Un solo passo – Parte IV

«Qui fa molto caldo.»
«Sì, fa molto caldo. Le pareti del Modulo sono viscose, e una specie di umore trasparente stilla dal soffitto e dalle pareti. Le pozze sul pavimento risucchiano i piedi, la nebbia che esala dalle pozze confonde la vista.»
«La stretta del nemico è dolorosa. E i volti familiari incastrati nella pietra mi dicono allo stesso tempo di andare e di restare, di perdere me stessa e di sorvegliare la mia esistenza, di accoglierti e di farti a pezzi.»
«È un illusione. Il nemico cerca ancora di confonderci. Vuole essere certo che non gli sfuggiamo.»
«Se tutto questo è un’illusione, tu allora cosa sei, incomparabilmente più lontano e larvale, increspatura d’acqua, riverbero di luce in uno specchio? Il nemico mi sembra molto più reale di te. Anzi, no: mi sembra che siate la stessa cosa, ma tu sei la parte meno reale.»
«È una sciocchezza, Nea. Io sono io e il nemico è il nemico. Ma ora sono arrivato a una specie di passaggio, a una valvola carnosa fitta di capillari e percorsa da linfe rosse. La valvola si apre e si chiude a ritmo sostenuto, e un’onda di calore mi travolge ogni volta che si apre. Oltre la valvola c’è un’oscurita impenetrabile. E una presenza, una gigantesca presenza. Il Motore pulsa là dentro, attirando a sé le galassie, balzando da una galassia all’altra, nutrendosi di tutto quello che si avvicina al suo fulcro rovente.»
«Ora il nemico è lì con te. Non ti chiama altrove, non si acquatta negli angoli, non si divide per confonderti la mente.»
«Non lo vedo ancora. Ma hai ragione, è qui con me.»
«È in agguato.»
«No. Ora riesco a vederlo. È fermo nel buio. A un passo dal Motore. E ride.»
«La sua risata è la stessa risata che piega i volti nella muraglia verde.»
«La luce emessa dal Motore lo sommerge, corrompe la sua sostanza. Ma la sua forma rimane intatta. Ed è umana.»
«Umana?»
«È Nabujo.»
«Ma avevi detto che Nabujo è morto.»
«È vero. Eppure è davanti a me. E ride.»
«Ma avevi detto di averlo ucciso.»
«Eppure è qui. Ride e mi aspetta. E tutto attorno a lui e dentro di lui e ormai anche dentro di me c’è il Motore.»

***

Edwin Nabujo fissava intensamente l’uomo armato: gli occhi scuri, quasi troppo grandi per gli zigomi stretti, si appuntavano in quelli dell’altro con insistenza, come se cercasse qualcosa nei loro recessi più profondi. Più che spaventato o preoccupato, sembrava curioso. Il suo sguardo era limpido e fermo e cadeva solo di tanto in tanto sulla pistola che il sequestratore gli sventolava sotto il naso. A volte sulla sua faccia sembrava aleggiare un sorriso, come se considerasse ridicola la faccenda del sequestro. O come se avesse qualcosa in mente.
Forse avrebbe dovuto legargli le mani. Ma poi chi avrebbe guidato fino al laboratorio? E una volta arrivati, come avrebbe fatto a entrare?
Aveva impiegato tre settimane per ideare il piano. Tre settimane di incertezze e ripensamenti, che sembrava dovessero far fallire l’impresa prima dell’inizio. Non gli erano mancate le idee, ma a un esame più attento si erano dimostrate tutte inattuabili. Eccetto una, la più semplice. Occorrevano solo molta decisione e una pistola, che aveva rimediato da un piccolo trafficante del quartiere. Del resto, dopo un paio di sopralluoghi si era accorto che le misure di sicurezza del laboratorio non erano così severe come si era aspettato.
