Il messaggero – Tra le ombre, Parte II

A quel punto le miliziane si erano già sparse nel reticolo di vie che incorona il complesso monumentale. Mastro Leder aveva invece deviato tra le baracche del Basso Bardel e ora stava aggirando la torre per cogliere il messaggero alle spalle. Quanto a noi, stavamo tornando a casa assieme a Jana e ad Anneke: Serena non avrebbe mai permesso che assistessimo alla conclusione della sinistta commedia che avevamo contribuito ad allestire, né noi avevamo alcuna voglia di farlo. Per questo non abbiamo idea di come andarono le cose quella volta, e il libro dovrebbe finire a queso stesso rigo, se dovessimo limitarci a riferire i fatti che conosciamo con certezza. Per fortuna, dopo una lunga discussione Raphael ha dovuto convenire che chiudere il libro così significherebbe amputarne la coda, non portarlo a termine, e che nessuno sarebbe disposto a spendere soldi per un libro che molla il lettore a un passo dal traguardo. E così ha lasciato che Franz rimediasse con la fantasia alle lacune della conoscenza, con la ricostruzione a ritroso allo sfacelo dell’esperienza diretta.
Quando arrivò alla fontana, Serena notò che il messaggero teneva in mano un pezzo di carta arrotolato. «Il messaggio di pace, immagino» disse.
Il messaggero non rispose.
«Sarai sollevato» continuò allora Serena, la voce tremula di ansia repressa. «Dopo tante settimane di attesa e sofferenza, hai finalmente raggiunto il tuo scopo.»
Il messaggero si strinse nelle spalle: «Non ho raggiunto alcuno scopo. Se non porto questo messaggio a destino, è come se non avessi mai intrapreso la missione.»
Serena abbassò lo sguardo sulle pietre del lastricato. «Forse la scelta più saggia fin dall’inizio.»
«Cosa significa?»
«Fai finta che non ho parlato, ti dispiace? Ora che siamo arrivati a una specie di armistizio, non vorrei mandare tutto all’aria per aver aperto la bocca a sproposito.» Raccolto un po’ di coraggio, si avvicinò di un altro passo al messaggero. Teneva la mano sinistra sul fianco, in una posa vagamente spavalda, mentre la destra affondava in una tasca della lunga gonna marrone. «Piuttosto, lascia che sia io a farti una domanda, prima che ci salutiamo.» Sfiorava con l’unghia del pollice il filo dell’oggetto che teneva in tasca. Al momento di fare la domanda le sue dita si strinsero involontariamente sull’oggetto: una goccia di sangue spillò dal polpastrello e andò a sporcare l’interno della tasca. «Credi ancora che ne valga la pena?»
Il messaggero si piegò sotto il peso della stanchezza. «C’è davvero bisogno che ti risponda?»
«Ma prima di stamattina non sapevi ancora cosa si nascondesse là dentro. Ora invece hai visto. E cos’altro puoi aver visto, se non polvere e fantasmi? È questo che voglio sapere: se dopo aver visto in quale stato siano i rimasugli del passato che stai cercando di resuscitare, credi ancora che ne valga la pena..»
«Perché dovrei aver cambiato idea? Cosa importa il passato? Qui si tratta di costruire il futuro, non di resuscitare il passato.»
«Ma le parole altisonanti che ti riempiono la bocca, sigillo, pace, missione e via dicendo, la gente è ancora in grado di capirle solo perché in passato esprimevano dei concetti basilari. Oggi non rimane più niente di quel passato, come tu stesso hai potuto vedere. E cosa diventano i sigilli, se sottrai loro il passato? Timbri! E la missione? Una pazzia! Perché credere così ciecamente che un timbro custodisca un potere così grande, il potere di far finire la guerra, è sintomo di un grave squilibrio mentale.»
Il messaggero si lasciò sfuggire un sorriso di scherno: «Se sei così convinta che la missione sia una pazzia, che i sigilli siano dei timbri, come mai hai tanta paura? Perché ora si tratta di questo, vero? Di pura e semplice paura. Non sei preoccupata per me, non tremi più al pensiero che io possa morire. Hai paura della pace. Come il resto di Kelidia.»
