Il messaggero – Tra le ombre, Parte I

La prima fu Anneke.
Scoprimmo la chiazza rossa circa un anno e mezzo dopo l’assemblea, un mattino che scherzavamo con lei sul lungargine. Nel mezzo di un discorso sulla nuova distillera di nitro di Limander, Raphael si interruppe, assunse un’espressione che per poco non fece morire di spavento anche Franz, e disse ad Anni, con che aveva una chiazza rossa sulla nuca. Anneke si strinse nelle spalle, supponendo che fosse solo uno dei tanti lividi che si faceva continuamente al lavoro. Ma le chiazze di quel genere cominciavano a spuntare sempre più spesso sulla pelle dei kelidiani, e di solito non finiva bene per chi se ne scopriva una addosso. Una manciata di ore, e Anneke fu costretta a mettersi a letto: era coperta di piaghe dalla testa ai piedi, i suoi occhi somigliavano a pozze di sangue, e sembrava che qualcuno avesse pestato la sua bocca e le sue orecchie in un mortaio. Poco dopo cominciò la febbre, che arse il suo corpo malnutrito finché i reni o qualcos’altro nei paraggi smise di funzionare. Allora Anni si afflosciò come un sacco vuoto: il suo respiro divenne uno spiffero, un rantolo e dopo circa due ore si interruppe per sempre.
Il fiore rosso. La più grave forma di febbre emorragica che abbia colpito il quadrante nordorientale della Dodecapoli. Un morbo così aggressivo, che la maggior parte delle persone morivano prima ancora di realizzare di essere malate, lasciando piuttosto increduli che addolorati i temerari che li assistevano nonostante la certezza del contagio. I temerari che assistevano Anneke eravamo noi, anche se siamo maschi e lei una ragazza e ci toccò più volte spogliarla, lavarla, coprirla di impacchi e via dicendo. Ma non c’era nessun altro disposto a farlo: la signora Blum, l’unica persona al mondo alla quale importasse qualcosa di Anni, si era chiusa in casa alle prime avvisaglie dell’epidemia e non permetteva né meno a Serena di avvicinarsi. Ad assistere noi, quando il fiore rosso disegnò i suoi orribili marchi sui nostri corpi, c’era Jana. E se la cavò così bene, che riuscimmo perfino a guarire, nonostante la sofferenza più atroce che abbiamo mai sperimentato. Jana non ebbe la stessa fortuna: il fiore rosso impiegò quasi dieci giorni a ucciderla, e aggredì il suo cervello solo alla fine, concedendole la poco desiderabile opportunità di assistere a ogni singola fase della propria dissoluzione.
Quando morì, in uno degli ultimi giorni d’estate, non riuscivamo a definire cosa provassimo, se dolore, angoscia o sollievo. Dopo aver ricomposto il suo corpo e appeso uno straccio bianco alla finestra per richiamare i becchini, ci sentimmo improvvisamente vuoti e fasulli. Non eravamo del tutto certi che il nostro cuore battesse ancora. Uscimmo in strada per prendere una boccata d’aria e schiarirci le idee. Siccome non varcavamo la soglia di casa da almeno dieci giorni, eravamo anche un po’ curiosi di sapere cos’era successo nel frattempo, se per caso l’epidemia era scemata. Ma la via di casa nostra, la tortuosa carreggiabile che collega il porto alla piana dei mercati, solitamente chiassosa e affollata fino a notte fonda, era deserta, mentre il resto del quartiere, aldilà delle case semi diroccate che costeggiavano la via, sembrava che non fosse mai esistito. Fummo colti da un brivido: quell’insolita pace era una delle cose più spaventose che avessimo conosciuto, perché né meno l’assedio e i cannoni erano riusciti a far sprofondare i Quattro Colli in un silenzio così completo, ed era come se Kelidia, mentre noi lottavamo per restare vivi e per tenere in vita Jana, avesse sostenuto un’identica lotta, perdendo miseramente.
In realtà era solo l’inizio. Nelle settimane successive morirono oltre novemila kelidiani, circa un terzo della popolazione cittadina. Nonostante l’isolamento, anche la signora Blum finì con l’ammalarsi, e siccome non c’era nessuno ad assisterla, a causa della ferocia con la quale lei stessa aveva allontanato ogni possibile minaccia alla propria salute, dovette vedersela con la febbre in completa solitudine. Era morta da quasi una settimana, quando Serena provò a rientrare in casa e la trovò riversa ai piedi del letto, con un grido strozzato a contorcerle la bocca.