La sera prima si era nascosto davanti alla SELA, la società per la quale lavorava Nabujo, e aveva aspettato che il professore uscisse. Aveva con sé una copia del giornale con l’articolo sulla porta dimensionale, nel quale c’era anche una foto di Nabujo, e si era messo a studiare le fisionomie di tutti quelli che entravano e uscivano dal laboratorio o solo imboccavano la via, incluse le donne. Verso le dieci un’auto bianca era uscita dal parcheggio sotterraneo. Alla guida c’era Nabujo. Lo aveva seguito.
Era tardi. In strada non c’era nessuno. Quando Nabujo si era fermato davanti alla porta di casa ed era sceso dall’auto trafficando con le chiavi, lui si era avvicinato, aveva estratto la pistola e gli aveva ordinato di entrare. Nabujo era impallidito alla vista della pistola e aveva obbedito.
«Resti calmo» aveva detto, una volta entrati nell’appartamento. «Là ci sono il televisore e lo stereo. Li prenda pure. Non ho molti contanti in casa e non possiedo gioielli. Ma quello che ho può prenderselo. Purché mantenga la calma.»
«Non voglio niente. Si sieda e cerchi di dormire.»
«Non capisco.»
«Domattina mi accompagnerà al laboratorio. Voglio solo questo da lei. Mi accompagnerà e mi farà entrare.»
A un tratto, lo sguardo di Nabujo era diventato duro: «Ah. Lei è uno di quelli.»
«Quelli chi?»
«Guardi che non otterrà niente. Nel mio laboratorio non c’è niente che possa placare il suo delirio.»
«Se otterrò o no qualcosa non la riguarda. Domattina mi accompagnerà al laboratorio, mi farà entrare e poi vedremo. Ora si sieda e cerchi di dormire.»
La notte era stata tranquilla. Nabujo aveva dormito stentatamente, agitandosi sulla poltrona. Anche lui si era addormentato un paio di volte, ma si era svegliato subito.
Ora era tempo di andare.
«Si alzi» disse, scuotendo la pistola. Nabujo strinse gli occhi che teneva ancora fissi nei suoi, come cercando qualcosa: «È una pazzia.»
«Le ripeto che non la riguarda. Faccia come ho detto. E resti calmo. Se è nervoso, all’ingresso del Laboratorio sospetteranno qualcosa.»
«Lei è molto più nervoso di me. Se non riesce a controllare se stesso, non può pretendere che ci riesca io.»
L’impiegato all’ingresso del laboratorio era così assonnato che Nabujo dovette ripetergli due volte la storia del visitatore. Preparò il passi svogliatamente. E quando lui gli diede un nome falso, se lo fece ripetere tre volte, perché non capiva.
Il laboratorio era l’esatto opposto di come lo aveva immaginato. Nella sua testa c’era un vasto salone con il soffitto e le pareti pieni di tubature, enormi macchinari sparsi ovunque e grovigli di cavi in ogni angolo; nella realtà c’era invece una piccola stanza con un tavolo di legno al centro e un computer e un paio di monitor sul tavolo. Dal computer e dai monitor fuoriuscivano alcuni cavi e tubi flessibili che arrivavano fino a un oggetto all’altro capo della stanza, fluttuante nel vuoto ad altezza d’uomo.
L’oggetto era un cubo nero, così nero, anzi, che sembrava consumare più che assorbire la luce dell’unica lampada al neon della stanza. Grande all’incirca come una mela, il cubo era fuso più che agganciato ai cavi, i quali in prossimità dell’oggetto assumevano un’apparenza vagamente organica, carnosa.
«Che cos’è?» domandò lui. Era vagamente disgustato: il cubo pulsava sensibilmente, e così i cavi, e un liquame rosa di natura indecifrabile colava dalla base sul pavimento piastrellato e lungo i cavi, formando rivoli e pozze.
Nabujo sorrise: «Non è quello che si aspettava, vero? Non si preoccupi. Non è né meno quello che mi aspettavo io.»
«Ma di cos’è fatto?»
