Un solo passo – Parte II

«Lo senti? Laggiù, nei recessi più profondi del Modulo.»
«Lo sento. Sta cantando.»
«Il nemico.»
«Mi chiama.»
«Cosa hai intenzione di fare?»
«Non lo so.»
«Credi che ti ucciderà, se rispondi al richiamo?»
«Sì. Ma potrebbe uccidermi anche se restassi qui. È molto veloce. E può stare in due posti nello stesso momento. Potrebbe rimanere laggiù a cantare e intanto uccidermi qui.»
«Ma chi è… cosa è?»
«Non lo so. E non so né meno come abbia fatto a entrare, o perché il Motore non lo abbia mangiato. Forse era già nel Modulo al momento della partenza. O forse era con noi fin dal nostro primo contatto. Ti ricordi la chiesa, San Firmino? Credo che San Firmino fosse lui. Per questo ha cercato di mangiarmi.»
«Io a volte vedo qualcosa. Negli angoli dove la luce arriva più fioca. O quando mi volto all’improvviso, ai margini della visuale. È lui, credo. Che cerca di nascondersi.»
«Ma perché si nasconde? Lo so cosa vuole. Ma finora non ha fatto niente per ottenerlo. Eccetto nascondersi negli angoli, cantare e scavare la carne stellata nel Modulo per confondermi la vista. Ho provato a tendergli un agguato. Mi sono avvicinato in silenzio, fingendo indifferenza. Ma lui è più veloce e sottile. Era fuggito prima che decidessi di tendergli l’agguato, come se fosse scivolato indietro nel tempo. Eppure so che potrebbe uccidermi in qualunque momento, se lo volesse. So che gli basterebbe pensarlo, per schiacciarmi. È grande, Nea. Non immagini quanto. Ma a volte è anche molto piccolo. Fa quasi pena in quei momenti. Ma canta, e da questo si capisce che è infinitamente malvagio. Canta delle canzoni che forse conosci anche tu, sciocche canzoncine che senti appena, perché le canta con un filo di voce o con voce molto acuta, qualche volta femminile, altre volte maschile, ma sempre in falsetto.»
«Sì, le sento anch’io. Sono orribili.»
«Ma non abbastanza. Credo che potrebbero essere molto peggio. Potrebbe affondare di più il colpo. Ma non lo fa. E non capisco perché. Forse l’unico modo per saperlo è andare a vedere.»
«Ma laggiù c’è il Motore.»
«E avvicinarsi al Motore è molto pericoloso. Lo so. E anche se è in debito con me, perché gli ho portato Nabujo, non so se posso patteggiare ancora con lui.»
«Vorresti dargli in pasto il nemico?»
«Zitta! Così ti sente! Ascolta. Anche se il nemico è potente, poche altre cose nel mio e ne tuo mondo sono potenti come il Motore. Ma il Motore è incontrollabile. Non ho idea di quello che succederebbe, se tornassi da lui.»
«Non farai niente allora?»
«Non riesco a decidermi. Sarei tantato di andare. Ma il nemico mi vuole laggiù per un motivo. Forse ha preparato una trappola. Forse per ora è meglio aspettare.»

