Un solo passo – Finale

Continuò finché i nastri di raso che fuoriuscivano dalla sua pancia diventarono più spessi e ruvidi. Una bacca spuntò da una piega, azzurra e incandescente come una stella, e dalle sue interiora pulsanti si liberò un globo terroso e altri più grandi e più tenui, con gelide, turbolente atmosfere. Si spostò di lato per scansare una cometa, mentre le sue mani si aggrappavano con forza a un ramo nodoso, con foglie di metallo liquido dalle quali si srotolavano nebulose e galassie.
«Questa è Nea?» si domandò.
Era molto tempo che avevano perso il contatto. Nel momento che l’aveva sentita più vicina, quando gli era sembrato di poterla finalmente allontanare da sé quanto bastava per toccarla, era sparita. Spezzato il contatto, affievolito il ricordo, ora che si aggrappava con tutte le sue forze a quello che il nemico aveva liberato dalla mente di Nea, gli sembrava che la loro vicinanza, la gravità che li univa, l’amore che li sospingeva l’uno verso l’altra, fossero un’illusione.
Era questo che lo disorientava, che rendeva cosi contorti e nodosi i rami del cespuglio e così numerose le stelle che esplodevano sul suo cammino, strinandogli i capelli e bruciandogli le palpebre.
Era questo che lo tentava di perdersi nei meandri del Motore, di rompere definitivamente il contatto e lasciarsi naufragare nell’abisso.
Ma non era più nel Motore. Questo era un mondo. Un mondo aspro e difficile, che non immaginava potesse esistere in Nea, ma nel quale poteva camminare, arrampicarsi, arrivare. La porta era valicata, il Motore lontano. Quanto di lui poteva sopravvivere al contatto con il Motore era arrivato a destinazione. Era quello che voleva, no? E ora che l’aveva ottenuto, doveva solo trovare Nea.
Ma Nea era molto lontana. Dal giorno del loro primo contatto non era mai stata così lontana, né meno quando i rumori della città avevano turbato la ricezione della sua presenza.
Né meno quando Ester lo aveva preso in disparte e gli aveva detto che non era capace di tenersi stretto niente.
Ma ora Ester si allontanava definitivamente, risucchiata dal campo gravitazionale di una stella bianca. Quando la stella la abbracciò, Ester esplose in una supernova che gli bruciò la pelle. Ma non sentì dolore. Era questa la cosa che gli dispiaceva di più: non sentiva dolore.
Si guardò le mani. E vide che Ester aveva ragione: le sue mani non riuscivano a stringere niente, tantomeno i rami. Fluttuò alla deriva, trascinato dai campi gravitazionali che si inanellavano al cespuglio, sballottato da una stella all’altra senza poter far altro che urlare.
Chiuse gli occhi e cercò di concentrarsi sulla voce di Nea. Il nemico era ancora dentro di lui, gli mordeva le mani come quel giorno ai piedi di San Firmino. Ma non aveva più le fattezze di Nabujo, né le facce mutevoli che lo avevano guardato morire. Era invece un bambino scontroso e introverso che osservava in disparte i giochi di un gruppo di bambini. Poi dal gruppo si allontanò una bambina. La bambina andò dal bambino solitario e lo fissò severamente, con quegli incredibili occhi verdi che gli rimproveravano le infinite, paralizzanti tortuosità.
Intanto l’alba si alzava sulla città, il mondo si riaffacciava alla sua ovattata solitudine.
«Come ti chiami?» disse la bambina.
Allora lui capì di aver cercato vanamente di rispondere solo a una delle domande che gli aveva fatto Nea, di aver sempre e solo cercato di scoprire cosa lo unisse a lei. Ma non aveva mai risposto alla prima domanda, che gli era sembrata meno importante. Era questo il suo sbaglio.
Perché gli era stato donato un nome, Nea, e con il nome la creatura che il nome significava e distingueva dal vuoto. Ma Nea non aveva ricevuto niente in cambio.
Questo era il nemico.
Si afferrò con i denti a un ramo tra i più sottili, piegandosi per aderire il più possibile alla sua ardua sostanza. Il ramo si avviluppò alle sue braccia e ai suoi capelli, gli annodò tutto il corpo, spezzando le ossa e lacerando i muscoli e le viscere. Lui rideva, perché finalmente sentiva dolore. Perché finalmente era parte del cespuglio.
Si addentrò nel viluppo, saltando da un ramo all’altro, sfruttando i campi gravitazionali delle stelle per darsi slancio, rimbalzando sui pianeti neonati, cavalcando le comete che si libravano nel vuoto.
Più si addentrava, più le forze contrapposte si facevano violente. Le tempeste interstellari spazzavano e levigavano la sua pelle di legno, la sua faccia irta di schegge, le stelle che sbocciavano sulla sua schiena e dentro le sue orecchie.
Poi l’universo chiamato Nea collassò su se stesso. La voce del Motore si dissolse, tutti i suoni cessarono, precipitarono nel vuoto. Cadde anche lui, risucchiato verso un centro invisibile da una forza tale, che assorbì tutte le altre forze, compresa la sua volontà.
Il centro si aprì come un fiore, un polline di elio e idrogeno si sparse ovunque, disseminando un numero incalcolabile di mondi sulla macchia oleosa dell’universo.
Uno di questi mondi attirò la sua caduta.
Questo mondo era soffice e verde come un prato. La caduta fu dolce.
Riottenne gli occhi e poté vedere la bassa collina che i suoi piedi stavano calpestando, gli steli d’erba che si infilavano tra le sue dita e gli facevano il solletico, il cielo bianco e terso che lo sovrastava.
A quel punto il destino non era più il fiume, e né meno la muraglia: era lui stesso, che camminava a piedi nudi sulla collina. Il nemico, piccolo e verde, lo seguiva a poca distanza, lagnandosi e implorando di avere un angolo ombroso dove rifugiarsi.
Sulla cima della collina c’era un albero, in realtà poco più di un arbusto, i rami del quale formavano una sfera quasi perfetta. Dai rami sporgevano bacche rosse e verdi e poche foglie carnose con le venature bianche.
All’interno della sfera pendeva un’altalena. Sull’altalena una soffice, calda creatura oscillava languidamente, piegando le gambe per facilitare l’oscillazione, ma senza darsi molta pena.
Lo fissava con uno sguardo indiscutibilmente femminile.

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4 pensieri su “Un solo passo – Finale

  1. un finale dove la voce narrante ritrova il suo mondo dopo avere vagato alla ricerca di se stesso nello spazio cosmico.
    Molto intrigante è l’immagine finale di lui che cammina sul prato a piedi nudi.
    Molto interessante e ben sviluppato è questo racconto. sarà datato ma sicuramente è ottimo.

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