Un solo passo – Parte III

«Un’onda di sangue e di calcina scorre tutto attorno a me, imprigionandomi. E gli innumerevoli volti familiari trascinati dall’onda mi urlano contro delle terribili oscenità. Il nemico.»
«Lo vedo anch’io, Nea. È qui che mi chiama e lusinga, ma è anche più lontano, accanto al Motore. È molto rischioso per lui stare così vicino al Motore. Ma sembra che non gli importi. Vuole che lo raggiunga.»
«Aspetta! Ora so perché il nemico non ti ha ancora ucciso, perché si nasconde. Non vuole uccidere te. Vuole uccidere noi. Lo farà quando saremo insieme.»
«Non ha senso, Nea. Se vuole davvero riunirci, perché mi chiama vicino al Motore, dove quasi certamente troverei la morte?»
«Il richiamo non è solo per te, è per entrambi. E se vuole te vicino al Motore e tiene me bloccata in questo posto, non è per metterci in pericolo, ma per indicarci la via.»
«La via?»
«Il Modulo non può viaggiare. Così ha detto Nabujo.»
«Nabujo mentiva. Se ricordi, ha detto anche che non si può patteggiare con il Motore, perché il Motore divora tutto quello che si avvicina. Ma io mi sono avvicinato. Ho patteggiato. E sono ancora vivo.»
«Eppure non stai viaggiando. Non ancora almeno, o non del tutto. Un viaggio del genere avrebbe dovuto dilaniarti e poi ricostruirti, e lo stesso avrebbe dovuto fare a me, di riflesso. Invece è successo solo che le parole che usiamo per definire e delimitare le nostre identità si sono svuotate. Ma niente ha ancora riempito il vuoto.»
«Cosa credi che dovrei fare allora?»
«Rimane unicamente una parola che possa definirci. Una parola che delimita l’inizio e la fine del viaggio. Porta. E dove sei tu ce n’è solo una.»
«Il Motore.»
«Per questo il nemico si è rintanato laggiù. Sa che per raggiungermi devi passare attraverso il Motore. Essere dilaniato dal Motore è la porta.»
«Ora ho capito. Quando sono entrato, vedere quello che il Motore faceva di Nabujo mi ha terrorizzato. E mi sono nascosto lontano, sperando che il Motore si dimenticasse di me. Ma ho sbagliato. Non sono in viaggio. Sono ancora nel laboratorio di Nabujo. L’uscita è una sola. E il nemico me la sta indicando. Credo sia stanco di aspettare che ci arrivi da solo.»