Serena, schiaffeggiata dallo stupore, fece qualche passo indietro.
«Toglimi una curiosità» incalzò il messaggero «Che fine ha fatto la gente dei Quattro Colli? In giro non si vede nessuno, ed è piuttosto strano per una città come Kelidia. E fino a qualche minuto fa si sentiva anche un brusio, come di tante persone riunite assieme in uno spazio ristretto. Poi il brusio ha smesso, ed è calato il silenzio. Ma quando mai c’è stato silenzio ai Quattro Colli? Alla fine arrivi tu, pallida e tremante.» Scosse la testa per attenuare la rabbia. «Perché mi hai chiesto di aspettare? Perché hai voluto che ci vedessimo un’ultima volta proprio qui, ai piedi della torre?»
Serena trasse un lunghissimo respiro: «Non lo immagini?»
«Ho iniziato a immaginare non appena me l’hai chiesto. Anzi, prima. Quando ti ho mostrato il sigillo e sei quasi morta di paura.»
«Ma allora perché sei rimasto? Se avevi capito quali erano le mie intenzioni, perché non sei andato via una volta fuori dalla torre?»
«Perché avevo promesso.»
«E la tua parola vale più della missione? Più della tua stessa vita?»
«Si tratta della stessa cosa, in un certo senso.»
«Ma allora perché hai promesso? Se invece avessi accampato una scusa, se al momento di tradire te stesso in modo così stupido, ti fossi morso la lingua, ora saresti salvo. Mi avresti tolto il peso della scelta, mi avresti concesso l’occasione di lasciar perdere. E non chiedevo di meglio, te lo assicuro.»
Il messaggero trasse un lunghissimo respiro. «Ho sbagliato fin dall’inizio, quando ho scelto me stesso per questa missione. Sul momento sembrava davvero la scelta migliore, o forse l’unica possibile, tenuto conto della difficoltà della missione. Ma non lo era. Ricordo ancora troppe cose, ecco qual è il problema. Sono ossessionato dalla memoria quanto lo sono gli Storti, e una parte di me condivide la loro assurda convinzione che esistere equivalga a ricordare. Per questo non ho saputo mettere la missione davanti a ogni altra cosa. E anche se sono arrivato fino a questo punto oltrepassando ostacoli che avrebbero fermato il più forte dei soldati e riuscendo addirittura a beffarmi della morte, sono rimasto intrappolato in una gabbia più solida della morte stessa.» Le sue mani si strinsero a pugno. «Non potevo accampare scuse. Non potevo mordermi la lingua. Potevo solo fare quello che mi hai chiesto. Aspettare. Perché non potevo non cogliere l’occasione di vederti ancora una volta.»
Il cuore di Serena smise di battere. E rimase fermo per un tempo così lungo, che lei cominciò a temere di essere morta. L’improvvisa consapevolezza di trovarsi aldilà di ogni scelta, oltre la marea del dubbio e dell’indecisione, trafisse di nuovo le sue viscere, andando a conficcarsi nel nucleo di un’esplosione quasi incontrollabile di cieca sofferenza. Sul suo volto la sofferenza trasparì sotto forma di un’innaturale rigidità, segno che il messaggero fu in grado di cogliere e interpretare nello stesso momento che si manifestò. Allora anche lui si rese conto che non c’era più tempo, che non restava altro da dire, che ogni possibile alternativa era naufragata tre le correnti del vuoto. Si alzò in piedi, la testa leggermente china, le braccia larghe in segno di resa, e mosse due o tre passi verso Serena, pronto ad accogliere quello che stava per venire. Anche Serena era pronta. La mano destra stringeva l’impugnatura dell’oggetto nella tasca della gonna, il suo sguardo da opaco era diventato vitreo, la sua intera fisionomia aveva assunto una spaventosa fermezza, come per contrastare la fluidità del disegno che il suo corpo stava per tracciare sul tessuto della luce.