***

Gli bastò un solo sguardo per trovarla. Lei aveva questa dote: riuscivi a trovarla sempre al primo sguardo, non importa quante persone le stessero attorno. Non perchè avesse un aspetto strano o vestisse in modo stravagante. Era solo più facile percepire lei che chiunque altro, come se fosse più reale. Una qualità affascinante. Con la quale era piuttosto difficile scendere a patti.
La raggiunse al tavolo. Lei aveva davanti un’insalata greca e una bottiglia d’acqua da mezzo litro, che non aveva ancora toccato. Le gambe accavallate, la gonna che scopriva appena le ginocchia, leggeva una rivista di divulgazione scientifica. Una delle sue letture preferite. E una delle sue principali fonti d’ispirazione.
Ester, la sua cliente più difficile.
Nelle ultime settimane l’aveva un po’ trascurata. Si era fatto sentire poco, aveva saltato qualche incontro e aveva dimenticato di scaricare un programma che lei gli aveva chiesto. Questo naturalmente aveva trasformato l’ansia di lei in un terrore un gradino più in basso del panico, ma lui non riusciva a farsene una colpa. Quello che aveva con Nea, quello che di Nea era riuscito a scoprire e a toccare, era così vero, che il resto diventava larvale. Insieme avevano esplorato i rispettivi mondi: lui le aveva fatto conoscere i suoni, gli odori, le immagini che trascorrevano nel cuore della città. Lei gli aveva concesso di ammirare le valli di latte, le foreste senzienti, le ardite architetture d’acqua e le correnti di ambra che allietavano il suo paese. Avevano esplorato l’uno il corpo dell’altro, torturati l’uno dal bisogno dell’altro, diluiti e infine persi l’uno nella brama dell’altro.
Cosa poteva esserci oltre a questo?
Il contatto naturalmente, la presenza.
Storcendo la bocca alla fitta di dolore che gli diede questo pensiero, sedette di fronte a Ester e accettò con un cenno il suo sorriso. Notò che aveva gli occhi un po’ gonfi, le guance scavate. Non doveva aver dormito molto quella notte. Né quella prima.
«Come va con quello sfarfallio?» disse appena un po’ ansiosa.
«Risolto. Ma c’è ancora un piccolo errore nella terza sezione. Si sposta tutto a destra per un terzo di secondo. Fa l’effetto di un terremoto.»
«Facciamo in tempo?»
«C’è tutto il tempo. Si tratta di riscrivere un paio di codici. Ho già capito qual è il problema.»
«Questo mi allontana» disse Nea. «È come una corrente bianca con le frange dorate che attraversa il mio corpo e lo sbiadisce. Cos’è?»
«Non posso parlare con te ora.»
«Cos’hai detto, scusa?» disse Ester.
«Niente, pensavo ad alta voce.»
«Pensi delle strane cose ad alta voce. Sei sicuro di star bene?»
«In un certo senso mi assomiglia» disse Nea. «Ma ha tutte quelle frange che mi tengono lontana.»
Forse perchè lui ed Ester… Ecco, si poteva dire che stessero insieme. Ma forse no. Erano usciti un paio di volte. Quattro, se ricordava bene. In due mesi. Ma presto il lavoro sarebbe finito. Era tutto pronto, doveva solo correggere qualche piccola imperfezione. Venerdì c’era la mostra. E aveva il sospetto che dopo si sarebbero visti ancora meno. Forse mai più.
Per un po’ era stato piacevole. Ester era un’artista e si era rivolta a lui perché aveva un’idea ma non sapeva come realizzarla: le serviva un esperto di animazioni tridimensionali che desse vita alla fauna multiforme di un progetto chiamato Overdrive. Un lavoro interessante e ben pagato, che lui aveva accettato con entusiasmo. Dopo circa due settimane le cene di lavoro erano diventate appuntamenti. Finché un mattino si era svegliato nel letto di lei.
«È bella» disse Nea. «La ami?»
«Potrei. Ma lei no. Lei non potrebbe. Le piaccio, ma non abbastanza. Non sono quello che vuole.»
«Questo invece è rosso e pieno di spigoli. Va verso il basso. Fa paura, ma è anche un po’ ridicolo. La parola che uso per questo è: obliquo.»
«Mi ascolti?» Lo sguardo di Ester era irto di spille lucenti. «Pensi ad alta voce (lo hai rifatto, anche se stavolta non ho capito quello che hai detto) e non ascolti niente di quello che dico. Non è da te. Sicuro di sentirti bene?»
