Un solo passo – Parte V

«L’oscurità è così profonda, che i miei occhi non ritroveranno più la luce. Sento solo il pulsare del Motore, la vita infinita che ne sgorga e che allo stesso tempo ne è irresistibilmente attratta.»
«Dov’è il nemico?»
«Davanti a me. Ride ancora. Mi sta dicendo qualcosa. Te lo avevo detto, dice. Te lo avevo detto.»
«Sento la sua risata. Non è la stessa risata dei volti nella muraglia. Quella che sento è proprio la risata del nemico che ora ti fronteggia.»
«Ha una pistola, Nea. La vedo, anche se sono cieco. Me la punta contro. Ride, non la smette di ridere. Vuole che valichi la porta, vuole che ti raggiunga, che ti stringa, che le mie mani (le mie mani non sanno tenersi stretto niente) ti perdano per sempre e perdano anche me. Ma ora non è più Nabujo, Nea, è una strana creatura informe, anzi con molte forme, ma nessuna stabile. Come le creature polimorfe di Ester. Ha molte facce, molti nomi e tutti impronunciabili. Vuole solo che io e te coliamo a picco nell’abisso del Motore. È questo stesso desiderio, con tutte le sue facce, i suoi tormenti, le sue titubanze. Ora si acquatta in quell’angolo, piccolo e verde ma con gli occhi di fuoco. Mi tiene di mira.»
«Non lasciare che ti spaventi.»
«Mi ha sparato, Nea. Allo stomaco. Dal foro di proiettile esce del sangue, un sangue denso, nero, oleoso, che si rapprende negli angoli del Modulo. Le labbra senzienti del Motore hanno fiutato l’odore del sangue, che ora scorre verso l’alto, attirato dalle pareti e dal soffitto e dalla vita che li percorre. È come il fiume che vedevi poco fa, il fiume del quale sentivi la voce quel lontano mattino. Dieci giorni fa, credo. Le muraglia con i volti familiari nasce da me, Nea, sono io ad averla costruita. Ho trasformato il destino in un muro con i mattoni del passato. Ma ora è finita. Il Motore si ciba di me.»
«Il Nemico è anche qui. Le sue mani e i suoi occhi sporgono dalla muraglia. Nella mano destra tiene stretta una pistola. Ecco! Mi ha sparato, mi ha colpita alla tempia, e dalla tempia fiorisce un cespuglio di spinalba con rami, fiori bianchi e un’enorme quantità di bacche incandescenti. Attorno alle bacche gravitano miliardi di pianeti, e ora su qualcuno di questi pianeti sta sbocciando la vita, sta fiorendo la civiltà, e alla fine l’universo-cespuglio si specchia nella mente delle sue stesse creature.»
«Il Motore è quasi sazio. Il fiume di sangue che sgorga della mie viscere si è trasformato in dodici nastri di raso verde, che si attorcigliano fino alle labbra del Motore. Li seguirò, Nea. Seguirò i nastri fino alla bocca del Motore. So che ormai non posso più patteggiare con lui, perché ha già avuto quello che voleva, ma almeno potrò parlargli e domandargli se ci sono altre porte da varcare, prima di dissolvermi, se esistono sentieri che forse un giorno mi porteranno da te.»
«Aliora io mi arrampicherò sui rami del cespuglio di spinalba e gli farò le stesse domande. E non importa se le bacche incandescenti mi bruceranno.»