Il braccio di Serena si mosse con tale leggerezza, che il colpo non fu né meno così violento, dopotutto, ma quasi amichevole. La lama diede un rapido bagliore e poi scomparve nelle carni del messaggero, e sembrava quasi che non fosse mai sgusciata fuori dall’oscuro penetrale che le aveva dato asilo: un secondo prima il messaggero stava in piedi di fronte a Serena, un secondo dopo era in ginocchio, con l’impugnatura del pugnale che sporgeva di una spanna dalle costole. Serena aveva colpito il messaggero quasi al centro del petto, appena un po’ a destra del capezzolo sinistro, inclinando la lama quel tanto che serviva per oltrepassare di sbieco la barriera delle costole e arrivare al cuore aggirando lo sterno. Ma anche se la lama si era conficcata al centro del cuore e l’aveva spaccato in due, il messaggero rimaneva in ginocchio, le mani strette attorno al cilindro di legno laccato che sporgeva dal suo petto, gli occhi appena adombrati da un presagio di incoscienza, e non sembrava avere nessuna intenzione di rendere l’anima.
Serena lo studiava con neutro interesse, ammirata più che sorpresa dalla sua oscura refrattarietà alla morte. Non si aspettava niente di diverso: dopo aver visto quali offese i Fazzoletti Bianchi gli avessero inflitto, senza riuscire a ucciderlo, non si illudeva di ucciderlo con una sola stoccata. Il pugnale era più che altro un mezzo per tenere ferma la preda in attesa che qualcun altro arrivasse a completare l’opera. E ora Serena aspettava con le braccia lungo i fianchi, contemplando con tale indifferenza l’agonia del messaggero, che il suo sguardo sembrava rivolgersi a qualcosa di estraneo e insignificante, piuttosto che all’uomo del quale era innamorata. Nei suoi occhi si leggeva perfino una certa soddisfazione per l’abilità con la quale aveva inferto il colpo, la stessa risolutezza che annientava la sua anima ogni volta che calpestava un’amicizia per difendere gli interessi di sua madre.
Poi Serena ricordò chi aveva pugnalato e fu costretta a fare un passo indietro. Si trovò quasi sul punto di chinarsi sul messaggero e di soccorrerlo, in un estremo e niente affatto illusorio tentativo di capovolgere l’effetto della pugnalata; ma alla fine si allontanò, ricondotta al proposito originario dal rumore di passi che echeggiava sul lastricato.
Mentre indietreggiava verso l’estremità della piazza, incapace di distogliere lo sguardo dal messaggero, mastro Leder e due miliziane la superarono da entrambi i lati, approssimandosi alle altre quattro miliziane che convergevano dalla parte opposta. Il plotone di esecuzione si strinse attorno al condannato, disponendosi a semicerchio lungo il bordo della fontana. Mastro Leder sollevò la tanica che si era portato dietro dal Girasole e ne versò il preziosissimo contenuto, parte della scorta di gasolio che la signora Blum usava per illuminare la casa dei Sette Braghi, sulla testa del messaggero.
Quando si alzarono le prime fiamme, e le grida del messaggero, appena soffocate dalla trafittura al cuore, ruppero il silenzio che emanava dalle mura del fortilizio, Serena era ormai uscita dalla piazza e sentì appena le grida, mescolate al brusio inquieto che percorreva ogni angolo dei Quattro Colli.
Esitò. Fece per voltarsi.
Ma continuò a camminare.

Fine.

Annunci

Il messaggero – Tra le ombre, Parte I

La prima fu Anneke.
