preso una decisione.
«Ma perché tutte queste cose le racconti a noi, invece che a tua madre, a mastro Leder o a chiunque altro non sia noi due?» disse Franz.
«Mia madre sa già tutto. E anche mastro Leder.»
«Allora cosa ci fai a casa nostra?»
«Ve lo spiegherò tra un momento. Prima devo dirvi dell’assemblea, altrimenti finisce che mi dimentico. Ho indetto un’assemblea cittadina. Come per le esecuzioni pubbliche. Alla piazza del Girasole.»
«Un’assemblea cittadina? In un momento del genere?»
«Se non si indice un’assemblea cittadina in un momento del genere, quando si dovrebbe indire secondo voi? Non fraintendetemi. Non è che non riesca a prendere una decisione. In effetti una decisione l’ho già presa. Ne ho parlato con mia madre, e anche lei pensa che non ci sia altro da fare. Però non è una decisione che possiamo prendere da sole.»
«Ma se sono anni che decidete tutto voi.»
«Non stavolta. È una cosa troppo importante, capite? Ne va delle sorti dell’intera città, anzi, dell’intera prefettura. Di due prefetture! Bisogna che i kelidiani sappiano cosa sta succedendo e abbiano la possibilità di decidere tutti assieme.»
«Ma occorreranno ore, per spargere la notizia dell’assemblea e per radunare i kelidiani. Forse perfino giorni. E poi dovrai spiegare come stanno le cose, e immagino che si farà anche una votazione. Hai messo sotto chiave il messaggero, per poterla prendere così comoda?»
«Come ho detto, il messaggero è alla Meridiana. A quest’ora sarà anche arrivato all’ufficio del prefetto, dove è custodito il sigillo con il leone. Non so com’è ridotto l’interno del Fortilizio, ma non credo che il messaggero impiegherà più di qualche ora per uscire.»
«E allora ti rendi conto che l’assemblea non serve a niente? Non appena sarà uscito, prenderà subito la via del Bradishar, e a quel punto cosa importa spiegare a tutti cosa sta succedendo e chiedere loro cosa sia giusto fare?»
«So benissimo che radunare l’intera Kelidia è fuori discussione. Anche se ho chiesto al messaggero di aspettarmi, perché volevo salutarlo un’ultima volta, di aspettarmi ai piedi della Merdiana, dopo che avrà recuperato il sigillo, e lui lo farà di sicuro, perché ho preteso che mi desse la sua parola, non aspetterà così a lungo. Senza contare il rumore di così tante persone, che metterebbe in allarme anche uno molto meno sospettoso. Non voglio radunare l’intera Kelidia. Mi accontento dei Quattro Colli. A quest’ora sono tutti alla Piana dei Mercati e al porto: basterà informare un paio di persone perché lo sappiano subito tutti gli altri. Quanto alle spiegazioni, non ne serviranno tante. Ormai tutti conoscono la storia del messaggero. C’è solo da colmare qualche lacuna.»
«Ma cosa succede se il messaggero, per quanto facciamo in fretta, esce dalla Meridiana prima che abbiamo finito, mentre stiamo ancora tutti insieme a confabulare? D’accordo che il rumore di un’assemblea di così poche persone si potrebbe scambiare per il solito rumore che viene dalla Piana dei Mercati, ma non credi che il messaggero possa fiutare lo stesso il pericolo e fuggire?»
«Il rischio c’è. Per questo ho messo un paio di spie davanti all’ingresso della Meridiana, con il compito di avvertirmi non appena lui esce.»
«Ma invece di escogitare tante sottigliezze, non facevi prima a mettere davvero sotto chiave il messaggero? Così intanto si poteva organizzare l’assemblea con tutta calma e radunare l’intera Kelidia, non solo i Quattro Colli.»
«E credi che il messaggero si lascerebbe imprigionare? Si farebbe uccidere piuttosto. E se volessi ucciderlo e basta, per quale ragione avrei creato tutto questo scompiglio?»
«Insomma, sembra che hai pensato a tutto.»
«Allora perché sei venuta da noi?»
Serena ci fissò dritto in faccia, prima l’uno poi l’altro, per un tempo spaventosamente lungo. Poi, scossa leggermente la testa: «Perché devo farvi una domanda» disse.
«Una domanda?»
«Una domanda molto importante.»
«E perché a noi?»
«Perché avete visto. E anche se ho cercato in tutti i modi di tenervi fuori da questa storia, non avete solo visto. Avete capito quello che stava succedendo prima ancora che arrivassi a intuirlo.» Il suo tono si fece severo: «Senza contare che siete stati voi a portare il messaggero a Kelidia, ed è soprattutto per colpa vostra se ora ci troviamo in questo guaio.»
Si mise a fissare un punto tra Jana e Raphael, laddove forse la sua mente proiettava forse un presagio degli eventi a venire. «Come faccio a evitarlo?» disse. «Non l’assemblea. Non solo l’assemblea. Ma quello che viene prima. E quello che forse verrà dopo. Come faccio a evitarlo? Si può ancora evitare in qualche modo?»
«E che razza di domanda sarebbe? Prima tiri in ballo tua madre, mastro Leder e il resto dei Quattro Colli e arrivi addirittura a organizzare un’assemblea, poi, finito il lavoro, vieni a chiedere a noi se è possibile disfare quello che tu stessa hai appena fatto? Non ti accorgi che è assurdo?»
«Certo che è assurdo. Ma ho bisogno lo stesso che mi rispondiate.»
«Ma non abbiamo né meno capito la domanda.»
«Cosa c’è da capire? Provate a mettervi nei miei panni. Davvero non c’è modo di evitare che finisca in modo così atroce?»
Restammo in silenzio, incapaci di pensare a una risposta. La sola cosa alla quale riuscivamo a pensare era a quanto eravamo stati stupidi: salvando il messaggero, trascinando a Kelidia il bagaglio di promesse e ricordi che il messaggero si era portato dietro dal Bradishar, avevamo creduto di riscattare la nostra vita dalla miseria, ci eravamo illusi di capovolgere il nostro piccolo mondo lasciandolo identico a se stesso, mentre invece stavamo solo buttando via anche quel poco di noi che eravamo riusciti a preservare dalla guerra. E quest’ultima, fatale illusione aveva infine colmato la misura delle illusioni, riportandoci bruscamente davanti a una verità che non avevamo la forza di sopportare e che di certo non potevamo esprimere con le parole.
Accorgendosi della nostra difficoltà, Jana decise allora di parlare per noi. «Mi spiace, Serena» disse, «ma non possiamo darti una risposta diversa da quella che hai già dato a te stessa. Né esiste altra via se non quella che hai… che abbiamo imboccato non ora, non stamattina, ma tre mesi fa.»

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