***

Nabujo guardava il Modulo, seguendone con lo sguardo la pulsante linearità. «È successo per caso» disse. Si allontanò dal computer, si voltò e guardò il suo sequestratore negli occhi. «Non lavoravo né meno in questo campo. Non ho mai provato interesse per la fisica quantistica. Mi occupavo di superconduttori. Ero giovane, avevo appena preso il dottorato. Ma avevo tre gatti. Una femmina rossa, con incredibili occhi verdi, e due maschi grigi, che amavano farsi grattare la pancia. Sempre a chiedere cibo tutti e tre. Poi sono scomparsi. I gatti sono così, ho pensato, vanno e vengono. Qualche volta vanno e non vengono più. Passato qualche giorno, si sono rifatti vivi. Ma erano strani. erano fuori fuoco, con alcuni pezzi mancanti o in più, come i tentacoli traslucidi che crescevano tra i loro denti o in fondo alla coda. A volte erano interi, a volte a metà, altre volte sparivano e riapparivano a intermittenza. Alla fine scomparvero del tutto.»
Lui iniziò a domandarsi chi dei due fosse più pazzo.
Nabujo riprese: «Intanto avevo cominciato a far domande a un mio amico biologo. Venne a casa mia per vedere i miei gatti, ma a quel punto erano scomparsi. Io avevo già capito che quello che era successo ai miei gatti la biologia non poteva spiegarlo. Perché avevo trovato l’uovo.»
«Uovo?»
«Nel frigorifero. Insieme ad altre cinque uova che avevo comprato al supermercato. Vivo solo da undici anni, ma tutto quello che so cucinare sono i precotti e le uova all’occhio di bue. Una sera mi sto preparando la cena, prendo l’uovo, cerco di romperlo. E l’uovo si contorce, miagola, ha quegli incredibili occhi verdi. Mi guarda. Ha fame. Mangia la luce del lampadario, mangia un pezzo di finestra, mangia la corrente dell’impianto elettrico. Mangia anche una parte di me.» Nabujo sollevò la mano destra alla luce dei neon. E solo allora lui s’accorse che la mano era strana. Quadridimensionale, in un certo senso: sprofondava in se stessa e allo stesso tempo formava una specie di anello bruciacchiato, come se stesse sprofondando all’interno di qualcos’aaltro. Eppure era una mano, con unghie, dita, ossa, muscoli e vene.
«Ho capito solo molto tempo dopo» riprese Nabujo «che nell’uovo si era schiusa quella che potrei definire rozzamente una porta. Ma forse sarebbe più corretto definirlo un buco nero. Ce ne sono molti di più di quello che si pensa, alcuni anche all’interno del Sistema Solare: in larga parte, però, sono microscopici e muoiono in milionesimi di secondo. Una specie di vortice, insomma, che risucchia la realtà dove non può essere risucchiata. Un vortice affamato, che si ciba di quello che ha attorno e che allora solo il guscio dell’uovo separava dal nostro universo e dalla sazietà che ne avrebbe tratto.»
Il braccio con la pistola gli ricadde lungo il fianco.
«Il cubo» disse Nabujo «è solo uno scudo. Uno schermo protettivo. Al suo interno c’è un potente campo elettromagnetico, che ha lo scopo di tenere a bada… quello che c’è dentro.»
«L’uovo.»
Era sconfortato. Come avrebbe potuto raggiungere Nea, se il Modulo, che lui credeva una porta, era invece uno schermo, qualcosa che invece di aprire la via verso altri universi cercava disperatamente di tenerli lontani? Eppure in prossimità del Modulo la presenza di Nea era infinitamente più reale, e il tepore che circondava la sua voce era perfino bruciante. Nea non era mai stata così vicina.
«Capisce ora?» disse Nabujo. «Capisce perché è una follia pensare di vercare quella porta?» Fece un passo verso il cubo. «Anche se la difesa offerta dal Modulo è la più efficace possibile, il potere dell’uovo, di quello che io chiamo Motore, è così grande, che una parte di me si perde nei suoi meandri. Negli ultimi tempi comincio a dar segni di squilibrio. Sono molto cauto e sto attento a non tradirmi, ma è sempre più difficile.»
Si voltò a fissarlo con occhi di fuoco.
«Immagini cosa le succederebbe, se cercasse di oltrepassare lo schermo.»
Lui guardava in basso. Le dita stringevano convulsamente la pistola.
«Tutto quello che è ora» disse Nabujo «sarebbe sovvertito, distorto, annichilito. Il Motore è una porta che non si può varcare. Per nessuno scopo. Si può contemplare, frenare, adorare come una divinità. E temere come il più pericoloso dei demoni. Ma non si può patteggiare con lui.»
«Patteggiare?»
«Cosa pensi di fare?» disse Nea.
«Mi sta parlando. Il Motore. Mi sta dicendo come fare. E ho intenzione di dargli ascolto. Siamo venuti per questo no? Cos’altro potrei fare? Sei molto vicina. Non ho mai sentito così chiaramente la tua voce. Posso quasi accarezzare la tua pelle, quasi annusare il tuo profumo. Sei troppo vicina per tirarmi indietro. È attraverso l’uovo che siamo entrati in contatto. La presenza dell’uovo in questo universo mi ha permesso di riceverti. È l’unica via, non lo senti anche tu?»
«Sì.»
«Non posso rinunciare ora.»
«Puoi invece. Puoi andartene. Prima o poi il contatto si spezzerà e mi dimenticherai.»
«E tu dimenticherai me?»
«Sì. No. Non lo so. Ci sarà dell’altro.»
«E questo puoi tollerarlo?»
«Non lo so. Forse sì.»
«Sul serio?»
«Non lo so.»
«E allora?»
«Fai quello che devi.»
«Cos’ha in mente?» disse Nabujo, gli occhi spalancati per il terrore. Fece per gridare, ma il suo grido fu soffocato dallo sparo. La pallottola lo colpì al cuore e fuoriuscì da sotto la scapola, aprendo due piccoli fiori rossi sulla giacca. Nabujo crollò delicatamente al suolo.
Gettò la pistola lontano, il polso dolorante per il rinculo. Si accostò a Nabujo e lo trascinò per il braccio sinistro. Verso il cubo.
«Nabujo sarà il mio lasciapassare» disse a Nea. «Lo offrirò al Motore in cambio di un passi.»
«Nabujo ha detto che non si può patteggiare con il Motore.»
«Ho già patteggiato con il Motore. È stato il Motore a dirmi di uccidere Nabujo. E poi Nabujo come faceva a sapere che non si può patteggiare con il Motore, se l’unica cosa che ha fatto è metterlo in gabbia?»
«Come convivrai con il rimorso?»
«Ci penseremo dopo. Ora vengo da te.»

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