Scoprimmo la chiazza rossa circa un anno e mezzo dopo l’assemblea, un mattino che scherzavamo con lei sul lungargine. Nel mezzo di un discorso sulla nuova distillera di nitro di Limander, Raphael si interruppe, assunse un’espressione che per poco non fece morire di spavento anche Franz, e disse ad Anni, con che aveva una chiazza rossa sulla nuca. Anneke si strinse nelle spalle, supponendo che fosse solo uno dei tanti lividi che si faceva continuamente al lavoro. Ma le chiazze di quel genere cominciavano a spuntare sempre più spesso sulla pelle dei kelidiani, e di solito non finiva bene per chi se ne scopriva una addosso. Una manciata di ore, e Anneke fu costretta a mettersi a letto: era coperta di piaghe dalla testa ai piedi, i suoi occhi somigliavano a pozze di sangue, e sembrava che qualcuno avesse pestato la sua bocca e le sue orecchie in un mortaio. Poco dopo cominciò la febbre, che arse il suo corpo malnutrito finché i reni o qualcos’altro nei paraggi smise di funzionare. Allora Anni si afflosciò come un sacco vuoto: il suo respiro divenne uno spiffero, un rantolo e dopo circa due ore si interruppe per sempre.
Il fiore rosso. La più grave forma di febbre emorragica che abbia colpito il quadrante nordorientale della Dodecapoli. Un morbo così aggressivo, che la maggior parte delle persone morivano prima ancora di realizzare di essere malate, lasciando piuttosto increduli che addolorati i temerari che li assistevano nonostante la certezza del contagio. I temerari che assistevano Anneke eravamo noi, anche se siamo maschi e lei una ragazza e ci toccò più volte spogliarla, lavarla, coprirla di impacchi e via dicendo. Ma non c’era nessun altro disposto a farlo: la signora Blum, l’unica persona al mondo alla quale importasse qualcosa di Anni, si era chiusa in casa alle prime avvisaglie dell’epidemia e non permetteva né meno a Serena di avvicinarsi. Ad assistere noi, quando il fiore rosso disegnò i suoi orribili marchi sui nostri corpi, c’era Jana. E se la cavò così bene, che riuscimmo perfino a guarire, nonostante la sofferenza più atroce che abbiamo mai sperimentato. Jana non ebbe la stessa fortuna: il fiore rosso impiegò quasi dieci giorni a ucciderla, e aggredì il suo cervello solo alla fine, concedendole la poco desiderabile opportunità di assistere a ogni singola fase della propria dissoluzione.
Quando morì, in uno degli ultimi giorni d’estate, non riuscivamo a definire cosa provassimo, se dolore, angoscia o sollievo. Dopo aver ricomposto il suo corpo e appeso uno straccio bianco alla finestra per richiamare i becchini, ci sentimmo improvvisamente vuoti e fasulli. Non eravamo del tutto certi che il nostro cuore battesse ancora. Uscimmo in strada per prendere una boccata d’aria e schiarirci le idee. Siccome non varcavamo la soglia di casa da almeno dieci giorni, eravamo anche un po’ curiosi di sapere cos’era successo nel frattempo, se per caso l’epidemia era scemata. Ma la via di casa nostra, la tortuosa carreggiabile che collega il porto alla piana dei mercati, solitamente chiassosa e affollata fino a notte fonda, era deserta, mentre il resto del quartiere, aldilà delle case semi diroccate che costeggiavano la via, sembrava che non fosse mai esistito. Fummo colti da un brivido: quell’insolita pace era una delle cose più spaventose che avessimo conosciuto, perché né meno l’assedio e i cannoni erano riusciti a far sprofondare i Quattro Colli in un silenzio così completo, ed era come se Kelidia, mentre noi lottavamo per restare vivi e per tenere in vita Jana, avesse sostenuto un’identica lotta, perdendo miseramente.
In realtà era solo l’inizio. Nelle settimane successive morirono oltre novemila kelidiani, circa un terzo della popolazione cittadina. Nonostante l’isolamento, anche la signora Blum finì con l’ammalarsi, e siccome non c’era nessuno ad assisterla, a causa della ferocia con la quale lei stessa aveva allontanato ogni possibile minaccia alla propria salute, dovette vedersela con la febbre in completa solitudine. Era morta da quasi una settimana, quando Serena provò a rientrare in casa e la trovò riversa ai piedi del letto, con un grido strozzato a contorcerle la bocca.
