Il messaggero – La primavera, Parte II

Un’ora dopo eravamo diretti al Girasole insieme a Jana e a un paio di vicini; Serena era andata via mezz’ora prima, per preparare il discorso con il quale avrebbe esposto gli ultimi eventi ai kelidiani. Camminavamo immersi in una bianca mattina liquorosa, rischiarata da un sole così carezzevole, come non ricordavamo di averne conosciuti né meno nei giorni più limpidi della nostra prima infanzia. Il cielo era di un azzurro incandescente, con sbuffi di nuvole a rotolare lungo i gradienti della brezza, mentre le ombre che avevano tiranneggiato su Kelidia durante tutto l’inverno ora se ne stavano acquattate nei vicoli più sudici e stretti, incapaci di far altro che rimpiangere il passato. Eppure, come il giorno alla festa a casa Blum, il bel tempo non migliorava il nostro umore. Al contrario ci metteva addosso un’angoscia quasi intollerabile. Perché la graduale evasione della primavera dalle segrete dell’inverno aveva accompagnato l’intero arco della vicenda del messaggero, sottolineandone i momenti più significativi, e ora la perfezione di quel cambiamento annunciava l’altro, definitivo cambiamento che stava per sconvolgere Kelidia.
Ancora pochi passi, e il rombo della folla che si stava radunando davanti al Girasole riempì le nostre orecchie.
Franz gettò uno sguardo preoccupato alla Meridiana: «Speriamo solo che il messaggero non apra le finestre, perché gli basterebbe affacciarsi un attimo, per capire cosa sta succedendo.»
Anche Raphael e Jana si voltarono verso la torre. Nessuna traccia di quanto stava succedendo all’interno arrivava fino a noi: le mura color del fumo, disposte su una pianta ottagonale in quattro sezioni via via più sottili all’aumentare dell’altezza, conservavano la stessa aria impenetrabile che avevano dal giorno che Cogrud aveva scelto di isolarsi al loro interno, e lo stesso silenzio che da allora avvolgeva il complesso, un silenzio così carico di attesa, che si poteva percepirlo senza difficoltà anche in mezzo alla folla berciante che ora stavamo solcando, si espandeva tutto attorno come un contagio.
Nella Piazza del Girasole era riunita l’intera popolazione dei Quattro Colli, più una grossa fetta dei Sette Braghi e di Matander. Le miliziane di mastro Leder si erano date parecchio da fare, per mettere assieme tante persone in così poco tempo, anche se il grosso del lavoro doveva averlo fatto il terrore suscitato dallo stesso mastro Leder, una volta sparsa la voce del suo coinvolgimento. La piazza conteneva a stento tutta quella folla, così come le voci spezzate ed esitanti che esalavano dalla folla e l’angoscia che permeava le voci, più intensa a ogni minuto che passava. Perché si trattava di una cosa grossa, questo era chiaro a chiunque, e le cose grosse successe negli ultimi tempi erano state sempre catastrofiche. Senza contare che una calca così fitta ricordava a molti il tempo dei cannoni, quando al suono delle sirene migliaia di persone si riversavano in strada verso i rifugi, e si creavano ingorghi e intasamenti a ogni strettoia, e tutti urlavano e si spintonavano per il terrore che arrivasse un proiettile mentre erano ancora allo scoperto.
Serena non aveva ancora cominciato. Occorse ancora qualche minuto prima che salisse sulla cassa da imballaggio in mezzo alla veranda del Girasole, e quasi un quarto d’ora prima che le rabbiose adolescenti al comando di mastro Leder riuscissero a imporre il silenzio.
Aspettando, osservavamo le persone che ci stavano attorno, e presto cominciammo a notare alcuni particolari piuttosto sinistri che sgradevoli nel loro aspetto. Anche se al nostro fianco c’era Jana, e mastro Frings pochi passi più avanti, e Anneke proprio accanto a nostra madre, ed Ester Colca subito dietro mastro Frings, anche se avevamo attorno persone che conoscevamo benissimo e che incontravamo quasi tutti i giorni, avevamo la sensazione di vedere tutti per la prima volta. Alla luce della nuova primavera, diventava evidente l’effetto disastroso che la vita che stavamo facendo e che nonostante la fatica e la miseria ritenevamo accettabile o almeno tollerabile, avesse su tutti noi. Anche i ricchi come Ester Colca, che contendeva alcune piazze alla stessa signora Blum, indossavano degli stracci puzzolenti, rammendati un’infinità di volte e ancora bisognosi di qualche rappezzo. La pelle dei più sani era verde e squamata a causa delle carenze alimentari, la pelle di chi era messo peggio somigliava alle fabbriche di Lungofiume dopo il passaggio dei cannoni caiuriti. I capelli, dimentichi di balsami e unguenti, ricordavano delle nuvole tempestose, quando il caldo e il sudore non li trasformavano in sterpi. Gli occhi, rossi e gonfi o stretti e cisposi, erano immancabilmente contornati da un ricamo irregolare di umori rappresi. Le bocche, quasi tutte prive di una mezza dozzina di denti, con le gengive troppo scure o troppo pallide o nere e ulcerate, esalavano densi veleni, il tocco dei quali sembrava in grado di appestare chiunque si trovasse nelle vicinanze. E non ci illudevamo: tutte quelle brutture, avvisaglie del flagello che presto si sarebbe abbattuto su Kelidia, segnavano le nostre carni come le carni di tutti gli altri, la puzza di morte che faceva arricciare i nostri nasi era uguale alla puzza di morte che faceva arricciare i nasi di chi stava accanto a noi.