Orfana della propria sovrana, defraudata di così tanti figli, la città si frantumò allora in tanti piccoli villaggi, tra i quali diventava ogni giorno più difficile e sgradita qualsiasi tipo di comunicazione. Dopo due mesi di pestilenza, Kelidia non si poté più né meno definire una città, e lo stesso nome Kelidia rischiò di finire nell’oblio.
A questo punto, rientrata l’emergenza, la gente cominciò a farsi domande su quello che era successo e sulle origini dell’epidemia, e presto nacque in ognuno la certezza che la causa di tutto fosse il messaggero. Alcuni ritenevano che avesse contratto il morbo sul Bradishar e che lo avesse inconsapevolmente portato a Kelidia; altri che lavorasse per Caiuri e che il messaggio di pace fosse solo un pretesto per introdurre in città la mortifera semenza. Il passo successivo fu mettersi alla ricerca di chi lo avesse aiutato ad arrivare a Kelidia. Allora cominciarono a saltar fuori sempre più spesso i nostri nomi e il nome di Serena e di mastro Leder. Le persone ci additavano bisbigliando, quando attraversavamo una piazza o sbucavamo da un angolo, e parole come forca, assassini e altre del genere raggiungevano sempre più spesso le nostre orecchie.
Bisognava trovare qualcuno che si addossasse la colpa.
Questo qualcuno era mastro Frings. Un pomeriggio, mentre era al lavoro in officina, la porta spalancata per disperdere il calore della fornace, si ritrovò circondato da dieci miliziane, che quasi lo uccisero di botte, prima di trascinarlo in ceppi a Ponte Nero. Nella prigione di Ponte Nero c’erano ad aspettarlo le pinze di mastro Leder, e a mastro Frings bastò solo vederle, per confessare immediatamente tutto quello che gli si chiedeva di confessare. Due giorni dopo morì sul patibolo, scalciando e contorcendosi perché la corda non era riuscita a spezzargli il collo, mentre le oltre cento persone che assistevano alla scena urlavano e si beffavano della danza oscena alla quale era costretto. Alla fine dello spettacolo l’allegria svanì di colpo. Ci rendemmo tutti conto che stavamo inneggiando alle morte di un kelidiano come noi, quando ne erano morti così tanti in così poco tempo, e la sensazione che il fiore rosso avesse stuzzicato il nostro appetito di sangue, piuttosto che saziarlo per sempre, ci riempì di disgusto. Sfollammo in gran fretta, domandandoci con orrore se stavamo davvero tornando a vivere dopo l’epidemia o se eravamo solo sopravvissuti alla nostra decomposizione.
Il piano ottenne in ogni caso l’effetto previsto: dicerie e malumori morirono insieme a mastro Frings, e così ogni dubbio sul diritto di Serena e mastro Leder di ereditare il regno. Del resto, se mastro Leder era stato masticato e sputato via dal morbo come un boccone troppo amaro, Serena non si era né meno ammalata, e insomma nessuno strale sembrava in grado di scalfire la loro splendida corazza. Un’altra illusione: Serena morì solo un mese dopo mastro Frings, ultima tra le vittime dell’epidemia, mentre Herrel Leder si mostrò per quello che era davvero, una volta che ebbe Kelidia nelle proprie mani, vale a dire il pazzo sanguinario che tutti conosciamo.
Quanto a noi, eravamo ridotti male. Passavamo il tempo a vagabondare senza scopo per i Quattro Colli, mangiando teste di pesce e immischiandoci in qualunque rissa capitasse a tiro. E la parte difficile non era tanto trovare una direzione verso la quale strisciare, quanto resistere alla tentazione di annegare nella fanghiglia nella quale stavamo strisciando. Perché ora che erano morti quasi tutti quelli che conoscevamo e tutte le donne che amavamo, la solitudine ci rinchiudeva come la più amara tra le prigioni, e non riuscivamo a evaderne. Né siamo ancora riusciti a farlo, nonostante le ricchezze che abbiamo accumulato negli anni, nonostante il desiderio sempre più intenso di raccontare, di rivelare, di discutere l’origine di quella stessa solitudine. E a volte ci domandiamo se Franz e Raphael Grossen siano davvero due persone diverse o non piuttosto una sola, costretta a scindersi per fare compagnia a se stessa, per salvare se stessa dal baratro della dimenticanza. Capita infatti sempre più spesso che distinguiamo con difficoltà chi dei due abbia fatto o detto qualcosa, e che dopo aver bevuto qualche bicchiere di troppo ci confondiamo riguardo a chi sia l’uno e chi l’altro, chi Franz e chi Raphael. Per esempio: ora è Franz che scrive sullo scartafaccio, mentre Raphael sta in disparte a bere la sua caraffa di nitro, o è il contrario? O esiste un terzo uomo, un certo mastro Grossen, fabbro fino all’altro ieri e tipografo da pochi giorni, che non è nessuno dei due ed è entrambi allo stesso tempo?