Orfana della propria sovrana, defraudata di così tanti figli, la città si frantumò allora in tanti piccoli villaggi, tra i quali diventava ogni giorno più difficile e sgradita qualsiasi tipo di comunicazione. Dopo due mesi di pestilenza, Kelidia non si poté più né meno definire una città, e lo stesso nome Kelidia rischiò di finire nell’oblio.
A questo punto, rientrata l’emergenza, la gente cominciò a farsi domande su quello che era successo e sulle origini dell’epidemia, e presto nacque in ognuno la certezza che la causa di tutto fosse il messaggero. Alcuni ritenevano che avesse contratto il morbo sul Bradishar e che lo avesse inconsapevolmente portato a Kelidia; altri che lavorasse per Caiuri e che il messaggio di pace fosse solo un pretesto per introdurre in città la mortifera semenza. Il passo successivo fu mettersi alla ricerca di chi lo avesse aiutato ad arrivare a Kelidia. Allora cominciarono a saltar fuori sempre più spesso i nostri nomi e il nome di Serena e di mastro Leder. Le persone ci additavano bisbigliando, quando attraversavamo una piazza o sbucavamo da un angolo, e parole come forca, assassini e altre del genere raggiungevano sempre più spesso le nostre orecchie.
Bisognava trovare qualcuno che si addossasse la colpa.
Questo qualcuno era mastro Frings. Un pomeriggio, mentre era al lavoro in officina, la porta spalancata per disperdere il calore della fornace, si ritrovò circondato da dieci miliziane, che quasi lo uccisero di botte, prima di trascinarlo in ceppi a Ponte Nero. Nella prigione di Ponte Nero c’erano ad aspettarlo le pinze di mastro Leder, e a mastro Frings bastò solo vederle, per confessare immediatamente tutto quello che gli si chiedeva di confessare. Due giorni dopo morì sul patibolo, scalciando e contorcendosi perché la corda non era riuscita a spezzargli il collo, mentre le oltre cento persone che assistevano alla scena urlavano e si beffavano della danza oscena alla quale era costretto. Alla fine dello spettacolo l’allegria svanì di colpo. Ci rendemmo tutti conto che stavamo inneggiando alle morte di un kelidiano come noi, quando ne erano morti così tanti in così poco tempo, e la sensazione che il fiore rosso avesse stuzzicato il nostro appetito di sangue, piuttosto che saziarlo per sempre, ci riempì di disgusto. Sfollammo in gran fretta, domandandoci con orrore se stavamo davvero tornando a vivere dopo l’epidemia o se eravamo solo sopravvissuti alla nostra decomposizione.
Il piano ottenne in ogni caso l’effetto previsto: dicerie e malumori morirono insieme a mastro Frings, e così ogni dubbio sul diritto di Serena e mastro Leder di ereditare il regno. Del resto, se mastro Leder era stato masticato e sputato via dal morbo come un boccone troppo amaro, Serena non si era né meno ammalata, e insomma nessuno strale sembrava in grado di scalfire la loro splendida corazza. Un’altra illusione: Serena morì solo un mese dopo mastro Frings, ultima tra le vittime dell’epidemia, mentre Herrel Leder si mostrò per quello che era davvero, una volta che ebbe Kelidia nelle proprie mani, vale a dire il pazzo sanguinario che tutti conosciamo.
Quanto a noi, eravamo ridotti male. Passavamo il tempo a vagabondare senza scopo per i Quattro Colli, mangiando teste di pesce e immischiandoci in qualunque rissa capitasse a tiro. E la parte difficile non era tanto trovare una direzione verso la quale strisciare, quanto resistere alla tentazione di annegare nella fanghiglia nella quale stavamo strisciando. Perché ora che erano morti quasi tutti quelli che conoscevamo e tutte le donne che amavamo, la solitudine ci rinchiudeva come la più amara tra le prigioni, e non riuscivamo a evaderne. Né siamo ancora riusciti a farlo, nonostante le ricchezze che abbiamo accumulato negli anni, nonostante il desiderio sempre più intenso di raccontare, di rivelare, di discutere l’origine di quella stessa solitudine. E a volte ci domandiamo se Franz e Raphael Grossen siano davvero due persone diverse o non piuttosto una sola, costretta a scindersi per fare compagnia a se stessa, per salvare se stessa dal baratro della dimenticanza. Capita infatti sempre più spesso che distinguiamo con difficoltà chi dei due abbia fatto o detto qualcosa, e che dopo aver bevuto qualche bicchiere di troppo ci confondiamo riguardo a chi sia l’uno e chi l’altro, chi Franz e chi Raphael. Per esempio: ora è Franz che scrive sullo scartafaccio, mentre Raphael sta in disparte a bere la sua caraffa di nitro, o è il contrario? O esiste un terzo uomo, un certo mastro Grossen, fabbro fino all’altro ieri e tipografo da pochi giorni, che non è nessuno dei due ed è entrambi allo stesso tempo?