***

Cominciò con una serie di cerchi concentrici, che si stagliavano su un fondo crepuscolare e si allargavano a partire da un nocciolo incostante. A volte il nocciolo si distorceva in una macchia irregolare, altre volte si assottigliava in una stringa unidimensionale.
Le luci si abbassarono fino a lasciare la galleria in penombra. La penombra rendeva fluida la piccola folla che riempiva la galleria. I dodici schermi alle pareti si riempirono di scaglie rosse che fendevano il crepuscolo, dardeggiando sui volti degli spettatori. Le coppe di champagne riflettevano il crepuscolo, illiquidendone l’oro nell’oro liquido del vino.
Qualche minuto dopo si fece buio. La danza dei cerchi ricominciò , ma ora i cerchi erano verdi e si intrecciavano in un labirinto, dove vagavano miti forme protozoiche. Le forme tremavano come se avessero freddo, ma sembrava anche che fossero preda di un desiderio irrefrenabile.
La parte più difficile del lavoro. Ester aveva preteso che il tremito delle forme protozoiche avesse la parvenza di una pulsazione organica, come il battito di un cuore, ma che avesse anche qualcosa di spezzato e metallico. Lui aveva risolto tagliando metà dei fotogrammi e aumentandone il numero per minuto, con un effetto da cinema dei primordi, e interponendo un leggero scarto spaziale tra una linea temporale e l’altra, così da sfocare e sfumare i contorni delle figure. Ester ne era stata entusiasta.
Mentre lo schermo diventava di nuovo buio e una macchiolina azzurra iniziava a danzare spasmodicamente nel buio, il suo pensiero ritornò a Ester e a quello che c’era tra loro. Ora che stava per finire, realizzava quanto poco peso avesse dato a quella strana, forse intempestiva relazione. Anche se Ester era molto presa dal suo lavoro e non tollerava interferenze, lui non aveva mai né meno pensato di proporle una scelta. Aveva sempre accettato i suoi no con un sorriso, comprendendo, giustificando, mostrandosi disponibile.
Non dando alcun segno di sofferenza.
Non soffrendo.
E aveva accusato lei di indifferenza.
Non avrebbe mai potuto amare Ester. Ma solo perché stava aspettando Nea.
«Sei una strana creatura» disse Nea, che ora sembrava in grado di percepire i suoi pensieri, oltre che la sua voce e i suoni che circondavano la sua voce. O forse era così fin dall’inizio. «Questa obliquità non esiste nel mio mondo. Tu non potresti esistere nel mio mondo.»
«Eppure esisto attraverso di te.»
«Ma le varie parti di te che ho raggiunto finora mi sembrano inconciliabili tra loro. Come puoi essere uno, se sei tante cose diverse?»
Sorrise. Mentre la macchiolina azzurra si ingrandiva e si sdoppiava in due macchie gemelle che ora fluttuavano da uno schermo all’altro, rifletté che quella danza che conosceva così bene rifletteva qualcosa del suo legame con Nea. Le macchie azzurre si protendevano l’una verso l’altra, arrivavano quasi a intrecciare le mille estroflessioni viola che turbavano la linearità del loro profilo, ma non si toccavano mai. Era estenuante assistere a quella danza mancata, a quell’amplesso fantasma che sarebbe diventato reale solo dopo una lunghissima ricerca. Estenuante e illuminante.
Perché stava danzando quella stessa danza con Nea, che non poteva toccare pur avendola vicino, e con Ester, che poteva toccare e amare, ma alla quale non sarebbe mai stato vicino.
Cercò Ester con lo sguardo. Era in fondo alla sala, un bicchiere alle labbra, il corpo magro inguainato in un elegantissimo abito nero. Con i tacchi era più alta di lui, le spalle dritte, la pelle abbronzata. Una donna così vera, che lui non riusciva a immaginare niente di più diverso dalla creatura larvale che inseguiva nella sua mente.
«Dimmelo ancora, Nea, ti prego: sei reale? O sto solo diventando pazzo?»
«È inutile che cerchi di convincere te stesso che sono un’allucinazione» disse Nea. «Ci ho provato anch’io, non serve. Sarebbe consolante sapere che sei solo nella mia testa. Ma non è così. Io sono vera quanto te.»
Overdrive era al climax. La terza e ultima fase enunciava compiutamente il tema dell’opera, lasciando esplodere le cariche innescate nelle sezioni precedenti. L’equivalente di un orgasmo interstellare, gli aveva spiegato Ester. Ma a suo parere l’intero progetto era un’oscura, semi allegorica rappresentazione del sesso, e le fluttuazioni multicolori e polimorfiche che riempivano la galleria si affannavano essenzialmente di esprimerne la gioia e il delirio ma anche le terribili contorsioni e asperità.
E ora infatti le due macchie azzurre si erano fuse in un agglomerato di forma umanoide, proiettato su uno sfondo apocalittico. Immensi torrioni metafisici coronati di spine si levarono a dilaniare un cielo rosso sangue, percorso da correnti verdi e viola. Dopo un po’ i torrioni diventarono un intrico di rami senza foglie, dai quali pendevano frutti bulbosi. Nei frutti dormivano ombre rannicchiate. I rami laceravano il globo multicolore, che ora sussultava convulsamente e sprizzava scintille rosse.
Ester si avvicinò. Lo prese in disparte.
«Allora finisce qui» disse. Le scintille rosse proiettate dagli schermi le macchiavano la pelle e suscitavano scintille dai gioielli che indossava.
«Be’, spero di no. Mi piacerebbe lavorare ancora insieme.»
Ester rise: «Sei l’ipocrita più sincero che conosco. Ancora una volta hai detto tutto senza dire niente. Non mi concedi né meno un addio? Ma già, è vero. Tu detesti il melodramma.»
Bevve un lungo sorso di champagne: «Arrivederci allora.»
Fece per allontanarsi, ma si fermò.
«Qualunque sia lo spettro che insegui» disse senza collera, «cerca di non raggiungerlo, perché lo perderesti. In questo io e te siamo uguali: non siamo capaci di amare niente che non sia concepito nel gelido antro della nostra stessa mente.»
Il globo si divise in due parti, si ricompose e divise ancora, e a ogni mitosi e fusione scintille e gocce verdi si liberavano e si perdevano nel vuoto. A un certo punto sette creature polimorfe generate dal globo iniziarono ad arcuarsi, a contorcersi, a dividersi in due parti e a ricomporsi, e alla fine da ogni creatura nacquero altre sette creature, che si divorarono tra loro.
Nea si rifece viva
«Quello che sei in questo momento fa paura» disse. «È un vento freddo che soffia sulla collina e rinsecchisce l’erba e i fiori. E un po’ anche me »
«Mi spiace. Ma una volta che saremo insieme, tutto quello che ti spaventa e ti fa male sparirà per sempre.»
Sorseggiò lo champagne. Sentì l’ebrezza del vino arrivare fino a lei, macchiarle la pelle, ottunderle la coscienza.
«Hai deciso allora» disse Nea.
«Sì. Vuoi dissuadermi?»
«No.»

Annunci

Un pensiero su “Un solo passo – Parte III

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...