Dopo aver scambiato un cenno di intesa con la signora Blum, Serena alzò le mani in un gesto semplice e autoritario, chiedendo che anche gli ultimi mormorii cessassero. Poi cominciò il discorso. Ma non sentimmo parlare lei, perché stavamo all’estremità opposta della piazza, ed era impossibile che la sua voce non si disperdesse nella densa febbre che saliva dalla folla. Prevedendolo, Serena aveva disposto nove cantastorie agli angoli e al centro della piazza, a distanze più o meno regolari, con l’ordine di ripetere ogni parola del suo discorso. Quando Serena diceva qualcosa, i tre cantastorie che si trovavano a portata d’orecchio ripetevano le sue parole, in modo che i tre cantastorie che stavano a metà via potessero sentirle e ripeterle a loro volta, ad uso degli ultimi tre cantastorie che stavano negli angoli. Così ascoltammo il discorso di Serena dalla bocca di un certo Brugel, uno che aveva fama di essere tra i peggiori cantastorie di Kelidia, ma che aveva una voce così potente, che gli bastava alzarla appena un po’ per risvegliare di colpo tutti quelli che le sue storie facevano addormentare.
«Questa mattina ho ricevuto una grave notizia» annunciò Serena, saltando i preamboli. Fece una pausa, concedendo qualche istante alla piazza per incassare quel primo colpo. Poi affondò il secondo: «E ora credo sia giusto condividerla con voi.»
A queste parole, la piazza reagì trattenendo il respiro: facce, mani, corpi, abiti si irrigidirono, mentre l’angoscia che esalava dalla parola condividere si addensava in una volta di pietra, che separava la gente di Kelidia non solo dalla vista, ma anche dal ricordo del cielo.
«Capisco il vostro nervosismo» disse Serena. «E so benissimo che a Kelidia condividere significa più che altro condividere miserie e sofferenze. Ma stavolta è diverso. Stavolta non si tratta di prepararsi al peggio, sperando di cavarsela nonostante tutto. Stavolta si tratta di capire. E di decidere tutti insieme quale sia il modo migliore per fronteggiare gli eventi.»
Un mormorio corale corse nella piazza. Trasalimmo anche noi, che avevamo sentito quelle stesse parole meno di un’ora prima. A Kelidia non era mai capitato che si decidesse qualcosa tutti insieme. Prima che crollassero le miniere, erano Cogrud e Gaard a decidere; in seguito, dopo che Gaard era morto e Cogrud si era rinchiuso nella torre, lo scettro era passato a Margarete Blum e a sua figlia Serena, ancora meno propense a cederlo. Nessun altro, eccetto forse mastro Leder, aveva mai potuto decidere niente. Se ora Serena si vedeva costretta a coinvolgere la cittadinanza, a chiedere ai sudditi di decidere insieme a lei, il disastro doveva essere più grave del previsto, forse il peggiore che fosse capitato ai kelidiani.
Serena riprese a parlare:
«All’incirca tre mesi fa a Kelidia è arrivato un messaggero. O forse sarebbe più corretto dire che è arrivato un uomo con addosso l’uniforme dei messaggeri: lui stesso ha infatti ripetuto più volte di non essere un vero messaggero. In ogni caso, quello che importa è che il messaggero, vero o fasullo, ha davvero un messaggio da consegnare, e un messaggio di grande importanza.»
Un secondo mormorio corale, ma di protesta. Sarebbe questa la grava notizia? si dicevano tutti. Cosa crede Serena, che non sia ormai arrivata all’orecchio di tutti? Che non siano già tutti a conoscenza della sfida tra il messaggero e la signora Blum e della chiamata in causa come alleati addirittura degli Storti?
Serena si concentrava per cercare le parole. Non c’era molto altro da dire in realtà, ma bisognava dirlo nel modo giusto, così che la responsabilità degli eventi a venire ricadesse sul messaggero, senza coinvolgere nessun altro. Per questo Serena non aveva detto come fosse arrivato a Kelidia, né chi gli avesse offerto asilo durante la convalescenza. Se gestita male, l’intera vicenda poteva portare a sgradevoli conseguenze, non solo per noi e per Jana, ma anche per la stessa Serena, forse addirittura per la signora Blum.