Ma il fiore rosso non donò esclusivamente solitudine e follia a noi sopravvissuti. Ci donò anche la pace. Ma niente sigilli, niente dichiarazioni di resa o roba del genere. Più semplicemente, nel decennio che la città impiegò a ritornare una vera città, riguadagnando perfino una certa floridezza, la guerra morì di fame. Le spaventose cicatrici che i cannoni di Caiuri avevano lasciato sulla pelle di Kelidia svanirono, le cicatrici più profonde che incidevano la coscienza dei kelidiani si nascosero sotto una coltre di nuovi ricordi e di rinnovate speranze, qualsiasi legame con il Bradishar e con quelli che restavano sul Bradishar fu troncato per sempre. E anche se oggi le cose vanno in modo molto diverso da come andavano prima della guerra, con mastro Leder che basta da solo a ricordare che il passato è passato per sempre, almeno hanno ripreso ad andare, in qualche modo.
Noi restiamo al buio. Isolati nel ricordo di quello che è stato, assediati da un’euforia che non possiamo condividere, vediamo giorno dopo giorno svanire pezzi della nostra identità, rosicchiati da un oblio che sarà presto definitivo. E la cosa che ci addolora maggiormente è che senza di noi nessuno ricorderà più Carol, Jana, Serena, la signora Blum, il messaggero: le loro storie andranno perse per sempre, gli eventi che hanno segnato così in profondità le nostre vite sarà come se non fossero mai successi, come se nessuno li avesse mai vissuti.
Da questo nasce la nostra solitudine. Parliamo una lingua che è ormai solo nostra, e anche se non facciamo altro che raccontare a tutti del messaggero e di quello che la sua venuta ha significato per noi, nessuno è in grado di capirci fino in fondo, di rispondere alle domande che ancora ci assillano. Perché sembrerebbe che il gesto di Serena, la mossa fulminea che trafisse due cuori in una volta sola, la maschera di disgusto che da allora lei indossò in ogni giorno del resto della sua esistenza, il rimorso che da quel giorno affligge anche noi, la sensazione di aver rinunciato a qualcosa alla quale era delittuoso rinunciare, sembrerebbe davvero che tutto questo non sia servito a niente, che non abbia portato a niente, se non a mantenere in vita qualcosa che non esisteva più da tanto tempo. E la follia di un comportamento del genere è così evidente, che a volte ci viene il dubbio che il fiore rosso non sia stato davvero un flagello, ma una benedizione.
Eppure non avevamo dubbi. Dopo aver ascoltato il discorso di Serena eravamo tutti persuasi che non esistesse altra giustizia possibile. Anche Serena, mentre andava alla torre insieme alle miliziane e a mastro Leder, non lasciava trasparire alcun segno di incertezza, come se aver reso la gente dei Quattro Colli partecipe delle proprie decisioni le avesse tolto ogni remora.
Non durò a lungo. L’euforia che alleggeriva il suo passo si dissolse nel momento stesso che vide il messaggero seduto all’ombra della Meridiana, sul bordo della fontana di marmo al lato del portale maggiore, e realizzò che stava per succedere, che ormai doveva farlo, che non poteva più tirarsi indietro. E che quello che stava per fare l’avrebbe condannata per sempre.