Un solo passo – Parte I

«Nea, da qui posso vedere tutti i mondi. E non solo i mondi, ma anche le cose che avvengono nei mondi, e quelle a venire, e quelle che potevano avvenire ma non sono avvenute o sono avvenute solo in parte, e quelle che non avverranno mai e nessuno ha mai né meno immaginato che potessero avvenire. Se provo ad allungare la mano, la tenue sostanza del Modulo si spacca, e nella spaccatura si vedono le galassie, ammassate in globuli incandescenti o distese in scie infinite. E stelle, pianeti, comete, asteroidi e tutto quello che ruota e si contorce nelle galassie.»
«Io non vedo nessuna delle cose che dici.»
«Eppure siamo a un solo passo l’uno dall’altra.»
«Siamo sempre stati a un solo passo, fin dal giorno che ci siamo conosciuti. Con tutte le galassie del tuo e del mio universo a separarci. Non è cambiato niente.»
«Ma io posso quasi toccarti. Posso quasi sentire il tuo calore sulla punta delle dita.»
«Niente di noi ha ancora valicato quello che ci divide.»
«Qualcosa l’ha fatto: la voce.»
«La voce che senti non è la mia voce. La voce che sento io non è la tua.»
«Perché parli così?»
«Perché non sei mai stato così lontano da me come ora che ti credi così vicino.»
«Nea, è solo una questione di tempo. Presto non ci sarà niente a dividerci. Se ho intrapreso questo viaggio, è proprio perché crollino tutte le barriere, perché la voce senza voce che risuona accanto a me possa diventare reale. Solo perché tu possa diventare reale.»
«Ma io sono già reale. Sei tu il fantasma, dal mio punto di vista.»
«Quando saremo insieme, non ci saranno più punti di vista. Tutto quello che ci divide diventerà niente: l’’oceano senza sponde sul quale il mio e il tuo universo fluttuano come alghe in preda alla corrente, le onde gravitazionali che a volte mi avvicinano a te, mi concedono quasi di toccarti, ma poi spietatamente mi allontanano, le piaghe sanguinose che si aprono nei molli tessuti del Modulo e che mi frenano e rallentano. Perfino il nemico, il nemico taciturno che si acquatta negli angoli bui del Modulo e trama per uccidermi, anche lui diventerà niente.»
«Anche noi?»