«Non molto a dire il vero. Devo aver preso qualcosa. Da qualche giorno mi sento strano.»
«Non mi abbandonerai proprio ora?»
«Tranquilla. Il più è fatto. L’hai visto, no? È quasi perfetto. Entro mercoledì sarà perfetto.»
«Non intendevo questo.»
La guardò inquieto. Ester intrecciò le mani davanti alla bocca, le sopracciglia si avvicinarono.
«Posso farti una domanda?» disse.
«Certo.»
«È da quando ci siamo conosciuti che voglio fartela. Ma mi è sempre mancato il coraggio.»
«Dimmi pure.»
Lei prese un respiro: «Sei stato molto paziente con me. E attento. Hai fatto esattamente quello che volevo, senza assillarmi con domande alle quali non avrei saputo rispondere e senza che occorresse starti dietro a ogni passo. Non ho lavorato così bene con nessun altro. Ma non sono ancora riuscita a capire se il mio lavoro ti piace o no. Se ti ha interessato, coinvolto o se l’hai odiato.»
Lui esitò. «È stimolante» disse con un sorriso.
«Ancora quel rosso» disse Nea. «Ma ora è più scuro. Cola su tutto, persino sulle stelle più lontane. Viene da te? Sei tu questo rosso? Ma come puoi essere allo stesso tempo questo rosso e l’acqua limpida che sei di solito?»
Ester sorrideva amaramente. Sul suo volto c’era l’eco delle parole di Nea.
«Se non fossi una buona ascoltatrice» disse «penserei che hai eluso la domanda. Invece hai risposto. E molto chiaramente.»
Chiuse la rivista e la gettò su una sedia vuota. Chinò lo sguardo sul tavolo e sulle mani di lui.
«Hai risposto a tutto» disse.
Lui raccolse la rivista imbarazzato e la sfogliò distrattamente. Non gli piaceva. La giudicava superficiale. Ma quando la chiuse i suoi occhi si sgranarono. L’immagine in copertina arrivò in qualche modo fino a Nea, che fu colta anche lei di sorpresa.
«Questo cos’è?» dissero insieme.
Un crepuscolo d’oro, sul quale flottavano bolle rosse e ombre contorte, sprofondava nel rettangolo di carta patinata: un crepuscolo infinito, uguale a quello in cui vagavano le forme polimorfe create da Ester. Del resto era proprio da immagini del genere che Ester traeva ispirazione. Ma quella foto non ricordava loro il progetto Overdrive. Era qualcosa che avevano conosciuto chi sa dove, forse in sogno, e che li accomunava più di qualsiasi altra esperienza. Tutto quello che avevano passato insieme nelle ultime due settimane, tutte le domande che si erano fatti al riecheggiare del fiume tra i loro universi, tutto sbiadiva al cospetto di quell’immagine che nessuno dei due sapeva interpretare.
Nel trafiletto sotto il titolo si parlava di un certo Professor Nabujo, un fisico che aveva scoperto una porta dimensionale e che stava progettando un Modulo per varcarla. Nabujo lavorava in una città vicina, mezz’ora di macchina, forse anche meno.
Lui non sapeva con precisione cos’era una porta dimensionale. Ne aveva sentito parlare, ma solo nei film. Riaprì la rivista e andò alla ricerca dell’articolo. Si mise a leggerlo febbrilmente, ignorando lo sguardo interrogativo di Ester. L’articolo parlava in modo confuso di universi quadridimensionali galleggianti come macchie di olio sulla superficie di un oceano a cinque dimensioni. La distanza tra un universo e l’altro poteva essere anche di pochi passi, ma solo la gravità era in grado di oltrepassarla. La scoperta di Nabujo avrebbe forse permesso di gettare un primo sguardo oltre quello che il giornalista definiva orizzonte degli eventi.
Non aveva molto senso per lui. Ma c’era quell’immagine. E il titolo dell’articolo, ripreso a caratteri cubitali in copertina.
A un solo passo.

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Un pensiero su “Un solo passo – Parte II

  1. Immaginifico e fantastico è il mondo che stai creando con questo racconto-romanzo. Due protagoniste femminili e una maschile più un misterioso nemico.
    Sui piani inclinati della fantasia li stiamo incontrando uno ad uno.
    Aspettiamo di vedere cosa succede.

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