Mentre Serena rifletteva, Brugel fissava ansiosamente uno dei cantastorie al centro della piazza, per cogliere il momento che avrebbe ripreso a parlare. Mastro Leder doveva avergli messo addosso una gran paura, per renderlo così meticoloso. Ma sulla sua faccia non si leggeva solo la paura di ritrovarsi qualche osso spezzato e un paio di denti in meno: c’era anche il desiderio di ascoltare la fine del discorso.
Lo stesso che si leggeva sulla faccia di ognuno dei presenti. Perché, proteste corali a parte, avvertivano tutti chiaramente che il peggio doveva ancora venire.
«Fino a ieri il messaggero si è sempre rifiutato di rivelare quale messaggio gli sia stato affidato» disse Serena. «All’inizio credevamo che mantenesse il segreto per qualche mira personale. Poi abbiamo scoperto che il suo non era calcolo, ma cautela. Perché il messaggio, per sua natura, espone chi lo porta a gravissimi rischi, e il messaggero, per non aver tenuto la bocca chiusa quando era il caso di farlo, già una volta ha rischiato seriamente di morire.»
Brugel si interruppe. E invece di ripetere il resto del discorso, gettò uno sguardo stupito a uno dei cantastorie al centro della piazza, sperando forse di aver capito male, ma ricevendo in cambio solo uno sguardo ancora più stupito.
«Il messaggio viene da Caiuri» disse alla fine. «Ed è una dichiarazione di resa senza condizioni.»
Seguì un lunghissimo silenzio, mentre l’intera piazza, inclusi i cantastorie che avevano appena riferito la notizia, incluso Brugel, con la faccia che ormai assomigliava a un muro scalcinato, fissava l’esile donna che aveva appena sparso quella spaventosa semenza. Una luce nuova si diffuse allora nei Quattro Colli, sommergendone ogni angolo. In realtà erano almeno tre giorni che quella luce sommergeva i Quattro Colli; ma sembrava che nessuno tranne noi l’avesse ancora notata, che nessuno si fosse accorto della sua lunga contesa con le tenebre invernali, e così l’8ntera piazza ebbe l’illusione di essere investita da una violenta piena di luce, che a un tratto permise a ognuno di vedere se stesso e i propri vicini aldilà delle abituali menzogne. Le mostruosità che riempirono i loro occhi erano le stese che avevano riempito i nostri, prima che Serena iniziasse a parlare, e il disgusto e la paura che strinsero i loro stomaci erano identici al disgusto e alla paura che ancora stringevano i nostri. Un gemito di orrore uscì allora da ogni bocca della piazza, scuotendo con tale forza le fondamenta del cielo primaverile, che l’azzurro parve frantumarsi e precipitare al suolo.
«Il messaggero porta con sé il sigillo di Caiuri» proseguì Serena. «In questo momento lo sta consegnando al prefetto Cogrud, o a quello che resta del prefetto Cogrud. E ormai avrà anche concluso l’udienza.»
Si interruppe, seccata che nessun cantastorie ripetesse le sue parole. Ma non ce ne era bisogno. Se i cantastorie non riuscivano più a parlare, il resto della platea non era né meno in grado di respirare, e il silenzio era diventato così completo, che le parole pronunciate da Serena risuonavano chiare e perfettamente comprensibili in ogni angolo della piazza.
«Questo non significa che la guerra finirà domani» disse Serena, dopo un’alzata di spalle. «Una volta uscito dalla torre, il messaggero dovrà ripartire verso nord, per diffondere la notizia. Occorreranno settimane, mesi, forse anni. E il messaggero potrebbe morire durante il viaggio, o il messaggio andare perso. Ma dobbiamo considerare anche la possibilità che la missione abbia successo, che la guerra finisca in breve tempo.»
Ancora silenzio. E ancora la luce primaverile, che ora illuminava non il presente, ma il futuro che le parole di Serena avevano appena liberato dalle prigioni del possibile: il ritorno dal fronte dei nostri padri, figli, mariti, fratelli, la fine delle macchinazioni che avevamo escogitato per sopravvivere alla loro assenza, la difesa di quello che eravamo diventati dall’assalto di un passato che poco o niente aveva a che fare con la nostra vita di oggi. Come potevamo accettare un sovvertimento così improvviso e intempestivo della nostra realtà? Come potevamo non soccombere alla stessa brama di sangue e di vendetta che agitava le nostre viscere durante le esecuzioni pubbliche?
Si sentì una voce di donna. Una voce bassa e sottile che riuscì lo stesso a raggiungere ognuna delle migliaia di orecchie che si tendevano ad ascoltarla.
«Possiamo ancora fermarlo?» disse la voce.

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3 pensieri su “Il messaggero – La primavera, Parte II

  1. Emblematica è la frase finale “Possiamo fermarlo?” Ovvero il pensiero della pace era più sconvolgente diu quello della guerra. Un mondo capovolto pare quello che il popolo desidera.
    bene aspettiamo le prossime puntate per capire se questa frase avrà un seguito.

    REFUSO
    ‘il vel tempo non migliorava’ forse era ‘il bel tempo non migliorava’

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