***

Attraversando frettolosamente il Ponte dei Vascelli, si domandò più volte se lei ci fosse ancora. La città si era appena svegliata, torrenti di acciaio e di carne scorrevano negli alvei delle vie, lacerando con grida e stridori l’aria di fine ottobre. Era difficile sentirla con tutto quel frastuono. Ma non era solo il frastuono. A volte la voce si assottigliava per ragioni misteriose, il segnale diventava quasi impercettibile. E a volte andava perso. Finora il contatto si era sempre ristabilito, ma era molto fragile. La possibilità di perderlo per sempre esisteva. Il solo pensiero gli era intollerabile, ma questo non cambiava la realtà.
La realtà? Era pazzo, ecco qual era la realtà. Consapevole e disperatamente felice di esserlo, ma pazzo.
Era da un po’ che si sentiva strano: incubi, sbalzi di umore, emicrania, sonnolenza. Un mese, pressapoco. Ma era solo da tre giorni che aveva cominciato a sentire le voci. La voce, anzi. Che però non era veramente una voce. Non diceva parole, non emetteva suoni: srotolava piuttosto colori o frange di oscurità, pizzicava, strofinava, solleticava ogni centimetro della sua pelle, facendo fremere tutte le parti del suo corpo che fossero in grado di fremere, incluse quelle che non aveva mai sospettato che potessero fremere.
La voce non usava parole, non diceva niente. Eppure diceva.
Arrivato a metà del Ponte dei Vascelli, gettò un’occhiata al grande fiume che attraversa la città, dal quale ora esalavano lunghe spire di nebbia. Solo i campanili delle chiese affioravano dall’acqua limacciosa nella quale la nebbia aveva trasformato la città. I campanili e la carne pietrosa di San Firmino.
Un rintocco di campana.
Nel rintocco era nascosta la sua voce.
«Questo suono… Si sentono tanti suoni strani dove vivi tu. Suoni che non posso né meno definire suoni, perché non hanno niente in comune con i suoni che sento da quando sono nata. Ma questo mi è familiare. Somiglia quasi a una parola. Che suono è?»
«La campana?»
«No. L’altro…»
«Ci sono tanti suoni qui attorno. Quale intendi?»
«Quello più grande e profondo. È un suono gigantesco, una muraglia verde che ristagna all’orizzonte, prigioniera di brume caliginose, ma poi si libera, si allarga, rompe le catene che lo frenano e alla fine sommerge ogni altro suono.»
«Il fiume.»
«La parola alla quale somiglia questo…»
«Fiume.»
«La parola è destino. Conosci questa parola?»
«Certo che la conosco.»
Fin troppo bene. Destino: era quello che li aveva uniti, no? Perché avevano vagabondato incerti lungo sentieri tortuosi che non portavano a niente. Ma la via era segnata e non avevano fatto altro che girarci attorno. Lei era irrotta nella sua mente all’improvviso, come una folata di vento caldo. Lui era trasalito e lei aveva emesso un suono, una specie di grido. Ma nessuno dei due era davvero sorpreso. Chi sei? aveva domandato lei, sconcertata. Chi sei? aveva domandato lui. Nessuno, avevano risposto a se stessi. Le prime ore le avevano trascorse a negare, a rifiutare il contatto. Poi si erano infuriati. Ognuno aveva minacciato l’altro di orribili ripercussioni, se non lo avesse lasciato in pace e non fosse uscito immediatamente e per sempre dalla sua testa. Dopo un po’ erano stati presi dal panico, quasi nello stesso momento: avevano pianto e supplicato. Alla fine, quando avevano capito che non c’era niente da fare, avevano cominciato cautamente, delicatamente, a esplorare quella vicinanza. E avevano scoperto che l’altro, l’intruso, non era dentro, nella testa, ma accanto, e molto vicino. Si potevano quasi toccare, avevano scoperto, quasi annusare, quasi sentire. Lo struggimento delle sue forme calde (perché lei era calda), soffici (perché lei era soffice), femminili (perché lei era di genere femminile, indiscutibilmente) aveva allora cominciato a torturarlo. Il terzo giorno lo aveva passato immerso in lei, cercando in tutti i modi di appagare un desiderio così forte che non poteva essere soffocato, ma così astratto che non poteva né meno essere appagato. E lei era stata afflitta e tormentata allo stesso modo da lui.
Poi, poche ore prima, c’era stato un lungo silenzio. Il contatto si era affievolito, quello che li divideva si era ingigantito fino a occupare l’orizzonte, fino a confondersi con i primi barlumi rosa che segnavano il ventre delle nuvole.
La voce di lei era irrotta nel silenzio come un tuono.
«Io mi chiamo Nea» aveva detto. Il tuono si era fatto più cupo. «Tu come ti chiami?» Ancora più giù, verso un vortice di oscurità e vertigine. «E perché ti amo?»
Lui aveva sgranato gli occhi. Ma c’era solo una cosa che poteva dire: «E io perché ti amo?»
Era l’alba. Il sole era apparso al centro della finestra, disegnando un quadrato d’oro sul pavimento della camera. Il sole trafiggeva la nebbia, disegnando con colori ad acqua il profilo della città. E allora lui si era vestito ed era uscito per andare al lavoro, cercando disperatamente di dimenticare la domanda di Nea e la propria.
Ma adeguare il respiro al respiro della città, toccare, scansare, intercettare le traiettorie di mille altre persone si era rivelato una tortura ancora più crudele di quelle domande senza risposta. Eppure bisognava affrontarla. Aveva un lavoro, dopotutto. Aveva il suo studio e i suoi clienti. Non poteva rinunciare alla sua vita per questo niente.
Attraversato il Ponte dei Vascelli, si ritrovò nell’ombra di San Firmino, con le sue guglie gotiche che pizzicavano il cielo. Una decina di persone aspettava l’autobus ai piedi della chiesa, godendo del tenue calore che emanava misteriosamente dalle mura. Attratto da quel calore, si accostò alla calca e ne trafisse le viscere fino a raggiungere la chiesa. Gli sembrava che le mura della chiesa lo riportassero alla realtà. Per un momento la sua mente interruppe la fluttuazione che accompagnava inevitabilmente la vicinanza di Nea.
Si fermò sotto l’abside. Trattenendo il respiro, allungò una mano per toccare i mattoni rossi che rivestivano le mura. Ma quando i suoi polpastrelli sfiorarono la carne di pietra, la spossante vecchiezza di quella vita secolare gravò sulle sue spalle. E arrivò fino a Nea, che gridò.
«Cos’è questo?» domandò spaventata. «Perché mi ferisci? Sei arrabbiato con me?»
«No.»
«Cosa stai facendo allora?»
«Questo è il passato. Conosci questa parola?»
«Sì. Somiglia a quella di prima: destino. Ma ora nella muraglia verde ci sono volti familiari che gridano terribili oscenità. È spaventoso. Falli smettere, ti prego.»
Si ritrasse, ma non perché l’aveva chiesto Nea. Gli era sembrato che la pietra si fosse aperta e avesse azzannato la sua mano con denti di calcina. Il suo sangue percorreva le cavità della chiesa fino alle guglie più alte. La chiesa si piegava su di lui perché ne voleva ancora.
Era la prima volta che si trovava di fronte al nemico.

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