«All’inizio era fatto di una lega metallica. Ma poi la struttura molecolare è radicalmente cambiata.»
«E cos’è diventato?»
«Ho difficoltà a spiegarlo anche a me stesso. In realtà, ho impiegato sette anni solo a intuire cosa possa essere successo. Quanto a esprimerlo in termini matematici, non credo che la mia intera vita sarà sufficiente per arrivarci.»
«Ma nell’articolo si diceva che lei ha scoperto una porta verso altre dimensioni.»
«Non è cosi.»
Nabujo andò al computer e digitò qualcosa sulla tastiera.
«Non darà mica l’allarme?» disse lui, sventolando la pistola.
Nabujo lo guardò in tralice. Accennò al cubo. Un faretto proiettò un fascio sulla faccia anteriore. Ma la luce non arrivò al cubo. Annodata in nastri e tentacoli di tutti i colori dell’iride, traviata e distorta e distolta dalla sua stessa natura, la luce svaniva prima ancora di toccare la superficie del cubo.
«È per questo che è venuto qua? Per la porta?»
Lui si avvicinò: «Sì.»
«E cosa vorrebbe farci?»
«Varcarla.»
«Provi allora. Si avvicini. Lo tocchi. Ha visto cosa succede alla luce? Quello che succederebbe a lei sarebbe decisamente peggio.»
«Ma nell’articolo…»
«L’articolo, già. So anche quale articolo. Non immagina quante telefonate ricevo ogni giorno per colpa di quel maledetto articolo. Gente che minaccia, supplica, che offre di pagare milioni per avere la possibilità di varcare quella soglia. In fondo mi aspettavo che prima o poi si sarebbe fatto avanti un pazzo con la pistola.»
Lui strinse il calcio e puntò la pistola contro Nabujo. «Non sono pazzo» disse, ma senza molta convinzione. Dopotutto perché era là? Perché sentiva una voce nella testa.
«Ascolti» disse Nabujo. «Metta via quell’arma. Non capisce che non serve a niente? Lo sa perché è stato così facile entrare qua dentro, perché all’ingresso abbiamo uscieri e non guardie giurate?» Lo guardò dritto negli occhi. «Perché qui non c’è niente da proteggere. Vuole oltrepassare la porta? Ci provi pure. Non la fermerò. Si avvicini, le ripeto, la tocchi. Vediamo cosa succede.»
«Prima deve spiegarmi come funziona.»
«E io cosa ne so?»
«Non sa come funziona?»
«So che non funziona. Nel senso che non è utilizzabile. L’articolo che l’ha… ispirata è stato scritto da un certo Pisarro, uno che di fisica conosce pochissimo e che è venuto qui per quella che credeva una succosa storia di fantascienza. Aveva in testa un’idea precisa, ha sentito quello che voleva sentire e ha riportato solo una parte del mio discorso, quella che gli sembrava più utile allo scopo. Senza falsare niente, ha travisato tutto. Gli altri giornalisti che mi hanno intervistato, dopo aver sentito quello che avevo da dire, hanno dato pochissima importanza alla notizia. Non perché non ne capissero le implicazioni, ma perché non cambia niente per nessuno, chiaro? Anche a livello conoscitivo, non esiste occhio che possa spiare oltre quella serratura. Pisarro ha invece trasformato quello che gli ho detto in una scontata, inattendibile favola, che poi ha cercato di spacciare per realtà. Con le conseguenze che sappiamo.» Accennò alla pistola. «Mi spiace dirglielo, ma il modulo che vede laggiù non serve a esplorare o ad aprirsi una via verso altre dimensioni.»
Pigiò un tasto e il faretto si spense. Ma una parte del fascio di luce rimase impigliata nel Modulo e continuò a fluttuarci attorno, avvolgendolo con spire e tentacoli, finché fu definitivamente risucchiata.
«Se quello che c’è nel modulo è una porta» disse Nabujo. «Il modulo è un chiavistello.»

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