Ma il fiore rosso non donò esclusivamente solitudine e follia a noi sopravvissuti. Ci donò anche la pace. Ma niente sigilli, niente dichiarazioni di resa o roba del genere. Più semplicemente, nel decennio che la città impiegò a ritornare una vera città, riguadagnando perfino una certa floridezza, la guerra morì di fame. Le spaventose cicatrici che i cannoni di Caiuri avevano lasciato sulla pelle di Kelidia svanirono, le cicatrici più profonde che incidevano la coscienza dei kelidiani si nascosero sotto una coltre di nuovi ricordi e di rinnovate speranze, qualsiasi legame con il Bradishar e con quelli che restavano sul Bradishar fu troncato per sempre. E anche se oggi le cose vanno in modo molto diverso da come andavano prima della guerra, con mastro Leder che basta da solo a ricordare che il passato è passato per sempre, almeno hanno ripreso ad andare, in qualche modo.
Noi restiamo al buio. Isolati nel ricordo di quello che è stato, assediati da un’euforia che non possiamo condividere, vediamo giorno dopo giorno svanire pezzi della nostra identità, rosicchiati da un oblio che sarà presto definitivo. E la cosa che ci addolora maggiormente è che senza di noi nessuno ricorderà più Carol, Jana, Serena, la signora Blum, il messaggero: le loro storie andranno perse per sempre, gli eventi che hanno segnato così in profondità le nostre vite sarà come se non fossero mai successi, come se nessuno li avesse mai vissuti.
Da questo nasce la nostra solitudine. Parliamo una lingua che è ormai solo nostra, e anche se non facciamo altro che raccontare a tutti del messaggero e di quello che la sua venuta ha significato per noi, nessuno è in grado di capirci fino in fondo, di rispondere alle domande che ancora ci assillano. Perché sembrerebbe che il gesto di Serena, la mossa fulminea che trafisse due cuori in una volta sola, la maschera di disgusto che da allora lei indossò in ogni giorno del resto della sua esistenza, il rimorso che da quel giorno affligge anche noi, la sensazione di aver rinunciato a qualcosa alla quale era delittuoso rinunciare, sembrerebbe davvero che tutto questo non sia servito a niente, che non abbia portato a niente, se non a mantenere in vita qualcosa che non esisteva più da tanto tempo. E la follia di un comportamento del genere è così evidente, che a volte ci viene il dubbio che il fiore rosso non sia stato davvero un flagello, ma una benedizione.
Eppure non avevamo dubbi. Dopo aver ascoltato il discorso di Serena eravamo tutti persuasi che non esistesse altra giustizia possibile. Anche Serena, mentre andava alla torre insieme alle miliziane e a mastro Leder, non lasciava trasparire alcun segno di incertezza, come se aver reso la gente dei Quattro Colli partecipe delle proprie decisioni le avesse tolto ogni remora.
Non durò a lungo. L’euforia che alleggeriva il suo passo si dissolse nel momento stesso che vide il messaggero seduto all’ombra della Meridiana, sul bordo della fontana di marmo al lato del portale maggiore, e realizzò che stava per succedere, che ormai doveva farlo, che non poteva più tirarsi indietro. E che quello che stava per fare l’avrebbe condannata per sempre.

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5 pensieri su “Il messaggero – Tra le ombre, Parte I

  1. Puntata inquietante. Tutti fuorché i due gemelli e mastro leder sono morti e il futuro non è nemmeno roseo, nonostante tutto.
    La pace è una conquista dolorosa che ricade sulla pelle dei cittadini. Sembra un paradosso ma è così.
    Ma il messaggero dov’è finito?

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